Leggende dalla Cripta di Cthulhu

Racconti di Simone Ceccano e Luca Nisi liberamente ispirati all'universo del maestro H.P.LOVECRAFT

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IL MAESTRO

 

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venerdì, 01 ottobre 2004
Editoriale: LEGGENDE DALLA CRIPTA DI CTHULHU parte VII

“Non c'erano luci amichevoli né strade familiari, ma solo la tenebra dello spazio illimitato, spazio inaudito vivo di musica e movimento, senza nessuna affinità con ciò che è terrestre.”

H. P. Lovecraft, La musica di Erich Zahn (1921)

Benvenuti al nostro nuovo aggiornamento di ottobre! Tante le novità. Innanzitutto questo mese vedremo cosa accade quando i fantasmi del passato che hanno tolto per sempre la parola alla protagonista de Il Sacerdote tornano violentemente nel presente in cerca di vendetta. Come se non bastasse, l’incubo continuerà a disturbarvi il sonno nello sconcertante epilogo de La maschera bianca, evocato dalla viva voce dell’enigmatico protagonista, grazie alle ultime pile del suo registratore Olimpus DM 2000. Inoltre, la “colonna sonora” del secondo romanzo (purtroppo inedito!) portato a compimento da me e Luca dopo Un autobus per Innsmouth. Il titolo della canzone, Death has got black eyes, riprende infatti il nome e la trama della nostra ultima fatica, La morte ha gli occhi neri che, con il precedente romanzo, e il prologo L’antiquario, che vi abbiamo fatto leggere in giugno, aggiunge un altro tassello alla saga di Rick Gently, il personaggio tra realtà e fantasia protagonista prediletto dei nostri racconti. La canzone è stata scritta dai BONNIE PARKERS (garage-punk band di Roma), in cui tra l’altro suono. Potete scaricare l’mp3 direttamente da qui o, ancor meglio, fare una visita al nostro sito tramite il link sottostante! Al prossimo aggiornamento e oltre al consueto Buona Lettura vi auguro Buon Ascolto!

THE BONNIE PARKERS

DEATH HAS GOT BLACK EYES (mp3)

Postato da: Pickett alle 17:53 | link | commenti (6) |
editoriali, aggiornamento 07

Poesia: PRIVARSI DELL'ANIMA

PRIVARSI DELL'ANIMA

 

Una poesia di Luca Nisi

 

Illustrazione © Stanley C. Sargent

 

Vivrai

Nel fondo lugubre dell’oceano

Solo, sulla ondulante immensità del tormento

Trafitto da ciclopici e repellenti

Occhi nel buio

 

Ansimerai

Tra Incubi debilitanti

Tra orrende risate

Tra angoscianti richiami

 

Ci sono occhi privi di luce

Che sanguinano lacrime nere

 

Ci sono pensieri

Che versano disperazione

 

Ci sono parole

Che ballano nel vento

 

Sarai

Piegato nel silenzio

Nella successione di istanti

In una pianura monotona

Dove fiori autunnali

Annidano ai piedi

Di ripugnanti cimiteri.

 

***

Postato da: Pickett alle 20:43 | link | commenti (3) |
poesie, aggiornamento 07

sabato, 02 ottobre 2004
Racconto: IL SACERDOTE - parte seconda

IL SACERDOTE

 

Un racconto in tre parti di Simone Ceccano

 

 

