Leggende dalla Cripta di Cthulhu
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Chiunque voglia contattare i Custodi della Cripta di Chtulhu può scrivere a PICKETTBLOG@YAHOO.IT

La porta dell'Inferno è stata varcata *loading* volte...

Un caloroso benvenuto a tutti i lettori del nuovo aggiornamento di dicembre. Torno a scrivere l’editoriale per il nostro blog dopo due mesi di assenza, nei quali sono stato sostituito dall’ottimo Luca nel compito di illustrarvi i contenuti del nostro piccolo spazio dedicato alle nostre opere ispirate ad HPL. L’aggiornamento di questo mese aprirà una finestra su avvenimenti di recente attualità, con un articolo di Luca sull’ultimo documentario prodotto dalla Digitaldesk: “H.P. LOVECRAFT – IPOTESI DI UN VIAGGIO IN ITALIA”, proposto in Italia poche settimane fa da SKY. Un manoscritto perduto di fresca scoperta (come sottolinea Luca, sembra proprio un racconto di Lovecraft!) getta una nuovissima e interessante ipotesi sulla genesi di alcune componenti fondamentali del ciclo dei Miti di Cthulhu: altro che New England, Innsmouth in realtà si trovava nel delta del Pò? Non aggiungo altro e vi lascio all’intelligente conclusione ventilata da Luca, che vi spiegherà nel dettaglio di cosa si tratta. In quanto al materiale consueto, nei prossimi giorni posterò il seguito de La stanza dell’imbalsamatore e de L’ultimo getto d’inchiostro: Larry ed Edward, due storie in apparenza diverse ma dal destino maledettamente parallelo, che nei prossimi aggiornamenti spero vi terranno col fiato sospeso. Mi congedo con una vignetta di Toren McBin Atkinsons, che ci mostra il nostro Cthulhu e altri dèi del pantheon lovecraftiano in una veste insolita e sicuramente meno minacciosa di quella a cui siamo abituati. Al prossimo aggiornamento e, come consueto…
Buona Lettura.

***
H.P. LOVECRAFT – IPOTESI DI UN VIAGGIO IN ITALIA Un articolo di Luca Nisi 
A volte è solo una lettera ingiallita che permette alla fantasia dello scrittore d’indossare di nuovo il guanto della sfida. Un incredibile notizia illumina d’immenso la stanza vuota dell’ispirazione. È così che comincia questa storia: con una lettera - diario ritrovata tra le pagine di un libro (mi piace immaginare che fosse un edizione in lingua originale di “Alle montagne della follia”). La polvere, sinonimo di sporco ma, allo stesso tempo, sostantivo che sì adatta perfettamente all’aggettivo antico. Roberto Leggio, appassionato di letteratura Lovecraftiana, acquista un libro in un banco di antiquario a Montecatini e, attraverso le pagine ingiallite del manoscritto datato 1926, rinviene un'incredibile scoperta. Questo diario ritrovato, dopo un attenta lettura, riapre in modo eclatante la vita e la storia letteraria di Howard Phillips Lovecraft. Il manoscritto è indirizzato ad Alfred Galpin (pupillo di Lovecraft, il quale ha vissuto gli ultimi anni della sua vita proprio a Montecatini, insieme alla moglie italiana Isabella Panzini). Il documento risalente al maggio del 1926, descrive le tappe di un viaggio attraverso la “Terra dei grandi fiumi”, il Polesine. Al diario si alternano degli appunti che formano una sorta di annotazioni per una successiva stesura di racconti dell’orrore. Lovecraft, che nella sua biografia abbiamo conosciuto come un solitario ed una persona estremamente legata alla terra che gli ha dato i natali, avrebbe lasciato Providence ed attraversato l’Oceano, per visitare in modo dettagliato l’umidissima zona del Delta del Pò (lui, afflitto da croniche idiosincrasie!). Roberto Leggio e Federico Greco (documentarista e giornalista), con il supporto di Sebastiano Fusco (esperto di Lovecraft) e