Leggende dalla Cripta di Cthulhu

Racconti di Simone Ceccano e Luca Nisi liberamente ispirati all'universo del maestro H.P.LOVECRAFT

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giovedì, 03 marzo 2005
Racconto: IL GIOCO DELLE FANCIULLE - parte prima

IL GIOCO DELLE FANCIULLE

Un racconto in quattro parti di Luca Nisi

 

Illustrazione © Steve Stone 1999  

Passavano veloci le auto, riflesse nei vetri specchiati del palazzo di fronte casa di Christine, mentre un bicchiere di vino bianco rallegrava l’umore della lentigginosa ragazza dai lunghissimi e lisci capelli rossi. Baby, I love you. But if you wanna leave, take good care. I hope you make a lot of nice friends out there. But just remember there’s a lot of bad and beware.” Cantava Cat Stevens, nel salone freddamente illuminato dalla luce fioca di una candela a forma di rosa. Questa canzone le ricordava suo padre e la sua premura affinché la figlia avesse sempre tutto dalla vita. Sorrideva Christine, ricordando i teneri abbracci di suo padre e i commenti lontani della madre sul cenone di Natale. Invece quest’anno il Natale per lei sarebbe stato un giorno qualunque. Lontana dai suoi cari, il buon Dio li aveva chiamati a sè da diversi anni, mentre il suo ultimo fidanzato era scappato tra le braccia di un'altra. Non le importava, non era poi così male non dividere più il suo piccolo appartamento con un uomo che violava la sua intimità, lasciandole i calzini sporchi all’ingresso. Non avrebbe più dovuto svuotare i cumuli di sigarette spente, nel posacenere che suo padre le aveva portato come regalo da un viaggio in Africa. Nessuno conosce il proprio destino, tanto meno Christine; non sapeva che le parole che echeggiavano nella stanza erano un avvertimento al destino che a breve l’avrebbe abbracciata. “Ricorda, fuori ci sono tante cose cattive a cui stare attenti.” Ma mai avrebbe immaginato la fine del suo futuro con i piedi sulla terra. Christine posò il calice delicatamente su un piccolo tavolino di cristallo, spense lo stereo e s’infilò un paio di stivali neri. Il rumore della zip che saliva velocemente, lasciando che il cuoio abbracciasse per intero la sua caviglia, si mimetizzava nel trambusto del traffico serale della vigilia di Natale. Vola un gabbiano sopra la testa ignara della gente,  come la falce della morte sceglie in un giorno di felicità la sua prossima vittima. I suoi escrementi cadranno beffardi come il freddo acciaio scivola sul collo del prescelto. Non c’è rabbia e non c’è amore nel destino, sì chiudono gli occhi e si riaprono lentamente per l’ultima volta. Sogni, speranze, desideri si spezzeranno in una notte non come tante, dove le strade sono vuote, dove le case sono illuminate, dove gli alberi sono adornati da luci e colori, dove il sorriso nasce sul volto innocente dei bambini, dove i nonni stringono le loro famiglie nell’abbraccio più tenero. In questo strepitoso idillio: una strada bagnata, una ruota sgonfia, una curva affrontata malamente, un guardrail divelto, una piccola Smart illumina con i fari il nero mare e il suo abisso dove Christine dolcemente andò a morire. Affondava lentamente, senza nessun ostacolo, la piccola macchina. Sì inabissava nel silenzio fino ad adagiarsi tranquillamente sul suolo marino. La giovane donna era svenuta dal fortissimo impatto. La testa aveva urtato violentemente il parabrezza, svenne, poi l’acqua gelida del mare le diede il resto in un attimo. Il suo corpo si sarebbe conservato perfettamente fino a quando una gru avrebbe alzato la Smart ricolma