Leggende dalla Cripta di Cthulhu
Racconti di Simone Ceccano e Luca Nisi liberamente ispirati all'universo del maestro H.P.LOVECRAFT
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La porta dell'Inferno è stata varcata *loading* volte...


Dopo un breve periodo di silenzio, siamo di nuovo qui a dare il benvenuto a tutti a questo aggiornamento numero 13. Un numero non scelto a caso per chiudere i primi otto mesi di vita del nostro-vostro blog, voi cari nostri esigui (ma buoni!) lettori che ci avete seguito senza paura in questa prima parte del cammino lungo la strada che porta dritto alla Cripta del nostro dio preferito: il Grande Cthulhu! Sarete abbastanza coraggiosi da continuare a brancolare nel buio violentati dalle nostre più perverse fantasie? Per il momento, in attesa di ulteriori sviluppi, concludiamo in questo numero 13 la vicenda del professor Noir, tormentato dalle personalità dell’imbalsamatore e dell’Altro. Luca dal canto suo aprirà l’aggiornamento con Tnargh-guh, la nostra piccola aggiunta “divina” al pantheon lovecraftiano. Verrà inoltre posto il sigillo finale sulle vicende de La stanza dell’imbalsamatore per mezzo di un racconto breve, sotto forma di lettera, che getterà definitivamente la luce sulle origini del dramma poi consumatosi tra le sale polverose del museo Pickman. Non accettate mai statuette da sconosciuti e per la tredicesima volta…
Buona lettura!
TNARGH-GUH
Una poesia di Luca Nisi

Illustrazione Copyright © Paul Carrick
In fondo al pozzo,
Da mille secoli,
Riposano silenti
Mille tentacoli,
Mille occhi,
Mille pericoli.
La piramide brucia;
Il deserto vomita cavallette;
L’essere si sveglia.
Quel ritmo d’argento,
Quello schiocco nel vento,
Quel gorgoglio soffocante…
Trattieni la paura.
Danza sulle montagne,
Ricorda quel nome!
Presto
Saremo solo
Un sussurro nel vento.
***
LA STANZA DELL’IMBALSAMATORE
Un racconto in cinque parti di Simone Ceccano

L’oggetto in questione era comparso inspiegabilmente tanti e tanti anni prima, abbandonato una mattina come le altre da qualche sconosciuto sulla soglia dell’appartamento di allora nell’Upper Manhattan. Da quel momento sulla vita di John Smith, pilota veterano fin dai tempi della guerra, marito e padre gentile e affettuoso, era calata un’ombra destinata a cambiarlo per sempre, fino a condurlo alla morte. Lawrence poteva esserne certo, perché ormai la stessa cosa stava accadendo a lui. Non avrebbe spezzato nessuna catena. Ora sapeva perché il padre aveva scelto la morte all’orrendo destino che ora lo stava costringendo ad uccidere una delle poche persone che lo avesse mai amato. Lawrence era veramente posseduto dal demonio, come una mattina di tanti anni prima John Smith aveva cercato di spiegare alla moglie e al figlio! Nessuno sa da dove venisse e quale fosse il suo legame con il professore e la sua famiglia. Uscì una notte dalla statuetta nera che qualcuno un giorno aveva voluto che il signor Smith trovasse sulla porta di casa. Attraversando inconcepibili distanze spazio-temporali, strisciando fuori dalle scure superfici specchiate mentre Noir era immerso nel sonno, crollato esausto sulla sua stessa scrivania nel museo che ormai era diventato il suo carcere, sarebbe entrato dentro di lui per rubargli la vita per sempre. L’Altro, il Fiore di Anubis, l’essere che al calar delle tenebre piegava la volontà di Lawrence e lo costringeva ad uccidere. Il demonio che aveva distrutto la sua personalità, sostituendola con quella dell’imbalsamatore, il penoso individuo che si torturava collezionando i cadaveri del suo stesso aguzzino nei sotterranei del Pickman. L’uomo che quella stessa