Leggende dalla Cripta di Cthulhu
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Chiunque voglia contattare i Custodi della Cripta di Chtulhu può scrivere a PICKETTBLOG@YAHOO.IT

La porta dell'Inferno è stata varcata *loading* volte...


“Once upon a midnight dreary, while I pondered, weak and weary,
Over many a quaint and curios volume of forgotten lore -
While I nodded, nearly napping, suddenly there came a tapping,
As of some one gently rapping, rapping at my chamber door -
'Tis some visiter, I muttered, tapping at my chamber door-
Only this and nothing more...”
E. A. Poe
Siamo finalmente tornati dalle fatiche estive e, dopo la pausa di agosto, torniamo a proporvi i nostri deliranti e visionari sforzi narrativi, nella speranza che voi esigui ma tenaci lettori del blog continuiate a leggerci e a non abbandonarci, come fin'ora avete fatto. Questo mese il piatto forte sarà il finale dell'avventura di Jack Niagara, nella Springtown infestata dagli zombi e la minaccia de La Maschera Bianca, un incubo di Luca Nisi che ha radici nell'inquietante realtà in cui siamo costretti a vivere tutti i giorni. Un saluto da Simone e Luca e come sempre...
Buona Lettura.
***
Un racconto in due parti di Simone Ceccano
JACK NIAGARA, IL CACCIATORE DI MORTI

Jack si allontanò alla svelta. Riempì d’acqua il secchio, lasciò alle sue spalle i tre cadaveri e si diresse frettolosamente verso la macchina. Spostò i resti del corpulento benzinaio e stavolta portò la vecchia Buick fin davanti l’ingresso della casa degli Anderson. Il padre era sulla soglia. Niagara scese con il secchio. “Ecco l’acqua per sua moglie. Sbrighiamoci a rientrare dentro.” “Timmy…?” balbettò barcollando il vecchio dalla camicia troppo larga. “Timmy si è risparmiato altri orrori, mi creda. Posso dirle che mi dispiace. Andiamo dentro ora!” “No… Timmy! O mio Dio, devo andare da lui!” Jack piantò una mano sul petto dell’uomo ansimante. “Non è una buona idea. Il cadavere è infetto. Purtroppo non ho altra benzina e bottiglie per bruciarlo. E in giro potrebbero essercene altri…” Repentinamente l’anziano contadino si riprese dallo shock, solo per esplodere in un violento attacco d’isteria. “Maledetto! Come osi mettermi le mani addosso… Fuori dalla mia proprietà! Avevi detto che l’avresti salvato! Avevi detto che lo avresti salvato, mi senti, miserabile…” “Ho detto che mi dispiace. E ho detto che dobbiamo rientrare alla svelta.” Jack sferrò un diretto contro il volto dell’uomo, stendendolo poi con una ginocchiata allo stomaco. “Stupido contadino. Non ti rendi neppure conto quanto mi sia pesato fare quello che ho fatto…” Jack trascinò il corpo dell’uomo svenuto all’interno. Non era mai tranquillo quando aveva le mani impegnate e non poteva avere a portata di mano la pistola. Per tutto il tragitto, mentre si trascinava dietro il corpo esanime del signor Anderson, guardò costantemente la strada, come se si aspettasse da un momento all’altro di vederne arrivare decine, con quei loro occhi vitrei, barcollanti, orrendamente affamati. Dare le spalle alla porta della casa non lo rendeva tranquillo. Ce n’erano quattro chiusi in cantina, con solo una ragazzina, a quanto pareva, a tenerli d’occhio. Niagara appoggiò il signor Anderson sul vecchio divano del salone. Tornò velocemente verso la macchina a prendere il secchio pieno d’acqua, poi chiuse in fretta l’uscio e lo bloccò provvisoriamente con una pesante poltrona. L’abitazione era in uno stato pietoso: molti dei mobili all’interno erano stati fatti a pezzi per ricavarne delle assi per sbarrare le finestre. La casa doveva aver subito più di un attacco nelle settimane precedenti. “C’è nessuno giù? Ho portato l’acqua!” “Papà sei tu?” Una giovane voce di donna. Forse la “ragazzina” degli Anderson non era poi così piccola. La cosa iniziava a farsi interessante. “Sono il cacciatore che avete chiamato. Tuo padre non si sente bene. Sto scendendo in cantina con l’acqua per tua madre…” Jack scese lentamente lungo le vecchie scale di legno scricchiolanti. Si ritrovò in un piccolo ed umido ambiente di pochi metri quadri, una sorta di anticamera alla cantina vera e propria. Adagiata su una stuoia improvvisata c’era un’anziana signora febbricitante e una ragazza sulla ventina, impegnata ad assisterla mentre borbottava cose incomprensibili in preda agli spasmi. La figlia degli Anderson aveva una pelle bianchissima, quasi color latte; lunghi