d’acqua e dentro avrebbero trovato il suo giovane corpo perfettamente intatto, lontano anche dagli affamati pesci che vivono nelle profondità marine. Era morta da poco Christine, mentre i suoi lunghi capelli rossi galleggiavano come mille serpenti nel piccolo involucro. Intanto nelle case degli umani, genitori si stringono in dolci effusioni, controllando i figli eccitati dai nuovi doni. Gli amanti si baciano sotto il vischio. Nello stesso istante gli occhi di un cadavere fissano spenti l’abisso. Ci sono creature costrette a vivere nell’oscurità, negli abissi. Acque profonde, buie e pericolose, nelle quali si può affondare e sparire. Un mondo inferiore. Da quei mondi arrivava Ishtara, una bellissima donna delle profondità marine. I suoi occhi erano simili a quelli di uno squalo, ma il suo corpo seminudo ricordava proprio una femmina umana. Dei lunghi capelli neri erano legati in una grandissima treccia. Un piccolo seno era coperto da un qualcosa simile a pelle, la vita fino alle gambe erano nude; nuotava nelle profondità, dove nessun essere umano potrebbe sopravvivere. Vide l’auto adagiata sul terreno marino. Sì avvicinò, incuriosita da quell’oggetto a lei così estraneo. Poi vide la giovane donna dentro di esso. Come la vide Ishtara se né innamorò. Estrasse con il pensiero il corpo dall’auto portandolo a lei. Passò la sua  mano palmata sulla fronte di Christine, curando il profondo taglio causato dall’impatto con il parabrezza. La guardava con quegli occhi cattivi, poi cominciò ad annusarla. Passò le sue labbra sul suo collo mentre la stringeva in un abbraccio; dopo, nelle profondità, cominciò a nuotare con lei verso l’aria, fino al mondo di Christine. La trascinò a riva. L’adagiò sulla sabbia bianca e si distese sopra di lei. Di nuovo l’abbracciò per diversi minuti fino ad asciugarla completamente. Era finalmente asciutta e il mattino del giorno di Natale sorgeva dall’immensità del mare. Fu in quel momento che quella creatura baciò Christine: un gesto appassionato, degno del miglior amante. Alla fine di quel sogno d’amore, Christine aprì di nuovo gli occhi e la vita tornò in lei come il sole che sorgeva dagli abissi. Sobbalzò, non capiva, era impaurita, guardava terrorizzata quella donna seminuda dagli occhi alieni che l’aveva abbracciata fino a pochi istanti prima. “Dove sono? Tu chi sei?”  biascicò infreddolita l’umana. La donna degli abissi sorrise e rimase in silenzio. Chiuse le ginocchia come imbarazzata dalla sua nudità. Le porse la mano. Christine semi terrorizzata stava per accettarla, quando delle grida la fecero voltare. Qualcuno urlava disperato il suo nome. Quando si girò di nuovo verso la donna sconosciuta era scomparsa. Una piccola folla emerse da dietro un cespuglio. Una miriade di abbracci e pianti investirono Christine; era stata creduta morta, i suoi amici l’avevano cercata ovunque. Poi l’avviso di un pescatore della zona che aveva avvertito le forze dell’ordine del guardrail distrutto e dell’auto riesumata dall’Oceano. L’avevano data per dispersa. Invece la ragazza dalle mille lentiggini rosse era lì di fronte a loro. Christine raccontò di non ricordare nulla dell’incidente, di essersi svegliata da poco, di aver sognato una giovane donna dai lunghi capelli neri e di essere tornata cosciente proprio con l’udire le grida dei suoi amici. Nulla sembrava affiorare nella memoria della donna, solamente uno strano sapore di sale in bocca e l’immagine di una donna dagli occhi cattivi che stranamente le tendeva imbarazzata la mano. [continua...]

