Leggende dalla Cripta di Cthulhu
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La porta dell'Inferno è stata varcata *loading* volte...


Eccoci arrivati al penultimo aggiornamento estivo di questo blog. Per scusarmi del ritardo (dovuto alla mia laurea) sarà un aggiornamento piuttosto sostanzioso. Tra una settimana o due pubblicherò l'ultima parte de "Il verme è nella mela" e un'altro racconto breve che vi terrà compagnia per il resto dell'estate, garantendovi sicuramente delle calde e piacevoli notti piene di incubi. Per questa settimana termina "L'antiquario", vi farò leggere "Malvagio" che, pur non inserendosi nel ciclo di racconti ispirati ai Miti di Cthulhu, ritengo meriti essere posto alla vostra attenzione. Dulcis in fundo assistiamo ad un nuovo capitolo dell'incredibile avventura del tenente Klenze. Secondo il mio onesto parere Luca Nisi si è ispirato chiaramente a David Bowie nel costruire il personaggio di Bellerofonte... Che ne pensate? Fateci sapere e come ormai consueto... Buona lettura!
***
IL VERME E’ NELLA MELA
Un racconto in quattro parti di Luca Nisi

Ormai ho perso la cognizione del tempo; non posso essere preciso da quanto tempo io sia in questo mondo sotterraneo, la mia barba lunga mi fa indurre a pensare almeno a due settimane; ora comincio a sospettare che sia una prigionia molto velata. I miei tentativi di convincere questo antico esercito ad unirsi a noi è completamente fallito: non sembra interessargli la vita al di fuori. Passo le mie giornate nel vano tentativo di trovare un’uscita, oltre a quella della piccola porta. Purtroppo, un'entrata a volte non è anche una via di fuga.
Si, scappare ora è quello che desidero. Qui probabilmente finirò con l’impazzire. Non posso lamentarmi per come vengo trattato: alloggio in un palazzo (tra parentesi l’unico dotato di almeno una porta); il vitto consiste in acqua e dei frutti neri, che prima d’ora non avevo mai assaggiato; li trovo ad ogni mio risveglio (non sogno più e quasi mi sembra neanche di dormire) in un piatto d’oro vicino al mio letto. Vivo in un palazzo dove qualsiasi cosa è fatta d’oro, dal letto ai tavoli ai piatti alle scale. Impressionante... Non oso rubare nulla, perché non è nel mio stile e poi perché, in qualche modo, sono debitore a questi diavoli.
Ho fatto delle richieste: la prima di poter togliere il disturbo, ma non c’è stata risposta; la seconda di poter avere delle sigarette e, non so come sono stato accontentato, ma ho le mie sigarette! Passo il mio tempo lontano dai miei cari, dai miei doveri, all’interno di questo palazzo. Qui, oltre al cibo e ad un letto, ho trovato una vastissima biblioteca. E' una stanza enorme, alta, saranno almeno quattro metri; al centro, una scala a chiocciola che porta al secondo livello. Tutti i volumi sono numerati in romano, soltanto qualcuno è accessibile, molti sono rinchiusi (come me) dietro teche; quelli abbordabili sono tutti scritti in latino e greco o altre lingue credo molto antiche; tutti sono privi di figure. Potrei dire che ci sono custoditi milioni di volumi... Proprio mentre tentavo di decifrarne qualcuno, finalmente, dopo secoli di silenzio, una voce come un sussurro infranse la quiete idilliaca della città di marmo.
“Herr Klenze, finalmente...” Immaginatevi di fronte ai miei occhi l’essere umano femminile o maschile più ambiguo che io avessi visto in tutti i miei ventotto anni di vita: vestito di bianco e scalzo, con lunghissimi capelli bianchi che arrivano quasi a terra, due occhi rossi che non lasciavano commenti. Era molto alto, il viso era talmente particolare che non saprei definire la sua origine su questo pianeta. Labbra sottilissime e un naso quasi inesistente, mentre gli zigomi erano molto accentuati e la pelle era di color avorio. Sulla testa portava una corona di spine (si, come Cristo...) e all'altezza del ventre una cintura d’oro, con uno scheletro identico a quello raffigurato sulla porta nera del mio recente passato.
Non risposi, tanta la paura che quell’essere mi trasmetteva; così continuò lei o lui. “Benvenuto a Xantis, io sono Bellerofonte. Vivo in questa città da quando Zeus mi punì per aver sorvolato l’Olimpo; ferì il mio cavallo, Pegasus, caddi sulla terra e, dopo innumerevoli peripezie, Ade mi tramutò in quello che vedi ora, rinchiudendomi come te in questo antro dell’Inferno...” Mentre parlava, l’essere, con una incredibile tranquillità, si accese anche una sigaretta (senza accendino); dopo poco svenni. Quando ripresi conoscenza ero di nuovo sul letto d’oro e lui era lì, accanto a me, che continuava a fumare. [continua…]
***
L’ANTIQUARIO
Al suo ritorno a casa Mattia fu allegro nel constatare che gli sporadici temporali estivi avevano già cominciato a spezzare l’estenuante assedio della canicola, che ogni estate investe Roma come un flagello peggiore delle zanzare. Il rituale avrebbe aspettato ancora qualche giorno. Aveva bisogno di divagarsi un po’ e non c’era modo migliore di farlo che riprendere l’abitudine delle sue camminate mattutine sotto la pioggia, nella città deserta e sognante, abbandonata durante l’estate dai suoi abitanti inconsapevoli e ingrati. Quella mattina non voleva proprio smettere di piovere e il portiere del suo palazzo sembrava non volesse finirla più di ripetere come fosse incredibile quel temporale, dopo tre settimane di caldo incessante. Sembrava quasi che il ritorno del signor Mattia avesse fatto tornare di nuovo anche la pioggia. Coincidenze naturalmente, si affrettò a precisare il portiere, mentre salutava di nuovo il giovane eccentrico che si avviava verso la sua ultima camminata. Quel giorno Mattia si era infilato frettolosamente il vecchio impermeabile che era stato di suo padre e aveva deciso di allungare di parecchio l’itinerario delle sue solite passeggiate. Avrebbe lasciato il suo quartiere natale e sarebbe tornato a visitare, dopo tanti anni, la villa che lo aveva visto fanciullo, quando sua nonna lo teneva amorevolmente per mano e lo scortava per i viottoli acciottolati adombrati dalle palme e dagli enormi pini mediterranei, mentre guardava con occhi pieni di apprensione quel ragazzino troppo malinconico ed intelligente per poter legare con gli altri bambini. Mattia teneva sotto l’impermeabile il libro maledetto che gli aveva fatto da compagno negli ultimi due anni, accuratamente avvolto in