Leggende dalla Cripta di Cthulhu

Racconti di Simone Ceccano e Luca Nisi liberamente ispirati all'universo del maestro H.P.LOVECRAFT

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IL MAESTRO

 

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Questo blog non è una testata giornalistica e non ha alcun fine di lucro. Tutti i racconti qui pubblicati sono copyright dei rispettivi autori. Tutte le immagini qui pubblicate sono anch'esse copyright dei rispettivi autori e sono incluse al solo scopo di pubblicizzare e diffondere l'arte di chi ha contribuito a dare forma all'universo fantastico immaginato da HPL.

 

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lunedì, 21 aprile 2008
Editoriale: LEGGENDE DALLA CRIPTA DI CTHULHU parte XLVI

 img120/8794/dublino057so9.jpg

 

Cthulhu Fthagn! Immortali lettori la Cripta è pronta ad accogliervi con delle nuove leggende. Lovecraft, il maestro al quale questo blog umilmente si ispira, viene classificato a metà fra la fantascienza, il fantasy e l'horror cosmico. Trovo corretto questo mix anche per rappresentare i nostri incubi o come è più  facile definirli, racconti. Sono di ritorno da un viaggio in Irlanda, dove ho visitato luoghi che potrebbero tranquillamente fare da palcoscenico ad orrori raccapriccianti, a demoni venuti da altri mondi o visioni di lucida follia. Ho visitato chiese e cimiteri, luoghi dove regna esclusivamente l’urlo cupo del vento, sotto immensi cieli carichi di minacciose nubi.  Per citare un luogo per tutti, nella foto (realizzata dal sottoscritto) posta sopra questo editoriale, potete ammirare una delle chiese di Dublino, non vi lascerò scritto il nome della chiesa nè l’anno di fondazione, è dalla vostra immaginazione che deve nascere la biografia della chiesa. Non guardatela come foste annoiati turisti, immaginatela come l’ambientazione per il miglior romanzo mai scritto, la penna è lì accanto alla vostra tastiera, chiede solo di sprigionare inchiostro…

 

Siamo frutto dell’immaginazione di qualche mostro. [Luca Nisi]

 

 

 

Questo mese un racconto di Simone sarà ospitato nella rivista SHORT STORIES a cura di Giorgio Sangiorgi e Luca Oleastri. Per l'estate vedrà finalmente la luce l'antologia che racchiude i primi quattro anni di vita di questo blog. Chiunque ne voglia sapere un pò di più può rivolgersi a questo link.


 

Postato da: Pickett alle 22:18 | link | commenti (4) |
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mercoledì, 23 aprile 2008
Poesia: CONFUSIONE

CONFUSIONE

 

Una poesia di Simone Ceccano

 

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Un disco rotto che salta,

Del tabacco seminato per la stanza.

Traccio sentieri di fumo

E la mente vola via dalle narici,

Fino a stelle distanti anni luce

Che i miei occhi non vedranno mai.

Volti, facce nuove ed estranee.

Rubo baci a sconosciute

Di cui la notte non serberà il ricordo,

Provo a uccidere antichi rancori

Ma l’odio lascia il posto alla malinconia.

Ricordare fa male.

Il dolore è un sottile piacere

A cui un uomo come me,

Non può rinunciare.

Caos in un posacenere,

Uno stereo che nessuno ascolta.

Eccomi qua.

Dove regna la confusione.

 

***

Postato da: Pickett alle 11:47 | link | commenti |
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lunedì, 05 maggio 2008
Racconto: L'AMORE CHE DIVORA - ottava parte

L’AMORE CHE DIVORA

 

Un racconto di Luca Nisi

 

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8.