***

Postato da: Pickett alle 01:12 | link | commenti (3) |
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sabato, 05 marzo 2005
Poesia: CRISTALLI DI MEMORIA

 CRISTALLI DI MEMORIA

Una poesia di Simone Ceccano 

 

Illustrazione Copyright © Giacomo Carmagnola   

Cristalli di memoria,

sparsi su di un pavimento di nulla.

I piedi sanguinano

Mentre calpesto frammenti di me stesso

Cercando di scorgere in un riflesso

Se sono mai stato altro

Che un ricordo andato in frantumi. 

***

Postato da: Pickett alle 17:34 | link | commenti (5) |
poesie, aggiornamento 14

lunedì, 07 marzo 2005
Poesia: APPLAUSI ALL'INFERNO

APPLAUSI ALL’INFERNO

 Una poesia di Luca Nisi

 

 

(Amore)

Sogno un ultimo sguardo ai suoi occhi,

come fragile conclusione,

sulle note di una splendida illusione.

(Croce)

Sorride appena la luna,

mentre il lago custodisce la morte,

in un addio senza parole.

(Domani)

Conosco il rumore dei passi nella neve.

Non c’è rimorso nella notte,

dopo un istante non c’è dolore.

(Ieri)

L’inverno tratterrà il suo corpo,

Sepolto nell’oscurità immortale,

In una tomba di ghiaccio.

(Pensieri)

Nella mia mente riposano

segreti senza nome.

Audaci,

Come le anime accolte

d’applausi all‘inferno.  

***

Postato da: Pickett alle 17:38 | link | commenti (8) |
poesie, aggiornamento 14

giovedì, 31 marzo 2005
Editoriale: LEGGENDE DALLA CRIPTA DI CTHULHU parte XV

 

Un provvidenziale e tempestivo ritorno dall’Inferno e così, dal Chaos Primigenio da cui tutto ha avuto inizio, là nelle immonde profondità degli spazi siderali dove Azatoth regna sovrano, è potuto venire alla luce questo aggiornamento numero 15 (niente paura, se ci avete seguito negli aggiornamenti precedenti, 5-1 fa 4 e la maledizione continua…)! Ci avviciniamo pian piano al nostro primo anno di vita come blog e ai seimila dannati reclusi nel nostro Inferno personale. Potremmo definirci quasi soddisfatti se il Grande Cthulhu non fosse insaziabile… E lo è, credetemi! Per cui, all’unico scopo di irretire nuove vittime, cari esigui ed ostinati lettori, vecchi e nuovi, lasciate che vi introduca a quello che vi aspetta in questo numero 15: vi siete mai chiesti cosa accade agli Scheletri dopo Mezzanotte o quale sia il folle Desiderio di un condannato? Quali ossessionanti pensieri turbano Christine dopo l’incidente che le è quasi costato la vita ne Il gioco delle fanciulle? E tanto per cominciare, perché Jason chiede insistentemente all’amico Nick, apparentemente cinico e sordo ai suoi appelli, di chiudere la finestra spalancata sul temporale in Scimmie Bianche? Questo ed altro per chi si vuole soffermare un po’ sui sogni deliranti usciti dalla nostra penna. Come consueto…

Buona Lettura da Simone e Luca!

 

***

Postato da: Pickett alle 17:52 | link | commenti (15) |
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Racconto: SCIMMIE BIANCHE - parte seconda

SCIMMIE BIANCHE

 Un racconto in tre parti di Simone Ceccano

   

  