Flavia strisciò come la serpe vista mesi prima tra l’erba alta e resa umida dalla recente pioggia. “Sciocca umanità, che ignori chi sia tua madre e tuo padre. Torna negli abissi di Pnath dove le calde fauci del plastico Tsatogghua suggelleranno l’ultimo bacio sulle tue carni avvizzite e dure come la corteccia. Metti radici come i venerandi saggi a cui hai reso scandalo e infine brucia nei cento Inferni in cui fu generata la vergogna della tua stirpe. Brucia ed espia le tue colpe. Che l’informe Tsatogguhua baci le tue carni lascive e avveleni la tua anima.” Che severità e allo stesso tempo che sublime dolcezza in quella voce. Che totale assenza di compassione in quelle parole scandite come una superba e funebre litania. Chi sarà stato mai quell’uomo? Forse un’anima affine, un poeta che sussurrava agli alberi e che udiva i loro dolci o tristi racconti negli infiniti tramonti di quell’oasi di purezza nell’alveare di cemento in cui l’umanità si era costretta a vivere. Un’illusione, certo. Flavia sapeva che non esistono anime affini e che nella propria esistenza si è destinati a rimanere soli per l’eternità. Povera sventurata ragazza, muta e sola con i suoi alberi. Aveva molto di più di quanto non abbia tanta altra gente e non sprecherò futili parole nel compatire la sua fortuna, dinanzi alla disperazione che ci divora quotidianamente senza un perché. Iniziava a piovere lentamente. Le gocce bagnavano la sua giovane pelle, non più innocente da quel giorno nella radura cosparsa di aghi di pino. Un tuono lontano oscurava per un attimo il clacson sacrilego della sgargiante bara di metallo di un’inutile anima semplice sulla strada lontana. “Sciocca umanità, torna in grembo a chi ti creò dal chaos primigenio. Metti radici e sprofonda nelle viscere della terra, fino al pozzo di colui che tutte ode nelle profondità della piramide che tu stessa edificasti con le tue impure braccia da schiava. E che Egli, il cui nome non oso neppure sussurrare in questo luogo così sacro, possa assimilarti per altre mille eternità. Metti radici e porgi la testa alla falce di Nodens il Canuto, e precipita quel tuo orrendo lembo mozzato negli abissi dove i ghoul tessono odi alle tue ossa, pasteggiando delle grida dei bambini non nati tra lapidi senza nome, senza ricordo, senza dignità, come la vergogna che diede vita alla tua schiatta.” Ancora un passo strisciando sul ventre reso umido dalle gocce di pioggia sull’erba liscia e intatta. Chi era quell’uomo le cui parole suonavano così severe e malinconiche allo stesso tempo? Chi possedeva quella voce calda e crepitante come la corteccia degli alberi, che sprigiona faville tra i fuochi di un caminetto durante un interminabile nubifragio d’estate? Ecco la radura in fondo alla discesa dello strapiombo erboso. Ecco il luogo in cui la sua giovinezza era stata profanata per sempre. Ora improvvisamente ricordava ciò che il suo corpo torturato non aveva mai voluto raccontare ad anima viva. Un cerchio d’alberi il cui cielo era l’oscurità delle fronde, se si eccettua un piccolo foro, simili ad un terreno squarcio tra le nubi, da cui penetravano dolci e compassionevoli i raggi dell’astro incandescente; uno spiazzo cosparso di aghi caduti dai pini giganti, versati sulla terra umida come lacrime. “Sciocca umanità, metti radici e brucia nella fiamma che un tempo si ergeva radiosa e terribile nei templi di Sumer, scagliati verso il cielo nel pazzo orgoglio di toccare gli dèi lontani e noncuranti della tua sorte. Brucia e perdona la mano giusta di questo indegno ministro delle divinità lontane, che ti diedero la vita solo per comprendere tardive il loro errore più abietto. Sciocca umanità, metti radici nella terra. Brucia e perdona.Tu non sarai perdonata.” Ora Flavia stentava a trattenere un grido, sebbene la sua giovane bocca da anni non potesse emettere suoni per comunicare con l’insignificante mondo esterno. Chi era quell’uomo che investiva quell’innocente giorno di primavera di parole così severe? In piedi, in mezzo al cerchio di pini, c’era un uomo alto più della media, sebbene curvo e nodoso sotto il peso di innumerevoli inverni, che avevano cosparso la sua pelle di rughe profonde come cicatrici. Chi era quel vegliardo dalla voce roca e sottile che agitava le lunghe mani rugose dalle unghie affilate, disegnando nella penombra della radura invisibili cerchi, il cui significato Flavia non osava finanche immaginare?