capelli castani e dei grandi occhi celesti che ricordavano quelli di una bambola. Forse c’era ancora qualche motivo per ostinarsi a vivere in un simile mondo d’incubo. “Cos’è successo a papà?” domandò la ragazza sgranando i suoi due specchi cerulei al centro del viso. “L’ho dovuto tramortire. Si ostinava a non ragionare. Tra qualche minuto rinverrà, stai tranquilla.” Gli occhi di Jack andarono immediatamente alla porta blindata alle spalle della ragazza. Al momento dalla cantina non proveniva nessun rumore. “Le domande me le farai dopo. Ora non abbiamo molto tempo. Come mai questo silenzio?” “Battevano contro la porta fino a una mezz’ora fa. Ora hanno smesso. Era un inferno, un inferno! Quei rumori, mamma che gridava e diceva cose senza senso…” La ragazza scoppiò in lacrime. “Calmati piccola. Dimmi, chi c’è lì dentro?” domandò il cacciatore aspirando nervosamente una nuova sigaretta. “C’è zio Jesse dentro. Zio Jesse e zia Norma. Zia Norma è stata morsa la settimana scorsa. Si è ammalata ed è morta in poco tempo. Zio Jesse si chiuse con lei in cantina. Non voleva che gli uomini dello sceriffo la portassero via e la bruciassero. Non c’è stato modo per convincere zio Jesse ad uscire. Urlava che avrebbe ammazzato chiunque avesse osato portargli via la moglie. La notte successiva lo sentimmo gridare di nuovo, in piena notte. Gridava terrorizzato. Norma… Norma… Norma! Urlava in modo orribile… Poi non abbiamo sentito più la sua voce. Avevamo capito quello che era successo. Papà sprangò la porta e ci disse di non entrare in cantina per nessun motivo. Poi…” La voce della ragazza fu rotta di nuovo da un'altra violenta esplosione di pianto. “Devi calmarti. Il tempo stringe e voglio andarmene da qui. Come ti chiami?” “Pamela. Pamela Lee Anderson signore.” “Pam, devi calmarti e dirmi cos’è successo dopo e, soprattutto, perché tua madre è in queste condizioni.” La ragazza si asciugò le guance arrossate dalle lacrime. “Battevano contro la porta. Li chiamavo, li chiamavo, imploravo loro di smettere, ma continuavano a voler uscire. Volevano uscire… Erano morti e volevano uscire… Stamattina mamma ha aperto la porta, ha provato a calmarli. Papà non voleva, diceva che era una pazza e che lì dentro non c’erano più le persone che conoscevamo. Era su con Timmy e io non mi sono potuta opporre. Mamma ha rimosso la spranga; appena l’hanno vista hanno strisciato verso la porta e l’hanno morsa. L’hanno morsa capisci?” La ragazza alzò il sudicio lenzuolo che copriva la madre in preda alla febbre. Segni di denti su tutto il braccio. Parte della mano staccata di netto da un morso. Era infetta ed erano passate parecchie ore, troppe. “Come pensavo, dannazione…” La vecchia continuava a delirare. Poi aprì gli occhi lattiginosi e guardando indistintamente in direzione del cacciatore mormorò “Timmy? Timmy sei tu?” La figlia degli Anderson volse di nuovo lo sguardo verso lo straniero, con quei suoi grandi occhi. “Dov’è Timmy?” domandò Pam. Jack abbassò lo sguardo verso il lurido pavimento e gettò la cicca a pochi passi dalla porta blindata. “Mi dispiace, Timmy non c’è l’ha fatta. Tuo padre non avrebbe mai dovuto mandarlo fuori da solo…” Pamela ammutolì senza neppure la forza per scoppiare di nuovo in lacrime. Uno scricchiolio di passi pesanti che scendono dalle scale. Istintivamente Niagara si girò di nuovo su se stesso, con la canna dell’automatica puntata verso la luce che proveniva dalla logora rampa di legno. Il vecchio Anderson era sceso in cantina, con il naso ancora sanguinante e con in mano un vecchio fucile da caccia. “Si, forse è colpa mia se Timmy è morto. O forse non hai fatto abbastanza tu per salvarlo. Ormai ha poca importanza… D’altronde sei qui solo per denaro. E li avrai quei tuoi sporchi soldi! Pensi sia un bifolco, un superstizioso, un contadino, una canaglia! Pensa quello che ti pare straniero. Ma io non posseggo né la forza per piantare una pallottola in testa a qualcuno che, a dispetto di tutto quest’Inferno, vedo ancora come una persona che conoscevo e amavo; né la lucidità per accettare in pieno che non ci sia più nulla da fare, quando è in ballo la vita di mia moglie. L’acqua non sarebbe servita a niente, se non ad alleviare gli ultimi istanti di sofferenza della madre dei miei figli. Se Timmy è morto per colpa mia, che Dio mi punisca più di quanto ha già fatto finora!” Jack non si scompose di un millimetro. Il