 

 La notte prima di raggiungere l’isola, dove la Giulia avrebbe incontrato la spedizione scientifica di Leo, a bordo della nave capitanata da Erik Pikk si consumò la tragica fine di Lorenzo Rossi. Quella notte rimarrà indelebile nei ricordi di Simone Sicardo. Il professore e il capitano Pikk erano soliti, da diversi giorni, cenare insieme a Lorenzo Rossi nella sala vicino al ponte di comando. Quella sera Lorenzo Rossi tardava ad arrivare, così il capitano aveva inviato un marinaio a cercarlo. Via interfono Pikk fu chiamato a raggiungere la stiva. Simone seguì il capitano proprio nel magazzino adibito al trasporto dell’essere. Quando entrarono nella stiva, il marinaio indicò Rossi: l’uomo era immobile davanti al piccolo acquario con le braccia conserte ad osservare quella cosa nuotare nella vasca. “Sembrava in trance.” - aveva riferito il marinaio prima di essere congedato dal suo capitano. “L’aspettavamo per cena.” - disse Simone avvicinandosi a Rossi. L’uomo non si mosse ma rispose: “Fate pure senza di me.” Erik Pikk, senza muoversi dal fondo della stiva, prese parola. “Perché ha allontanato l’uomo di guardia?” Rossi a questo puntò si voltò. “Voglio stare da solo con lei, visto che  pago ne ho ben donde.” Pikk non fece una piega. “Lei pagherà pure, ma questa è la mia nave e gli ordini li do soltanto io.” Rossi annui. “D’accordo. Vorrei restare da solo, se non avete nulla al contrario.” Simone scosse la testa e abbandonò la stiva. Erik Pikk  lo seguì, maledicendo quello stupido Italiano. Mentre abbandonavano la stiva, Giulia ruotava i suoi enormi occhi da squalo. Adesso Rossi era di nuovo da solo con lei nella stiva. Fece un paio di passi e si avvicinò alla vasca. Continuava a fissarla in modo morboso, cercando di scrutare ogni piccolo dettaglio di quel corpo. Notava che, dall’ultima volta, la sua pelle squamata si stava ravvivando di un verde splendente. Era talmente ossessionato da quella creatura marina che credeva di comunicare con lei tramite il pensiero. Ad un certo punto Giulia smise di nuotare e si  fermò ad osservare, attraverso la lastra di vetro, la figura di Lorenzo Rossi. Piegò leggermente il capo, lasciando che i suoi lunghi capelli si muovessero come serpenti. La sua enorme bocca si sollevò e i suoi mille denti luccicarono. Lorenzo fu trafitto al cuore ed, immediatamente, si avvicinò al bordo, come la grande bolla d’aria creatasi dalle fauci di Giulia. Rossi aveva il cuore in fermento e cominciò a svestirsi. Gettò via i pantaloni e si slacciava la camicia mentre Giulia era immobile ad osservarlo. “Signore!” - urlò un marinaio entrando nella sala da pranzo dove Pikk e Simone stavano cenando. “Capitano, venga presto in sala controllo.” Pikk gettò sul tavolo il tovagliolo che aveva sistemato sulla camicia, prese il bicchiere stracolmo di vino rosso e lo ingurgitò in pochi secondi. Anche Simone interruppe la cena e, dopo pochi secondi, si ritrovarono dinanzi i monitor della sala comandi. Il monitor, segnalato come “Stiva 4”, trasmetteva in bianco e nero. Nitide le immagini mostravano la sagoma di Lorenzo Rossi immergersi nella vasca di Giulia. Da qui a pochi secondi, assistettero alla fine dell’inviato del Dipartimento delle Scienze. Giulia attaccò Lorenzo non appena si fu infilato nella vasca. Chiaramente, avvenne tutto in un attimo: il corpo di Rossi fu trascinato a fondo e l’acqua della vasca cominciò a dipingersi tutta di rosso.  In seguito, quando gli uomini arrivarono sul posto, notarono che il  sangue di Rossi impediva di vedere l’interno della vasca. Ci volle un grande riflusso d’acqua per portare a galla i resti di quel poveraccio: venne recuperato il braccio destro, il bacino e in parte la gamba destra. “Predilige il lato del cuore.” - fece notare a Simone il capitano Pikk. Anche la testa di Rossi non era scampata all’attacco della creatura. Gli uomini erano impauriti da quel mostro. Legarono con delle catene l’entrata della stiva e nessuno volle più prestare servizio di guardia. Qualsiasi cosa fosse, quell’essere aveva la forza di divorare con un morso una testa umana. La mattina seguente la nave attraccò su quella strana isola e il posto di Lorenzo Rossi fu preso da Leo. Leo sostituì Rossi in tutto. Appena conosciuta Giulia, si fece carico di lei. Come Lorenzo, rimase interi giorni a contemplare in solitudine la donna venuta dai ghiacci eterni. Non si può negare che quella creatura, in qualche modo, manovrasse le coscienze di taluni uomini. Forse, in un altro tempo, l’uomo se ne era accorto e per questo, molto probabilmente, quando l’avevano trovata era incatenata ed imprigionata in una terra remota come il Polo Sud. Sicario, ancora una volta, si piegò in un “Mea culpa”. Sembrava anche lui una pedina della creatura: prima gli aveva regalato la libertà, poi gli aveva donato Lorenzo Rossi ed ora permetteva a Leo di subire il fascino maledetto di quell’essere che dopo le sue aggressioni mostrava un corpo sempre più verde smeraldo. Nei giorni che passarono dalle Indie all’arrivo al Mediterraneo, Sicardo fu costretto dagli eventi a vendere la sua scoperta al suo amico Leo. In quelle settimane, le velleità di successo e fama morirono nel Professore. Senza Rossi non poteva sobbarcarsi tutte le spese e, se anche avesse voluto, tutto sarebbe stato inutile. Appena la vide, Leo non ebbe dubbi e fece di tutto per averla. Così come fu per Rossi, Leo rimase subito stregato da quegli occhi alieni e, a dispetto dell’inviato del dipartimento, capì subito che, quando li faceva roteare, Giulia aveva un preciso desiderio. [continua…]