Una veste gialla lunga e sporca scendeva dal corpo magro e sinuoso di quello strano vecchio, lasciando solo scoperta parte delle braccia, cosparse da grandi vene sinuose come serpenti in un prato di candida peluria. L’altra mano grinzosa, che non si agitava in quello spasmodico movimento rituale reggeva un libro dalla copertina sdrucita e illeggibile. Le pagine che voltava meccanicamente, eseguendo impietoso la sua interminabile litania, sembravano scricchiolare come le foglie degli alberi calpestate da piedi giovani e scalzi in un giorno d’autunno. Chi era quell’uomo dalla maschera di legno che gli copriva il volto, lasciando fuoriuscire una massa di capelli candidi e una lunga barba tempestata di fulminee striature di grigio? Quale tremendo volto poteva celarsi dietro una maschera così orribile, tanto che Flavia avrebbe voluto urlare dal terrore se la sua voce non fosse fuggita via insieme alla sua innocenza tanti anni prima? Chi poteva possedere quegli occhi così severi e malvagi? Chi, se non un essere maligno e scellerato come un dio? Chi possedeva quegli occhi allo stesso tempo così tristi, dietro i neri buchi dell’empia maschera di legno, fatta a foggia delle fattezze di demoni oscuri, dimenticati nel silenzio di quei boschi sopravvissuti alla follia della prosaica civiltà umana? “Sciocca umanità. Tu che hai profanato questi luoghi da noi scelti come eremo per sfuggire alla tua infezione, tu che rubasti l’innocenza ad un’anima ancora bambina, che sussurrava a noi dolci parole di conforto nella nostra immobile solitudine, brucia ed espia. Che il grande Cthulhu abbia pietà delle tue spoglie mortali e condanni la tua anima all’eterno tormento. Tu che non avesti vergogna di compiere le tue scelleratezze al nostro venerando cospetto. Sciocca umanità. Che il grande Cthulhu abbia pietà di te. A me, suo ministro, non è permesso averne. Metti radici e brucia!” E nell’istante in cui il vecchio dalle vesti gialle e dalla terribile maschera di legno alzava gli occhi verso il foro nella fitta coltre degli alberi, da cui scendeva una pioggia sempre più battente, brandendo come una lama di pugnale l’unghia affilata sul dito nodoso, agitando con il lungo braccio peloso e scarno in traiettorie aeree e misteriose, Flavia pose finalmente gli occhi sul resto della radura, luogo un tempo eletto a segreto rifugio dai dolori quotidiani, in cui non tornava dal giorno dell’orrendo stupro che le aveva tolto la parola per sempre. Tutto era come allora, o quasi. Dov’era l’anziano alberello fiorito dai petali gialli al centro di quel luogo nascosto? Dov’era l’amico dimenticato che era stato involontario spettatore della profanazione del suo giovane corpo? Dov’era colui che, con le sue radici nodose, aveva senza colpa bevuto del sangue che usciva a fiotti dalla gonna della giovane ragazza? Maledetto fu attardarsi a leggere il tormentato Schopenauer dopo il tramonto, con le bianche pagine annotate con avidità cosparse di petali del colore del sole. Un uomo sulla quarantina, dall’ampia cicatrice sulla fronte, era sgusciato come un ladro nell’ombra dalla cerchia di pini giganti, silenziosi e dormienti come i dolmen di un tempio druidico. La ragazza non era stata in grado di accorgersi della sua presenza. Un attimo, delle parole suadenti, uno sguardo sulle grandi orecchie dello sconosciuto, l’odore pungente di sigaretta nel suo fiato bestiale, troppo prossimo a quegli occhi fanciulleschi avidi di amore e filosofia. Aveva tentato di fuggire. I petali del vecchio albero erano volati a mille, frammischiandosi al tappeto d’aghi di pino, mentre l’ingenua fanciulla aveva tentato un’inutile e tardiva fuga. Poi il dolore, la vergogna, gli inutili ma inevitabili sensi di colpa. L’uomo dalla cicatrice e dalle grandi orecchie era scomparso rapido e insensato come l’atto bestiale che aveva spezzato per sempre un’anima innocente. Flavia non aveva più parlato con nessuno, neppure con gli apprensivi genitori che ora l’aspettavano nella casa in cima alla collina d’asfalto. La ragazza aveva percorso mille altre volte il sentiero che si infila nel folto del bosco, ma non aveva fatto più visita allo spiazzo maledetto circondato dai pini. [continua...]