un sacchetto di plastica per evitare che le intemperie lo rovinassero. Entrò dalla cancellata principale e calpestò frettolosamente i ciottoli del piccolo sentiero in salita, che poi curvava verso sinistra e costeggiava le antiche mura che delimitavano la villa. Respirò a pieni polmoni il fresco profumo che usciva dalle siepi inzuppate d’acqua, e sorrise soddisfatto quando scorse la collinetta alla fine del sentiero, sopra cui si ergeva da sempre il gazebo di marmo, sotto il quale da ragazzo si era soffermato tante volte a studiare. Quella mattina la villa era completamente deserta, come può esserlo in una domenica d’agosto percossa da un violento e inatteso temporale. Mattia era completamente fradicio quando si sedette sull’unica panca di pietra che occlude le otto arcate del gazebo. Alle sue spalle, l’alto parapetto delle mura dominava il quartiere circostante, con gli alti e splendidi palazzi signorili dalle cui terrazze si può godere un panorama che al mondo non ha eguali. Al sicuro dalla pioggia, tirò fuori l’oggetto a lui tanto caro e iniziò a ripassare a mente i salmi blasfemi che gli avrebbero una volta per tutte permesso di varcare la soglia che divide questo mondo ignobile e prosaico dall’Altrove. Tutto era pronto, non poteva più aspettare. Persino la gioia di trovarsi nuovamente in quel posto, un tempo a lui tanto caro, era ormai qualcosa di sbiadito e insignificante, di fronte alle meraviglie di cui sarebbe stato partecipe una volta compiuta la tremenda evocazione. Lo avrebbe fatto la notte successiva. Si, ormai era tutto deciso e le ultime esitazioni erano cadute nel nulla. Fu un istante dopo aver formulato questi pensieri che Mattia lo vide. All’inizio pensò di essere ancora preda della sua fervida immaginazione, o forse vittima di un nuovo stress nervoso, ma nonostante tentasse di convincersi di tutte queste cose, un uomo dal ridicolo completo a scacchi stile anni ’60 stava lentamente risalendo la collina verso di lui, incurante della pioggia battente. Il volto impassibile, il sorriso ambiguo e beffardo, i gelidi occhi celesti che lo osservavano con una fissità quasi sovrannaturale… Dopo due anni stava per incontrare di nuovo l’antiquario. Come quell’uomo lo avesse trovato, Mattia non riusciva neppure ad immaginarlo, e il pensiero che rivolesse indietro il libro, quando la meta era ormai così vicina, era un pensiero troppo torturante perché potesse sopportarlo. Si alzò in piedi e accese nervosamente una sigaretta, mentre in testa gli balenavano mille pensieri di natura spiacevole. L’uomo dal volto azzimato entrò lentamente nel gazebo fissando il giovane a cui due anni prima aveva cambiato la vita. “Buona giornata signor Mattia, lei è proprio nel posto in cui immaginavo che fosse. Sono venuto a riprendermi qualcosa che è mio, a lei d’altronde non serve più. Ricorda i patti?”
“Cosa ci fa lei qui?” rispose il giovane aspirando nervosamente la sigaretta. “Non so come mi abbia trovato dopo tutto questo tempo, ed è bizzarro incontrarci di nuovo in queste circostanze, ma da una parte ne sono contento. L’ho cercata tanto sa? Volevo acquistare il libro che mi ha dato; ormai è diventata una cosa molto cara per me, mi risulta quasi impossibile pensare minimamente di separarmene.”
“Acquistare il mio libro? Oh, questo non è possibile. Eppure avevamo un accordo, rammenta? La verità non ha prezzo; avrebbe dovuto tenere a mente le parole che le dissi quel giorno.”
“Va bene, glie lo restituirò; ma non subito. Mi servono ancora un paio di giorni e troverò le risposte che cercavo. Cerchi di essere paziente.”
L’uomo non accennò neppure lontanamente a cambiare espressione. “Sono qui per questo signor Mattia. Lei quel giorno ha scelto di avere delle risposte, e quel giorno la sua vita ha intrapreso un corso che ora è impossibile mutare. Avrà tutte le risposte che vuole, senza compiere la sciocca cosa che è determinato a fare domani notte.”
Mattia trasalì, come ormai era abituato a fare ogni volta che si trovava di fronte a quell’individuo enigmatico e inquietante. L’anziano antiquario fece ancora due passi avanti verso il suo interlocutore sempre più stupito, iniziando inspiegabilmente a tirarsi i capelli con violenza, mentre i lineamenti del volto iniziavano a contrarsi come se stessero per essere strappati via.
“Che diavolo sta facendo?” gridò il giovane mentre la testa dell’uomo si sfilava come un guanto. Incredulo e atterrito, Mattia rimase a fissarla, floscia e senza vita mentre quello che aveva creduto un antiquario la gettava sul pavimento umido cosparso di aghi di pino. Gli occhi celesti senza espressione e il sorriso sottile dell’uomo si erano contratti in una smorfia orribile, mentre la maschera fatta di pelle si afflosciava al suolo. Al suo posto Mattia fu costretto a sopportare una visione che avrebbe messo a dura prova anche il più smaliziato conoscitore di orrori. Dal tronco rimasto umano dell’uomo spuntava una protuberanza giallastra e carnosa che sottile e curvilinea come un serpente troneggiava sulle spalle ricurve. L’escrescenza era sormontata da un unico occhio, grande all’incirca le dimensioni di una testa umana, con un enorme iride rossa vagamente simile a quella dei mammiferi, che girava nel bianco lattiginoso con movimenti che sembravano quasi casuali, tanto apparivano bizzarri e incongruenti. A tratti però si fermava, e osservava senza espressività alcuna l’essere umano terrorizzato sotto di lui, che si era accasciato senza dire una parola, con la bocca spalancata, sulla panca di pietra del gazebo grondante di pioggia. Le mani, rimaste ancora umane, aprivano lentamente la pelle del petto come se stessero sfilando una giacca, rivelando una visione ancora più spaventosa. Dal tronco giallastro e gelatinoso della creatura spuntavano una miriade di piccoli tentacoli terminanti con occhi pulsanti simili a quello più grosso, al cui centro il divino e folle scultore che aveva concepito quell’abominio aveva posto un’enorme bocca ricolma di denti, sistemati in un ordine anch’esso apparentemente casuale, le cui labbra umide e flaccide a tratti divenivano scarlatte come l’iride enorme che continuava a guizzare sopra il povero Mattia, i cui nervi erano ormai saltati da un pezzo, impedendogli di apprezzare in pieno la follia e l’orrore della scena di cui era inconsapevole protagonista.