vecchio si rivolse alla figlia: “Pamela, vai su, io e questo straniero dobbiamo finire di concludere i nostri affari. A tua madre ci penso io.” La ragazza salì frettolosamente la vecchia scala, alzando un nugolo di polvere. Niagara continuava a tenere lo sguardo fisso sul contadino, nonostante la presenza alle sue spalle della vecchia moribonda e della porta della cantina lo rendessero più nervoso del previsto. “Abbassa quel fucile, vecchio. Ti conviene, credimi. Mi avevi detto che ce n’erano quattro qui sotto. Devo pensare che…” “Si. Hai capito bene. La terza è Marla, mia moglie. Io non ce la faccio. Non posso farlo e so che non riesci a capire il perché… Lo farai tu per quei dannati 150$. Giuda per tradire Cristo aveva chiesto appena trenta denari… Tu sei più caro, ma d’altronde sei il solo qui che può farlo, e che diavolo me ne faccio io dei soldi in mezzo a questo stramaledetto Inferno?” Il cacciatore abbassò per un istante l’arma e si accese l’ennesima sigaretta, noncurante della canna del fucile da caccia puntato ancora verso di lui. “Si, ma i conti continuano a non tornare, vecchio. Ora me ne hai detti solo tre…” “Pamela non scendere in cantina per nessun motivo!” Il vecchio abbassò a sua volta il fucile e si sbottonò gli ultimi tre bottoni della camicia sformata. All’altezza del ventre aveva una ferita larga e profonda, fasciata alla bell’ e meglio con degli stracci da cucina. “Il quarto lo hai qui di fronte. Non avrei mai mandato Timmy a prendere l’acqua se fossi stato bene. Pamela era troppo lenta e io non mi reggo ormai quasi in piedi; le mie ultime forze le ho spese per alzarmi dal maledetto divano dove mi avevi steso tu. Sono stati Norma e Jesse, quando ho tirato fuori mia moglie dalla cantina e ho sbarrato di nuovo la porta…” “Capisco. Ora i conti tornano. Non c’è nulla di personale, credo che tu lo sappia vecchio…” Niagara abbassò lo sguardo per controllare che il caricatore fosse a posto. “Vai al diavolo straniero! Si lo so. Fai quello che devi fare e fallo alla svelta. Queste sono le chiavi della cantina!” Un vecchio mazzo di chiavi rotolò pesantemente sul pavimento, in mezzo agli stivali impolverati del cacciatore. “Ti facilito il lavoro. Tu pensa a Marla e agli altri. A me ci penso io… Pamela! Non scendere ora!” Il vecchio si portò il fucile all’altezza della bocca. “Un’ultima cosa. Porta mia figlia subito via di qui. C’è mia madre a Knoxville. Per quanto ne so è ancora una città libera. E’ presidiata dalla più grossa concentrazione di militari in quest’angolo del paese.” Niagara non fece in tempo a finire di annuire con il mento, che il vecchio Anderson si era già fatto esplodere la faccia con un colpo di fucile. “Papà!” la ragazza gridava dal piano di sopra. “Pamela non devi scendere!” replicò il cacciatore. “Fai quello che ti ha detto tuo padre. Non ti muovere!” Jack si girò verso la vecchia moribonda. Le pupille iniziavano a diventare bianche e vitree. Tra un’ora al massimo sarebbe morta. Prima del tramonto avrebbe camminato di nuovo, in cerca di cibo. “Arrivederci signora Anderson…” Mormorò Jack con la sigaretta tra i denti mentre faceva saltare la testa anche alla vecchia. Poi trascinò il cadavere del marito accanto a quello della moglie e li coprì entrambi con il sudicio lenzuolo sulla stuoia. “Dicevi che non capivo, eh Anderson? Tu non hai avuto il coraggio di uccidere tua moglie. Io ho ammazzato mio padre. O quello che era diventato… Sono quelli come te che non capiranno mai. Quasi ti invidio, sai? Salutami Timmy.” Prese il vecchio mazzo di chiavi e la torcia elettrica appesa alla parete e aprì la pesante porta blindata della cantina. La stanza era completamente buia e dall’interno usciva un puzzo nauseabondo di decomposizione. Il cacciatore fece un passo indietro e agitò la torcia lungo il fondo, il soffitto e le pareti. Tracce di sangue e interiora umane sulle assi del pavimento. Norma doveva aver iniziato a divorare il marito prima che si risvegliasse anche lui. Niagara si trovava su un angusto pianerottolo. C’era una piccola scala di pietra che portava un metro ancora più in giù. Rumori dietro quel grosso scaffale. Un’ombra a ridosso di quella vecchia botte, vicino alla grata di aerazione. Pavimento, mobilia; l’interno era tutto di legno. “Vi nascondete, eh bastardi? Giocate pure a nascondino, ma non mi costringerete a scendere là in mezzo…” Gli occhi di Niagara si volsero verso