del professor Gianni Sparapan (antropologo e storico del Polesine), trasformano il manoscritto in una sorta di mappa, e seguono minuziosamente il viaggio da Venezia (dove sul manoscritto l’autore dichiara di aver visitato la biblioteca Marciana per consultare il libro proibito “Le stanze di Dzyan”) fino alle lande più sperdute del Polesine. Così nasce il documentario: “H.P. LOVECRAFT – IPOTESI DI UN VIAGGIO IN ITALIA”. Perché è d’ipotesi che gli autori parlano. In un'intervista affermano: “Non si pretende di dimostrare qualcosa di certo con questo documentario, solo una possibilità”. Il documentario è prodotto dalla Digitaldesk. Studio Universal (SKY) ne ha acquistato i diritti, rendendo in tal modo omaggio al nostro amato maestro. La possibilità che il diario sia vero è dimostrabile apparentemente dalla calligrafia del documento; gli pseudonimi usati (l’autore si firma Grandpa Theo, pseudonimo con cui il maestro Lovecraft si firmava a parenti ed amici) e lo stile nella narrazione non lascerebbero dubbi. È dalle leggende venete e dai lugubri luoghi intorno al Po’ che Lovecraft prende spunto per la stesura di alcune storie (The Shadow over Innsmouth, The Dunwich Horror, The Call of Chtulhu, tutte opere successive al ’26)? Il documentario ci mostra una possibilità, (ventisei minuti intriganti e convincenti), io nel mio piccolo preferisco rispondere: ipotesi affascinante. Lovecraft ci ha lasciato a soli 46 anni (1937), donandoci il più innovativo e importante filone gotico dell’orrore. Lovecraft è stato sempre sinonimo di mistero, di entità mostruose venute dalle stelle, di esseri provenienti dagli abissi; ci ha descritto città lagunari e portuali infestate da abitanti dalla pelle decadente e gli occhi sporgenti. Quest’altro tassello non fa altro che alimentare il mito di un uomo che ha condiviso con noi (umili allievi) l’amore indiscusso verso la fantascienza e l’orrore. Bentornato Mestro.
***
LA STANZA DELL'IMBALSAMATORE
Un racconto in cinque parti di Simone Ceccano

Lawrence attraversò la sala principale e gettò un’occhiata alle sedici mummie degli Ushebti che guardavano silenziose Greenwich Street, mentre i lampioni della strada proiettavano mille riflessi sulle teche impolverate che le tenevano prigioniere. Guardò impassibile i suoi tesori più preziosi senza tradire emozioni, allo stesso modo con cui un entomologo guarda un insetto che sta per essere dissezionato. Poi accennò un breve ghigno, mostrando per un istante la vasta schiera di denti bianchi che un tempo erano stati abituati a sorridere spesso. Fu un attimo, poi il giovane professore si ricompose immediatamente in vista delle luce giallastra che filtrava dai vetri di una piccola porticina di legno in fondo al corridoio. La giovane Lucy Gently, la nuova archivista appena assunta dal museo, lavorava ancora fino a tardi. Noir poteva sentire il ticchettio insistente dei tasti della macchina per scrivere confondersi con il rumore dei tarli nelle vecchie intercapedini di legno dell’edificio. Fece ancora qualche passo ed irruppe silenziosamente nell’ufficio, tradito solo all’ultimo istante dal cigolio della porta. Lucy sobbalzò appena vide il pallido volto del professore appena oltre la soglia. Era una ragazza giovane e carina, forse troppo giovane per sopportare il recente trauma di un aborto che si era andato ad aggiungere ad un contesto tutt’altro che roseo. Il marito era un giornalista sportivo molto discusso nel jet-set della New York di allora, e pare non disdegnasse affatto di trascurarla e, all’occorrenza, di tradirla. Un’improvvisa defezione della vecchia archivista, unita ad un’accorata presentazione