“Siamo arrivati anche alle offese Jazz… Non è un problema di coca? Allora questa non la vuoi, vero?” Dopo la telefonata disperata dell’amico Nick non aveva certo perso tempo. Sapeva come far stare meglio il vecchio Jazz. Non sarebbe stata la prima e l’ultima volta, pensava, anche se negli ultimi mesi lo stato paranoico in cui sembrava piombato Jason aveva reso le cose sempre più difficili. Nick amava fare dei piccoli mucchietti bianchi nei grossi quadrati neri del tavolino a scacchi dietro la finestra, il vanto della casa. Non che Nick amasse giocare a scacchi. Ognuno ha i suoi piccoli vizi e Nick e Jason in passato avevano amato averli un po’ tutti. Ma ora sarebbe stato diverso. Jason si sedette di fronte all’amico e rimase per qualche secondo con lui a fissare i bordi neri del quadrato disegnato al centro del tavolo, dove la soluzione ai problemi di Nick faceva graziosamente compagnia a una banconota da 10 arrotolata. Sfiorò con le dita il pezzo di carta e tornò a guardare la furia del temporale alle spalle di Nick, dovendo far ricorso a tutta la sua residua forza interiore per non iniziare a tremare al pensiero di quello che lo aspettava fuori. “Se ti prometto che dopo ti do retta tu mi prometti di starmi a sentire almeno dieci minuti?” “Ok Jazz. Affare fatto. Ma se non ti dispiace vado per primo. Pur di vederti stare meglio mi sorbirò altri dieci minuti di delirio. Poi mi racconterai che problemi ci sono con Marla e vedremo quello che si può fare. A meno che tu non voglia iniziare dicendomi che diavolo dovrebbe esserci sopra il mio tetto…” Nick strappò la banconota di mano all’amico e aspirò avidamente la polvere bianca sulla superficie del tavolo. Fece un lungo respiro, sorrise a mezza bocca e si accese una sigaretta tra i denti. “Da dove vuoi cominciare Jason? Sono tutt’orecchi.!” Jason abbassò lo sguardo sulla tavola a scacchi. Che oggetto assurdo. Assurdo come l’appartamento, come lui e Nick, la situazione, quello che stava per raccontare. “Nick. Non tenterò giri di parole questa volta. Io le vedo. Le scimmie bianche. Le vedo, ti dico. E stanotte hanno ucciso Marla.” Il rumore del temporale fu interrotto in un attimo non dal fragore del tuono, ma dalle risate scomposte della persona all’altro capo del discutibile tavolino. Jason si voltò di scatto per non sbottare davanti all’amico piegato in due sulla sedia. “Perdonami Jason. Scusa, ma ogni volta che racconti questa storia è sempre più esilarante. E questa volta ci hai messo in mezzo anche la povera Marla. Guarda che se continui così quella ti lascia per davvero uno di questi giorni! Scusa. Davvero, scusami. Continua pure…”  “E a che servirebbe Nick? Mi daresti retta? Tanto ormai è troppo tardi. Dio, Nick. Tutti e due nella stessa notte…” La risata si spense lentamente nella gola di Nick. “Ora stai forse cercando di spaventarmi Jason?” Jason in realtà era piombato in uno stato di totale assenza di emozioni. Pietrificato; non era più neanche arrabbiato. Ora aveva smesso persino di tremare e guardava fisso un punto imprecisato alle spalle di Nick, fuori la finestra, dove il temporale non sembrava mai volere aver fine.“Nick, amico mio. Mi hai forse creduto due settimane fa quando ti ho rivelato cosa mi ha avvelenato l’anima negli ultimi mesi? Quando ti ho raccontato il mio incontro con quell’uomo, lo stesso che mi ha dato questo?” Jason tirò fuori un oggetto appeso ad una piccola catenina dal taschino della giacca di velluto blu. Era un crocifisso d’argento molto particolare, certamente di dubbio gusto. Era a croce greca e al posto di Nostro Signore qualche folle aveva voluto piantare i chiodi su una sagoma ben più sgraziata e contorta, che sembrava quasi schizzare fuori dal freddo metallo in preda all’agonia. La scultura in questione somigliava ad una scimmia dall’aspetto vagamente felino, gli occhi enormi e una lunga coda che si attorcigliava lungo le zampe inchiodate alla croce. Un vero orrore. Un oggetto tanto blasfemo al punto da scuotere Nick e tutto il suo residuo sarcasmo. “Ancora non hai buttato quel feticcio? Mettilo subito via o te lo faccio volare fuori dalla finestra! Lo sapevo che lo tenevi ancora! Mi sa che è vero che sei proprio impazzito…”. Jason non reagì neppure, limitandosi a rimettere nel taschino il discutibile crocifisso. Nick si era acceso un’altra sigaretta e ora era lui a mostrare segni di nervosismo. Ogni tanto buttava l’occhio sul tavolino a scacchiera, su quello che l’amico aveva lasciato lì, abbandonato con noncuranza. Non era da lui, come tutti quei discorsi senza senso. [continua…]

 ***

Postato da: Pickett alle 18:47 | link | commenti (3) |
racconti, aggiornamento 15

Poesia: SCHELETRI DOPO MEZZANOTTE

SCHELETRI DOPO MEZZANOTTE

 Una poesia di Luca Nisi

  

 Un urlo al cimitero
Non rompe l’idillio
Degli scheletri danzanti,
Perché la vita
È un cuore avvelenato.