 

***

Postato da: Pickett alle 21:12 | link | commenti |
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mercoledì, 14 maggio 2008
Poesia: ARDORE

ARDORE

 

Una poesia di Luca Nisi

 

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Ogni tanto mi chiedo cosa sto aspettando,

possiedo le chiavi dell'ignoto,

la serratura è tenebra come i tuoi occhi. 

 

Sogno l'ardore di secondi infedeli,

sogno baci che dissetano la mia bocca,

sogno un pizzico di magia per unirci.

 

Dietro le ragnatele ci sono sempre passaggi segreti,

ed io,  ora che respiro sui tuoi capelli,

so che non serve la soglia del paradiso

per osservare un angelo.

 

***

Postato da: Pickett alle 22:17 | link | commenti (1) |
poesie, aggiornamento 46

Racconto: IL DIARIO DI LUDWIG HEIMANN - undicesima e ultima parte

IL DIARIO DI LUDWIG HEIMANN

 

Un racconto di Simone Ceccano

 

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[File VII – 0 – γ : CONCLUSIONI.]

 

Heimann aprì il portasigarette d’argento e se ne accese una contando le boccate di fumo che lo separavano dal ritorno del suo giovane attendente.  Il tempo di chiudere le poche cose che non erano state portate via in un’anonima valigetta di pelle sintetica e il vecchio ufficiale udì di nuovo il rumore dell’ascensore automatico. Spense con calma la sigaretta, si infilò il cappotto e il berretto da colonnello e iniziò ad infilare i proiettili nella pistola d’ordinanza che aveva tenuto nel cassetto. Solo un cattivo ufficiale se ne sarebbe andato così, senza la sua arma, e Ludwig Heimann sarebbe rimasto fino alla fine un ufficiale impeccabile, nonostante i suoi intendimenti, nonostante fosse determinato a tradire tutta la sua vita precedente in nome di un’astratta verità. Era arrivato appena al primo proiettile quando sobbalzò tanto da far cadere tutti i restanti sul pavimento. Il sensore sonoro lo aveva bruscamente avvertito che la persona appena uscita dall’ascensore era ora entrata nello studio. Il tenente Graf era sulla soglia, ansimante. L’uniforme era lacera e coperta di sangue, la parte destra del viso irriconoscibile, come se gli fosse stata strappata da unghie mosse da una forza diabolica e insana. “Tenente… Franz. Cosa è successo? Mi dica qualcosa…” Il tenente non rispose. Franz Graf, 24 anni, non avrebbe più risposto a nessuna domanda. Mai più. Gli ultimi suoni che aveva emesso in questo mondo erano state delle grida laceranti sette piani più in basso, qualche minuto prima. L’infezione, come Heimann aveva chiamato in ultimo il mostro che lui stesso aveva creato, era arrivata dunque anche ai piani alti, nell’ultimo palazzo di Berlino. Gli venne naturale tornare ancora una volta con la mente a Dachau e ai suoi orrori, anche se questa volta l’amarezza fu accompagnata da una punta di involontario sarcasmo. “Andatura dinoccolata, quasi scimmiesca… Tutte le funzioni vitali, compreso il respiro, sono perfettamente simulate da residui impulsi nervosi, ma il soggetto, nonostante si muova e sia guidato da un illogico ed insaziabile istinto di cannibalismo, non è tecnicamente da considerarsi