 

***

Postato da: Pickett alle 12:02 | link | commenti (3) |
racconti, aggiornamento 07

Racconto: LA MASCHERA BIANCA - parte terza

LA MASCHERA BIANCA

 

Un racconto in tre parti di Luca Nisi

 

Illustrazione © Giacomo Carmagnola

 

Ho vissuto mesi intensi, nei quali quell’essere ha fatto riaffiorare tutta la sete di vendetta che negli anni avevo covato inconsapevolmente. I giornali hanno riportato tutti e otto i decessi, nessun legame fra loro, nessun dubbio per le forze dell’ordine: tutti decessi per cause naturali. In realtà a tutti era stata strappata l’anima e poi avidamente fagocitata dal Demonio in persona. Se sono finito qui, è perché la mia coscienza era giunta a me come la folla impazzita che invase la Bastiglia quel famigerato 14 luglio del 1789; sono un appassionato di storia e qui di fronte al nulla voglio lasciare il mio testamento mediatico.

È tutto così irreale: la scocca del mio cellulare utilizzato come ultimo bicchiere, ho sorseggiato ancora una volta le mie viscere. Disgustoso. Sto morendo, la pelle è completamente screpolata, anche la mia vista si sta appannando, sono esausto. Più giù a duecento metri ho visto un crepaccio: penso che in quel brivido la farò finita lasciandomi cadere nel vuoto.

Dicevo, sono finito qui quando decisi di sbarazzarmi della maschera. La mia idea era quella di sotterrarla di nuovo, di seppellire di nuovo il Male, ma l’atroce e beffardo destino anche questa volta aveva tirato i fili già da prima che io pensassi………….probabilmente.

Ero in quel parcheggio quando mi squillò il cellulare. Risposi con le chiavi in mano, pronto ad aprire la mia macchina. Era il dott. Misfire, il quale con grande eccitazione mi comunicava che, secondo le sue ricerche, la maschera che avevo trovato e che poi misteriosamente era scomparsa apparteneva ad una figura demoniaca identificata come ‘’faccia umana di Cthulhu”; mentre l’amico mi raccontava la scoperta, estrassi la maschera dalla giacca, osservandola sbigottito. Il mio errore fu pronunciare il nome del demone da solo, come se il solo declamarlo potesse renderlo vivo, di fronte alla sua faccia umana. Subito la maschera cadde a terra, mossa da una forza sconosciuta, ed io in un attimo fui inghiottito dalla stessa terra che per anni avevo coccolato tra le mie mani, per poi essere eruttato in questa landa deserta ed abbandonata. Non sono inglese ma in questo ultimo momento della mia esistenza voglio ricordare Nelson: la sua nave la Victory venne riportata a Gibilterra una settimana dopo, malconcia e senza l’albero maestro, il corpo dell’ammiraglio fu ritrovato immerso in un barile di brandy. Pare che le sue ultime parole furono “Grazie a Dio, ho fatto il mio dovere”. Invece le mie ultime parole sono………………. Oddio! La terra sta tremando! E’ come un terremoto…devo scappare….no, no, qualcosa sta venendo fuori… Ma è gigante! Mio dio, non è possibile è Cthulhu! No, no, vuole anche me! Aaaahhhhhh, aiutooo!”

 

Francia due giorni dopo.

 

“Dottore un telegramma per lei.” “Grazie”. Il dott. Misfire lesse brevemente il comunicato, parole semplici dove gli veniva annunciata la fine prematura del suo amico paleontologo, trovato senza vita in un parcheggio nella periferia di Roma.

Qualche ora più tardi, il dottore come suo solito accese la sua ennesima Marlboro; stappò un'altra birra e cominciò il suo solito download. Dopo poco vide qualcosa che passò alla storia, una splendida veduta di Marte fotografata dalla sonda Spirit: sassi rossi ovunque in un deserto desolato, un cielo giallo all’orizzonte e una fatto straordinario. Vicino un crepaccio semi sepolto nella sabbia un piccolo registratore! “Sembra proprio un Olimpus!” commentò emozionato Simon Misfire. Nessuno che sia vivo può spiegare come sia finito lì, ma quando l’uomo calcherà il rosso pianeta, conoscerà una delle più terribili verità nascoste in un pugno di sabbia.

 

***

Postato da: Pickett alle 12:47 | link | commenti (4) |
racconti, aggiornamento 07

mercoledì, 06 ottobre 2004
Poesia: Sentieri nel buio

SENTIERI NEL BUIO

 

Una poesia di Simone Ceccano

 

 

Sentieri nel buio: passi silenti sulle foglie avvizzite dal tempo.