da parte di Miss Danaos, la finanziatrice della Fondazione, avevano convinto Noir ad assumere la ragazza e a renderla partecipe di alcune ricerche minori, che il professore negli ultimi tempi non era stato in grado di seguire di persona. Nonostante non fosse negli intendimenti di entrambi, quella notte i due si scambiarono null’altro che frettolosi saluti. La giovane Lucy, che aveva nutrito una passione per l’Egittologia fin dai tempi dell’Università, mai portata a termine perché costretta troppo presto a cercare un lavoro e mantenersi, avrebbe voluto conversare per ore con l’uomo che aveva realizzato i suoi sogni di adolescente e che la strappava quotidianamente, seppur per poche ore, dalla squallida situazione familiare che l’aspettava una volta tornata a casa. Ma Noir quella notte non si sarebbe fermato a parlare a lungo neppure con il Diavolo in persona. Nella notte di cui stiamo parlando, come tante altre prima di essa, qualcosa avrebbe costretto Lawrence a biascicare appena quattro parole di circostanza, costringendolo poi repentinamente a fuggire come un ladro nei piani inferiori del suo stesso museo. Correvi da Lenore, povero Lawrence. Correvi, ma in un certo qual senso non eri tu a muovere le tue gambe. La giovane archivista sarebbe rimasta di sasso e avrebbe scosso la testa, rimuginando per qualche istante quali oscuri pensieri si celassero di fronte alla malcelata tranquillità e assenza di emozioni del giovane professore e al suo bizzarro comportamento. Noir si sarebbe lasciato alle spalle l’ufficio illuminato e si sarebbe tuffato nell’oscurità dell’interminabile corridoio, fino ai gradini che conducevano ai sotterranei del vecchio edificio.“La tua Lenore è andata oltre, con accanto la Speranza, lasciando te sconvolto, senza la futura cara sposa, senza di lei, bella e gentile, che ora giace nella bara con i capelli biondi vivi e la morte dentro agli occhi […].” Un lamento funebre per Lenore, pronunciato con parole rubate ad un altro. Si, perché Lenore quella notte sarebbe morta. Lenore… Quanta ironia in quella grottesca coincidenza di nomi! Noir accarezzò il libro gelosamente custodito nell’interno della giacca e sibilò questi versi di Poe, mentre i suoi occhi inebetiti cercavano di penetrare il buio che celava gli ultimi gradini che portavano allo studio sotterraneo, dietro il locale caldaia. Non tutti i tasselli ancora combaciavano. Lenore Pines non era la giovane fanciulla morta prematuramente, pianta da Poe per tutta la vita. Lenore Pines, la commessa di Bloomingdale che Noir appena otto mesi prima aveva giurato di sposare, era ancora viva… Si, viva, sebbene dovesse restarlo ancora per poco nella mente devastata del suo folle amante omicida. Lenore non era ancora morta ma aveva il cranio parzialmente sfondato da un grosso oggetto contundente e il suo bel viso, ancora dormiente per lo shock, grondava di sangue tanto da gocciolare fin sul pavimento. Potete credermi sulla parola: era quasi cosciente, come qualche ora prima, quando mani amorevoli e folli al tempo stesso l’avevano legata con pesanti lacci di cuoio ad un sudicio tavolo operatorio, giunto chissà come nei sotterranei del museo, forse grazie ai contatti di Noir con la Morgue. Oh Lawrence, quanto l’avevi amata! Forse in tutta la tua vita non hai amato nessun altra, nessuna come lei, “la fanciulla rara e splendida che Lenore chiamano gli Angeli […].” Perché non ricordarlo, ora che tutto ciò è appunto soltanto un ricordo? Quale mostro dentro di te poteva spingerti a fare quello hai fatto? Quale voce dal profondo ti violentava l’anima fino a farti urlare e ti costringeva ad obbedire ed uccidere?