la tanica di benzina vicino all’armadio, appena davanti la scala sul pianerottolo. Fece due passi per le scalette, senza mai perdere d’occhio il centro della stanza, su cui aveva puntato il fascio della torcia, lasciata appoggiata sulla piccola balaustra. Si accovacciò accanto alla tanica stando bene attento a tenere lontana la sigaretta. Da dietro la botte l’ombra uscì fuori per dirigersi verso la luce. “Norma… Se non fosse per le sbavature di sangue attorno alla tua bocca, nella penombra ti scambierei quasi per una persona normale… E tu devi essere lo zio Jesse…” Una sagoma goffa e pesante sgusciò da dietro lo scaffale degli attrezzi. Era seminudo e aveva il ventre completamente scempiato dagli avidi morsi di qualcosa di affamato. Continuando a tenere l’automatica puntata in direzione di quegli abomini, Niagara risalì sul pianerottolo in tutta fretta, trascinandosi dietro la tanica. Mentre le sagome dei due cadaveri raggiungevano lentamente il centro della stanza, il cacciatore iniziò a spargere la benzina sul pavimento di legno. “Scusate se non rimango qui a vedervi bruciare…” Poi gettò la cicca ancora accesa al centro della stanza. I morti iniziarono rapidamente a prendere fuoco, come il resto della cantina; eppure continuavano meccanicamente a camminare per raggiungere il cacciatore, senza emettere suoni, con quei loro occhi inespressivi, spenti. Jack uscì velocemente dando un colpo alla torcia ancora sulla balaustra del pianerottolo; poi sprangò di nuovo la porta blindata. Pamela era scesa dalle scale ed ora era dritta in piedi, immobile nell’anticamera della cantina. Lo sguardo dei suo grandi occhi sembrava perso nel vuoto degli Abissi, ma quello che osservava erano i cadaveri dei suoi genitori abbandonati sotto il lenzuolo sulla stuoia. “Andiamo via piccola. Tra poco qui brucierà tutto!” Niagara la prese per un braccio ma la ragazza non sembrava reagire. “Dannazione Pam! Non c’è niente che tu possa fare per loro. Sono andati a stare con Timmy… Anch’io non ho potuto fare nulla per i miei, se questo può consolarti. Noi invece andiamo a Knoxville, da tua nonna. Ma se mi vuoi essere di qualche aiuto e non vuoi che ti lasci qui ti devi svegliare e reagire!” La ragazza sembrò destarsi per un attimo dalla trance e annuì trattenendo a stento nuove lacrime. Jack sollevò un lembo del lenzuolo e iniziò a frugare nei pantaloni del vecchio Anderson. Le fiamme intanto stavano divorando la cantina e il loro orribile contenuto. Presto sarebbero filtrate oltre la porta blindata. “300$… E’ un po’ più di quanto avevamo pattuito, ma, considerato il fatto che devo portarti con me, non penso che tuo padre se la prenderà poi tanto…” La ragazza continuò a rimanere in silenzio. Niagara la prese per un braccio e la trascinò via; insieme tornarono alla luce del giorno, nel salone polveroso. “Ti dovrai svegliare prima o poi. E alla svelta, se vuoi sopravvivere. Knoxville è ancora un posto civile. Ma l’esercito non vuole profughi. Se vuoi entrare in città e non sei un residente hai bisogno di soldi per corrompere i militari…” Pamela uscì nel chiarore del pomeriggio ed entrò come un automa nella vecchia Buick del cacciatore. Poi i due guidarono a Ovest, attraverso le montagne della Virginia. Non si rivolsero parola fino al Tennessee e il mattino dopo erano già scomparsi all’orizzonte. Un’altra casa di Springtown intanto bruciava, ma non c’erano sguardi di vivi che potessero testimoniarlo.
***
PROTESTA DI VITA
Una poesia di Luca Nisi

Dolori laceranti
Inchiostro delebile
Cenere come neve
Diffonde il malumore
La sveglia squilla
La radio mi tormenta
La testa mi gira
L’alcool sbadiglia
Dov’è la notte?
Dov’è la pioggia?
Dov’è il silenzio?
Davanti al sole
Ho gli occhi chiusi
La mia volontà affievolisce
Mentre l’asfalto
Partorisce
Paesaggi solari
Nell’aria calda
Assimilo inutilità.
Sogno
Aria intrisa di pioggia
Sogno
La calma
Prima della tempesta
Sogno
Il vento di novembre
Freddo
Sono la pioggia
In un pomeriggio uggioso
Sono
Lampi nel cielo
Sono il silenzio della
Neve sui monti
Sogno
Bellezze d’inverno
Nell’aria gelida
Assimilo genialità
***
L'ALBA DEL VAMPIRO
Una poesia di Simone Ceccano
I tuoi occhi cerulei mi ricordano le orbite cave di un teschio.
Le tue dolci labbra, il ghigno scarnificato di un cadavere.
La tua luce mi acceca, la tua nudità mi disgusta,
il tuo profumo mi appesta l’anima,
come il fetore di un fiore decomposto.