I piedi strisciano sulla terra umida, fino al candido colonnato,

Là nella piana aspersa di nebbia, dove la spettrale civetta

Canta i sibili dei morti oltre il cimitero abbandonato.

Là, dove da tempi immemori mai più risuonarono passi umani

Tranne i tuoi, venuto a lenire le piaghe dei dannati

Che dalle tombe profonde scavate nella terra

Cercano in un lieve spiffero d’aria tra il legno delle bare

Il tormento di un ricordo della vita che fu.

 

Sentieri nel buio: dalla tua casa fuggisti sotto i raggi di luna,

Steso nelle bianche lenzuola, una notte, te ne andasti dormiente,

Seguendo il sibilo soave di una voce dalle bianche colonne.

Giungesti. E lei, suadente, ti tese la mano candida come il marmo,

la nuda fanciulla che non ha più un lembo di pelle addosso,

Il cui sussurro tormenta i defunti con frammenti di vita perduta.

Pazzo. Folle fosti ad udire il richiamo della Morte oltre la nebbia,

Nella deserta piana dove anche le tombe emettono sussurri

E il vento porta via il tuo ricordo, come una foglia morta sul sentiero.

 

***

Postato da: Pickett alle 23:24 | link | commenti (3) |
poesie, aggiornamento 07

martedì, 19 ottobre 2004
Editoriale: LEGGENDE DALLA CRIPTA DI CTHULHU parte VIII

 

Cotidie morior (ogni giorno muoio)

 

Seneca, Ep. 61

 

Benvenuti nella Cripta di Cthulhu, fondata sui resti di un antico battistero d’epoca romana. Pilastrini e capitelli del VI e VIII secolo e antichi affreschi non sono i tesori nascosti di questo luogo suggestivo. Celata e gelosamente protetta da uno stretto corridoio, lungo il quale le pareti sono affrescate da un cielo dove delle perle formano delle sconosciute costellazioni, la Cripta di Cthulhu è un invito a tuffarsi nella lettura. Qui si raccontano storie di antichi popoli, di gente comune, di eresie religiose, della lotta eterna tra il bene e il male. I ricordi di un passato intenso rappresentano i termini della stessa realtà, l’anima, autentica e devota custode dell’arcano che domina nell’universo. Per toccare con mano quanta passione e quanto trasporto hanno animato i custodi di questo luogo, dovrete percorrere insieme a noi le camere laterali e i corridoi di passaggio, sino al pozzo che è posto lì fin dalla notte dei tempi. La Cripta ha due porte d’ingresso: una, quella che si vede, serve per accedere a tutti quei luoghi e quelle storie completamente perdute nel tempo; l’altra, la nostra e-mail (Pickettblog@yahoo.it), serve per accedere nell’aula del confronto e delle testimonianze. “Noi eravamo come voi e voi sarete come noi” , si legge su un cartello all’ingresso di uno stretto corridoio nelle Cripte del Convento dei Cappuccini a Roma, ma questo non è quello che vi si chiede qui. In questo blog, l’ignaro lettore dimora tranquillamente in una Roma alla fine degli anni settanta nel mio nuovo racconto; inoltre, finalmente scopriremo il destino della giovane ragazza che si infila nel folto bosco nell’appassionato finale del “Il Sacerdote” di Simone.

 

Buona lettura.

Postato da: Pickett alle 17:39 | link | commenti (20) |
editoriali, aggiornamento 08

Racconto: IL SACERDOTE - terza e ultima parte

IL SACERDOTE

 

Un racconto in tre parti di Simone Ceccano

 

 

