Leggende dalla Cripta di Cthulhu

Racconti di Simone Ceccano e Luca Nisi liberamente ispirati all'universo del maestro H.P.LOVECRAFT

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martedì, 09 novembre 2004
Editoriale: LEGGENDE DALLA CRIPTA DI CTHULHU parte IX

Bentornati nella Cripta di Cthulhu. Siamo ormai giunti nel mese di novembre e in questo nuovo aggiornamento seguiremo attentamente i passi cadenzati di un celebre egittologo all’interno di un vecchio museo dei primi del secolo, nascosto nel cuore di New York. Nel suo nuovo ed agghiacciante racconto, Simone presenta l’affascinante personaggio del professor Lawrence Noir, che si districa silenziosamente e ostinatamente tra i corridoi ed i sotterranei del museo Pickman, raccontando e soprattutto confidandovi tutto quello che potreste vedere ne La Stanza dell’Imbalsamatore. Nel seguito de L’Ultimo Getto d’Inchiostro cominceremo invece ad osservare i cambiamenti nella personalità del giovane Edward, dopo l’acquisto in un vecchio antiquario di un inchiostro che gli permetterà di lasciar traccia su di un foglio bianco di tutte le sue inquietanti verità; anche perché… Scripta manent, verba volant.

Buona lettura da Luca e Simone.

Postato da: Pickett alle 19:33 | link | commenti (10) |
editoriali, aggiornamento 09

Poesia: OMBRE

OMBRE

 

Una poesia di Luca Nisi

Illustrazione Copyright © Wade Heninger

Ombre.
Come coriandoli dispersi
Lungo annoiati viali,
Illudono
I miei falsi tormenti.

Ombre.
Nascoste dietro un epitaffio,
Scivolano nei pertugi
Aspirando al sonno eterno.

Ombre.
Complici ed amanti ,
Incubi impercettibili
Dietro le nostre inquietudini.

Ombre.
Quante lacrime avete versato
Accarezzando la gelida neve di gennaio,
Trascinate via dal vento caldo del deserto,
Sfiorando l’intensa pioggia nelle tenebre,
Lasciando per sempre
Un corpo senza più calore?

***

















Postato da: Pickett alle 19:50 | link | commenti (3) |
poesie, aggiornamento 09

mercoledì, 10 novembre 2004
Racconto: LA STANZA DELL'IMBALSAMATORE - parte prima

LA STANZA DELL'IMBALSAMATORE

 

Un racconto in cinque parti di Simone Ceccano

 

 