Sventurati noi, maledetti da chissà quale Dio!
Noi che viviamo nel freddo abbraccio della Madre Notte,
anelando il tramonto, chiusi nell’oscurità delle nostre spelonche,
Seppelliti nelle nostre stesse gelide cripte.
Noi abitiamo nel buio, silenziosi, pudichi e schivi.
Ai canti delle fanciulle preferiamo l’ululato del gufo,
Il vento dell’Ovest ci sussurra antiche storie per destarci,
quando il sole è tinto di sangue e il dormiente si sveglia.
A caccia sotto le stelle, al riparo dalla Luna
Sotto portici dimenticati dove anche i marmi narrano storie.
Nascosti tra immote lapidi senza tempo e nome,
dove la luce delle candele non giunse mai, se non quando fummo sepolti,
Dove mai un fiore fu posato da dolci fanciulle in lacrime,
Ci nascondiamo a te, oh Alba dannata,
per non vedere alla luce del sole lo squallore della tua miseria.

***
Un racconto in tre parti di Luca Nisi
LA MASCHERA BIANCA

Illustrazione Copyright © Giacomo Carmagnola
Devo arrendermi. Si, devo arrendermi di fronte a tutti i miei sbagli. Sono………eh! Mi è quasi venuto un sorriso, pensando al fatto di essere (ma non sono…) Amleto, e in mano non ho un teschio a cui declamo i miei enigmi; in mano stringo un crocifisso. Mai lo avevo guardato in faccia così da vicino, mai mi ero chiesto se credevo, mai avevo sentito il bisogno intenso di baciare il Cristo e chiedergli pietà.
Non cerco il perdono o un aiuto divino, cerco solamente misericordia. Sono disperso (o dovrei dire esiliato) in una terra arida, un deserto di sassi; il cielo ha un colore insolito, quasi giallo, e le stelle di notte sono così diverse… Ma dove sono? Non posso rispondere. Forse, se qualcuno troverà questo registratore, potrà svelare questa mia ultima questione. L’unica cosa che so di certo, è come sono giunto qui. Tanti anni fa, quando ero giovane ed ambizioso, scelsi dopo gli studi di dedicare il mio talento di paleontologo all’osservazione dei fossili. I fossili sono resti o tracce di piante e animali antichi: io mi specializzai nella Tafonomia, lo studio di come un organismo si è fossilizzato; include la ricostruzione delle cause di morte, le modalità di deperimento, sepoltura e fossilizzazione dell'organismo. Ero stato assegnato alla scoperta di nuovi siti, posti soprattutto in Sud America. Ma l’inizio della mia fine cominciò in Europa. Era l’inizio di luglio, tempo ideale per scavi e ricerche. Io ero in Francia per vacanze, quando fui contattato dal dott. Simon Misfire, un mio amico di vecchia data. Il dott. Misfire, archeologo impegnato nel recupero, conservazione e valorizzazione dei siti e dei reperti di rilievo dal punto di vista storico-artistico. Mi invitava al Monastero di Geghard nell’alta valle di Azat; lì mi aspettava per mostrarmi vari reperti, rinvenuti in campi dissotterrati vicino alla cattedrale. Lo faceva per invogliarmi all’Archeologia: Misfire sosteneva sempre che era più importante conoscere la storia dell’uomo che quella degli animali morti. Mi fece vedere molti oggetti interessanti: anfore, maschere, teschi umani, monete; tutte cose dimenticate nella terra, dove tutto nasce e muore. Nelle nostre passeggiate notturne, vicino gli scavi, parlavamo sempre del genere umano e delle sue conquiste passate e sognavamo quali altre il futuro ci avrebbe riservato. Mi ricordo quella sera la sua eccitazione nel sapere che delle sonde erano arrivate su Marte ed ogni notte scaricava dal sito della NASA, le nuove foto. Download dei file, sigaretta, birra, le stelle come tetto; che cosa voleva di più uno scienziato? Io personalmente preferivo altro, come il vino e la facile compagnia. Avevo lasciato Simon alle sue foto di Marte, quando mi intrufolai in uno dei siti. La mia scelta era caduta su quello più ad est della cattedrale. Ricordo che alzai facilmente la sbarra che imprigionava il piccolo sito; lì Simon mi aveva detto che non era stato trovato ancora nulla di particolare. La terra era tutta smossa, quasi pronta ad essere arata. Faceva caldo, ma si stava bene; era decisamente una bella notte senza luna, e le stelle in cielo sembravano milioni. Ero quasi più affascinato dal cielo che dalla terra che calpestavo. Incominciai a camminare col naso all’insù, seguendo la Via Lattea, quando inciampai come un fesso, ruzzolando vorticosamente e fermando la mia corsa con la testa ancora una volta rivolta alla stelle. Fu lì, appiccicato alla terra, che ebbi la prima visione, con gli occhi aperti e rivolti al cielo. Fu impressionante assistere a momenti della mia stessa vita, momenti in cui il mio