Erano passati quattro anni da quel 25 di maggio. Ironicamente, oggi era lo stesso giorno e Flavia si trovava di nuovo lì. L’alberello fiorito, però, ora non c’era più: negli anni doveva essere morto, o strappato via dall’infame opera dell’uomo. Forse era quel tronco caduto vicino alle sudice vesti dell’orribile sacerdote dalla maschera di legno? Che strano tronco; una parte sembrava agitarsi nonostante non ci fosse vento, ora che il vecchio era rimasto in silenzio con il braccio dritto ad aspettare chissà quale segno dallo spicchio di cielo sopra la sua testa canuta ricoperta dalla maschera spaventosa. Flavia tirò fuori dalle tasche i suoi piccoli occhiali e guardò meglio in quella direzione. Non era un albero morto. Sebbene il tronco fosse piegato quasi orizzontale al terreno aveva delle radici grandi e profonde. No, erano carne e radici. Radici e carne viva. Non era possibile. Attraverso il rumore incessante della pioggia sembrava uscire dal tronco curvo lo strano e ripetitivo mormorio di una voce spezzata dal dolore. Non erano come le parole che Flavia udiva dai suoi amici alberi. Erano reali, per quanto questa vita possa esserlo. “Ti prego, uccidimi… Chiunque tu sia maledetto. Uccidimi. ” Il misterioso sacerdote dalle vesti gialle e la maschera di legno abbassò d’un tratto lo sguardo verso il la curva pianta in agonia. Mentre teneva il dito alzato verso il cielo riaprì il libro antico con l’altra mano sudicia e venosa. “Sciocca umanità. Brucia ed espia nei mille Inferni di cui Azatoth è signore.” Un fulmine solcò il piccolo cerchio tra la coltre di alberi, perforò la pioggia e si schiantò sulle radici dell’albero prono, che iniziò a bruciare con una velocità impressionante. Il troncò urlò. Si, urlò. Anche la ragazza muta, nascosta tra l’erba alta ed umida, urlò, come non era più riuscita a fare da quel lontano giorno di quattro anni prima. Gridò come avrebbe gridato chiunque di fronte a un simile spettacolo. Il tronco urlò e poi con una forza sovrumana si alzò dritto, scricchiolando e dimenandosi. La parte inferiore era quella di un albero che vorrebbe strappare le proprie radici da terra mentre le fiamme lo consumano. Dal busto in su, dove il legno si fondeva dolorosamente con la carne viva, il corpo era quello di un uomo che agitava spasmodicamente le braccia mentre il rogo spegneva i suoi ultimi sussulti di vita. La testa dello sventurato si scuoteva gridando verso il sacerdote immobile vomitando sangue mentre le fiamme si facevano a pezzi la sua forma ibrida e immonda. L’uomo che chissà quale tremendo maleficio aveva fuso con una pianta e lasciato bruciare aveva delle grandi orecchie, e una grossa cicatrice che solcava la sua fronte sfuggente. Flavia lo vide e il suo urlo di fronte all’agonia di quell’abominio, mentre cercava frettolosamente di asciugarsi le lenti degli occhiali fradice di pioggia, si tramutò di nuovo in un dolce silenzio. Con gli ultimi sussulti di vita, quello che era stato il suo stupratore afferrò con le braccia in fiamme le vesti dell’enigmatico sacerdote. Il vegliardo non si mosse di un dito mentre i suoi abiti sudici e consunti prendevano fuoco insieme alla sua vittima e alla sua barba bianca striata di grigio. La ragazza era ben nascosta nell’erba alta ma avrebbe potuto giurare che il vecchio la stesse guardando mentre le fiamme finivano di consumarlo. Se non fosse stato per la pioggia battente, avrebbe persino potuto testimoniare di aver visto delle lacrime sgorgare dietro la maschera da incubo e quegli occhi tristi e severi. Il rogo durò ancora qualche minuto, poi la pioggia lo spense senza che potesse propagarsi. Tutto ciò che rimaneva era un tronco carbonizzato al centro della radura circondata dai pini. Il giorno seguente il giovane custode trovò una simpatica ragazza di diciannove anni seduta su di esso mentre leggeva Schopenahuer. Il custode si lamentò con lei del fulmine della scorsa giornata, che aveva abbattuto l’alberello fiorito che era solito curare e su cui ora con tutta probabilità era seduta lei, sebbene il tronco gli sembrasse stranamente troppo grande per l’anziana pianta dai petali gialli che gli era stata così familiare. Era stata una fortuna oltre che una casualità bizzarra che l’incendio non si fosse propagato. I due rimasero circa un’ora a parlare amabilmente mentre i raggi del sole penetravano dolcemente su quei volti giovani ed estatici da quello stesso foro che aveva visto la furia del fulmine. Poi la giovane donna, che non aveva voluto dire il suo nome, si congedò dal ragazzo e gli fece dono di una bizzarra maschera di legno dalle orrende fattezze che diceva di aver trovato sul tappeto d’aghi di pino. Ciò che gli dèi danno, per motivazioni il più delle volte totalmente ignote ai mortali, gli dèi ugualmente possono togliere, senza che affiori un lembo del loro infinito disegno, tessuto sopra le nostre teste eternamente ignare. A quanto si sa, l’oggetto di provenienza ignota si trova ancora appeso nella casupola del nuovo custode di Villa Pamphili. Quanto al giovane, pare sia stato trovato morto con il collo spezzato alcuni mesi dopo, in prossimità di un sentiero poco praticato che si infila come una galleria angusta attraverso gli alberi. In una mano stringeva un libro scritto in un linguaggio incomprensibile, ora perduto per sempre nei caotici archivi della Polizia di Stato; nell’altra furono ritrovati alcuni brandelli di un tessuto giallo sporco probabilmente strappati dai vestiti del suo assassino. Le indagini a riguardo si sono rivelate vane, come pure i tentativi di strappare uno straccio di testimonianza da una ragazza muta che alcuni testimoni asseriscono frequentasse il giovane custode di tanto in tanto. Le versioni di costoro non sono state prese in considerazione dalle autorità competenti perché tutti gli esami hanno confermato la patologia incurabile, plausibilmente causata dal trauma psichico conseguente alla morte del giovane custode, di cui la ragazza è a tutt’oggi affetta.