***
L’ULTIMO GETTO D'INCHIOSTRO Un racconto in cinque parti di Luca Nisi

Ci incontrammo il giorno seguente verso le sedici; anche se il calendario annunciava l’arrivo dell’estate, quel pomeriggio il cielo era uggioso. Entrammo dall’ingresso di Porta San Pancrazio e camminammo su un sentiero sterrato superando l’Arco dei Quattro venti. Superammo il Piazzale dei Ragazzi del 1948 da dove si ammira la Palazzina Corsini; Ed mi disse che la palazzina aveva subito dei danni nel 1849 a causa della cruenta battaglia del Gianicolo. La nostra passeggiata continuava su un lungo sentiero acciottolato e, mentre Ed faceva da cicerone, non potei non tornare col pensiero alla mia infanzia. Oltre ad avere la passione per le storie, io e il mio amico eravamo figli di altre terre: I miei natali io li devo all’Inghilterra, a Londra. Come ricordavo, parte della mia fanciullezza l’avevo passata nei giardini e nei parchi che la capitale inglese mostra in tutta la sua bellezza. Windsor, la cappella di St George, dalla quale fin dal mattino riuscivo ad ascoltare gli interminabili rintocchi… Oppure serbo l’immagine di un caffè a Soho, dove i mie genitori incontravano amici e parenti. Anche la giornata mi riportava indietro nel tempo. Ho frammenti di memorie di un cielo talmente grigio che i raggi del sole facevano fatica a posarsi oltre i tetti, per raggiungere la civiltà. Lasciato il piazzale, attraversammo il Viale del Maglio giungendo al Casino del Bel Respiro, voluto da Innocenzo X che, prima di essere eletto papa, era conosciuto come Giovanni Battista Pamphili. Qui Ed si fermò e cominciò a narrarmi che la palazzina sul lato principale si sviluppava su due piani e, sul lato prospiciente il giardino segreto, su tre piani per superare il dislivello del terreno. Continuava a parlare ed io, incuriosito, cominciai a concentrarmi sul personaggio più che sulle parole. L’avevo lasciato che era un ragazzo, ora sembrava un uomo. Spalle robuste, corporatura snella, la faccia algida e due profonde occhiaie. Gli occhi erano diventati imperscrutabili, come se il fisico cominciasse a trapelare i (suoi) segreti che, in futuro, avrebbero sconvolto la sua vita. Scendendo la scalinata che fiancheggia il perfetto giardino in stile inglese, si arriva al Giardino del Teatro, una costruzione semicircolare eretta tra il 1664 ed il 1652. “E’ qui che leggerò ad un riservato pubblico la mia opera più grande!” commentò soddisfatto Ed, mentre svoltavamo a sinistra per trovarci di fronte la Cappella Doria Pamphili. La gita turistica finì proprio alla chiesa. Mi raccontava che il suo prossimo racconto avrebbe avuto come scenario tutto l’itinerario che avevamo osservato, concludendosi all’interno della costruzione realizzata nel 1902. La storia che aveva in mente prendeva spunto dal fatto che, dove sorgeva la chiesa, prima c’era una fontana (Fontana dei Delfini) andata distrutta negli scontri risorgimentali del 1849 tra garibaldini e francesi. Mentre mi mostrava lo stemma araldico dei Pamphili (una colomba pamphiliana) cominciò a parlarmi delle strane sensazioni che aveva quando usava quell’inchiostro. Era restio a parlarne e faceva fatica a confidarsi. Sì spostò di qualche metro per mostrarmi il pilone di sinistra dove si trovava lo stemma dei Doria: una grande aquila con le ali spiegate. Fui sorpreso quando incominciò a parlarmi in inglese. Premetto che da ragazzi eravamo abituati a parlare in inglese quando volevamo commentare o sfuggire a situazioni imbarazzanti. La sua voce era tremendamente pesante. Mi confidò di sentire emozioni violente ogni qual volta toglieva quel tappetto di sughero e l’odore intenso gli pervadeva le narici. Mi disse senza giochi di parole che aveva la netta sensazione che quell’inchiostro fosse vivo. Per le motivazioni che vi esporrò più avanti, mi rammarico di non aver dato la giusta attenzione alla sua affermazione. Ed continuava a contemplare la chiesa; il sole pomeridiano sbucò da un strato di nubi e i suoi raggi si posarono delicatamente sull’edificio in laterizio. Accesi una sigaretta mentre aspettavo Ed, poi quando mi raggiunse cominciammo ad incamminarci verso l’uscita; da lì iniziammo una conversazione che trasportò il mio amico quasi automaticamente. “I lavori di occupazione e di espropriazione della villa sono terminati da pochi anni....” commentò infilando le mani nelle tasche della sua giacca. “Davvero? In che anno?” chiesi incuriosito. “Dal 1971. Sai William, non sai quanto sono contento di poter girare in questo parco; però, come Robert Blake, vorrei poter entrare in quella chiesa. Credo mi sarebbe molto d’aiuto.” William? Non mi chiamava così da almeno vent’anni; la cosa mi sorprese, ma non feci in