Di fronte alla disperazione del suo sventurato interlocutore, l’abominio che aveva preso il posto dell’anziano antiquario iniziò a parlare come se nulla fosse:
“Signor Mattia, la prego, non faccia così. Mi creda, il mio aspetto è l’ultima cosa che ha da temere da me. Io sono uno degli Osservatori, coloro che servono il grande dio Tnargh-guh, colui che tutto ode in fondo al pozzo della piramide, il flagello che Berosso di Babilonia celò sotto il pietoso nome di Oannes, ovvero l’abominevole. Prima che il vostro sole nascesse, contemplavamo il silenzioso orrore degli spazi profondi in mille mondi lontani, che esistono ormai solo nella nostra memoria. Poi scendemmo sulla Terra quando era ancora giovane, in un’epoca imprecisata che per te non avrebbe alcun significato, quando gli Dei degli Antichi decisero di farle visita per plasmarla e infettarla del loro seme blasfemo. So che provi orrore per le mie fattezze, non più di quanto non faccia io, che sono costretto da migliaia e migliaia di anni a contemplare i vostri lineamenti scimmieschi mentre vi credete padroni di un passato e di un futuro che non vi appartengono. E’ stata una casualità a crearvi. Gli Antichi crearono i rettili per il proprio diletto, noi plasmammo voi mammiferi ad immagine e somiglianza delle creature di cui ci nutrivamo nei nostri mondi natali. All’epoca eravamo ancora molti, e vivevamo nelle nostre città di basalto tra le sconfinate foreste paludose del Devoniano, riposando nel fango che ci generò poco dopo che si erano accese le prime luci dell’universo, sognando sotto quei cieli gonfi di nubi e solcati incessantemente dalle piogge primordiali le mille eternità di cui eravamo stati partecipi. E ancor prima che gli antesignani della vostra razza solcassero con le loro goffe zampe le sabbie ardenti di un mondo ancora giovane, avevamo già scritto mille odi in onore di Azatoth il Signore, Colui che gorgoglia incessantemente nell’infinito centro dell’universo, mentre ci nutrivamo ancora degli insetti giganti che infestavano le giungle sconfinate del Carbonifero. Poi il clima cambiò e le paludi pian piano iniziarono a ritirarsi. Ci adattammo a vivere in fondo al mare, sulle montagne e persino nei deserti, mentre la nostra eterna progenie si assottigliava e le ciclopiche meraviglie da noi costruite venivano inghiottite dalle sabbie o dalle sconfinate praterie solcate allora da rettili mostruosi, oppure inghiottite dai nuovi oceani creati dagli inesorabili spostamenti della crosta terrestre. Quando fummo troppo pochi per sopravvivere, creammo i primi ominidi per farne degli animali da allevamento e occasionalmente i nostri schiavi. Non decidemmo noi di darvi la consapevolezza, e neppure la conoscenza. Mi sento ridicolo a parlare con te, come ti sentiresti tu se stessi parlando con un cane, perché è questo quello che sei per me, io che ho contemplato i sette soli purpurei di Gorth e le meraviglie della Città Nascosta, celata da milioni di anni nelle caverne di una delle lune del pianeta che chiamate Giove. Millenni passarono, e i tuoi progenitori si moltiplicarono come un cancro e solcarono questo mondo non loro credendolo la propria casa, prostrandosi davanti agli Dei mostruosi e terribili che dormivano nelle profondità marine, nell’infernale città sommersa di R’lyeh, o nelle eterne dimore di Nibiru. In tempi più recenti le umili mani dei tuoi progenitori costruirono per noi le otto città sacre di Sumer, il corridoio in cui gli Dei scendevano per visitare la Terra. Al tempo eravate ancora pochi, perché noi avevamo ancora il controllo e non vi permettevamo di riprodurvi come fate adesso. Quando cercavate di avvicinarvi troppo in alto, quando vi sforzavate di uscire dallo stadio animalesco per il quale vi avevamo creati, non esitavamo a sterminarvi a migliaia, come quando provocammo l’estinzione di massa dei neanderthaliani. Se la vostra debole carne moriva, conoscevamo ancora le antiche procedure, che gli scribi Egizi appresero in parte da noi, per rianimare i corpi senza vita e farvi compiere gli estenuanti lavori a cui non eravamo più avvezzi. Oh si, ora comprende ‘signor Mattia’: mani umane costruirono sotto la nostra supervisione le quattro grandi piramidi nella terra che voi chiamate Egitto, quando i deserti erano ancora lontani e le piogge battevano incessantemente quelle che ora sono delle lande desolate, ma certo non furono degli schiavi vivi. Fu il folle dio Enki, il signore dell’Absu, a offrirvi per primo il dono della conoscenza, spinto da un’insana pietà per il vostro destino. E Nimrod è il nome che è giunto fino a voi del primo blasfemo ominide che volle essere come gli Dei. Ora riesci a cogliere le pietose menzogne che si celano dietro quelli che la gente comune considera i vostri testi più sacri? Fu sempre Enki il magnanimo a salvare Ziusudra dal Diluvio che scatenammo dal cielo per distruggere le nostre creazioni impazzite. Gli uomini abusarono del dono ricevuto e tentarono di risvegliare dal sonno gli abominevoli Dei morti che giacevano immoti negli Abissi del tempo, tra cui il nostro Dio, che deve dormire in eterno il sonno che è proprio del Grande Chtulhu, per non distruggere il fragile mondo che abbiamo scelto come nostra ultima dimora. In fondo è quello che inconsapevolmente volevi fare anche tu, riproducendo un rituale di cui non capisci il vero significato. Ci fu una guerra tra gli Antichi, e molti della nostra razza perirono. Rimanemmo soltanto in diciassette, i diciassette Osservatori, che la tribù africana dei Dogon chiama Nommos, custodi del sonno del nostro Signore, Tnargh-guh, colui che tutto ode in fondo al pozzo della piramide. Seppellimmo Colui che diede origine alla nostra progenie in una delle quattro piramidi che i simulacri dei tuoi antenati avevano costruito per noi, protetta dagli ancestrali incantesimi che impediscono a Lui di uscire fuori dalla sua prigione e portare morte e scompiglio nell’universo per altre mille eternità. Accettammo la nostra condanna di dover vivere in un mondo non più nostro, giurando di vegliare e osservare per l’eternità che i nostri antichi animali domestici non usino in modo improprio il dono che gli è stato avventatamente elargito, per portare il caos dove ora è l’ordine. Nei secoli abbiamo imparato ad assumere molte forme, anche meno disgustose di quella con cui mi sono manifestato a lei due anni fa. Alcuni di noi, pochi a dire il vero, hanno accettato di vivere nel vostro mondo, e sono riusciti persino ad apprezzare alcuni aspetti del vostro modo di vivere. Io, non me ne voglia, continuo a considerarlo un insulto a tutto ciò che la nostra razza rappresenta, e di solito preferisco manifestarmi sotto le vesti di qualche altro animale. ‘Signor Mattia’, si è mai chiesto cosa si cela dietro un gatto che la osserva curioso nel cuore della notte, dietro a un delfino che senza paura si avvicina ad una nave, dietro a un cane che le abbaia alle spalle senza motivo o persino dietro un uccellino che, apparentemente per caso, si posa sul davanzale della sua finestra? Il nostro compito è trovare gli umani troppo desiderosi di sapere quello che in principio non fu destinato a loro ed eliminarli. Semplicemente li riportiamo allo scopo iniziale per il quale furono creati. Siamo pochi e voi invece siete molti, troppi, e non accennate a diminuire. Per fortuna la maggior parte di voi è ignara di tutto ciò e accetta di vivere il breve lasso di tempo che gli è concesso come degli animali, quali d’altronde siete stati concepiti in origine. Lei invece, ‘signor Mattia’, è un classico esemplare pericoloso e per preservare l’equilibrio dell’intero universo sarò costretto a fagocitarla. Oh, sappia che non c’è nulla di personale, e anche se stento a credere che la vostra razza sia capace di una qualche forma di raziocinio, spero che almeno intuitivamente capirà…”
“Ma sei tu, qualunque cosa tu sia, ad avermi cercato… Sei tu che mi hai dato il libro quella maledetta mattina di due anni fa… Ed ora proprio tu vuoi uccidermi? E’ assurdo!” biascicò Mattia in preda al delirio, aggrappandosi alle ultime energie mentali che erano rimaste ai suoi nervi ormai in pieno disfacimento.
