Leggende dalla Cripta di Cthulhu

Racconti di Simone Ceccano e Luca Nisi liberamente ispirati all'universo del maestro H.P.LOVECRAFT

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lunedì, 03 agosto 2009
Racconto: LA VERA STORIA DELLA LEGIO XXX ULPIA VICTRIX

LA VERA STORIA DELLA LEGIO XXX ULPIA VICTRIX

Un racconto di Luca Nisi

 

 

 

“Sii silenzioso, sii tranquillo.” - “Lo sarò quando la morte verrà a prendermi.” Tiberio prese delle pigne verdi e le gettò nel fuoco per farlo ardere. La notte era gelida, nonostante gli effetti del vino avessero riscaldato il loro sole interiore. C’era la nera foresta di fronte a loro e, nell’oscurità, di tanto arrivavano rumori sinistri ed ululati che tagliavano in due l’armonia del campo. “Questa foresta è una splendida tomba dove adempiere il nostro destino.” Sospirò Caio adagiato sopra ad un letto fatto di pelli e stracci. Tiberio rise, come faceva di solito, con quella sua risata grassa e coinvolgente;  il suo volto, marcato d’anni di battaglie, era appena illuminato dalla luce fioca di una fiaccola. D’un tratto, il vento della notte risalì lungo la valle fino a minacciare la fiamma delle sentinelle romane. Tiberio arrestò la sua ironia e con gli occhi del soldato trapassò il buio verso l’infinito. “Che succede?” Disse Caio accarezzando l’amica spatha. Tiberio rimase con lo sguardo fisso nella notte. “E’ la notte, è popolata di piccoli...” Tiberio non terminò la frase, fu interrotta dal passaggio della ronda. “Ave Tiberio.” disse un giovane legionario attraversando la lunga strada che divide l’accampamento dalle sentinelle. “Ave Sextus.” Rispose Tiberio. Si scambiarono alcune parole mentre Caio continuava a coccolare la spada che lo aveva salvato in tante battaglie. Dopo alcuni minuti, la ronda continuò il suo giro. Tiberio prese altre pigne ed alimentò di nuovo il fuoco. “All’alba avanziamo verso nord.” Disse Tiberio  non staccando mai i suoi occhi neri dalla foresta. Caio da sdraiato passò seduto, usando le pelli come cuscino. “Sai fratello, per me è poesia marciare al suono dei corni, sotto i nostri stendardi, battendo la spatha sullo scudo, facendo tremare la terra sotto i nostri piedi.” Tiberio annusò l’aria, come fanno i cani quando cercano sotto vento l’odore della preda. “Tiberio, riversi tutta la tua anima nell’aria fredda e tenebrosa di questa notte. Fratello, oltre agli alberi e la luna nel cielo, non c’è niente da temere nella foresta.” Tiberio si accarezzò il viso, lasciando che le dita sporche di terra, traessero sollievo sfiorando la barba. “Caio, ti ripeto, ancora una volta, soprattutto in notti come queste con la luna semi piena, sii silenzioso, sii tranquillo.” Caio Lucio Lucido aveva appena diciassette anni, eppure per molti era già un veterano della XXX Ulpia Victrix, mentre Tiberio era un mercenario che aveva affrontato tante battaglie. Di notte, quando il vino lasciava le