 ***

Postato da: Pickett alle 19:12 | link | commenti (3) |
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Poesia: DESIDERIO DI UN CONDANNATO

DESIDERIO DI UN CONDANNATO

 

Una poesia di Simone Ceccano

Vorrei urlare alla luna la disperazione che non ho mai gridato,

Vorrei svelarti i più oscuri segreti del mio cuore e sentirti urlare.

Vorrei versare lacrime da questi occhi morti,

Sentire il dolore della fiamma sulla pelle,

Vomitare i miei peccati in una catarsi oscena,

Mentre l’affettuosa corda mi stringe il collo,

durante il mio ultimo giorno sulla Terra.

Vorrei farti ridere raccontandoti di mia madre,

Vorrei che la mia lingua fosse affilata come un pugnale…

Vorrei, vorrei , vorrei, che ne sai tu, boia?

Se avessi voluto davvero forse non sarei qui,

Mentre il mio ultimo sole sorge sulla piazzola

E mi accompagni vestito a festa al ballo più importante,

come un’inquieta scolaretta la sera del diploma.

Vorrei vederti riflettere sull’orrore di essere costretti a vivere

e spingerti a invidiare il mio destino…

Vorrei, vorrei, ma ormai l’avrai capito:

Che può la volontà umana contro il crudele destino?

Ti spiegherei che nulla ha senso,

Ma il tempo fugge e la corda stringe amico mio.

Mi accontenterò di pensarti sempre inquieto,

sudato, sporco, miserabile e senza sonno,

Dopo che il mio grazioso cadavere appeso,

La bocca contratta in una smorfia di morte,

Riderà sguaiato della tua ingenuità.

 ***

Postato da: Pickett alle 22:41 | link | commenti (3) |
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Racconto: IL GIOCO DELLE FANCIULLE - parte seconda

IL GIOCO DELLE FANCIULLE

 Un racconto in quattro parti di Luca Nisi  

 

