Leggende dalla Cripta di Cthulhu

Racconti di Simone Ceccano e Luca Nisi liberamente ispirati all'universo del maestro H.P.LOVECRAFT

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martedì, 11 gennaio 2005
Editoriale: LEGGENDE DALLA CRIPTA DI CTHULHU parte XII

“Il tempo si era smarrito nei labirinti che lasciavamo alle nostre spalle, intorno a noi, i secoli passati irrompevano con un fascino inesprimibile...”

H. P. Lovecraft, Colui che sussurrava nelle tenebre (1930)

Anno nuovo, nuovi incubi. Cosa può rappresentare meglio del nostro blog l’età inquieta in cui viviamo? In sei mesi di “diario” Vi stiamo presentando personaggi e situazioni che si possono celare tranquillamente anche nel palazzo che ogni giorno guardate distrattamente dalla finestra della Vostra stanza. In questo nuovo aggiornamento scopriremo definitivamente se William riuscirà ad avere per se l’ambito Necronomicon, svelando il tragico destino di Edward nella notte di Valpurga: tutto ciò ne L’Ultimo Getto d’Inchiostro. Dopo aver salutato con un cenno del capo la nuova archivista, seguiremo silenziosamente l’ambigua figura di Lawrence Noir nel tetro museo Pickman, ci lasceremo guidare fino agli angusti e misteriosi sotterranei, cercando di non inciampare su di una vecchia poltrona dove una della tante mummie del professore riposano. Troverete tutto questo nella quarta parte de La Stanza dell’Imbalsamatore. Vi invitiamo ancora una volta a seguire le nostre orme nella neve, tra i sentieri ignoti dove neanche la luce del sole osa giungere.

Buona lettura da Luca e Simone.

Postato da: Pickett alle 17:19 | link | commenti (8) |
editoriali, aggiornamento 12

mercoledì, 12 gennaio 2005
Racconto: L'ULTIMO GETTO D'INCHIOSTRO - quinta e ultima parte

L’ULTIMO GETTO D'INCHIOSTRO

Un racconto in cinque parti di Luca Nisi 

Secondo antiche credenze, che risalgono ai riti agricoli di primavera, nella notte di Santa Valpurga, sul monte del Brocken, nello Harz in Germania, le forze occulte celebrano il sabba infernale. Io, William S. ero seduto su una poltrona molto comoda al centro del grande salone vittoriano a casa di Edward, quando accade l’inevitabile. Senza dire una parola prese in mano la famigerata ceramica che conteneva l’inchiostro, tolse delicatamente il tappo di sughero e inspirò profondamente il contenuto. Come mi aveva raccontato, ogni volta che faceva questo gesto aveva delle lunghe e inquietanti visioni. Ma questa volta accadde qualcosa che non potrò mai dimenticare, che devo assolutamente raccontare.  Quella volta non ebbe allucinazioni di mondi sommersi o di esseri fatti d’acqua, anzi, fece qualcosa che avrebbe mosso la mia mano in futuro. Dopo mi guardò in un modo molto intenso e disse. “Il momento che aspetti da anni è giunto!” Ed, o chi per lui, sapeva che in qualche orribile modo io ero a conoscenza di tutto; e da cacciatore in un secondo divenni preda. Edward prese l’inchiostro e lo bevve tutto. Lo bevve capite? Prima cominciò a tremare, poi delle urla, poi uno spasmo. Infine cadde a terra e dopo pochi minuti si rialzò. Io ero completamente immobile dalla paura. Edward mi guardò di nuovo e questa volta i suoi occhi erano completamente neri; riuscivo a malapena a scorgere le orbite, ormai inondate da quella cosa nera. Edward aprì il cassetto della scrivania ed estrasse un pugnale affilato. Agitava la lama, tagliando l’aria. Quell’essere, che di certo si era impossessato di Ed, si avvicinò verso di me. Poggiò la sua mano sinistra sulla mia spalla destra e m’invitò ad osservare in silenzio. Con la mano destra impugnava l’arma: da così vicino notai che il manico era in madreperla e su di essa c’era l’effigie di un’aquila. Ma non era lo stemma della famiglia Doria che avevamo visto sulla chiesa neogotica, era l’aquila imperiale delle SS. Poi Ed con la lama che riportava una scritta che soltanto dopo ho potuto tradurre dal tedesco, si procurò una ferita alla mano poggiata sulla mia spalla. "Il mio onore si chiama fedeltà", diceva l’iscrizione. La ferita misurava all’incirca 4 centimetri e sanguinava di un liquido nero. Poi tornò alla scrivania e con il suo sangue infetto Edward scrisse per tutta la notte. Rimasi fermo tutta la notte osservando la figura di Ed china sullo scrittoio. Svenne a terra nelle prime ore del mattino. Solo quando cadde sul freddo pavimento riuscii a liberarmi dalla paura ed alzarmi. Mi diressi verso la scrivania e quello che trovai fu una copia in latino del Necronomicon, scritta dal mio amico Edward. Avevo finalmente tra le mani l’aborrito libro, ma qualcosa andò storto. Ovvero, la mia coscienza bussò. Ed giaceva a terra immobile, io posai il libro nel cassetto chiudendolo a chiave. Gli toccai il polso, era ancora vivo. Ho detto in precedenza che per avere il libro dell’arabo pazzo avrei dovuto sacrificare una vita. Così, avrei ucciso il mio amico. Il pugnale era a portata di mano; lo impugnai, alzai il gomito per prendere la giusta velocità e feci quello che dovevo fare. Edward fu ricoverato in tempo e si salvò. Gli dovettero praticare diverse trasfusioni di sangue, ma si salvò e di tutto quello che accadde quella notte non ebbe mai il ricordo. Feci ricoverare Ed, lasciandolo alle cure della sua fidanzata e tornai a casa sua. Ero elettrizzano dalla possibilità di poter leggere finalmente la folle opera di Abdul Alhazred. Trovai la porta di casa aperta e subito corsi nel grande salone. La scrivania era stata scassinata e il libro rubato. Ho passato gli anni migliori della mia vita alla ricerca della conoscenza sulla Morte, ma tutto quello che mi rimane è stata solo la gioia di aver sfiorato con mano il sapere, forse perché il mio onore si chiama fedeltà verso la vita. Tuttora frequento Ed al quale non ho mai rivelato nulla. Il negozio di antiquariato è chiuso e l’ultima volta che l’ho visto aperto fu il giorno in cui Ed acquistò l’inchiostro. Ma se questa storia vi sembrerà assurda non credetemi pazzo se alla fine, proprio nelle ultime righe, vicino all’ultimo getto d’inchiostro, io vi dirò il nome della persona che all’epoca mi indirizzò da quell’antiquario dai profondi occhi azzurri. Il suo nome è