“Oh no. Io l’ho solo messa di fronte ad una scelta. Erano da anni che la osservavo. Lei era un soggetto potenzialmente pericoloso, era chiaro. E prima che potesse fare tutto da solo, perché prima o poi sarebbe accaduto, ho deciso io stesso di aprirle l’ultima porta sull’Altrove, dove non si sarebbe mai dovuto spingere. D’altronde è questa la procedura. Si ricorda la storia dell’arabo pazzo Alhazred? Divorato in pieno giorno da un demone invisibile… Figuriamoci! Avrebbe potuto rifiutare la mia offerta e uscire dal mio negozio. Probabilmente non ci saremmo più visti, a meno che di testa sua non si fosse spinto in seguito dove non le era concesso. Lei invece ha scelto di sapere, e l’uomo non sa, o, se sa, muore. L’ultimo di voi che ho dovuto sistemare anni fa mi pare fosse quel pazzo scrittore di Providence, non riesco a ricordarne neppure il nome… Beh, ora mi pare di averle spiegato tutto…”
Detto questo, quello che Mattia aveva sempre immaginato come l’antiquario si tolse gli ultimi lembi della pelle fittizia che nascondeva le sue vere fattezze, rivelando un tronco bulboso e molle da cui si dipanavano quattro tentacoli, che ricordavano vagamente quelli di un cefalopode. Le orribili escrescenze gelatinose ghermirono il corpo ormai esanime della sua vittima e lo gettarono nell’orrenda bocca al centro del tronco, dove in un attimo fu assimilato, senza emettere neppure un grido.
La mattina seguente pioveva di nuovo. L’uomo delle pulizie fu pieno di disappunto nel trovare buttati nei pressi del gazebo un vecchio impermeabile ed un orribile vestito a scacchi stile anni ’60. Biascicando le solite invettive contro i barboni che di notte venivano a dormire nella villa, afferrò gli indumenti inzaccherati e li gettò nel cestino dell’immondizia. Poi prese la sua scopa e continuò il solito giro d’ispezione. Poco più lontano, dal parapetto, un gatto osservava curioso tutta la scena. Poi, una volta che l’uomo si fu allontanato, sparì dietro ad una siepe per non essere più visto.

Illustrazione Copyright © 1999, John Coulthart
***
IL RAGNO SUL MURO
Una poesia di Simone Ceccano
Proietto la mia esile ombra
Su mille e mille cose.
Poi sparisco dietro un anfratto,
per più non essere visto.

***
MALVAGIO
Un racconto di Luca Nisi
Sdraiato nel letto, la stanza era completamente buia, solo la piccola luce rossa della sigaretta accesa gli ricordava di essere vivo. Con un movimento meccanico raccolse il bicchiere da terra e sorseggiò il suo whisky nell’oscurità.
Poi, di un tratto, lo squillo del telefono lo fece distrarre dai suoi torridi pensieri; si alzò, e, lentamente, si diresse verso il telefono; quando sollevò la cornetta inspirò l’ultimo tiro della sua camel: dall’altro capo del telefono lo avvertivano che era il momento di agire. Si guardò allo specchio: il suo volto era segnato dalle droghe, la barba era incolta, ma, con i suoi capelli neri spettinati, gli sembrò per un momento di essere un uomo affascinante; poi quel pensiero scomparve e con estrema semplicità cominciò a prepararsi: finalmente sarebbe tornato ad uccidere. Un killer sa che il momento più eccitante di quel mestiere è il fatto che non si sa mai il perché si uccide, e sapere che potrà di nuovo assaporare l’odore del sangue: questo lo avrebbe eccitato di nuovo.
Si avvolse nel suo cappotto nero, con i suoi anfibi e la valigetta in mano attraversò il corridoio per portarsi di nuovo nella città. Lì, da qualche parte, un uomo stava trascorrendo gli ultimi momenti della sua vita; questo lo eccitava ancora di più. Per la gioia di quel pensiero Turner sorrise, un ghigno, e, mentre scendeva le scale, accese l’ennesima camel. L’oscuro personaggio si infilò in una macchina grigia, che lo aspettava già da qualche minuto sotto il suo hotel. La macchina partì lentamente come se non volesse farsi notare; mentre fumava, Turner leggeva le istruzioni che il driver gli aveva passato qualche minuto prima. Poggiò la ventiquattrore sul sedile, con estrema cautela, come fosse viva, poi, dopo aver letto il nome della sua vittima, sorrise e si rivolse al driver:
“Tieni, fammi sentire questo nastro, sennò lavoro male; e il tuo capo non vuole che il piano fallisca!”
Porse il nastro all’uomo al volante che, senza guardarlo, lo prese e lo inserì nello stereo.
Erano trascorsi un paio di minuti e Dave aveva appena cominciato il concerto di Pasadinas, quando Turner si rivolse di nuovo al driver: “Vedo che conosci le regole, non mi devi guardare, né rivolgermi la parola. Ma per stanotte faremo un eccezione...” Il driver annuì e accelerò; le strade alle 2 di notte erano deserte, ma il viaggio fino a Manahattan era ancora lungo. “Dimmi driver, qual è il tuo nome?” “Victor señòr!” rispose ansimando. Turner notò il disagio e con estremo piacere gli toccò la spalla, sussurandogli: “Non avere paura, ho già una vittima per stasera. Ora muoviti. Fai cantare questa bambina, portami dove sai!”
Victor deglutì per la paura e, con un mesto cenno del capo, spinse ancora di più sul pedale, facendo sfrecciare il 320 per le vie di New York. Dopo 20 minuti di tragitto, il bmw si fermò davanti al Palace Hotel. Turner diede un occhiata dal finestrino: la strada era completamente deserta. “Bene, dammi il nastro e sparisci da qui. Ah Victor, ricorda: lentamente!” scese lentamente e, mentre il 320 scompariva nella notte, il malvagio accese l’ennesima camel, poi, accarezzando la ventiquattrore, cominciò a camminare verso il Divaine, una discoteca per soli uomini. Era a pochi metri dal locale, quando si portò dentro un vicolo; lì poggiò la valigetta su un bidone, si guardò in giro, poi di colpo l’aprì: all'interno c’era il suo fucile, poi, colto da un istinto primordiale, decise senza pensarci che questa volta avrebbe usato il suo amato coltello, perché è un piacere infilarlo nel cuore umano, sentire il corpo del poveretto pulsare e, ancor di più, bagnarsi con il suo sangue caldo che sgorga a fiumi. Quel pensiero lo eccitò e, colto dalla felicità, nascose la ventiquattrore e si armò del suo coltello; una volta davanti al Divaine, accese la sua ennesima camel.
Una volta entrato, si indirizzò al bar e “New” dei No Doubt erano la colonna sonora perfetta per il suo lavoro. Mentre sorseggiava il suo drink, notò la sua vittima: un uomo sulla quarantina che ballava al lato della pista. Turner lasciò il whisky sul bancone e cominciò a fissarlo, poi di scatto gli andò incontro. Mentre camminava, sfiorava il coltello posto tra la cinta e la sua pancia; lo fronteggiò, quasi minacciandolo con lo sguardo, poi cominciò a ballare con lui. L’uomo, prima intimorito e poi affascinato dal personaggio che aveva di fronte, cominciò ad osservarlo a sua volta: la barba incolta, i capelli corti ma spettinati e il suo modo di ballare così tetro lo rendevano affascinante ai suoi occhi.