tempo ad indagare, che il discorso che seguii catturò tutta la mia attenzione. “Devi sapere che ad esempio il grande Stockhausen ritiene che la sua musica venga mandata direttamente da Sirio; lui non fa che trascriverla.” Camminavo, fumavo ed ascoltavo. “Capisci, lui pensa e scrive realmente come un extraterrestre.” Fece una pausa. “Sganciandomi da certe realtà, sento che potrei scrivere qualcosa di unico.” Non mi guardava mentre parlava, sembrava che cercasse di convincere se stesso. “Credo nell’esistenza di grandi forze cosmiche che possono influenzare l’animale uomo”. Gettai la sigaretta sul sentiero acciottolato mentre il cielo incominciava a schiarirsi. “Non ti seguo Ed, puoi farmi un esempio?” Ed, sembrò accorgersi di me, mi studiò un attimo e rispose. “Guarda quel tuo prozio, i suoi dipinti sembrano davvero guidati da una forza sconosciuta, quasi distante dalla corrente pittorica di fine ottocento londinese.” Mi si gelò il sangue alle sue parole: in pochi ricordano Walter Richard S. ed io non ne avevo voglia. Così risposi: “Ci sarebbe da discuterne, ma non voglio riassumere la vicenda.” Ed sorrise ed armatosi di coraggio affrontò un discorso ambizioso e parlò quasi esclusivamente lui da villa Pamphili fino al parcheggio della sua Mini Cooper Morris rossa. “Conosci il mito di Gilgamesh?” Annuii. “Gilgamesh, figlio della dea Ninsun, animato dai desideri di un dio ma dal destino umano e mortale, affronta il problema eterno dell’aldilà; affranto dalla morte dell’amico Enkidu, compie un viaggio ai confini del mondo per incontrare Utnapistim, l’unico umano diventato eterno.” Un'altra pausa e riprese. “Vedi, nelle raffigurazioni dell’epoca ( ricordo un sigillo del 2200 a. C., ritrovato nelle tombe reali della città di Ur ed ora conservato al British Museum) Enkidu viene raffigurato come un uomo con le corna e le gambe di un capro.” Dovetti interromperlo. “Non riesco a seguirti, dove vuoi arrivare?” Intanto avevamo lasciato i dolci giardini all’inglese e affrontavamo il marciapiede che ci avrebbe portato alla macchina. Ed si fermò dinanzi l’auto e prima di aprire lo sportello e far scattare la sicura mi rispose. “L’umanità nei secoli ha cercato la via per la perfezione, invece io inseguo la strada della completezza : soltanto unendomi con determinate forze cosmiche, io riuscirò!” Il mangianastri dell’auto era posizionato sulla radio e in quel momento, quando fu accesa, suonava Tragedy dei Bee Gees, quasi come se il caso avesse puntato il dito su Ed, anticipando l’imminente tragedia nella sua vita. Ma non sarà il colpo di pistola che si sente a metà del brano ad infrangere l’esistenza del giovane romano, sarà l’inquietante verbo intransitivo a mandarlo a terra.
***
L’ULTIMO GIORNO
Una poesia di Simone Ceccano

Aspetto un'alba che non arriverà.
Cieco e storpio,
sentirò sulla mia anima mutilata
i passi indifferenti
di demoni ghignanti e sordi,
e il mio grido si spezzerà
in mille frammenti di Chaos,
mentre un sole morto
tramonterà crudele
durante il suo ultimo giorno.
***

“Era Yuletide, la ricorrenza che gli uomini chiamano Natale pur sapendo in cuor loro che è più antica di Betlemme e Babilonia, più di Menfi e della stessa umanità. Era Yuletide e finalmente giungevo all’antica città di mare dove la mia gente aveva vissuto e celebrato il rito anche nei tempi andati, quando era proibito farlo...”
H. P. Lovecraft, La Ricorrenza (1923)
Bentornati a tutti i lettori del blog per l’ultimo aggiornamento di dicembre prima della fine dell’anno! E’ Natale (o meglio Yuletide, come il nostro HPL non manca di indicarci, puntuale come sempre…) persino nell’umida e buia città sommersa di R’lyeh ed i Custodi della Cripta di Cthulhu non possono esimersi di fare i migliori auguri a tutti i lettori del blog, a quelli che postano ed assiduamente seguono le vicissitudini dei personaggi dei nostri racconti, e anche a coloro che sono soltanto di passaggio in questo contenitore che da sfogo alle fantasie letterarie di Luca e Simone ormai da sei mesi. In particolare un saluto ed un abbraccio ad AngelDivina, il Guru, Innovari e il suo splendido blog, lo Sciacallo, Avida, Simone Lucciola e tanti altri che al momento (perdonatemi!) non mi vengono in mente. Nei prossimi giorni posterò il consueto materiale, con le nuove puntate de L'ultimo getto d'inchiostro e de La stanza dell'imbalsamatore, che continueranno a tenervi compagnia per il resto del periodo natalizio fino a gennaio. L'illustrazione di quest'aggiornamento numero XI viaggia sulla falsariga di quella dell'editoriale precedente: uno Cthulhu inconsueto in formato peluche con tanto di cappello da Babbo Natale! Un saluto a tutti da Simone e Luca e, come ormai di rito...