sue prigioni e scorreva lungo le gole secche dei legionari, da Tiberio si ascoltavano storie incredibili ambientate in Mesopotamia, Egitto e Palestina: gesta di grandi guerrieri di dei perduti e femmine orientali bellissime con poteri straordinari, racconti di città scintillanti con palazzi d’oro ed ambra. Caio era rimasto subito affascinato da Tiberio e, grazie alle sue storie, sognava di passeggiare lungo le vie di Edessa, Singara e di Gerusalemme. Tiberio era un tipo alquanto solitario, ma con il vino ed i suoi incantesimi, si lasciava andare raccontando innumerevoli storie, alcune veramente terrificanti. Caio amava le gesta di un antichissimo guerriero solitario che morì divorato vivo da mille uccelli neri, perché innamoratosi della donna di un sacerdote egiziano.  “Cosa cerchi nella notte Tiberio?” Chiese il giovane romano. Tiberio fissava la foresta, guardava  immobile un punto diversi metri di fronte a lui. “Hai pura dell’ignoto Caio?” Chiese Tiberio. “Sono un soldato Romano. Non ho paura di niente e di nessuno. Che Nettuno mi sia testimone.” Tiberio gli fece cenno di seguirlo verso il fuoco. Lì fece in modo di abbassare la fiamma rendendola quasi un lumicino. Poi, spense la fiaccola e chiese a Caio di seguirlo tranquillo e silenzioso. I due legionari si addentrarono alcuni chilometri nella foresta, camminarono lungo una pista battuta nelle ore precedenti dalle ronde. Ad un certo punto, Tiberio si fermò e si chinò, nascondendosi dietro un grande albero; Caio fece come il suo commilitone. Dopo minuti interminabili di silenzio, Tiberio sotto voce si rivolse a Caio: “Siamo nella giusta scia del vento, non può sentirci per ora.” Caio non capiva. Così, Tiberio allungò la mano in direzione di un vecchio tronco cavo. “Guarda dentro il tronco” disse Tiberio. Caio aguzzò la vista e vide due occhi brillare nell’oscurità. “E’ solo un coniglio” sussurrò il ragazzo. Tiberio gli afferrò il braccio e gli suggerì di andarlo a prendere, però prima gli consigliò di riflettere se vivere senza una mano sarebbe stata una scelta giusta. Caio sembrava scocciato dalla presa in giro di Tiberio, così si liberò dalla presa dell’uomo e si avvicinò verso il tronco. La luce della luna illuminava a malapena la foresta. Si avvicinò lentamente quasi volando sul terreno ad un metro dal tronco cavo, sguainò la spatha dalla cintura, ma, nello stesso istante, la luce della luna rifletté sull’arma finendo proprio nell’interno del tronco. Caio urlò a squarcia gola, vedendo cosa si nascondeva nell’albero. Un grido di paura così agghiacciante da allarmare le altre sentinelle. Solo la bravura e la tempestività di Tiberio evitò che i due venissero trafitti dalle frecce delle solerti guardie romane. Quando i due soldati rientrarono al loro accampamento, Caio era ancora scosso, non riusciva a smettere di tremare, ci vollero due calici di vino rosso per farlo tornare alla realtà.