odio aveva raggiunto livelli straordinari. Liti, sberleffi da parte di professori o colleghi sapientoni, oppure strigliate da donne che poi, tempo dopo, avrei tranquillamente abbandonato. Ho vissuto momenti di pura rivalsa in talmente poco tempo, che mi ero dimenticato di quanto in passato quella gente mi aveva lasciato con l’arma purtroppo nel fodero. Tornai in me soltanto perché distratto dalle urla di approvazione del dottor Misfire per le sue inutili foto. Quando mi rialzai, notai subito che ero pieno di terra, e che sulla testa mi ero provocato una leggera ferita. La curiosità è una brutta bestia ed io non riesco a trattenerla, così frugai nelle tasche e, con il mio vecchio zippo del generale Lee, cercai cosa avesse potuto provocarmi un taglio del genere. La luce fioca del Sud illuminava un piccolo sasso bianco, che spuntava proprio dove avevo prima la testa. Subito cercai di smuoverlo con il piede, gli recai un leggero calcetto, pensando che il sasso sarebbe schizzato lontano. Invece si smosse solo un po’ di terra. Incuriosito, come fosse uno dei mie tanti fossili, lo raccolsi. In realtà, il mio sasso bianco era solamente il naso che, tolta la terra sopra, sembrava appartenere ad una maschera bianca. Ancora oggi non siamo certi di quale materiale fosse fatta, ma di sicuro posso descriverla. Ma sarò costretto a farlo dopo, perché le pile del registratore hanno bisogno di una pausa, ed io devo trovare dell’acqua per sopravvivere almeno ancora un po’. [continua...]
***

Siamo solo all’inizio di questo nostro lungo viaggio. Un cammino cominciato da soli quattro mesi, durante i quali abbiamo cercato di diffondere la nostra cultura verso l’ignoto, ammesso che tale diffusione sia realmente possibile. Questo blog si prende sulle spalle l’incarico di rendere noti blasfemi e innominabili squarci di orrore nella vita quotidiana, seguendo le orme del nostro maestro, Lovecraft. In questo aggiornamento vivremo l’orrore dell’uomo e la vendetta della natura nel nuovo angosciante racconto di Simone, Il Sacerdote; poi, dopo aver attraversato l’altra sponda del fiume, scopriremo le angosce e il destino di un uomo disperso in un deserto di sassi nella seconda parte de La Maschera Bianca. Credetemi, esiste la tentazione di aprire un passaggio verso chiese abbandonate, vicoli acciottolati e sentieri bui che finiscono in cimiteri solitari, dove anche le lacrime sono nere e minacciose. Accendete una candela, lasciatevi cullare dalle parole, sorseggiate un buon whisky e socchiudete appena la finestra della vostra stanza, per dimenticare fuori il cielo uggioso di settembre…
Buona Lettura
“Io penso, Sebastian, quindi sono.” (Pris in Blade Runner)
Un racconto in tre parti di Luca Nisi

Ho riacceso da poco il mio Olimpus DM 2000. Le batterie reggono; dalla mia ultima registrazione sono passate all’incirca due ore. Ho camminato in lungo e largo e questo dannato deserto di sassi sembra infinito tanto quanto l’orizzonte. Da ragazzo ho fatto diversi corsi di sopravvivenza ed in questi casi l’unico liquido che posso ingerire è la mia pipì: è stato disgustoso ma questo mi permette di poter parlare ancora.
Ero alla maschera, maledetta, grande quanto una mano aperta, le labbra erano sottili e chiuse, il suo sguardo era talmente inquietante che mi affascinava. Gli occhi erano strani ma decisamente non ricordavano una figura umana: uno era in rilievo, mentre l’altro era solamente accennato. La maschera terminava con una specie di corna, ma, essendo in quel punto rovinata dal tempo, si poteva supporre che l’artista (che la sua anima sia condannata per l’eternità) che l’aveva realizzata, intendesse fare o delle corna diaboliche, oppure un copricapo con delle corna animali come punto focale. Ricordo la voce di Simon che veniva a cercarmi, ma soprattutto la sua eccitazione quando gli mostrai la maschera. Come me era perplesso sul materiale e soprattutto cominciò ad affondare nella storia per dare un nome al volto sulla maschera. Citò milioni di nomi, facendo più di duemila supposizioni; arrivò ad affermare che avrebbe dovuto chiamare il professor Sitchin! Io preferii tornarmene in tenda per riposare… Lo salutai, ma lui neanche si voltò talmente preso dal nuovo giocattolo.
La mattina seguente mi alzai con la dovuta calma; neanche il rumore degli scavi mi aveva destato. Ricordo che dormii molto profondamente e credo che in quella occasione riuscii a fare una delle mie ultime ore di sonno tranquille, senza che nessuno al mio risveglio fosse stato trovato cadavere.