(Questo ciclostilato venne ritrovato il 10 marzo del 1987 a Roma, a casa del pittore William Sickert pochi giorni dopo la sua scomparsa)  

***

Postato da: Pickett alle 17:03 | link | commenti |
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giovedì, 13 gennaio 2005
Racconto: LA STANZA DELL'IMBALSAMATORE - parte quarta

LA STANZA DELL’IMBALSAMATORE 

Un racconto in cinque parti di Simone Ceccano

 

Non sappiamo chi fosse John Smith, e che cosa abbia realmente detto o rivelato al professor Noir quando i due si trovarono finalmente faccia a faccia. Né abbiamo gli elementi per congetturare quale fosse il significato di quella singolare omonimia e quali collegamenti potessero esserci con la tragica fine del pilota delle New England Airlines. Ma è certo che fu dal periodo appena successivo all’incontro che i comportamenti e le priorità di Lawrence cambiarono bruscamente, come pure il contenuto delle sue abitudini notturne. C’è chi aveva diagnosticato schizofrenia, esaurimento nervoso causato dal troppo lavoro, shock per il riemergere dei fantasmi legati alla morte del padre. Dulcis in fundo, Lenore lo aveva lasciato. Due anni nel disperato tentativo di sostenere un uomo che era riuscito a soffocarsi con la sua stessa ossessiva brama di riscatto erano abbastanza per poter anche sopportare un così repentino cambiamento di personalità. Noir era rimasto solo con il  libro di poesie che Lenore gli aveva regalato per gioco e lo strano oggetto avuto in dono dal misterioso omonimo del padre, insieme a chissà quali oscuri e terribili segreti, che il professore si premurò di non rivelare mai a nessuno. L’oggetto in questione era un’antica e sgraziata statuetta scolpita in una particolare pietra nera sconosciuta; sembrava fosse un singolare tipo di roccia vetrificato, che permetteva alle superfici levigate di assomigliare a degli specchi. Specchi molto particolari, ed è infatti quasi improprio chiamarli così, perché non riflettevano in alcun modo la luce, anzi a tratti sembravano quasi assorbirla. La bizzarra opera d’arte ritraeva un soggetto che non riesco a definire in altro modo se non inquietante. Con tutta probabilità l’artista non era riuscito a rappresentare a pieno quello che aveva in mente, o forse semplicemente non aveva voluto farlo. Dai pochi appunti di Noir in cui sono presenti accenni a questa vicenda si viene a conoscenza di come il sedicente John Smith l’avesse chiamata Fiore di Anubis al momento di consegnarla al giovane professore. E in effetti la statuetta sembrava rappresentare qualcosa di molto simile ad un fiore che contorcendosi con il suo grosso stelo fuoriusciva da un base squadrata, sulla cui facciata superiore era stato scolpito qualcosa che inequivocabilmente non poteva essere altro che una bocca spalancata! Che tipo di pianta dovesse poi essere nelle intenzioni dello scultore è un altro particolare che sfugge. Per quanto assurdo possa sembrare, a tratti l’osservatore avrebbe giurato che la corolla dello strano fiore e i suoi petali somigliassero piuttosto alle escrescenze di un anemone di mare, più che ad un’esotica pianta sconosciuta. La statuetta aveva delle iscrizioni incise sotto la base, chiaramente dei geroglifici egizi. Tutto ciò, invece che diradare le fitte nubi attorno all’origine dell’oggetto, non faceva altro che infittirne il mistero. La statuetta infatti risultava impossibile da datare! Nonostante fossero chiare le sue origini, non era neppure pensabile associare quei geroglifici dallo stile unico a qualsiasi dinastia regnante conosciuta dell’Egitto storico. Inoltre, se la scrittura utilizzata era stata quella egizia, la lingua in cui erano state vergate quelle parole misteriose era sicuramente un’altra, oppure un dialetto mai visto prima che non avrebbe fatto altro che sollevare ulteriori problematiche apparentemente senza soluzione.