Turner ballava di fronte la sua vittima, gli sorrideva ammiccando; anche l’uomo ignaro rispondeva al suo sorriso, poi, dopo tre canzoni veloci, il deejay scelse un lento. Turner lo prese per un braccio, lo tirò a se poi avvicinò la sua bocca al suo orecchio. “Dai andiamo in bagno...” disse Turner. L’uomo, quasi stregato, non perse l’occasione e si diresse con lui nella toilette del locale.
Entrati, si imbucarono nel primo bagno libero; lì Turner lo spinse verso la tazza del cesso. L’uomo, un biondino sulla trentina, sembrava talmente preso dalla situazione da non accorgersi che Turner aveva già estratto il coltello e, mentre il malvagio lo baciava languidamente, contemporaneamente affondò prima la lingua nella bocca dell’uomo e poi la lama nel suo petto, così per soffocare la voce della morte. Consumato il suo lavoro, dopo qualche minuto uscì; chiuse la porta e si sciacquò le mani, tutto con estrema calma, se le asciugò, diede una controllata generale e si sorrise compiaciuto allo specchio. La toilette era vuota e, mentre si indirizzava verso l’uscita, accese l’ultima camel, accartocciò il pacchetto e lo gettò. L'involucro scivolò sotto la porta lasciata chiusa da Turner.
Qualche minuto dopo, il malvagio si era già dileguato nella notte e la toilette ormai era lontana, quando si confusero le prime grida; il pacchetto di sigarette tornò fuori verso il lavandino, trasportato dal freddo sangue del pover uomo. Lo stesso Turner, mentre camminava, assaporava quell’immagine nella sua mente. “Ma lo sanno tutti che il fumo fa male!” disse ad un passante impaurito e, ridendo, continuò a camminare, felice di aver ancora una volta svolto il suo lavoro egregiamente. Poi recuperò la ventiquattrore e scomparve dietro un angolo.
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“Gli uomini di più ampio intelletto sanno che non c’è netta distinzione tra il reale e l’irreale, che le cose appaiono come sembrano solo in virtù dei delicati strumenti fisici e mentali attraverso cui le percepiamo; ma il prosaico materialismo della maggioranza condanna come follia i lampi di visione che a volte squarciano il velo dell’ottica comune e del più ovvio empirismo.”
Jervas Dudley
Ed eccoci all’ultimo aggiornamento di luglio. D’accordo con il mio socio, ad agosto non lasceremo soli gli eroici lettori del blog e vi proporremo altro materiale. Se le scorse settimane abbiamo visto l’epilogo della sfortunata avventura di Mattia, l’incauto studioso fagocitato dal terribile Osservatore, travestito sotto le spoglie dell’antiquario, questo mese assisteremo finalmente alla fine della tragica storia del tenente Klenze, intrappolato da forze oscure nella città sotterranea di Xantis. Chi ha letto The temple (1920) di HPL avrà certamente riconosciuto in lui il nipote di quel tenente Klenze che ebbe la sfortuna di fare da secondo al folle Karl Heinrich, Graf von Altberg-Ehrenstein, comandante del sottomarino U-29 dell’ Imperial Marina Germanica, scomparso nel corso della Grande Guerra nel fondo dell’Oceano. Insieme ad un articolo su H. P. Lovecraft, destinato espressamente a tutti coloro che hanno iniziato a familiarizzare con lo scrittore di Providence dalle pagine di questo blog, un racconto in due parti dedicato al regista George Romero. Immaginatevi Clint Eastwood catapultato in un film di zombi. Come sempre grazie per continuare a visitarci e…
Buona Lettura

Illustrazione Copyright © Paul Carrick
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Un racconto in due parti di Simone Ceccano

“Si, il mio nome è Niagara. Sono Jack Niagara il cacciatore che avete chiamato, vi dico! La vedi questa pistola? Se non vuoi che ti pianti una pallottola in fronte, sbrigati a farmi entrare idiota. Ce n’erano tre dietro l’isolato e nessuna pattuglia. Apri quella maledetta porta e fammi entrare in questa dannata fogna che ti ostini a chiamare casa!” L’uomo dal volto pallido sbiancò ancora di più, se mai fosse stato possibile. “Altri tre dietro l’isolato?” “Non è possibile… O mio Dio!” Niagara spinse con violenza l’uomo oltre la soglia e chiuse in fretta la porta rimanendovi appoggiato con le spalle. “Lascia stare Dio. Si è dimenticato anche di te, credimi. Adesso qua ci sono io. Non usate neppure assi per sbarrare l’ingresso. E’ un miracolo che siate sopravvissuti tutto questo tempo. Quanti ce ne sono dentro?” L’uomo si asciugò il volto imperlato di sudore con un lurido fazzoletto che spuntava dal taschino della camicia sciatta e troppo larga. “Quattro, ma sono chiusi in cantina. La porta è blindata; c’è mia figlia giù a controllare. Mia moglie non ha retto, si è sentita male e ho mandato Timmy all’incrocio tra la statale e Benefit Street, dietro l’isolato, per prendere dell’acqua. Le tubature a Springtown sono saltate la scorsa settimana…” “Poche parole e dille più alla svelta.” Rispose il cacciatore infilando frettolosamente altri quattro proiettili nel caricatore. “Chi diavolo è Timmy? La mia macchina è parcheggiata proprio all’incrocio con la statale e non ho visto nessuno.” L’uomo afferrò Niagara per la maglietta. “Oddio… Timmy ha otto anni, è l’altro mio figlio. Non l’avrei mandato fuori se sapevo che ce ne fossero stati altri. Sono sette giorni che in città non se ne vede uno… La prego, deve fare qualcosa. E’ passato per il giardino, dal retro…” “Toglimi queste mani di dosso. Idiota! Non ho capito perché non ve ne siete andati con gli altri su al Nord. Contadini… Pensate ancora che avere una casa valga qualcosa. Sono sette giorni che non se ne vedono, eh? E hai calcolato le persone morte la settimana scorsa? Hai perquisito casa per casa oppure hai il dono della preveggenza? O forse dovrei chiederti: hai mai guardato fuori di questo buco negli ultimi sei mesi? Ti rendi minimamente conto di quello che è successo, qui ed altrove?” L’uomo tolse le mani repentinamente e rimase per un secondo con la testa a ciondoloni a fissare di sbieco lo straniero appoggiato alla sua porta. Le pupille del disgraziato, prossime a sciogliersi insieme al resto in un fiume di sudore freddo, erano dilatate all’inverosimile per la paura. Niagara lo spinse lontano con malcelato disprezzo e spalancò il vecchio uscio con un calcione. “Torno subito con il bamboccio. Tu tieni d’occhio la porta del seminterrato… Ah, ti costerà più dei 150$ pattuiti. E se, quando torno, tardi solo un secondo ad aprire la porta, giuro sul tuo Dio che ti faccio fuori come i disgraziati che tenete in cantina.” Springtown, un’altra città fantasma a Sud del Potomac. “Maledetti contadini! Siano dannati quei bifolchi, le loro superstizioni e il loro sciocco rispetto per i morti...” Tutte queste cose non avevano più senso per un uomo come Jack Niagara. Casa, famiglia, morale… Tutto spazzato via appena un anno prima. C’è poco da dire su tutta la questione. Da quando