Pulito, abbandonai l’amico Simon e ritornai a Parigi. Lì avrei preso un aereo per Roma, così avrei rivisto i miei genitori. Il viaggio verso l’aeroporto fu tranquillo, nessuna nuvola nera in cielo presagiva tutta l’ira funesta che a breve si sarebbe scagliata sulla mia esistenza. Ignaro, avevo abbandonato il ricordo della maschera. Ero sull’aereo e il volo era cominciato da un ventina di minuti. Inclinai lo schienale e cominciai a leggere “Requiem” di Friedman, mentre ogni tanto sorseggiavo un aranciata. Lessi circa una quarantina di pagine, poi, come fanno tutti quando ti si stanca la vista, poggiai il libro sul sedile accanto che era vuoto; con l’indice e il pollice della mano destra “aggiustai” gli occhi in un cenno che si ripete dall’eternità dell’uomo.
Rivolsi il mio sguardo verso il finestrino e cominciai a fantasticare con le nuvole: immaginavo il suono solitario del vento tra di esse. Poi, come quando ero bambino, cominciai a cercare delle somiglianze con le nubi: quella sembra una mucca, quella accanto un pollo arrosto, quella la maschera di ieri… Quasi sudai freddo. Era lì: una nuvola perfettamente identica a quel viso bianco, nascosto da millenni nella terra madre!
Fui distratto da un hostess: “Mi scusi signore, le è caduta questa!” Nel cielo la maschera era scomparsa o sorpassata per il mio campo visivo, ma la biondina che prima mi aveva dato un aranciata sorridendomi, ora aveva lasciato accanto al mio libro una maschera bianca, sbucata dal nulla e tornata incomprensibilmente nelle mie mani.
Avrei voluto lasciarla lì, su un sedile vuoto, ma se qualcuno aveva fatto in modo che io la ricevessi di nuovo, forse tutto ciò aveva un senso. Così decisi di prenderla con me e, fino a pochi giorni fa , ero ancora io il suo devoto custode, fino a quando non fui risucchiato in questo deserto. Probabilmente la maschera è rimasta in quel parcheggio dove sono scomparso. Se qualcuno la trovasse gli consiglio vivamente di non toccarla.
C’è un odore aspro nell’aria, respiro molto più velocemente. Lascio queste parole incise su questo nastro magnetico, come monito a chi in futuro si possa trovare di fronte una maschera bianca, che si impossessa dei tuoi sogni e ti permette di uccidere per conto del male. Sono diventato uno strumento nelle mani di un demonio di cui non posso pronunciare il nome; non posso e non devo, potrei svegliarlo. Il suo alito gelido si impossessa di me nel sonno e mi porta a condurre in rem atroci delitti, diretti verso chi in passato mi suscitava solo astio. L’essere si nutre del mio odio, ama provocarmi, lascia che io goda delle sofferenze altrui. Chiedo pietà, perché in parte io ho sorriso delle persone che ora non ci sono più nel momento della loro tragica e brutale morte; ho goduto del fatto che l’essere mi avesse permesso di vendicarmi…
Potete pure giudicarmi un mostro, non mi interessa. Avrei dovuto informare Simon che avevo la maschera, ma non lo feci mai. Neanche quando mi disse che quella maschera non poteva trovarsi lì, dove io la trovai. Commentava all’infinito che era tutto sbagliato.
Ammetto che fui soggiogato dalle tenebre: ricordo vivamente tutti gli otto delitti, soprattutto il primo. Ero nella casa della mia infanzia; mentre mi inchinavo davanti agli Inferi, i miei genitori riposavano ignari qualche stanza più in là. Avevo riposto la maschera vicino alla mia collezione di fossili, raccolta da bambino. Ero perplesso sull’oggetto, ma allo stesso tempo divenni suo schiavo. Il sonno arrivò veloce come non era stato mai. Il primo stadio mi portava ad assistere ad un torto subito, vivendolo da vari punti vista: il mio, quello della mia prossima vittima e dagli occhi estranei di passanti o conoscenti che assistevano casualmente l’accaduto. Riassaporavo tutto. Lì il mio odio cresceva in maniera smisurata. Sentivo, percepivo le mie vene gonfiarsi di sangue, ribollire lo stomaco, i pugni stretti quasi a conficcare le unghie nelle carni… Una sensazione immortale. La fase successiva mi presentava l’attuale stato del mio astio. Poi assistevo eccitato alla sua fine: l’essere si mostrava in tutto il suo splendore. Un essere gigante con due ali di pipistrello sulle spalle, una coda immensa e gli occhi, si, gli occhi erano quelli di un cieco: lui vedeva e godeva con i miei. Dalla bocca milioni di tentacoli, poi degli artigli lunghi come le gambe di un uomo. Uccideva infilando i suoi tentacoli nella bocca delle vittime e succhiandogli via tutta la vita, poi li lasciava cadere inermi a terra, agonizzanti di paura. Li sentivo tremare, lasciandogli per pochi secondi un barlume di coscienza tanto quanto basta per mostragli il volto del loro assassino: il mio. [continua...]