Buona Lettura!
LA STANZA DELL'IMBALSAMATORE
Un racconto in cinque parti di Simone Ceccano Illustrazione © Giacomo Carmagnola
Noir accese l’interruttore dell’unica lampadina a basso voltaggio che illuminava quella spelonca di orrori. Qualcuno avrebbe potuto chiamarla uno studio da imbalsamatore. In parte lo era, ma non avreste trovato al suo interno rari esemplari di animali scomparsi, immortalati in eterno per i visitatori del museo; né avreste potuto ammirare le facce grigie e inespressive di mummie di antichi faraoni e dignitari del II° millennio A.C. Ciò che faceva da cornice alle umide pareti dello scantinato erano invece dei tristi e lugubri cadaveri, appesi impietosamente alle tubature con dei ganci da macellaio. La maggior parte delle pelli flosce e vuote erano state riempite di paglia o polistirolo, come si fa per la cacciagione. Le orbite cave degli occhi, rimossi per non essere divorati dai vermi e dagli insetti, erano state metodicamente riempite con pupille di vetro, che riflettevano opache la tenue luce della lampadina, dando a tratti l’illusione che in esse brillasse ancora la vita. Le approfondite conoscenze del direttore del museo sulle tecniche di mummificazione egizie avevano poi fatto in modo che nessuno di quei macabri trofei potesse decomporsi e lasciare comodamente il palcoscenico. No. Ognuna di quelle salme avrebbe ricordato per sempre a Noir quello che aveva fatto nei momenti in cui non era in sé, nei lunghi e interminabili istanti in cui l’Altro emergeva con violenza, urlandogli dal profondo la sua brama insaziabile di sempre nuove vittime. Era il suo modo di espiare i propri peccati e gli omicidi commessi. Ormai vi sarà chiaro, perciò non fatevi illusioni: Lawrence Noir era completamente impazzito. “Todd, come va vecchio mio?” Hai forse detto questo, Lawrence, quando ti sei trovato di fronte al cadavere del tuo vecchio amico impagliato, nascosto con le altre vittime nel tuo personale armadio degli scheletri? Cosa ti aveva fatto quel povero vecchio? Lavorare dieci anni per te come custode del museo era un delitto abbastanza grave da farlo incorrere in un simile trattamento? E l’adorabile signora Tillinghast, la vecchia archivista prima dell’arrivo di Lucy Gently? Ti sei preoccupato di salutare con garbo la sua mummia impagliata, adagiata con diabolica compostezza su di una vecchia poltrona in un angolo? E Lenore. Oh, Lenore. “Là, nella triste bara rigida, giace l’amor tuo, Lenore!” Come hai potuto Lawrence? Fin quanto eri schiavo dell’Altro da essere cieco e sordo ai tuoi sentimenti più intimi? Tutto ciò è valso davvero il prezzo che hai pagato e che stai ancora pagando? Forse leggermente sfiorato da simili pensieri, Lawrence Noir si era avvicinato lentamente al tavolo operatorio, con lo sguardo fisso nel vuoto, sfilandosi con compostezza la giacca. Un attimo dopo un violento e doloroso spasmo lo aveva costretto a piegarsi sulle ginocchia. Era sempre lucido quando accadeva. Lucido e cosciente, eppure non poteva controllare i suoi movimenti e la sua volontà. Qualcosa dentro gli diceva di uccidere e Noir uccideva: freddo, spietato e infine disperato, quando le voci dentro si affievolivano e Lawrence rimaneva solo con tutto l’orrore delle azioni commesse. Orrore sublimato ed espiato con