 

“Vieni Caio, la lupa ha fame.” Caio e Tiberio si avviarono verso il campo dopo aver avuto il cambio di sentinella. Caio traballava e Tiberio gli consigliava di non pensarci. Intanto dal grosso tronco cavo un piccolo coniglio bianco uscì nell’oscurità. Effettivamente nella notte Caio aveva riconosciuto gli occhi di un coniglio, ma nella realtà Tiberio gli aveva indicato ben altro, un qualcosa di sconosciuto per Caio, così spaventoso da farlo urlare di paura. Qualche settimana prima la Legione XXX Ulpia Victrix aveva trovato il cucciolo di una lupa, probabilmente si era perso o era l’unico superstite di una cucciolata sterminata da qualche nemico nella foresta. Per i muli di Traiano, un incontro del genere non poteva passare inosservato. Come segno di fortuna e vittoria, la lupa fu subito adottata dalla legione ed affidata a Tiberio e Caio e l’animale si era subito affezionato ai due uomini. E dopo aver sconfitto la diffidenza degli animali selvatici sugli umani, si faceva accarezzare ed accudire dai legionari romani. Caio le diede il nome Minervina , in onore della Dea Minerva. Aveva un bel muso color marrone con il pelo bianco e nero che si alternava a delle grandi macchie marroni, gli occhi erano gialli come l’ambra. Sempre affamata, Minervina aspettava ogni volta con ansia l’arrivo dei suoi nuovi padroni, così, quando apparvero nel suo specchio visivo, la lupa cominciò ad ululare di gioia. Caio tagliò un po’ di carne cruda e la gettò tra le giovani fauci di Minervina,  la lupa afferrò la carne e cominciò a divorarla frettolosamente. “Dopo stanotte le fauci di Minervina mi fanno meno paura.” –Sospirò Caio. Tiberio che si era disteso cercando un po’ di quiete rispose immediatamente. “Insomma Caio, hai ceduto alla tua curiosità ed ora te ne penti?” Caio continuava ad osservare la sua giovane amica assalire la carne, ma rispose ancora. “Tiberio, cos’era quella cosa nel tronco? Il solo ricordo mi contorce le budella, solo Giove mi è testimone di quell’orrore.” Tiberio rise, mentre cercava una posizione più comoda per prender sonno. “Vedi Caio, probabilmente per te quella cosa era strana e mostruosa, magari per altri popoli quella cosa aveva una forma semplice e naturale.” Caio non rispose, ormai Bacco aveva preso il sopravvento e presto sarebbe giunta l’alba. I due dormivano sotto l’occhio vigile di Minervina, l’indomani la XXX Ulpia Victrix avrebbe ripreso a marciare nella sua campagna contro i Daci. Alcune ore dopo, il sole era sorto e l’aria della mattina era frizzante. Il cielo era limpido ed il suono dei corni echeggiava potente lungo tutte le fila della legione che marciava unisona verso nord, all’orizzonte un grande lago e a est delle montagne dall’aria minacciosa. Tiberio e Caio attraversavano la foresta rimanendo nelle retrovie, con i carri e le bestie. Tiberio chiamò vicino a sé l’amico. “Ragazzo, posa i tuoi occhi fissi su quegli alberi.” Tiberio indicò degli alberi in lontananza i cui rami che al vento curvavano in modo armonioso. Gli chiese  di osservare  i loro gemiti e le loro oscillazioni, di entrare in armonia con loro. “Caio se riesci a far diventare tue queste sensazioni riuscirai a comprendere anche la cosa che hai appena intravisto l’altra notte.” Caio si fermò alcuni istanti ad osservare quegli alberi violentati dal vento, istanti simili all’eternità. Nonostante la sua giovane età, Caio era più desideroso di affrontare i Daci che apprendere i segreti che Tiberio gli voleva svelare. Marciarono per tutto il giorno, affrontando la foresta e guadando dei ruscelli, fiancheggiando la riva di un grande lago, fino a quando il mondo sopra di loro si fece di tenebra. Il sole morì all’improvviso dentro il lago e la notte, buia come una tomba, avvolse tutta la legione. Le stelle in cielo brillavano come le zanne appuntite degli animali sconosciuti visti nei giochi a Roma, e quella palla che chiamavano Luna si rifletteva nel lago, disegnando scenari indimenticabili a qualsiasi uomo dotato di una coscienza.

 