Nonostante la presenza di tutti questi elementi che avrebbero fatto pensare sembra ombra di dubbio ad un volgare falso, la statuetta era palesemente autentica e per giunta molto antica. Non sarebbe servito altro ad uno studioso scrupoloso e ossessionato come il professor Noir come pretesto per perdere nuove insonni notti di studio e ricerca sull’ultimo prezioso reperto acquisito dal museo Pickman in maniera così singolare. Ma c’era dell’altro, elementi rimasti sepolti per lunghi anni che una volta tornati alla luce avrebbero acquisito nuovi significati e impresso una brusca svolta ad una vita già segnata dal principio. Lawrence aveva infatti già visto quell’oggetto e la rabbia e lo stupore nel vederselo riconsegnare da quell’estraneo avevano subito lasciato il passo ad un’ansia di risposte che si sarebbe rivelata fatale. L’uomo misterioso aveva raccontato di aver avuto in consegna l’orribile statuetta dal padre, la mattina stessa del maledetto volo che aveva spezzato la sua vita per sempre. Asseriva di non poterla tenere, che apparteneva a Lawrence e che solo lui avrebbe potuto “spezzare la catena”. Poi era fuggito, sembrava incredibilmente spaventato da qualcosa. Noir era rimasto solo con le sue domande, con in mano soltanto quell’oggetto così carico di deja vu e il misterioso contenuto delle lettere ricevute nei mesi precedenti. Non ne sarebbero mai arrivate altre. L’uomo che aveva detto di chiamarsi John Smith sarebbe sparito dalla vita di Lawrence per sempre, senza lasciare traccia, come il padre prima di lui. La statuetta invece sarebbe rimasta per spalancare di nuovo gli abissi dell’Inferno. Tornando indietro nel tempo, fino ai ricordi sbiaditi e rimossi degli ultimi giorni di vita del genitore suicida, Noir ricordava l’inquietante oggetto posto sulla mensola vicino al letto, di poco sopra la testa del padre dormiente, qualche settimana prima che la follia si impossessasse di lui fino a spingerlo a togliersi la vita. Durante ogni notte insonne, persa nel museo nel vano sforzo di decifrare quelle incomprensibili iscrizioni, la statuetta di quel fiore mostruoso, che sembrava quasi vivo, in procinto di uscire fuori dalla roccia stessa, avrebbe risvegliato immagini dimenticate, che Noir non avrebbe neppure mai ricordato senza l’incontro con l’uomo misterioso.  [continua...]

***

Postato da: Pickett alle 22:17 | link | commenti |
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Poesia: IL BACIO DI GIUDA

IL BACIO DI GIUDA

Una poesia di Luca Nisi

 

I vessilli dell’impero

Come paladini aspettano gloria.

Come romano aspetto onore,

Come uomo aspetto amore.

Solo, dinanzi lo specchio,

A stento mi riconosco.

Non ho avuto gloria,

Ho perduto l’onore,

Ho calpestato il cuore,

E allora come un gatto

Farò le fusa a chi mi regalerà un sorriso.

Sarò traditore

Sarò ladro

Sarò infame

Ma non voglio più

Cadere in ginocchio

In un lago d’inutili lacrime.

Sarò cattivo

Sarò cinico

Sarò il bacio di Giuda.

 ***

Postato da: Pickett alle 22:53 | link | commenti (1) |
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venerdì, 14 gennaio 2005
Poesia: LA PALUDE

 LA PALUDE

Una poesia di Simone Ceccano

 

 

Amarti sarebbe rischioso. Sei come la nera palude che ogni notte infesta i miei incubi, e mi fa tremare al solo pensiero che il mio piede scivoli nelle sue acque immote e silenti, dove le lucciole si librano come demoni sopra un lago color Notte.

Amarti mi sarebbe fatale. Incauto, mi perderei tra i tuoi immensi canneti, scrutando disperatamente i gabbiani sopra la mia testa in cerca di un’uscita, mentre dietro l’angolo il respiro della tigre è in agguato, pronta a ghermire e sbranarmi l’anima.

 

Amarti sarebbe folle. Folle come cercare di toccare la Luna riflessa sulle tue nere acque, tuffandomi alla cieca nelle tue profondità. Folle. Annegherei e il mio cadavere che marcisce sul fondo sarebbe il tuo trofeo in eterno.

***

Postato da: Pickett alle 16:16 | link | commenti (5) |
poesie, aggiornamento 12