 

***

Postato da: Pickett alle 23:28 | link | commenti (5) |
racconti, aggiornamento 08

mercoledì, 20 ottobre 2004
Poesia: RICOMPENSE SPECIALI

RICOMPENSE SPECIALI

 

Una poesia di Luca Nisi

 

 

Un giorno perfetto

Un bacio

 

Una notte

Un abbraccio liberato

 

Due corpi

Senza far rumore

Affollano

Un silenzio assoluto

 

Un'idea respira

Un istante brucia

Ricompense speciali

 

Noi due

Siamo il sorriso

Dipinto dalla luna

Siamo l’ultimo pensiero

Prima di dormire

 

Ora ti desidero

Proprio a tempo

Con il tuo respiro

 

***

Postato da: Pickett alle 17:30 | link | commenti (1) |
poesie, aggiornamento 08

Poesia: VUOTO

VUOTO

 

Una poesia di Simone Ceccano

 

 Illustrazione Copyright © Giacomo Carmagnola

 

Cerco i miei mostri, e mi scopro a guardarmi allo specchio.

Lamento il mio essere una maschera vuota:

Piango e sorrido sentimenti rubati ad altri,

Incapace di amare o di odiare,

Quando ha realmente senso.

 

Indispensabile

E inutile…

 

Mai presente…

Eppure mai mancato!

 

Pieno degli altri,

seppur vuoto dentro.

 

Condannato a mentirmi,

rinnego la verità.

E la faccia allo specchio

Diventa nient’altro

Che uno dei miei mostri…

 

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poesie, aggiornamento 08

Racconto: L'ULTIMO GETTO D'INCHIOSTRO - parte prima

L’ultimo getto d’inchiostro

 

Un racconto in cinque parti di Luca Nisi

 

Lovecraft Vignette 1

 