Vi siete mai chiesti che tipo di rumori si possono udire all’interno dell’edificio del vecchio museo Pickman, nel cuore del West Village di Manhattan, appena dopo la mezzanotte? Il Pickman è ormai da un decennio un’istituzione tra i musei di Egittologia in tutto il Nord degli Stati Uniti. E’ facile comprendere come la sua destinazione originaria fosse tutt’altra, come svela la sua denominazione ai non profani. Quel vecchio stabile dei primi del secolo deve infatti il suo nome al folle e discusso pittore Richard Upton Pickman, amato e odiato al tempo stesso per gli orribili soggetti protagonisti delle sue splendide tele. Pickman scomparve in circostanze misteriose nel 1926 e avrebbe voluto che il museo intitolato a suo nome custodisse i suoi dipinti più controversi, quelli che nessuna galleria d’arte con un minimo di rispettabilità avrebbe mai acconsentito ad esporre. Le circostanze della sua morte avrebbero frustrato questi propositi: nessuna delle tele di Pickman alloggiò mai all’interno del museo. Dopo la morte del pittore l’edificio rimase abbandonato per lunghi anni, finché nel 1958 non venne rilevato dalla Fondazione del celebre egittologo Lawrence Noir, e convertito alla custodia di alcuni dei reperti dell’antico Egitto più rari e meglio conservati che si possano trovare al mondo. Il museo, che mantenne il nome originario per espressa volontà del professor Noir, sarebbe presto diventato un punto di riferimento per vaste schiere di archeologi e ricercatori, grazie all’incredibile varietà di reperti in esso custoditi e alle ingenti donazioni della giovane ereditiera greco-americana Piper Danaos, vera e propria mecenate dell’infaticabile lavoro di ricerca di Noir. Soltanto nella sala centrale del Pickman, alle spalle delle tre enormi vetrate che danno sulla strada, avreste potuto ammirare in schiera ben sedici mummie in perfette condizioni, complete di bizzarri sarcofagi in pietra nera, che Noir aveva rinvenuto in un complesso tombale prima sconosciuto nei pressi di Abido, in quella che fu chiamata la più fortunata spedizione archeologica degli ultimi trent’anni. I sedici Ushebti di Abido: il vanto del museo! Ma non era nulla se rapportato all’incredibile varietà di tesori che riempivano con le loro ombre silenziose i vasti saloni in legno che in origine avrebbero dovuto ospitare le deliranti visioni d’orrore di un pittore pazzo. La disamina e la catalogazione di ognuno di quei cimeli avevano rappresentato interminabili ore di studio e ricerca per il professor Noir, ricerche protrattesi spesso fino a notte fonda, scacciando il sonno e la fatica come si fa con un ospite indesiderato. Il lavoro instancabile e ossessionato di chi aveva fatto dell’Egittologia e dello studio del passato quasi la sua unica ragione di vita  aveva alienato a Noir molte simpatie ed amicizie. Solo poche persone intime erano rimaste in contatto con lui, nei brevi istanti in cui Lawrence decideva di staccare la spina e tornare a relazionarsi col mondo. Tra i pochi fortunati destinati ad avere un ruolo nella vita di un uomo ormai inghiottito dalle sue stesse ossessioni inoltre c’era Lenore. Lenore, la ragazza che portava lo stesso nome della musa per eccellenza di Edgar Allan Poe, colei che aveva riempito gli anni più recenti della vita dell’ancor giovane accademico. L’incontro con la signorina Pines era sembrata a Noir quasi un’ancora di salvezza, un appiglio per cercare in extremis di ritagliarsi una fetta di vita con qualcosa che non fosse morto da più di dieci secoli ed esposto in una teca ai visitatori giornalieri. A questo punto sembrerà scontato pensare di aver indovinato che genere di rumori possano udirsi dopo la mezzanotte all’interno del vecchio museo Pickman, su Greenwich Street. Immaginerete sicuramente i passi cadenzati sui vecchi pavimenti del giovane professor Noir, perso fin oltre il calar delle tenebre in chissà quale ricerca estenuante, apparentemente senza via di uscita. Sono costretto ad ammettere che non vi sbagliereste del tutto; ma la notte al museo Pickman che voglio raccontarvi non è una notte come le altre, seppure non unica nel suo genere, quale mera ripetizione di un copione crudele dal finale ancora più amaro, se possibile. Nella notte che voglio raccontarvi, Lawrence Noir calcava le stesse vecchie tavole di legno che si erano viste calpestare innumerevoli volte dai neri stivaletti del giovane professore, in quelle ore interminabili, perse follemente nel tentativo di decifrare geroglifici ed iscrizioni sconosciute. La motivazione della sua permanenza notturna al Pickman era però tragicamente e ripetutamente cambiata. Da ormai sei mesi qualcosa era letteralmente “entrato” nella sua vita ed era riuscito persino a scalzare il lavoro dal trono che gli era stato ostinatamente tributato. Sotto quell’apparente tranquillità nello sguardo e quel gessato nero dal taglio impeccabile che non sembrava riflettere i raggi della luna che filtravano dietro le vetrate, Lawrence Noir non era più quello stimato e rispettabile accademico che tutti avevano conosciuto. Quell’involucro vuoto dallo sguardo fisso e i modi affettati aveva alla destra del petto, nel taschino della giacca, un vecchio libro di poesie di Poe, dalla sciatta copertina verde pallido; un libro che Lenore gli aveva regalato quasi per gioco e che era invece diventato il suo conforto nelle interminabili ore di lavoro lontano da lei. Sulla sinistra, dove una volta avevano pulsato i battiti di un cuore umano, ora si spalancavano mille abissi di orrore e disperazione, in una vita d’Inferno celata dolorosamente sotto un manto di forzata apparenza e normalità. Solo Lenore poteva a momenti lenire il dolore mai confessato che da mesi aveva ormai sconvolto la vita di Lawrence. Quella notte non sarebbe passata insonne su vecchi libri e reperti polverosi. Quella notte Noir avrebbe incontrato la fanciulla che aveva cercato di dare un senso ad una vita vuota, seppure nella macabra cornice di quello che era ormai divenuto uno spaventoso rituale. [continua…]

 

***

 

Postato da: Pickett alle 18:21 | link | commenti (4) |
racconti, aggiornamento 09

Racconto: L'ULTIMO GETTO D'INCHIOSTRO - parte seconda

L’ULTIMO GETTO D'INCHIOSTRO

 

Un racconto in cinque parti di Luca Nisi

 

 

Roma è la città eterna e su di essa non pendono né leggende di sortilegi né di maledizioni; è una città i cui tetti e palazzi spiccano verso il cielo in modo maestoso, adagiati sul placido passaggio del fiume Tevere. Niente poteva presagire che qualcosa di oscuro e misterioso avrebbe accomunato la città degli imperatori a quelle sulle quali nei secoli pesa il ricordo di qualcosa di sinistro e abominevole come furono Arkham, Sodoma e Gomorra, o le mille città luccicanti che dicono sopravvivano in fondo al mare.