maledetta notte che sto sforzandomi di raccontare aveva legato i bianchi polsi sottili di Lenore a quel tavolo da macellaio. Lenore “che, morta giovane, doppiamente è morta.” Lenore, “con la vita ancora sui capelli e la morte nelle palpebre”, chiuse in un sonno forzato e incapaci di vedere quello che stava accadendo all’uomo che un tempo avevano scioccamente desiderato di sposare. Ancora un violento spasmo costrinse Lawrence a piegarsi in due e rotolarsi sul pavimento in preda ad orribili dolori. Non avrebbe gridato. Nessun urlo avrebbe avvertito Lucy Gently ai piani superiori di quello che stava accadendo nello studio sotterraneo dell’imbalsamatore. La giovane archivista sarebbe tornata a casa come le altre notti dal marito che la tradiva, totalmente inconsapevole del dramma che si stava consumando sotto i suoi piedi. Neppure Lenore urlò. Dormiva ancora in stato di shock per il colpo ricevuto da quello che credeva Lawrence, il cui nome sarebbe stato offensivo solo pronunciare di fronte all’uomo patetico che si contorceva sul pavimento in agonia. Il volto del giovane professore era contratto in smorfie sempre più convulse e grottesche, mentre le mani adunche afferravano con violenza la giacca fino a strapparne i bottoni in un’ultimo e disperato tentativo di resistenza. Resistenza inutile: Lawrence John Noir Smith non c’era più; era il momento per l’Altro di placare la sua orrenda fame, prendere un’altra vita e insozzare per sempre un’anima. La cosa che quella notte uscì strisciando dalla bocca dilatata di Lawrence Noir, ormai privo di sensi sul pavimento, non era certo una creatura terrestre, ma un’entità malvagia più antica della Terra stessa. Un abominio vomitato in questo mondo dai freddi abissi siderali, dove gli Dei Esterni cantano i loro empi inni ad Azatoth, il Chaos Primigenio. Lenore infine avrebbe aperto gli occhi cercando un perché nel volto dell’uomo che si era invano sforzata di amare. Ma non avrebbe visto quel viso un tempo familiare che l’aveva incatenata al suo stesso orribile destino. Avrebbe visto una bocca circolare dalle orrende fauci su cui erano disposte diverse file di denti incoronate da un nugolo di tentacoli impazziti, che si agitavano spasmodicamente sopra il viso stravolto della donna, ormai impazzita e incapace persino di urlare, perché l’amato Lawrence le aveva chiuso la bocca con del nastro adesivo. Neppure le tele visionarie di quel pazzo di Pickman sarebbero state in grado di rappresentare degnamente quell’inconcepibile orrore totalmente alieno alla nostra realtà, che un antico e ignoto scultore aveva pietosamente degnato del nome di Fiore di Anubis. Potrei dirvi che somigliava approssimativamente ad un anemone di mare, ad un empio fiore carnivoro, ad un enorme e orrendo verme nero, strisciato fuori da un ventre umano attraverso una muta bocca urlante. Una creatura che non avrebbe neppure dovuto esistere. Un demonio che avrebbe soffocato quel giovane corpo innocente tra le sue viscide spire del color della notte, su cui troneggiava sacrilego un grappolo di occhi bianchi pulsanti, circondati da uno sciame di tentacoli. Lenore non sentì neppure troppo dolore mentre l’abominio assimilava con la sua bocca inumana il sangue e le interiora, fino a lasciare un vuoto e floscio involucro di pelle su quel malinconico tavolo da macellaio. Di fronte ad una così violenta alterazione della realtà il suo cervello aveva semplicemente smesso di funzionare, appena qualche istante prima che i denti dell’orrendo verme affondassero nella sua carne. In quanto a Lawrence, ormai privo di sensi sullo pavimento del suo stesso antro di orrori, potremmo