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LABIRINTI DI FOLLIA
Una poesia di Simone Ceccano
Labirinti di follia.
Il mio cervello,
stritolato tra pareti di nulla,
grida in un deserto di emozioni.
Voci lontane.
Ricordi da un vacuo cadavere.
Agonia.
Solitudine.
Sonno.

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IL SACERDOTE
Un racconto in tre parti di Simone Ceccano

Era una splendida giornata primaverile per passeggiare sotto il tenue sole oscurato dalle nubi, riparati dalle scure fronde dei ciclopici pini di Villa Pamphili. Ah, che sublime delizia la primavera romana, che orgiastico piacere respirare gli odori nascosti degli alberi ed ignorare, come in un sogno, la città rumorosa, distante appena oltre quella collina dai cespugli morti, con i suoi inferni ribollenti d’asfalto e le lamiere incandescenti delle auto, danzanti in un’infernale litania di distruzione, ogni giorno, ogni istante, senza un’apparente motivo degno di nota per gli dèi ignari e lontani. Era facile prendere quella galleria angusta che perforava gli alberi come il pugnale affilato di un assassino ed illudersi che il tempo per un attimo si fosse fermato, destando ere immote e lontane dal sonno eterno, imposto loro dalla prosaica vita di quell’essere inutile e immondo che è l’uomo, il cancro che da eoni infetta la terra senza un perché. Flavia amava passeggiare in quell’incanto così fragile e respirare a pieni polmoni la resina pungente di quegli alberi che amava come fratelli, e che mille volte aveva sentito sussurrarle dolci parole d’amore nel silenzio della sera, oppure tristi racconti di solitudine e disperazione che la ragazza comprendeva a pieno come se fossero sgorgati dal suo cuore giovane e sanguinante, quando si trovava ormai sola, e la villa affollata si era trasformata nell’indifferente deserto di emozioni che cullava la sua anima eternamente sospesa tra la realtà e il sogno. Ancora un'altra decina di metri, poi sarebbe tornata a casa dagli apprensivi genitori e dal pranzo tanto detestato che l’aspettava come una condanna quotidiana; genitori con cui non aveva più parlato da anni, da quell’infausto giorno nella fresca radura cosparsa d’aghi di pino, sotto i profumati petali gialli di un alberello anziano e fiorito, quando la sua fanciullezza le era stata rubata da un ladro senza nome, vigliacco stregone notturno che aveva profanato la sua innocenza, fuggendo poi via, nelle ombre che avevano partorito l’aborto della sua vita. Ancora oltre quella collinetta, ancora un altro passo, avrebbe seguito il sentiero in cui mesi prima aveva inseguito una serpe sfuggente, anelante l’oscurità del sottobosco contro la minaccia di quegli uomini maledetti, che in abiti volgari e discinti amavano sudare e ansimare sotto le fronde degli alberi venerandi, in una corsa senza interruzioni, che per il nobile e antico rettile non aveva senso, né funzione, né dignità alcuna. “Sciocca umanità. Sciocca e inutile umanità, prostrati di fronte ai segreti degli Antichi. Prostrati e muori. Sciocca umanità, che tu sia dannata dal padre Dagon e che tu possa sprofondare di nuovo nei neri abissi senza fondo che ti hanno generata. Sciocca umanità, progenie malvagia che discende dai vermi della terra. Torna nel ventre di essa e metti radici come i venerandi padri che tu hai offeso. Che Shub-Nigurrath possa ancora allattarti col suo veleno, fino a quando non sceglierai la distruzione all’eterno perpetuarsi di un’esistenza senza nome, né scopo, né senso, né dignità alcuna. Sciocca umanità. Che il padre Dagon ti perdoni e si cibi delle tue carni per l’eternità.” Cos’era quella voce, quella litania che emergeva come un sibilo dal profondo delle scure fronde del sottobosco? Quali parole più suadenti e maledette di quelle, sussurrate come solo può fare l’amante colpevole di fronte alla sua vittima, allentata la stretta delle mani dal candido collo ormai striato di rosso, appena svanita la passione omicida? Flavia si accucciò al lato del sentiero. C’era qualcuno nelle vicinanze. Istintivamente tremò, come non aveva mai tremato in vita sua quando si trovava in compagnia dei suoi amici alberi, tranne il giorno maledetto dal quale non aveva più parlato con anima viva. [continua...]
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OVER YOU
Una poesia di Luca Nisi

Di certo non farò senatore un cavallo
Mai brucerò la mia città
Non conquisterò terre
Non combatterò i barbari
Non sarò una religione
Ma sarò la vostra punizione
Veglierò spavaldo
Sul tuo seno
Setaccerò viscidamente
Le tue cosce
Usurperò violentemente
Il tuo cuore
Sono così veloce
Che dal voi al tu
Sarò over you
Corri
Scappa
Fuggi
Ovunque andrai
Sarai bellissima
Ma mia
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