Erano passati diversi giorni da quando Ed, come lo chiamavano affettuosamente gli amici e la sua giovane fidanzata, aveva acquistato l’inchiostro. Da allora sembrava che il suo spirito creativo fosse tremendamente in fermento. Mi chiamò più volte al telefono invitandomi ad andarlo a trovare nella sua casa a Monteverde. Raggiunsi con la mia vespa il vecchio e austero palazzo dove Ed viveva in solitudine. Presi l’ascensore che come molte case antiche avevano ancora le gettoniere funzionanti, cinquanta lire e avrei raggiunto con facilità l’ottavo piano; lì, dietro una grande e imponente porta di legno che segnava l’ingresso dell’interno sedici, Ed creava i suoi deliri.

I primi cambiamenti in lui si mostrarono già in maniera evidente da quell’incontro. La prima cosa che notai era l’ambiente della casa. Ed era un tipo solare e oltre alla compagnia femminile amava vivere in un ambiente molto luminoso. Invece quel pomeriggio, che regalava un anticipo d’estate, le ante delle grandi finestre del salone erano accostate e sul pavimento di marmo erano sparse diverse candele che Ed giustificò con il fattore concentrazione”. Un'altra cosa che notai fu il suo abbigliamento; all’epoca non ci feci troppo caso, aveva messo nel cassetto i vecchi pantaloni a costine e le magliette comprate a Portaportese, sfoggiando un elegante completo nero. Mi accolse con la sua consueta cordialità invitandomi in salone,  li mi offrì del whisky, un Oban credo, poi mi lesse diverse poesie. Non erano tanto differenti dalle precedenti, ma su queste in certi passaggi si sentiva un qualcosa di nuovo e spettrale. Ricordo perfettamente un tratto allucinante che confessava un'appartenenza misteriosa e diabolica: Sventurati noi, maledetti da chissà quale Dio! Noi che viviamo nel freddo abbraccio della Madre Notte, anelando il tramonto, chiusi nell’oscurità delle nostre spelonche, Seppelliti nelle nostre stesse gelide cripte. Noi abitiamo nel buio, silenziosi, pudichi e schivi.”

“Manca solo il freddo bacio di un cadavere” pensai, mentre illuminato Ed recitava i suoi versi. Lì per la prima volta, ed ahimè non fu l’ultima, notai della piccole vene nere nei suoi occhi. Sul momento lasciai la cosa passare: c’era troppa poca luce nel grande salone per esserne certo. Andai via dopo qualche ora di delirio con un impegno: mettere su tela un ennesimo suo incubo. Questa volta non mi diede il testo su cui escogitare e trovare un disegno, mi commissionò direttamente un bozzetto. Era molto geloso delle sue opere, ma queste scritte con questa penna d’oca e il famigerato inchiostro erano considerate sacre, così mi disse che avrebbe voluto un “ragno distratto” su tela.

Le nostre strade si divisero per qualche tempo. Io fui costretto dal mio lavoro a spostarmi su e giù per l’Italia, mentre Ed cominciò una serie di viaggi in Europa per accendere ancora di più la sua ispirazione. Tornammo entrambi nella capitale nei primi giorni di giugno, quando i raggi di sole scaldano in modo importante l’asfalto che crea paesaggi inquietanti; le foglie e i fiori regalano colori meravigliosi, le nuvole nere in cielo sono solo un ricordo e la vita sembra scorrere limpida come un sorriso sul viso di un amante. Ci ritrovammo una sera a casa mia. Ed arrivò quando il grande orologio del salone segnava le ventitré e qualche minuto.

La serata scorreva placidamente in compagnia di vecchi amici; Ed ci raccontò parte dei suoi viaggi, aveva visitato diverse capitali,  parlò con notevole interesse di Londra e Berlino ma rimase molto affascinato dall’architettura di Amsterdam. Si soffermò parecchi minuti a descrivere la campagna della verde Irlanda, si meravigliava di quanto i vecchi castelli potevano essere fonte di ispirazione. Gli chiesi se avesse terminato l’inchiostro che aveva acquistato. Ricordo che aggrottò la fronte e rispose dopo qualche secondo, affermando che quell’inchiostro era troppo prezioso e sarebbe stato usato per scrivere soltanto un’opera decisiva. Non perse occasione quella sera per leggere una sua nuova poesia che, come le precedenti, mostrava segni di cambiamenti nella sua personalità. Prima di salutarci, mi chiese se l’indomani l'avrei potuto accompagnare a visitare una chiesa di stile neogotico-romano: era la cappella di famiglia dei Doria Pamphili, realizzata all’interno di Villa Pamphili. Accolsi con entusiasmo la proposta. [continua…]

 

***

 

Postato da: Pickett alle 18:37 | link | commenti (3) |
racconti, aggiornamento 09

Poesia: AGONIA IN UNA NOTTE D'INVERNO

AGONIA IN UNA NOTTE D'INVERNO

 

Una poesia di Simone Ceccano

 

Illustrazione Copyright © Sharon Hudson

 

Scende la notte,

e con lei l'ultimo anelito della mia anima

muore sospirando il tuo nome.

 

Ma tu non rispondi,

e il sospiro presto si tramuta

in rantolo ed agonia.

 

***

Postato da: Pickett alle 18:54 | link | commenti (2) |
poesie, aggiornamento 09