i morti camminavano quello che rimaneva di una vita normale era un ricordo quasi grottesco, quanto sembrava irreale. Il cacciatore controllò ancora una volta la sua arma senza perdere di vista mai con la coda dell’occhio la strada. “Mai farsi cogliere di sorpresa. Camminano piano, sono silenziosi, quei bastardi. E’ una rarità sentir loro emettere qualche suono sconnesso e, quando ti capita, ringrazi Dio o chi per lui che non sia una cosa che capiti spesso. Per fortuna è giorno…” Se fosse calato il tramonto, Niagara non si sarebbe mai avventurato oltre la nuova linea di sicurezza stabilita dalla Guardia Nazionale. “Sempre più a Nord… Dicevano che non sarebbero mai arrivati a Richmond. Che la situazione perlomeno nelle città era sotto controllo. Si erano istituiti forni crematori improvvisati persino nelle piazze, davanti ai Municipi, negli Ospedali. Tra un mese saranno a Filadelfia. A New York hanno dovuto tagliare i ponti con Manhattan… Prendo i soldi e me ne scappo più lontano possibile da qui. Negli Stati del Nord il denaro ha ancora un qualche valore…” Jack si tolse gli occhiali scuri in prossimità dell’incrocio. Sulla destra c’era la piazzola con la fontana e il palazzo del Sindaco. Questi bifolchi lo avevano dato alle fiamme. O forse erano stati quegli altri… Non aveva poi così importanza. Niagara si accese una sigaretta senza mai abbassare lo sguardo neppure un istante. Nessun rumore alle spalle. Aspirò avidamente le prime tre boccate e fece un giro su se stesso continuando a tenere la pistola puntata contro l’orizzonte. Case fatiscenti, un rottame d’auto schiantato contro la fontana, un furgoncino abbandonato dai vetri infranti, laggiù, davanti alla vecchia drogheria. La sua auto era ancora lì, all’incrocio, dove l’aveva lasciata. Sembrava tutto a posto; nessuno con un minimo di buonsenso si sarebbe avventurato nel 1984 oltre la zona di sicurezza, senza un’auto dai vetri blindati. Ed era un rischio lo stesso. Lo sceriffo aveva deciso l’evacuazione di Springtown e si era ritirato con i sopravvissuti nel nuovo quartier generale dei volontari della Guardia Nazionale, ad Amberville, Virginia. Non tutti avevano voluto seguirlo. Alcuni folli erano rimasti a seppellire i propri morti, o a farsi seppellire da loro. Il rispetto per i morti! Era solo questione di tempo… Migrano come mandrie di lupi in cerca di cibo. Per fortuna sono lenti. Ma non si poteva scappare in eterno. Presto nessun posto sarebbe più stato sicuro. La situazione non sarebbe mai degenerata fino a questo punto se non fosse stato per l’ottusità di gente come gli Anderson. Lo sceriffo non era riuscito a convincerli a lasciare le proprie case. Le linee del telefono non erano state ancora interrotte e gli aveva lasciato il numero del centro di raccolta di Amberville. E’ lì che si trovava Niagara. Non gli era stato difficile guadagnare un nuovo lavoro per 150$. Inutile dire che nessuno tra i soldati o gli uomini dello sceriffo si era deciso a tornare indietro con lui per soccorrere quei disgraziati. Erano due settimane che seguiva la Guardia Nazionale nella sua lenta ritirata verso il Nord. Non c’era più niente da fare. Richmond era diventata l’anticamera dell’Inferno; qualcuno lo aveva detto molto tempo prima. Quelli che non avevano voluto sentire ragioni erano già da tempo nella fossa, o in giro per il Sud a divorare teste. Dove finisce la legge e dove non c’è più gente viva che possa pagare non c’era più lavoro per un cacciatore di morti come Jack Niagara. Nonostante la catastrofe e l’infezione che era dilagata per tutta l’area a Est del Mississipi, fino alla Virginia settentrionale, molta gente rifiutava di mandare al Creatore per la seconda volta quelli che ancora identificava con i propri cari, la propria moglie, il proprio figlio. Finché ci sarebbe stata gente a pensarla in questo modo quegli altri potevano dire di avere già vinto, e Niagara poteva continuare il suo lavoro, finché il denaro avrebbe avuto ancora qualche significato. “Dannati cannibali…” Un rumore interruppe repentinamente i pensieri del cacciatore. Qualcosa sbucò velocemente da una siepe alle sue spalle, nelle vicinanze della fontana. Niagara si voltò bruscamente tenendo la canna dell’automatica dritta davanti a sè. “Timmy! Timmy vieni qui subito!” Un bambino magrissimo era sgattaiolato fuori dai cespugli con in mano un secchio troppo grosso per lui. “Vieni qui maledizione!” La figura minuta scattò spaventata verso la fontana. Niagara strinse gli occhi fino a farli diventare una fessura, verso la piazza investita dal sole di mezzogiorno. Eccone due! Il bambino vide le sagome goffe e cadenzate uscire dal vicolo pieno di rifiuti accanto ai resti del Municipio. Una aveva il collo completamente spezzato, eppure continuava a camminare con il capo a ciondoloni che ne spostava continuamente il baricentro, dotando il cadavere di un’andatura grottesca e allucinante. L’altra doveva essere stata una donna, per quanto le ustioni su tutto il corpo quasi non permettessero di distinguere neppure che età avesse, prima di diventare così. La piccola figura lasciò cadere il secchio e rimase impietrito a due metri dalla fontana senza emettere neppure un grido. “Manca il terzo. Quello vestito da benzinaio… Dannazione l’auto!” Un rumore sordo di qualcosa che batte contro un vetro blindato scosse di nuovo la concentrazione di Niagara. “Sta cercando di aprire l’auto. Deve sentire il mio odore tutto intorno. L’auto ne deve essere impregnata…” Il benzinaio doveva essere sbucato fuori dal campo di mais a nord-ovest dell’incrocio tra la statale e Benefit Street. Si era conservato piuttosto bene, se si eccettua che gli mancava quasi metà della faccia; il cervello doveva essersi salvato, altrimenti non avrebbe dovuto stare neppure in piedi. Gli esperti avevano ipotizzato che le misteriose radiazioni che avevano provocato l’avvento di quell’incubo dovevano interagire in qualche modo con il cervelletto delle persone morte da poco tempo… Facendole camminare di nuovo e dotandole di una brama insaziabile per la carne umana viva. Il grasso benzinaio continuava a battere le mani spasmodicamente contro il vetro blindato. Il cacciatore fece ancora qualche passo e prima che il cadavere si fosse accorto della sua presenza gli piantò una pallottola al centro del cranio. La grossa sagoma si accasciò al suolo con un rumore sordo. “Dannazione! Ora il vetro della macchina è un disastro. Mi dovrò ricordare di farla lavare quando arriverò a Filadelfia…” Niagara rimase ancora un istante a osservare la pozza di sangue estendersi fin sotto la ruota anteriore dell’auto mentre si calava di nuovo sul viso gli occhiali da sole. Un grido. “Maledizione… Mi ero scordato del bambino.” Si girò di nuovo di scatto e corse verso la fontana. “Timmy, scappa! Allontanati ti dico, idiota!” Quello