Caio fu svegliato dall’ululato di Minervina che pian piano si allontanava. Come si accorse che la giovane Lupa era scappata, Caio afferrò una fiaccola e corse nella tenebra alla ricerca del sua giovane amica. Il frastuono che fece Caio destò Tiberio dal sonno, subito prese anche lui a rincorrere i due.  La notte è sempre una cosa strana nella foresta, era buio pesto là fuori e rincorrere un lupo era ancora più difficile. Avevano cambiato direzione almeno tre volte, ma non riuscivano a vedere bene, la luna se pur alta non riusciva ad illuminare la notte. Evitavano di urlare perché la lupa si era inoltrata nella parte ancora inesplorata dalla legione romana, il lago era lontano ed ora i due affrontavano il bosco verso le montagne. All’improvviso un ululato familiare li fece sobbalzare, i due estrassero la spatha e si avventurarono verso una sporgenza rocciosa. Le grida della lupa scomparvero, davanti a loro una caverna buia e misteriosa giaceva indisturbata chissà da quanti secoli. Si addentrarono nell’antro, spinti in parte dalla ricerca di Minervina e in parte dalla curiosità che giace addormentata nello spirito degli uomini. Appena si addentrarono nella caverna, si resero conto che non erano i primi uomini ad aver camminato in quei luoghi lugubri. Lungo le pareti i segni dei primati o di qualche barbaro erano evidenti, disegni incomprensibili decoravano gran parte delle mura della caverna. Una serie di cunicoli tagliavano la strada principale; più che una caverna, sembrava un labirinto di roccia. Tiberio continuava a camminare come spinto da un richiamo sconosciuto, sembrava il protagonista di uno dei suoi racconti. Caio invece cominciava ad avere delle difficoltà a respirare, così Tiberio gli aveva suggerito di tornare indietro. Ma un giovane romano non poteva tirarsi indietro, il coraggio avrebbe sopperito alla difficoltà nel respirare. Dopo alcuni chilometri percorsi nella caverna i due romani si erano ufficialmente persi. L’idea di ritrovare Minervina era sparita ed ora avevano anche un grande problema: erano incerti sulla strada del ritorno. Erano tornati indietro ma davanti ad un bivio  si erano fermati, erano confusi e non riuscivano a ricordare da quale delle due strade erano giunti. Lì Tiberio prese un sacchetto che teneva nascosto nella cintura. Conteneva  diversi scarafaggi. “Seguiremo loro, ci porteranno direttamente all’uscita.” Caio era perplesso: come potevano quelle orribili creature riportarli alla luce gentile della luna? Tiberio sosteneva che quegli esseri percepiscono il pericolo e di conseguenza si indirizzano verso le vie di fuga. Gli insetti scelsero il corridoio di destra e gli uomini in silenzio li seguirono. Era un corridoio lungo e stretto, molte volte nel percorrerlo i due dovettero strisciare, la fiaccola che avevano con loro per diverse volte fu sul punto di spegnersi. Strisciarono a lungo fino a quando giunsero in una piccola sala e lì fecero un’incredibile scoperta. I due uomini trovarono un altare. Un altare di marmo bianco con sopra incisioni in una lingua sconosciuta. Caio era confuso e cominciava a non sopportare più l’idea di trovarsi imprigionato là dentro. Tiberio come rapito dal ritrovamento cominciò a blaterare parole incomprensibili, iniziò a sfiorare l’altare come fosse un corpo di donna. Caio intravide un altro corridoio ed invitò Tiberio a seguirlo per cercare l’uscita. Tiberio non lo stava ad ascoltare e come un bambino si spingeva in voli pindarici su quell’altare. Gli occhi erano fuori dalle orbite per la gioia, Tiberio dentro di se sapeva di aver trovato l’antico altare del Dio Perduto, chiamò Caio e gli raccontò d’un fiato cosa pensava di aver scoperto:

 

…Eoni ed eoni fa un potente Dio aveva  cavalcato le stelle a bordo di una grande carrozza alata ed aveva posato il suo sguardo su una verde foresta incontaminata. Un paradiso vergine da qualsiasi essere, lì decise di fondare e di costruire una grande civiltà, così scelse delle scimmie bianche come suoi schiavi, regnando per millenni sopra quelle terre verdi e quegli azzurri cieli. Fino a quando uno dei tanti sovrani delle scimmie decise di ribellarsi al Dio e di rinchiuderlo in un altare magico ed abbandonarlo vivo in un luogo sconosciuto…

 

 