altre azioni ancora più macabre ed orrende: costringere quei corpi straziati ad un’eterna vita, imbalsamati nei sotterranei del museo. Lawrence Noir aveva già da tempo smesso di esistere. Al suo posto e nel suo corpo vivevano L’Altro, avido di corpi umani e di sangue; e poi c’era l’imbalsamatore, la larva umana che aveva varcato la soglia della follia e collezionava le vittime dell’Altro solo per procurarsi ulteriore dolore e catarsi. Succedeva così ormai da sei mesi, da quando Noir aveva ricevuto quella misteriosa lettera da un certo John Smith. Un nome banale e uno scherzo di cattivo gusto. John Smith era stato il padre di quello che diventerà Lawrence Noir, stimato professore di Egittologia e direttore del Museo Pickman di New York. John Smith era l’uomo che aveva demolito la sua vita durante l’infanzia; vita che Noir aveva cercato faticosamente di ricostruirsi con lo studio, gli eccessivi sacrifici, l’abnegazione spinta all’estremo in vista del riscatto. John Smith era il padre che lo aveva abbandonato appena tredicenne sparandosi due colpi in bocca. Anche il vecchio John sembrava essere impazzito da un giorno all’altro. Una bella mattina aveva iniziato a farfugliare cose senza senso: diceva che presto un demone sarebbe entrato dentro di lui e che li avrebbe uccisi tutti: moglie e figlio. Poi la tragedia e il gesto insano. John Smith era un pilota. Nessuno dei passeggeri del volo di linea delle 22:30, Port Block – Los Angeles, delle New England Airlines era tornato a casa dalla propria famiglia. Il pilota si era fatto saltare la faccia e li aveva portati tutti con sé all’Inferno. Il corpo carbonizzato di John Smith non fu mai ritrovato e, pur con fatica, la sua famiglia si dimenticò di lui. Lawrence aveva persino cambiato cognome pur di cancellare il ricordo del padre suicida. Noir era il cognome della madre, canadese originaria di Montreal. E ora quella lettera riportava indietro i fantasmi del passato! Alla prima ne seguì un’altra e un’altra ancora. Tutte firmate John Smith e nessuna degnata di risposta. Non è dato sapere quale fosse il loro contenuto, e forse è meglio così. Dopo l’ultima lettera, datata maggio del 196X, Noir acconsentì ad incontrare quel misterioso individuo che aveva lo stesso nome del padre, forse nella disperata ricerca di risposte al suo gesto inspiegabile. Tutto ciò sei mesi prima di questa folle notte che sto cercando di immortalare su carta, Dio solo sa perché. Da quello strano incontro il professore tornò a casa con molto più di quello che si sarebbe aspettato. [continua...]
***
INTERPRETAZIONI DIRETTE
Una poesia di Luca Nisi

Vorrei danzare sulla tua lapide, maledetto mattino!
Restituirti il dolore, di dover di nuovo svanire.
Ricompensarti con l’oblio del mio attuale destino.
Vorrei lavarmi con le vostre lacrime, maledetti amanti!
Ci rubate la notte, ci private dell’alba e della sua rugiada.
A noi, echi del passato, sciagurati viandanti.
I fantasmi rincorrono nel vento i loro sogni spezzati.
Mentre incuranti le loro carni marciscono nel buio.
Lasciando involucri temporanei, passaggi ad ignare esistenze.
Chiudevo gli occhi ed ascoltavo il placido battito del mio cuore.
Ora credo di chiuderli e percepisco il silenzio delle memorie.
Ricordi banali di caffè e sigarette a colazione.