Questa storia comincia in una giornata come tante, nella bizzarra primavera romana. Da poco era terminato un violento acquazzone. La pioggia ci aveva colto di sorpresa, così io e il mio amico Edward, ci rifugiammo in un piccolo locale nei pressi di Trastevere. Era affollato il caffè Belgique quella mattina. Giovani universitari chiacchieravano di calcio e politica, seduti su piccoli tavolini rotondi, sorseggiando caffè. Edward era un uomo dalla fantasia straordinaria, la sua famiglia era originaria del Massachusetts, ma si erano trasferiti a Roma prima che Edward nascesse. Eravamo amici fin dall’infanzia, anche se era  più giovane di me di qualche anno. Con lui avevo in comune la passione per la scrittura e per la pittura, così, anche se in modo differente, entrambi avevamo preso la direzione della pubblicazione. Edward scriveva molti libri di poesie ed io mi limitavo ad illustrare i suoi incubi. Sì, perché i suoi testi erano sempre indirizzati verso un orrore cupo e fantasie blasfeme. Devo essere onesto: molte volte mi sono trovato in difficoltà nel disegnare su tela le sue orrende visioni. Ricordo una sua poesia: Sono un’ombra.. Ciò che ero è una statua di sale in un deserto rosso che non conosco, le sue carni divorate dagli scorpioni, la sua anima imprigionata in un incubo. Non era mai soddisfatto degli schizzi che gli presentavo: prima gli mostrai una statua senza tratti, poi l’immagine di  un cadavere con degli scorpioni che banchettavano su di esso. Edward pretendeva che ogni sua poesia fosse accompagnata da un illustrazione in bianco e nero. Alla fine lo accontentai disegnandogli dune nel deserto, che con i suoi chiaroscuri formava delle inquietanti ombre sulla sabbia. Edward fumava tranquillamente appoggiato al bancone, mentre sorseggiava un bicchiere di birra.  Il tempo si stava calmando, ed io consumavo l’ultimo gettone nel telefono. Uscimmo dalla confusione del locale e ci addentrammo per le stradine bagnate dal temporale mattutino. Ricordo vivamente quella mattina, che ha segnato in modo indelebile la vita del mio amico. Parlavamo in modo disinteressato della vita, tirando fuori idee e sogni per il futuro. Ad un certo punto voltammo a sinistra, incuriositi dal rumore di un piccolo campanello. Ci ritrovammo in una viuzza stretta e sinuosa e quello che avevamo scambiato per un tintinnio, in realtà era il cigolare di una vecchia e decrepita insegna che ciondolava, mentre un ragazzo avvolto in un impermeabile lasciava il negozio di un antiquario. “Sembra che abbia acquistato un libro!”  commentò Edward. “Ah sì? Non ci avevo mai fatto caso che qui ci fosse un antiquario…” sussurrai incuriosito. Il mio amico sorrise e prese la palla al balzo. “C’è sempre una prima volta. Entriamo, magari troverò qualcosa che mi possa ispirare.”

Edward varcò con disinvoltura la vecchia porta, inconsapevole che da quel momento la sua vita, letteraria e non, sarebbe cambiata in modo definitivo. Quando entrammo fummo subito invasi da un forte odore di vecchio. Un uomo bassotto sedeva su una sedia di vimini, con una faccia soddisfatta e un alquanto discutibile completo a scacchi, giocava tranquillamente con una moneta, quando i suoi occhi azzurri si incrociarono con i nostri. Io mi diressi verso un scaffale di libri, portando la mia attenzione su una raccolta di poesie Baudleriane. Intanto, Edward cominciava una fitta conversazione con il proprietario della bottega. Il negozio era molto piccolo ma erano tantissimi gli oggetti custoditi. Dopo i piacevoli orrori di altre inquietanti scritture, la mia curiosità si soffermò su una vecchia poltrona rossa; sembrava molto morbida e dopo un attenta osservazione supporrei che fosse stata di raso. Ricordava quei sedili nei teatri di fine ottocento. Tra l’altro mi ricordava proprio un dipinto di un mio prozio, esattamente datato 1888, se non ricordo male. Passarono diversi minuti quando mi avvicinai al bancone. Su di esso era posta una vecchia lampada arrugginita in stile Liberty. Lì riuscii ad ascoltare l’ultima parte della loro conversazione. L’uomo incoraggiava Edward ad acquistare dell’inchiostro e una penna d’oca, con il quale l’antiquario gli assicurava che avrebbe scritto le sue migliori opere. L’inchiostro di un colore nero molto intenso era custodito in una piccola ceramica, chiusa da un altrettanto piccolo tappo di sughero. La ceramica era molto inquietante, sembrava antica. L’autore con poco gusto aveva disegnato su di essa una figura tentacolare. Lasciammo il negozio dopo poco. Edward sembrava soddisfatto dell’acquisto; più in là mi confessò che l’uomo l’aveva convinto dicendogli che quell’inchiostro era stato fatto con un antica formula sumera, la stessa con cui Abdul Alhazred aveva scritto il proibito Necronomicon. [continua…]

 

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Postato da: Pickett alle 19:41 | link | commenti (3) |
racconti, aggiornamento 08