“Tiberio, questa è solo una delle tue tante storie, racconti per far addormentare i legionari.” Caio continuava a scuotere la testa, ora davvero respirava faticosamente. “Qualsiasi cosa sia quel pezzo di pietra non mi interessa, voglio solo rivedere le stelle.” Tiberio era totalmente preso da quel’altare che non fece caso alle parole di Caio, anzi, si avvicinò alla struttura e notò al centro sopra di essa una grande lastra di un vetro scuro che racchiudeva qualcosa. Con tutte le sue forze la spostò, aprendo una varco nell’altare. Caio fissava l’amico incredulo. “Allora cosa c’è dentro?”  Chiese il ragazzo. Tiberio osservava l’apertura, si fece coraggio ed avvicinò la fiaccola per vedere meglio. Dopo interminabili minuti di silenzio un soffio si levò dal pertugio. Di colpo Tiberio fece un passo indietro e la fiamma illuminò qualcosa che usciva lentamente dall’altare.  Qualunque cosa fosse, quell’essere strisciava lungo l’altare fino a toccare terra. Una cosa nera e amorfa che tuttavia ad ogni movimento cambiava forma. Caio era bloccato dalla paura mentre Tiberio osservava l’essere procedere fuori dalla sua prigione.  Tutto accadde in un istante, l’essere si fiondò su Tiberio ricoprendolo completamente, era diventato in un attimo: un uomo nero. Caio urlò di paura e nonostante avesse la  spatha nella cintura, iniziò a correre senza mai voltarsi, dietro di lui quello che una volta era Tiberio cominciò a rincorrerlo. Caio sentiva un respiro affannato che lo inseguiva, non aveva coraggio a voltarsi, cercava solo di correre e pregava Giove di fargli trovare l’uscita. Caio in preda al panico e solo con l’istinto come alleato riuscì a trovare una via di scampo e dopo essersi arrampicato su delle radici che avevano spaccato parte di una parete,  finalmente trovò la libertà. Per sua mala sorte era ruzzolato a terra e si rese conto si di aver trovato le stelle, ma di essere finito in un vicolo cieco. Davanti a lui una parete rocciosa e dietro di lui un ruscello. Caio non sapeva nuotare e cominciò ad osservare preoccupato la crepa sul muro. Dopo alcuni attimi di silenzio, l’essere apparve, discese facilmente la parete di roccia e si avventò su Caio. Il ragazzo sguainò la spatha e cercò di colpire quell’essere nero come la morte. La fredda lama trafisse la creatura ma non recò nessun danno, quella cosa amorfa non ebbe nessun sussulto, continuava ad avanzare ed emettere quel rumore sinistro tale e quale ad un respiro affannato. Caio tentò di nuovo di affondare la spatha al centro del petto dell’essere, ma la spada venne risucchiata all’interno del mostro. Caio era ad un metro dal fiume ed un metro dalla morte. L’essere era pronto ad attirarlo a sè quando dal crepaccio apparve Minervina, che con un balzo si avventò contro la creatura. Le zampe anteriori della lupa la spinsero in acqua, Caio riuscì a schivarlo e con la forza della disperazione si allontanò dalla riva. L’essere che ora giaceva nelle acque del ruscello era immobile. La forte corrente del fiumiciattolo si avventò su di esso e come per magia la forza dell’acqua cominciò a lavare il corpo di Tiberio da quella cosa nera. Era un astuto ruscello, ripuliva il corpo di Tiberio con una solerte precisione. Nel giro di un’ora il ruscello aveva ripulito completamente Tiberio. Minervina continuava a ringhiare contro l’essere disteso nel fiume, Caio intanto aveva risalito la parete e raggiunto il campo per chiedere aiuto. Quando i legionari romani alle prime ore dell’alba vennero portati sul luogo, Minervina era scomparsa di nuovo e lo scheletro di un uomo giaceva inerme nel ruscello. Gli uomini interrogarono tante volte Caio chiedendogli: come quello scheletro poteva essere Tiberio? Le sue carni dov’erano? I Romani non trovarono nessuna risposta. Portati davanti all’altare del Dio Perduto, richiusero la prigione del dio, dopo bloccarono l’entrata della caverna e ripreso la loro marcia verso i nemici Daci.  Diversi giorni più tardi, la Legio XXX Ulpia Victrix, fondata appositamente dall’imperatore Traiano per la campagna in Dacia per catturare il famoso tesoro di Decebalo, si fermò lungo la riva del Danubio. I legionari erano intenti a rifocillarsi con l’acqua gelida della Transilvania. Sextus si avvicinò a Caio che era ancora provato dagli eventi che avevano portato la prematura dipartita di Tiberio. Il legionario porse dell’acqua del fiume a Caio, il ragazzo portò il calice alla bocca quando si rese conto di filamenti neri insudiciare l’acqua. Ritrasse il calice e il suo sguardo cadde lungo i soldati che si rinfrescavano con quell’acqua. Avrebbe voluto urlare per avvertire i suoi compagni, invece rimase tranquillo e silenzioso, come tante volte Tiberio gli aveva suggerito. La prima campagna di Dacia si risolse con l’assedio della capitale dacica, poi nella seconda campagna Roma trionfò con il suicidio di Decebalo e la conquista della Dacia. La storia di queste vittoria fu scritta in persona dall’imperatore Traiano, gesta che non potevano più esser raccontate da uomini come Tiberio, ma vittorie per sempre incise nella pietra nelle raffigurazioni scolpite sulla Colonna Traiana a Roma. XXX Ulpia Victrix aveva come emblemi della legione gli dei Nettuno e Giove, oltre al capricorno, ma per uomini come Caio, gli unici emblemi della legione erano l’ululato di Minervina e il demone nero che Tiberio aveva rilasciato nell’affluente del Danubio in modo da rendere i suoi commilitoni invincibili per i Daci ed immortali per la storia.