quasi dire che non assistette mai alla scena della morte dell’unica donna mai amata nel corso della sua vita. Una mezz’ora più tardi, quando l’empio ospite sarebbe tornato a dimorare nelle sue carni, sarebbe stato l’imbalsamatore a dare l’ultimo saluto agli squallidi resti della povera Lenore. Infine, molte ore dopo, spuntate già da parecchio le primi luci dell’alba, neppure dell’imbalsamatore e dell’Altro sarebbe rimasta traccia nello studio sotterraneo dietro il locale caldaia. Poe aveva scritto per la sua Lenore: “Perciò non suoni la campana! Per quest’anima beata , mentre si leva dalla terra maledetta, nessun suono!” E ugualmente nessun suono avrebbe disturbato mai più la signorina Pines dopo la sua orribile morte. Il professor Noir avrebbe percorso con i suoi neri stivaletti di cuoio le antiche ed ampie sale in legno inondate dalla calda luce del sole attraverso le vetrate, intrattenendo con affettata disponibilità ricercatori e visitatori giunti ad ammirare i tesori del museo; non avrebbe ricordato nulla della notte precedente, fino al prossimo tramonto, ma non sarebbe stato più lui. Più in basso, oltre la porticina nascosta dietro la caldaia, la stessa di cui Lawrence Noir ignorava totalmente l’esistenza, avvolta nel silenzio più totale, appena disturbato dallo sporadico ticchettio dei passi dei topi sulle vecchie tubature, avreste potuto vedere la muta e lugubre mummia di Lenore Pines seduta accanto all’amabile signora Tillinghast: il suo giovane viso impagliato contratto in un grottesco sorriso, gli splendidi occhi strappati dalle orbite e sostituiti con volgari biglie di vetro, e un libro di poesie dalla sciatta copertina verde appoggiato distrattamente sulle ginocchia.
***
SOGNO
Una poesia di Simone Ceccano

Sogno un’isola dalle nere scogliere,
Umide come un tuo abbraccio
In un giorno di pioggia.
Sogno acque gelide e senza nome
Lambire gli scogli e i lisci sassi,
Come la lingua appassionata di un’amante.
Sogno bianche tombe sulle verdi colline,
Avvolte nell’ombra di giganti cipressi,
Come le mie dita dolcemente sul tuo collo.
Sogno di tuffarmi nella nebbia,
Cullato solo dallo sciabordio delle onde,
Verso il mio ultimo luogo di riposo.
Sogno richiami di neri uccelli
Penetrare il gelo e trafiggermi il petto,
Mentre il mare mi porta lontano da te.
Sogno l’isola dalle nere scogliere,
Il luogo che mi chiama senza un perché;
Il luogo che in eterno ti spezzerà il cuore.
***
Un racconto di Luca Nisi
Caro Professore, le invio questa lettera per presentarle un argomento che sono sicuro la potrebbe interessare. Cosa c’è in comune tra un soldato sudista della guerra di secessione e un marinaio della corazzata Maine, esplosa e affondata al largo dell’Avana il 15 febbraio 1898? Uno squarcio sul petto. Un perfetto taglio verticale di 30 centimetri, talmente preciso che si suppone che soltanto un coltello chirurgico possa averlo fatto. Sembra anche questa una storie come tante, soltanto sprazzi di ordinaria follia. La cosa che invece lega questi due decessi alle cronache del 1480 è ancora più inquietante. Più di ottocento persone furono decapitate dai turchi quando presero Otranto. Un intera popolazione massacrata perché non voleva convertirsi, suscitando tra l’altro l’ira di papa Sisto IV, portandolo ad indire una crociata. Ma questa è un altra storia. Facciamo un salto indietro. Cosa fu riscontrato ad uno soltanto degli ottocento cadaveri senza testa? Uno squarcio di 30 centimetri sul petto, rinvenuto soltanto diverse ore dopo l’esecuzione. Ma ci sono cose ancora più strane che le devo assolutamente riferire. Un soldato sudista, caduto nei