***
L’ULTIMO GETTO D'INCHIOSTRO
Un racconto in cinque parti di Luca Nisi

Illustrazione © Toren Mc Bin Atkinsons
Quella sua impazienza di riuscire lo porterà ad essere un grido nel silenzio, nel suo grande salone dove lo ritrovai disteso a terra qualche mese più in là. Vi chiederete per quale motivo mi sia incaponito nel voler raccontare questa storia. La verità che troverete in questo ciclostilato ha due facce: la prima quella che avete assaggiato, vi ha fatto conoscere la preda Edward; l’altra è la mia. Effettivamente io ho mentito all’inizio di questa confessione; io in realtà conoscevo bene quel negozio di antiquariato. Ero stato lì parecchi giorni prima, mi era stato consigliato da una persona di cui non posso e non voglio fare il nome. Sono un appassionato del viaggio nell’oscurità. La morte è un argomento che mi ha sempre affascinato: ho letto il Libro Tibetano dei Morti, l’infame Cultes des Goules del conte d’Erlette e anche il diabolico De Vermis Misteriis del vecchio Ludwig Prinn. La mia ricerca ossessionante dell’esplorazione dell’aldilà mi aveva spinto proprio nella mia stessa città, proprio dentro quel vecchio antiquario nel cuore di Trastevere per la mia inconfessabile ricerca del Necronomicon. Quell’uomo possedeva realmente una copia dell’aborrito libro, ma non volle vendermela. Arrivai ad offrire diverse cifre, ma non sembrava interessato ai soldi. Avrei dovuto aspettare diversi anni, la riproduzione che possedeva era già prenotata. Però mi propose uno scambio: un’anima per una copia del Necromicon. L’uomo dalla faccia bianca mi disse di recarmi da lui in un determinato giorno, insieme ad una persona che nel sangue aveva la giusta passione per poter affondare una maledetta penna d’oca, per sua stessa ammissione, usata dal notaio reale di Cortès per catalogare tutti i beni sottratti dagli Spagnoli, dentro un inchiostro che soltanto un certo tipo di coscienza poteva trasformare in parole. Si, ho venduto il mio amico alla Morte. Lui avrebbe aperto l’inchiostro e ne sarebbe rimasto plagiato. La sua coscienza sarebbe cambiata ed in tempo breve la sua mano avrebbe trascritto il Necronomicon per me. Nei giorni che seguirono passai diverso tempo con Ed proprio per vedere, molto morbosamente, come l’inchiostro lo cambiasse e cosa gli avrebbe potuto mostrare. I primi cambiamenti li conoscete, ma il bello doveva ancora arrivare! Era divenuto uno straniero nella sua stessa città, la solitudine lo stava contagiando, anche se a casa sua erano frequenti, oltre alle mie visite, quelle della giovane fidanzata. Vi chiederete cosa spinge un uomo a tradire la propria umanità e vendere la vita di un altro? Fu solo e soltanto per la conoscenza, lo feci senza comprendere bene le conseguenze del mio gesto. Ora sono pentito, ma questo non basta: qualcuno deve morire. Ed acquistò diversi mobili antichi adatti alla sua nuova personalità. Comprò una scrivania in legno del fine settecento, poi una lampada a forma di mappamondo, molto in voga negli inizi degli anni ottanta. Infine si procurò tutte le opere in lingua originale di Howard Phillips Lovecraft. Mi confidava che ogni qual volta tentava di utilizzare quell’inchiostro, le sue notti erano cariche di sogni incredibili. Mi raccontò prima di posti completamente estranei a questa Terra, dove c’è la notte dietro e la notte davanti. Poi mi parlò di aver visto l’Egitto prima delle sabbie, di aver visto animali grigi giganti simili ad elefanti trasportare blocchi di pietra. Quando si crede che l’animo umano sia impenetrabile e si riesca a mantenere il sangue freddo, tutto questo crolla di fronte alla propria coscienza. Ed era sempre felice di vedermi, ero l’unico che non gli dava del pazzo. Avrei dovuto dirgli la verità e restituire quello schifosissimo inchiostro; la cosa stava ormai degenerando col passare dei mesi, anche la ragazza cominciava a dubitare della sua sanità mentale. Parte dei nostri amici lo avevano etichettato come un folle, quando una sera lesse una delle sue controverse poesie. “I tuoi occhi mi ricordano le orbite cave di un teschio. Le tue dolci labbra, il ghigno scarnificato di un cadavere. La tua luce mi acceca, la tua nudità mi disgusta, il tuo profumo mi appesta l’anima, come il fetore di un fiore decomposto.” Era rimasto solo, io soltanto conoscevo la verità. Non era affatto deluso della sparizione dei suoi amici, non gli interessava, diceva di essere soddisfatto e che presto tutti sarebbero tornati da lui. Finché non arrivò il trenta aprile del 198X. "La notte di Valpurga".
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Una poesia di Simone Ceccano

Come definire l’assenza di emozioni?
Indifferenza è una parola gentile.
Hai mai preso per la gola un cadavere?
Uno schiaffo può forse costringerlo a parlare?
Come far rabbrividire la pelle al soffio del vento,
Se il braccio che porgo alla Notte non ha più carne?
Che vuoi che guardi se mi hai spento gli occhi?
E quali orecchie possono sentirti ridere di me?
Ridi, ma le ho strappate via,
Pur di non godere dei tuoi guaiti da cagna.
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