 

***

Postato da: Pickett alle 15:18 | link | commenti |
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venerdì, 07 agosto 2009
Poesia: LA GUERRA E' FINITA

LA GUERRA E’ FINITA

 

Una poesia di Simone Ceccano

 

 

 

La guerra è finita amore mio di un tempo,

i fucili son rotti, le insegne spezzate,

gli stendardi pietosi sudari su morti senza nome.

 

La guerra è finita amore mio di un tempo,

torno vivo in una casa vuota, tra l'edera

e l'ortica che ricopre la tua tomba silenziosa.

 

La guerra è finita amore mio di un tempo,

vinta o persa ormai che importa?

Ritrovo la pace della mia casa anche se tu non sei più.

 

Perché la guerra è finita, amore mio.

Apristi la nostra casa a soldati in fuga

Mentre lontano non potevo udire il tuo grido

E ora sei morta mentre io ancor vivo.

 

E sul tuo tumulo silenzioso, amore mio,

Pianterò un giardino e alberi e fiori

E il tempo porterà via il ricordo del tuo nome

E così le grida, il sangue e il tuono del cannone. 

 

***

Postato da: Pickett alle 12:31 | link | commenti |
poesie, aggiornamento 50

giovedì, 22 ottobre 2009
Editoriale: LEGGENDE DALLA CRIPTA DI CTHULHU parte LI

 lovecraftcountry.jpg

 

Percorrendo le vie dell'ignoto, che da Arkham costeggiano  il fiume Manuxet in direzione Innsmouth, all'altezza delle Essex Falls, su di un'area di circa X metri quadrati potete vedere degli scavi archeologici che hanno portato alla luce una serie di tombe di una Necropoli sconosciuta, risalente  a molto prima del 1643, anno di fondazione della vicina città di Innsmouth. Grazie all'intervento di due coraggiosi archeologi,  è stato possibile recuperare scritti di fondamentale importanza per decifrare dove sono i passaggi ed i metodi per raggiungere il mondo del tenebre. Bisogna evidenziare che gli archeologi hanno scarsissime risorse a disposizione per questo tipo di attività, ma nonostante ciò riescono a conseguire sempre ottimi risultati. Il Professor Lawrence Noir, responsabile archeologico del Museo Pickman di New York, ha dichiarato che: "Grazie a questo ritrovamento è oggi possibile, in parte, arricchire il quadro delle nostre conoscenze e precisamente l'aspetto che questo tratto di campagna doveva avere in età pre-industriale. Dall'arrivo dei coloni olandesi e la realizzazione poco più a est della città di Innsmouth , tutta l'area venne investita da un processo di profonda trasformazione. La quantità dei materiali ritrovati  è molto rilevante,  grandissime sono le possibilità di approfondire la ricerca storica, per certo le prime traduzioni parlano di una grande cripta devota ai seguaci di Cthulhu, un nome ormai lontano dalla Leggenda ma vicinissimo alla realtà."