primi di luglio nella battaglia di Gettysburg del 1863, porta un nome sulla sua lapide: John Smith. Già, forse il nome più comune che si può trovare in America. Ma il marinaio del Maine che soltanto 35 anni dopo periva nell’esplosione provocata da un incendio spontaneo nel magazzino del carbone, anche lui si chiamava John Smith. Due morti, lo stesso nome e lo stesso taglio. L’uomo decapitato dagli eredi di Saladino? Di quest’uomo non sono ancora riuscito a scoprire il nome, ma una cosa curiosa l’ho scovata. Era un fabbro. Capisce? Soltanto un fabbro; ma come si traduce in inglese la parola fabbro? Esatto, Smith. Ora Professore vi chiederete il perché di tutte queste coincidenze. Forse un traffico di organi già 12 anni prima che Colombo scoprisse l’America? No. Una setta, una follia religiosa? No. Macabri rituali? No. Essendo un esperto di storia lei sa che tra il 1936 e il 1939 la Spagna fu teatro di una terribile guerra civile, molto sanguinosa. Tra i tanti martiri fu ritrovato un altro John Smith; già, con un altro taglio di 30 centimetri! Allora ricapitoliamo. Primo taglio ufficiale: 1480, Italia. Secondo taglio: Gettysburg, 1863. Terzo taglio: Avana, 1898. Quarto taglio: località imprecisata della Spagna, 1938. Tutti o quasi John Smith, tutti e quattro hanno un taglio di 30 centimetri. Interessante non trova? Ma la cosa ancora più intrigante di queste quattro storie è un'altra. Leggendo tutte le carte che sono riuscito a recuperare, si denotano molti altri particolari in comune. Come le dicevo, il più importante è che i medici e le persone che hanno osservato i quattro cadaveri riportano tutti la stessa inquietante osservazione. Il taglio di 30 centimetri è stato eseguito dall’interno! Quindi nessuno ha brutalmente seviziato i corpi. Qualcosa da dentro ha tagliato la pelle ed è uscita fuori! Probabilmente, un essere sconosciuto sopravvive spostandosi da un corpo in un altro da millenni. Il fabbro del ‘400 muore decapitato, l’essere esce, trova un nuovo ospite, fa perdere le sue tracce per 383 anni e riappare in un campo di battaglia in America! Poi dopo soltanto 12 anni deve cambiare di nuovo e, dall’Avana all’epoca colonia spagnola, ricompare guarda caso in Spagna alla fine degli anni ‘30. Bene, se questo vi ha sbalordito ora le dico un'altra cosa. Tutto questo che cosa ha che fare con un sottomarino commerciale affondato in punto imprecisato dell’Oceano Pacifico all’incirca otto mesi fa? Ebbene, il sottomarino in questione era stato costruito in un modo alquanto curioso. Chiunque l’avesse assemblato aveva seguito pari passo un U-boot tedesco. Altre ricerche mi hanno fatto seguire un'altra vicenda di cronaca dei primi anni ‘40. Una giovane donna di Berlino che per uno scherzo del destino era riuscita a sottrarre il manuale tecnico di un sommergibile e tentò di rivenderlo. La donna fu catturata e accusata dal governo tedesco di alto tradimento e, dopo un lungo interrogatorio, confessò in lacrime di aver venduto soltanto una copia. L’aveva venduta ad un uomo presentatosi come John Smith! Dalla descrizione, un uomo alto con una faccia stanca, molto cordiale e soprattutto una persona di una cultura impressionante! Quando le forze militari americane recuperarono il sommergibile nelle profondità marine, si resero conto che il sottomarino era stato affondato di proposito dallo stesso equipaggio. Sì, perché il mezzo fu recuperato intatto e sprovvisto dell’equipaggio! Era vuoto e completamente pieno d’acqua. Qualcuno lo aveva fatto posare sul suolo marino; lì aveva aperto tutti i bocchettoni e lo aveva abbandonato. Non c’era nessuno a bordo, tranne il corpo