vivo. Esperimento riuscito.” Sbuffò. “Mi ha sentito? Esperimento riuscito tenente Graf.” Il braccio lungo e magro del vecchio colonnello delle SS si protese in avanti verso quello che restava del suo pupillo, con la Luger in pugno brandita come avrebbe fatto un esorcista con la croce di fronte al suo demone da abbattere. “Un solo colpo. Sei fortunato ragazzo, non rimarrai in questo stato, tra poco sarà tutto finito e io potrò presto togliermi questo peso dall’anima. La gente saprà. Saprà finalmente di chi è la colpa di tutto questo… E forse qualcosa cambierà.” Il mirino della pistola puntò direttamente alla nuca del cadavere animato che un tempo aveva avuto il nome di Franz Graf, il giovane idealista che Ludwig Heimann già aveva pensato al suo fianco, una volta sulla Luna, nel momento della verità. “Perdonami Franz…” mormorò a denti stretti il vecchio mentre il dito ossuto già carezzava il grilletto. Ma Heimann non sparò. Dei clamori venivano dalle scale che portavano allo studio al dodicesimo piano, uniti a raffiche e spari lontani, sempre più radi. Centinaia di gole urlavano suoni inumani e scimmieschi, Fafnir era giunto a lui e veniva a prenderlo per trascinarlo all’Inferno. In meno di un minuto la porta automatica fu bloccata da centinaia di corpi affamati che avrebbero dovuto stare sottoterra e che invece si trovavano lì pronti ad ucciderlo e la masnada sciamò nello studio portando con sé il fetore della decomposizione. Divise lacere delle SS di guardia al palazzo, corpi ignudi appena coperti dai resti degli stracci dei campi di concentramento, civili che fino a poche ore prima si erano aggrappati alla sciocca speranza di salvare qualcosa della propria vita. Il nefando risultato dell’interazione dei geni corrotti di un’antica razza aliena con le nostre cellule in decadimento era giunto infine a portare la morte al suo creatore. Heimann fece allora due passi indietro, e fissò la canna della sua Luger MK5, mentre il tenente Graf arrancava goffamente ormai a poco più di un metro da lui, lasciandosi dietro una scia di sangue. “Non mi sarà permesso di espiare a quanto pare. Ma c’è ancora la registrazione, qualcuno prima o poi la troverà…” Il colonnello premette il grilletto e il buio scese per sempre su di lui e sulla verità.

Dieci minuti dopo uno sparo solitario proveniente dagli uffici dell’ultimo piano, e dopo aver visto il tetto del grattacielo di Tiertgartenstrasse brulicare di una moltitudine di cadaveri rianimati, gli uomini della Lancia inviata dalla Caligola comunicarono agli ufficiali della nave che non c’era nessun superstite da portare a bordo e rientrarono. Due settimane più tardi, l’Alto Commissario del Reich dalla colonia in orbita attorno al satellite Europa di Giove comunicava agli alleati delle Forze Unite dell’Asse la decisione dolorosa di bombardare a tappeto Berlino con testate nucleari e cancellarla dalla carta geografica. Ancora nel 2189 nessun essere umano delle 47 colonie del Reich aveva rimesso piede sul suolo terrestre.

 

***

Postato da: Pickett alle 22:20 | link | commenti |
racconti, aggiornamento 46