 

E' ancora possibile scaricare l'Ebook gratuito, contente i nostri racconti dei primi quattro anni di vita del blog, edito dalle Edizioni Scudo. 22 racconti, copertina di Luca Oleastri, 107 pagine A4, 7 illustrazioni a colori di Luca Oleastri!

SCARICA L'EBOOK

Postato da: Pickett alle 20:21 | link | commenti |
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domenica, 08 novembre 2009
Poesia: SUICIDIO

SUICIDIO

 

Una poesia di Luca Nisi

 

 rainr.jpg

 

Cerco un riparo da questa bellissima pioggia...

 

Un riparo dov'io possa ascoltare questo malinconico inverno,

dove la mia anima possa piangere,

perché non mi è mai dispiaciuto farlo.

 

La vita è una tensione così fragile,

non concede mai una seconda opportunità.

Dentro di me, un tenue ricordo: un suicidio lontano.

 

Non svegliatemi, nemici miei,

lasciatemi riposare in questa oscurità,

perché anche la morte ha un’ombra.

 

***

Postato da: Pickett alle 14:56 | link | commenti |
poesie, aggiornamento 51

martedì, 10 novembre 2009
Racconto: IL CANTO DEL LEVIATANO - quinta parte

IL CANTO DEL LEVIATANO

 

Un racconto di Simone Ceccano

 

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V

 

"L'enigma del peschereccio scomparso" 

 