di un uomo con un taglio lungo il petto di circa 30 centimetri, che secondo le descrizioni assomigliava indiscutibilmente all’uomo che all’incirca vent’anni prima si era assicurato per pochi dollari una copia di un manuale tecnico del miglior sommergibile del Terzo Reich. La mia ipotesi è che questa creatura abbia costruito (tra l’altro con quali mezzi e con l’aiuto di chi, purtroppo non ne ho idea!) il sommergibile e sia tornata semplicemente a casa dai suoi simili. Qualcuno dice che esistano demoni immortali venuti dagli spazi interstellari che tuttora vivono nelle profondità marine dei nostri oceani. Professore, in questa missiva io riporto solo e soltanto le mie supposizioni (che poi non sono così lontane da una possibile realtà!). Certo, questo foglio è solo una piccola parte delle mie ricerche. Ho altre carte ed informazioni che deve assolutamente vedere. Attendo fiducioso una sua risposta. Tra l’altro Professore, io abito a Manhattan, proprio vicino al museo di egittologia dove lei lavora. Sono in grado di fornirle delle prove tangibili su queste incredibili storie. Conscio del suo interesse verso un argomento così affascinante, Professor Noir, le lascio il mio recapito e le porgo i miei più cari saluti.
***

“Amsterdam la nostra Innsmouth” (Luca Nisi)
Quando il ventotto di novembre del 2004, proprio da questo blog, annunciavamo l’imminente pericolo delle scimmie bianche, probabilmente ci avevate ignorato, etichettandoci per dei burloni, visto che, oltre a portare un monito, vi salutavamo dalla città dei canali e delle case storte. Questo aggiornamento comincia proprio da Amsterdam. Quella piacevole vacanza ha ispirato l’intera redazione e questa citazione non è a caso. Prima di noi, la città scintillante dei diamanti e delle luci rosse ha ispirato grandi nomi. Ricordo Van Gogh che come me amava la zona del porto, la stessa che ritroveremo nel mio nuovo racconto: “Il gioco delle fanciulle”. Edmondo De Amicis, ci racconta Elisabetta Rosaspina in un articolo sul Corriere della Sera, adorava i canali, immaginando sotto di essi una foresta sommersa senza fronde e senza rami. Sui canali giacciono dal 1600 le case dei cartografi e degli artigiani, ed è proprio nella Old Amsterdam che Simone ha scorto tra i tetti degli antichi palazzi degli esseri bianchi e ciechi mentre passeggiava. Amsterdam ha dato quindi i natali al suo nuovo ed inquietante incubo: “Scimmie bianche”. Se è vero che questa Cripta racconta le leggende che la vita ha omesso, vi consiglio di non rimanere soli nei giorni di pioggia. Buona lettura.
SCIMMIE BIANCHE
Un racconto in tre parti di Simone Ceccano
“Le ho viste di nuovo Nick. Le ho viste sul serio, te lo giuro! Ce ne sono due sul tetto di casa tua. Per un attimo sono stato tentato di non entrare più e fuggire via da qui; ma non potevo non avvertirti…” Nick tentò di sorridere celando il suo evidente imbarazzo, mentre invitava l’amico rimasto pietrificato sulla soglia a togliersi la sahariana nera inzuppata completamente dalla pioggia ed entrare nel piccolo attico. “Nick, ti prego. Per amor del cielo, chiudi immediatamente quella dannata finestra!” Jason sudava freddo, le mani gli tremavano visibilmente e non era per il freddo. Nick lasciò quello che stava facendo sul tavolo del piccolo salottino. La grossa lampada di resina che assomigliava in modo grottesco ad un gigantesco millepiedi che si arrampicava fino al soffito proiettava una calda e rassicurante luce rossa sulle pareti bianche del piccolo appartamento, così in contrasto con l’Inferno del temporale al di fuori. “D’accordo, d’accordo, farò come dici, ma vedi di