 Quanti hanno scritto una canzone per gli innamorati, quante parole coraggiose hanno attraversato il cielo nell’etere? Quante davvero hanno inciso nell’amore fra due persone? “Qui si sente solo il rumore del mare.” Christine annuì, era tornata sulla spiaggia dopo pochi giorni dal suo incidente. Sofia la stringeva in un abbraccio, teneramente, sussurrandole che la paura passerà, che la vita è una cosa troppo breve per continuare a piangere.  “Perché siamo venute qui Christine?”  La ragazza dalla mille lentiggini rosse si asciugò le lacrime con la manica destra del suo maglione verde a collo alto. Abbottonò il lungo cappotto, chiudendosi in un abbraccio solitario. Oltre a gli occhi si vedeva appena il suo piccolo naso e, dopo aver giocato con la sabbia per pochi secondi, rispose: “Dopo quello che mi è successo,  il fatto di non ricordare nulla… Come sono finita qui su questa spiaggia?” Fece una pausa per guardare ancora l’orizzonte. “Vedi Sofia, io non sono sicura di aver sognato quella strana donna.”  L’amica era perplessa, osservava Christine girare senza senso sulla sabbia. L’aria gelida del mattino pungeva la faccia delle due donne, mentre Sofia estraeva con le sole labbra la prima sigaretta della giornata da un pacchetto di Camel. Christine confessò alla sua amica tutti i suoi dubbi:“Una parte di me è certa di non aver sognato, quell’essere mi guardava con degli occhi…. capisci?” Sofia era una ragazza, come tale comprese l’imbarazzo dell’amica nell’esporgli le sue sensazioni. Cercò di farla distrarre offrendogli la sigaretta già accesa. I mille capelli rossi afferrarono la sigaretta e a breve si intrisero dell’olezzo del tabacco, ma la lingua non riuscì a fermarsi e il cuore gettò a nudo le sue più intime debolezze. “Quegli occhi mi hanno trasmesso un disagio dentro, un qualcosa di cui avere timore.” Sofia si accese un'altra sigaretta, sicura che la passeggiata sulla sabbia sarebbe continuata, ma l’inutile squillo del cellulare le riportò sull’asfalto, sopra quattro ruote, verso la città. Mentre le giovani donne affrontavano l’ultimo tratto della spiaggia, Christine si voltò di scatto senza parlare e osservò la tavola immobile dell’oceano. Un istante dopo riprese a camminare verso il cemento, lasciando alle spalle due occhi cattivi, nascosti nel mare, che continuavano a fissarla, soli, nella musica del mare. La vita continua, e quel cadavere che qualche giorno prima galleggiava negli abissi, ora si aggirava vivo nelle strade della città, pronto a respirare un nuovo Capodanno. Tutto stava svanendo per Christine. I timori si stavano diluendo nelle bollicine dello champagne; solo quello strano sapore di sale la tormentava ogni qual volta si svegliava. Ma ora non c’era tempo per affrontare psicologicamente quel gusto anormale.  La casa di Sofia era ricolma di invitati la notte del trentun dicembre. Il piccolo affollamento di giovani consumava una cena fredda aspettando i fatidici dodici rintocchi. Tra pennette al salmone ed affettati, la sera scivolava sulla falsa riga di sorrisi di circostanza e pettegolezzi sulla nouvelle vague. C’era anche Marco, l’ex ragazzo di Christine, che nel momento topico di salutarla aveva indossato il suo solito sorriso ipocrita. Christine sembrava disinteressata all’evento, lo stereo le teneva compagnia, mentre accarezzava affettuosamente la gatta bianca di Sofia.  Ginevra dormiva tranquillamente su un grande cuscino rosso. Christine le sfiorava la testa, seduta anch’essa su dei morbidi cuscini, quando come in un incantesimo fu attirata dal rumore insistente della pioggia. Sì alzò in piedi facendo attenzione a non svegliare la gatta. Non pioveva dal giorno della vigilia di Natale, così cercò nella fotografia della strada sottostante qualche ricordo del suo incidente. Le macchine ferme, il semaforo rosso, la gente che passava con gli ombrelli, pozzanghere nelle strade del centro. Nulla le riportò nella memoria qualsiasi frammento dell’accaduto. Tornò verso Ginevra che continuava a pisolare tra le chiacchiere  degli invitati della sua padrona. Christine raccolse la borsa ed estrasse il pacchetto di sigarette. Non le sembrò il coniglio del mago, ma l’avrebbe distratta dagli sguardi imbarazzati di Marco. Afferrò l’accendino dirigendosi di nuovo verso la finestra, poi estrasse una sigaretta nello stesso modo che le aveva suggerito Sofia. Nell’istante in cui afferrò il filtro con le labbra, una lacrima di saliva cadde in terra. La seguì con lo sguardo infrangersi sul parquet, subito dopo alzò gli occhi e nel momento in cui accese la sigaretta un immagine si riflesse sul vetro. Due occhi cattivi la fissarono per diversi istanti. Gli sguardi si incrociarono fino a quando l’accendino fu abbastanza rovente da distrarre Christine dal vetro. Come l’altra volta, come era tornata a puntare lo sguardo su quegli occhi, essi erano scomparsi e al loro posto restavano le mille gocce della pioggia che scivolavano sul vetro, nell’istante in cui i dodici rintocchi salutavano l’arrivo del nuovo anno. [continua…]

 ***

Postato da: Pickett alle 23:33 | link | commenti (1) |
racconti, aggiornamento 15