con la testa spezzata era rimasto indietro di qualche metro. La donna era giunta quasi a un passo da Timmy e stava chinandosi per morderlo su una spalla. Il bambino, pur continuando ad urlare senza sosta, era rimasto con i muscoli completamente pietrificati alla vista di quell’incomprensibile orrore. “Togliti, Timmy! Non riesco a mirare alla testa, dannazione!” Jack lanciò un’ulteriore imprecazione e si gettò verso il cadavere con l’intento di sferrarle un calcio e allontanarla dal bambino impietrito ed immobile. Troppo tardi. “Maledetta schifosa!” I denti di quel cranio livido e scarnificato erano già affondati nella candida spalla del bimbo, strappando via la carne e i muscoli. Il ragazzino gridò ancora, come un vitello che sta per essere macellato, e si accasciò sull’asfalto rovente, rotolandosi in terra quasi in preda a convulsioni. Il cacciatore colpì il cadavere con il calcio della pistola. Poi gli sfondò la testa in mezzo agli occhi, nello stesso modo con cui si era sbarazzato del benzinaio. Puntò lo sguardo verso quello con la testa spezzata e tirò fuori una piccola molotov, ricavata da una bottiglia di birra, dal giubbotto di pelle. Accese la miccia con la sigaretta e in un attimo l’orrore barcollante di fronte a lui aveva raggiunto Timmy nel rotolare sull’asfalto, bruciando lentamente tra le fiamme senza emettere suoni. Il bambino continuava a gemere per il dolore. “Maledizione Timmy, ti avevo detto di scostarti… Perché non ti sei messo a correre? Fammi vedere. Dannazione! Non c’è più niente da fare… La ferita è infetta. Shhh. Stai buono piccolo, andrà tutto bene. Non c’è niente di personale in tutto questo, credimi. Lo faccio per me e per te.” Nessuna lacrima inumidì le pupille aride dietro gli occhiali scuri. Non provava piacere in tutto questo, anzi. Sei mesi prima aveva dovuto sbarazzarsi allo stesso modo del padre, giù a New Orleans, prima di diventare un cacciatore. Sembrava una vita fa. Ormai tutto questo orrore era diventato quasi routine, o forse solo semplice sopravvivenza. Timmy sgranò gli occhi mentre Jack gli tappava la bocca con la grossa mano, senza fare troppa pressione. “Perdonami Timmy… se può significare qualcosa.” Un rumore sordo e gli schizzi di sangue sulla maglietta bianca, inzuppata di sudore sotto la giacca di pelle. Il cacciatore era di nuovo solo nella piazza deserta della città fantasma di Springtown. [continua…]
***
LE LACRIME DI UN PRIGIONIERO
Una poesia di Luca Nisi

Ho rapito il ricordo del tuo sorriso
Dagli occhi degli altri
Rinchiudendolo nelle segrete stanze della mia anima
Nessun principe lo reclamerà
Nessun re tenterà di liberarlo
Nella nostra età inquieta
Saprò cullarlo
Rendendolo
Soggiogante
Sospeso nel tempo
Il mio castello è lontano
Ed è pericoloso
Come
Un assassino che ti siede accanto.
E tu angelica
Regali libertà
Come le lacrime di un prigioniero...
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HOWARD PHILIPPS LOVECRAFT: VIVERE O SCRIVERE?
Un articolo di Simone Ceccano
“Il sentimento più forte e più antico dell’animo umano è la paura, e la paura più grande è quella dell’ignoto.” Avrei voluto iniziare un articolo dedicato ad HPL citando questa sua ormai celeberrima frase. Lo faccio, ma é inutile dire che il mio tentativo di spiegare in poche righe alcuni caratteri salienti di questo personaggio mi ha portato ben lontano da dove credevo di arrivare, quasi trasportato altrove da La nave bianca, su lidi a me sconosciuti e poco praticati. Mi ha colpito oltre misura una citazione di Fabrizio Claudio Marcon, tratta da un suo articolo sul nuovo libro del francese Michel Houellebecq: H.P. Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita. Da qui il titolo dell’articolo. “Vivere o scrivere?” Amleto, esaminata la questione, forse ammetterebbe sia questo il vero dilemma. Houellebec nel suo libro sembra avere idee abbastanza chiare a proposito: “Howard Phillips Lovecraft costituisce un esempio per chiunque desideri fallire nella vita e, eventualmente, riuscire nell'arte […].” E ancora, riferendosi sempre allo scrittore di Providence: “quest'uomo che non è riuscito a vivere è - tuttavia o proprio per questo - riuscito a scrivere.” Dunque, vivere o scrivere? Se vivere vuol dire calarsi nel reale allora la scelta per lo scrittore non può che essere obbligata. HPL non riuscì a vivere, questo è un dato certo. Riuscì invece nel secondo campo, nonostante la bolla di “bad taste and bad art” di personaggi miopi come Edmund Wilson, largamente sconfitti dall’evidenza dei fatti nei loro prematuri giudizi. Le motivazioni di questa sua avversione per la vita e, conseguentemente, per la vuota e prosaica realtà di ogni giorno, possono essere ricercate nella difficile situazione dei suoi primi anni d'infanzia e dei suoi sviluppi nella vita successiva dell’autore. La pazzia e la malattia del padre, interdetto ed internato in un ospedale nei primi anni della vita dello scrittore, e poi la sua successiva morte nel 1898; il difficile e complicato rapporto con l’iperprotettiva madre, che, per tenere attaccato a sé il piccolo Howard, sembra sia arrivata a convincere il giovane HPL di avere un aspetto così sgradevole da causare paura negli altri bambini, cosa assolutamente non vera e parzialmente superata negli anni successivi della vita dello scrittore di Providence; l’altrettanto complicato rapporto con le donne (scarsamente presenti nei racconti di HPL o relegate in ruoli marginali o, addirittura, malvagi come in Medusa’s Coil) come ricorda Giuseppe Lippi nella sua Introduzione all’Opera Omnia su HPL della Mondatori, culminato nel fallimento del suo matrimonio con Sonia Haft Greene. Infine la sua morte per cancro nel 1937. Sconfitto dalla vita, dal prosaico reale, trionfatore nell’immaginario di migliaia di lettori ed emuli. L’avversione per il reale e l’amore per tuttò ciò che è mito, sogno, visione. Sarà proprio il sogno, la visione, la costruzione di una sua vita interiore, a far sopportare ad HPL le burrasche della sua esistenza terrena. La realtà non può di per sé essere oggetto della sua narrativa. La realtà deve essere trasfigurata dal sogno, come nella saga di Randolph Carter o come apprendiamo dalle vivide parole dei due protagonisti di Hypnos: “[…] ci occupavamo di un universo più vasto e spaventoso, un universo di sostanza impalpabile ed elusiva che tuttavia ha radici più profonde del tempo, dello spazio e della materia, e di cui sospettiamo l’esistenza solo in certi momenti del sonno; facciamo allora sogni molto rari, sogni oltre i sogni che non capitano mai agli uomini comuni e solo una o due volte nella vita dei più fantasiosi.” E’ la stessa via che Giuseppe Lippi illustra come quella indicata da HPL ai suoi colleghi e ammiratori: “egli va indicando che c’è un’altra possibilità, che forse c’è un’altra realtà più