calmarti. Tu non stai bene Jason. Devi smetterla con questa storia, come la devi smettere di fare certe cose. Evidentemente sei stressato dal troppo lavoro e dal fatto che hai litigato di nuovo con Marla; troppe cose insieme, il tuo fragile equilibrio nervoso questa volta non ha retto. Entra e mettiti a scaldare vicino al camino e io poi chiuderò la stramaledetta finestra. Con tutta la pioggia che è entrata il tappeto sarà da buttare, altro che le tue visioni da esaurito…” Jason si era appoggiato allo stipite in cotto sopra il camino, cercando per un attimo di dare le spalle all’amico ansioso, al temporale, a Marla e a tutto il mondo là fuori, investito dalla furia dell’acquazzone. La legna scoppiettava in mille scintille, ma Jason continuava a tremare. Nemmeno le fiamme dell’Inferno sarebbero riuscite a scaldarlo. Non quella volta. “Non ho litigato con Marla Nick.” “Ah no? E allora spiegami quello che è successo. Mi hai telefonato in stato di shock appena mezz’ora fa. Hai biascicato almeno tre volte che Marla se n’era andata per sempre e mi hai pregato di vederci subito, qui, a casa mia. Penso almeno di meritare delle spiegazioni, o no?” Nick afferrò il bicchierino di whisky all’angolo del tavolo rettangolare e lasciò che il liquido caldo scendesse in un attimo, giù fino allo stomaco. “E penso anche di doverti dare una mano, siamo amici, a me puoi dire quello che è successo. Qual’è il problema? Hai un’altra e lei se ne è accorta? In questo caso tornerà, lo sai; come le altre volte...” Jason ebbe uno scatto violento tanto da sbattere i pugni contro lo stipite del camino. Un’incensiere di coccio andò in frantumi sulle rosse piastrelle del pavimento. Jason non si voltò comunque e l’amico si limitò ad assumere un espressione di sopportazione e a sbattere la mano ossuta sul tavolino in segno di disapprovazione. Dietro di lui la finestra continuava a vomitare pioggia e il tappeto era ormai un disastro. “Diavolo Nick. Con te è come parlare con il muro. E’ inutile persino guardarti in faccia, tanto con te è lo stesso. E chiudi quella maledetta finestra! Non ti ho ancora sentito farlo. Ti ho detto che Marla se ne è andata per sempre. Per sempre… L’hanno portata via Nick. Sono state loro.” L’amico scettico si accese noncurante una sigaretta con l’aria di chi ha già visto questa scena già troppe volte nell’arco degli ultimi mesi. “Non voglio stare a sentire queste sciocchezze Jazz. Se devi continuare così allora è meglio che te ne torni a casa…” “Diavolo Nick. Ma hai mai ascoltato in vita tua almeno una delle parole che ti ho detto?” Il giovane strinse i pugni contro il muro caldo sopra il caminetto e fissò in basso i cocci quasi in procinto di scoppiare in una crisi nervosa. “Marla se ne è andata Nick. Marla è morta. Morta, capisci!” A questo punto persino un cinico come Nick avrebbe iniziato a preoccuparsi. Nick si sarebbe comunque preoccupato a modo suo. “Ok Jazz. Ho capito tutto. E’ un problema di cocaina? Se è questo il problema lo sai che ti ho sempre aiutato. Ora ti volti lentamente, ti siedi con me e ci rilassiamo un po’. Sei arrivato al momento giusto…” Jason sembrò per un attimo ricomporsi; parlava con il tono che gli era stato usuale fino a non molto tempo prima. “Con te tutto finisce per essere un problema di coca. Mi fai quasi pena Nick. Anche se da una parte ti invidio. Tu che non credi a niente… Mi sembra anche inutile ricordarti di nuovo di chiudere quella dannata finestra. Lo farei io se osassi avvicinarmi… ” Jason si voltò. In ogni suo gesto ora traspariva tristezza, mista a disprezzo per l’amico sordo ai suoi appelli disperati. [continua...]
***