Io e Mustapha saremmo partiti da Socotra quattro giorni dopo il mio arrivo, un giovedì di inizio estate dell’anno 199X. Il cielo non era totalmente sgombro, ma le correnti che avevano reso il mare così turbolento parevano essersi calmate e Marcelo stava facendosi sempre più impaziente ora che il mio arrivo sembrava imminente. Lo avevo sentito la sera prima via radio per una breve conversazione e mi era sembrato completamente diverso da come lo ricordavo. Sembrava sovraeccitato, quasi invasato, atteggiamenti totalmente alieni alla sua personalità calma e pacata di studioso. Non esagero se dico che già non mi sembrava più lui. La sua voce era divenuta tremolante e ripeteva in modo ossessivo di non vedere l’ora di farmi toccare con mano gli incredibili progressi delle sue ricerche, progressi che si era ostinato a non volermi rivelare, se non quando saremmo stati finalmente faccia a faccia. L’enigmatico marocchino aveva più volte scosso il capo e mostrato espressioni di disappunto ogni volta che il professor Odissei aveva alzato il volume del suo nuovo tono di voce, ora stridulo e stentoreo, dall’altro capo della vecchia ricetrasmittente montata sullo yacht. Dopo aver acquistato maggior confidenza, decise di liberarsi da quel peso e vuotare il sacco. A quel punto, dopo un paio di allegre nottate passate in un piccolo locale sulla spiaggia di Habidu, Mustapha sentiva di potersi fidare di me e rivelarmi le sue perplessità sulle misteriose ricerche in cui era impegnato Marcelo. La mia prima conversazione seria con quello strano individuo avrebbe avuto luogo sul ponte del suo yacht, la mattina stessa della partenza. Avevamo lasciato da mezz’ora la rada di Ghubbat Qurmah per un giro antiorario attorno all’isola. Prima di intraprendere la lunga traversata, avevo insistito per vedere i due isolotti che i primi esploratori avevano battezzato “I Fratelli”. Con l’immaginazione ancora solleticata dal racconto di Sinbad, desideravo in particolar modo vedere l’affascinante spettacolo di Darsah illuminata dai primi raggi del mattino. L’imponente silhouette di Mustapha era sbucata improvvisamente alle mie spalle, quasi senza fare rumore, fumando distrattamente una pessima sigaretta egiziana. “L’ho vista perplessa dopo la conversazione via radio di ieri notte. Mi creda, ne ha tutte le ragioni. Il suo amico professore sta perdendo la testa monsieur. Mi perdoni se mi permetto di dire queste cose. L’ultima volta che l’ho visto, due settimane fa, mi era parso visibilmente provato. Anzi, più che altro direi sconvolto! Avevo appena fatto una puntata a Saint Thomas per portargli nuove provviste e gli ultimi giocattolini tecnologici che gli avevano inviato i suoi amici governativi da San’a. Mi dia ascolto. Il suo amico ha bisogno di una vacanza. In quell’isola si rischia di impazzire, specie dopo le ultime cose successe in questi mesi…” Trasecolai di scatto, mentre mordicchiavo sovrappensiero la pipa, incantato dagli splendidi miraggi di quel panorama esotico. L’imbarcazione di Mustapha era appena scossa dalle piccole onde sul mare scuro, retaggio della breve burrasca dei giorni scorsi. Alla nostra destra, in basso, ci eravamo già lasciati alle spalle i due isolotti: lo scoglio brullo e roccioso di Darsah, a tratti punteggiato da verdi macchie di vegetazione, e la più lontana Samhah, con il suo piccolo villaggio di pescatori dalle capanne basse e squadrate di mattoni grigi. Alla nostra sinistra, a 1530 metri d’altitudine, pesanti banchi di nubi cariche di pioggia oscuravano quasi completamente i pinnacoli dello Jabal Haggier, il massiccio montuoso che domina la parte nord-occidentale di Socotra. “Perché?” risposi “Cos’è successo in questi ultimi mesi? E soprattutto, di cosa diavolo si sta occupando precisamente Marcelo a Saint Thomas?”. Il gigante marocchino scosse la testa. “Per quel che riguarda la seconda domanda speravo mi rispondesse lei. In quanto alla prima… Beh, ha visto tutte quelle donne coperte da capo a piedi che stamattina si affollavano attorno alla banchina? Ci hanno quasi circondato e ci tiravano gli abiti da tutte le parti, quasi non volessero farci partire. Mi ha chiesto chi erano e che cosa volevano e io gli ho risposto che ne avremmo parlato dopo. Allora, quelle sono le madri e le mogli di una trentina di pescatori scomparsi circa sei mesi fa. Una decina di famiglie dell’isola si era messa insieme per ristrutturare una vecchia nave da carico di origine sovietica, un rottame lasciato in eredità dal precedente regime comunista. Qui non c’è una vera industria della pesca. Quella gente, trasformando quella nave in un grande battello per la pesca a strascico, pensava di aver fatto la propria fortuna. Invece cosa accade? La nave si dirige parecchie miglia a Est, avvertita da altre imbarcazioni che avevano avvistato in quella direzione una sagoma enorme, a basse profondità, quello che sembrava essere un gigantesco banco di pesci. Cosa curiosa, perché le acque attorno a Saint Thomas sono stranamente sempre evitate dai grossi branchi. E’ notte quando la nave è in prossimità dell’obiettivo e qualcosa la fa colare a picco. Si, mi ha sentito bene. La guardia costiera ha detto che l’Hadramauth è andato a finire contro gli scogli. E’ affondato in fretta perché lo scafo era troppo vecchio. Ma la nave è sparita, monsieur! Scomparsa nel nulla con tutto l’equipaggio. E Allah mi sia testimone, una nave così grossa non può dileguarsi così come se non fosse mai esistita! Non era mai accaduta qui una cosa del genere. Si stupisce a questo punto se le dico che la gente mormora strane voci su un’antica maledizione attorno a Dejabar e una connessione tra questo, il naufragio, e l’arrivo del professor Odissei e del suo staff sull’isola appena una settimana prima del disastro?” [continua…]

 

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Postato da: Pickett alle 09:34 | link | commenti (1) |
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