assoluta e più profonda; e che, per scoprirla, bisogna abbandonarsi al regno notturno dei sogni […].” Fuga da una vita che per motivi misteriosi sembra ingiustamente accanirsi contro lo scrittore di Providence, e fuga dalla realtà che a quella vita fa da cornice. Le frequenti accuse (in realtà infondate) di razzismo nei confronti di Lovecraft non sono altro che un tassello di questo medesimo puzzle. Rifiuto per la dimensione odierna, per la New York tentacolare, multietnica, priva di radici, dei primi decenni del secolo scorso e la riscoperta delle dimensione tradizionale dimenticata del New England, di Providence. Dunque è il sogno, o l’incubo, inteso sia come visione che come riscoperta di un qualcosa di ancestrale, ad essere oggetto dell’arte, non la prosaica realtà vista nell’ottica materialista dell’uomo comune. Lo stesso HPL confessava di non riuscire a scrivere un racconto se si sedeva alla scrivania con quell’intenzione. “Ma se scrivo per mettere sulla carta le immagini di un sogno, tutto cambia completamente.” Citando nuovamente Lippi: “I sogni trasfigurano per lui (HPL ndr) la realtà: lo mettono in contatto con stelle remote e universi paralizzanti, gli creano l’illusione che la Nuova Inghilterra, New York addirittura, siano luoghi incantati dove la magia è dietro l’angolo, il tempo scorre in modo diverso ed è ancora possibile recuperare quella chiave d’accesso alla felicità che si era persa con la fine dell’infanzia.” E allora torniamo alla frase con cui ho aperto l’articolo: “Il sentimento più forte e più antico dell’animo umano è la paura, e la paura più grande è quella dell’ignoto.” A questo punto del discorso viene da chiederci: paura di cosa? Se la realtà non è oggetto né della sua arte, né della sua considerazione, se non trasfigurata dal sogno, allora la paura in HPL va ricercata in visioni di ben più ampia portata. Dunque, di cosa avere paura? Non certo degli spauracchi standardizzati in voga nell’horror odierno, che quasi vogliono farci accettare la presenza del terrore nel quotidiano, riciclando stereotipi del romanzo gotico ottocentesco, privati ormai del loro impatto cosmico e devastante e, per questa ragione, svuotati e resi banali. Ciò che nelle poesie in prosa e nei racconti onirici di HPL va ricercata nel sogno, utilizzando la chiave d’argento di Randolph Carter, scandagliando l’anima più nera dell’autore saremo invece costretti a cercare il terrore negli incubi più reconditi dell’animo umano, che hanno solo flebili contatti con la realtà intelligibile che ci circonda. Nei racconti lovecraftiani la paura viene infatti scovata in una cosmogonia così grandiosa, così orrenda, così inconcepibile, che travalica tutto ciò che può essere reale. Divinità mostruose e ancestrali più antiche dell’uomo, perdute città preistoriche, popolate da razze ignote e dalle fattezze difficilmente descrivibili con i canoni umani, tombe sommerse di dèi morti in cui persino la geometria non è euclidea, vale a dire non intelligibile per l’uomo. I protagonisti dei racconti di Lovecraft sono degli eletti, perché in possesso di conoscenze altrimenti proibite ai comuni mortali, oppure dei maledetti, praticamente per lo stesso motivo. Chi non ha provato un senso di vero e proprio orrore cosmico, leggendo per la prima volta la visione dell’orrenda divinità degli Abissi in Dagon? “Poi, all’improvviso lo vidi. L’essere affiorò dall’acqua nera con un solo risucchio: vasto, ciclopico e disgustoso sfrecciò verso l’obelisco come un meraviglioso mostro d’incubo, poi abbracciò la stele con le enormi braccia scagliose e piegò la testa, emettendo una serie di suoni misurati. Credo di essere impazzito allora.” Chi, tra gli appassionati di Lovecraft, non si è sforzato di congetturare mille assurde ipotesi sulla tragica fine di Blake ad opera de L’abitatore del buio? Tematiche inizialmente appena accennate, come nella descrizione dell’immensa creatura sepolta sotto La casa sfuggita, che trionferanno successivamente nel ciclo dei miti di Chtulhu. La fuga dalle streghe e dalle storie di fantasmi di gotica memoria, alla ricerca di paure ancora più grandi, tanto grandi da sfuggire dai piccoli canoni di comprensione umani. E allora la risposta alle nostre domande non può che farci tornare per l’ennesima volta alla frase citata in apertura. D’altronde “la paura più grande” non è forse “quella dell’ignoto?”
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IL VERME E’ NELLA MELA
Un racconto in quattro parti di Luca Nisi

Illustrazione Copyright © Giacomo Carmagnola
Ho passato tanti di quei giorni ad ascoltare questo re senza terra… Mi ha parlato della sua vita, della sua sposa Filinoe, delle sue vittorie contro un certo pirata Chimarro, di come sconfisse la Chimera. Poi mi parlò dell’uomo attraverso i secoli, della sua malvagità, delle sue sconfitte e della sua stupidità. Sembra che stimasse soltanto i figli di Cesare, tanto da non distruggere la loro anima, ma di lasciare in vita gli scheletri. Non oso rivelarvi di chi fosse la corona di spine che portava in testa: non gli credo, ora credo solo nella speranza di morire. Mi ha mostrato la malvagità del mio popolo, tanto da ripudiare la divisa che ancora indosso. Non conoscevo le atrocità della mente ossessionata di quello che era il mio amato Führer. Se è vero quello che mi ha raccontato, in parte la mia prigionia è giusta. Solo il pensiero di non poter riabbracciare i miei cari mi tormenta. Ora lo so, sto impazzendo. Gli ho chiesto di liberarmi, ma scuote la testa, dichiarandosi prigioniero anche lui. Gli ho chiesto se poteva morire, ma la sua risposta fu criptica: “Perché dovrei? Sono già all’Inferno…”
Sono passato dalla disperazione della mia caduta, all’illusione di poter dominare il mondo, alla consapevolezza di essere sepolto vivo.
Non voglio più scrivere, non voglio più ascoltare, non ne posso più! Saranno anni che sono qui. Non sono invecchiato, ho la stessa faccia da quando sono caduto nella tomba; non vedo la luce del sole chissà da quanto tempo, la mia Luger è scomparsa e non mi può più liberare. Mi sono gettato dalla scala a chiocciola della libreria e non mi sono fatto assolutamente niente. Soltanto dopo aver visto Bellerofonte ridere di me, vedendomi sdraiato sul freddo pavimento della biblioteca, capii che cercavo qualcosa che già possedevo....la morte. Poi, un giorno, sono rientrato dalla piccola porticina nel sepolcro, dove ho visto un cadavere in decomposizione, avvolto nella classica divisa della Flak… Si, ero io: il mio corpo libero sulla terra fredda, mentre la mia anima prigioniera a Xantis. Lascio su di lui queste carte, scrivere altro è inutile, anche se l’inchiostro di questa Parker sembra infinito così come il mio oblio.
Addio
Mathias Klenze, dall’Inferno.
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