Leggende dalla Cripta di Cthulhu
Racconti di Simone Ceccano e Luca Nisi liberamente ispirati all'universo del maestro H.P.LOVECRAFT
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Chiunque voglia contattare i Custodi della Cripta di Chtulhu può scrivere a PICKETTBLOG@YAHOO.IT

La porta dell'Inferno è stata varcata *loading* volte...

“L’immortale voce di quel morto tempo, col suo incessante, tinnulo scampanio ancora per me risuona, soffio d’un incanto, sopra il vuoto – un rintocco.”
E. A. Poe, Tamerlane
Aggiornamento numero diciassette. Di gran lunga il mio numero preferito, nonostante la lugubre fama di sventura che accompagna queste due cifre nella tradizione europea (al contrario dei paesi anglosassoni, dove è il 13 ad essere il numero della malasorte per eccellenza, e infatti di solito sono tredici le porte alle quali i bambini bussano durante la notte di Halloween, spaventando a morte coloro che non apriranno la porta o si rifiuteranno di riempire il cestino di dolci). Da che deriva la fama nera del numero che segna questa fine di maggio? I nostri padri Romani scrivevano la cifra maledetta allo stesso modo in cui noi diamo un titolo ai nostri editoriali: XVII. Numero che anagrammato diventava VI-XI, cioè vixi, ossia vissi, ho vissuto e quindi sono morto. E’ ancora una volta la MORTE quindi che marcherà quello che abbiamo deciso di sottoporre alla vostra attenzione. Avremmo dovuto saltare subito al diciotto ed evitare la fama funesta di VI-XI? Non sono d’accordo. E’ la morte oltre l’illusione dell’amore che spinge Christine in un viaggio senza ritorno negli Abissi. E’ la morte (e quindi il trascorrere del tempo) che anima il fluire della polvere tra le pareti sinuose e lascive di una clessidra. E’ la morte che anima le inconfessate passioni di Leo, nella casa in cui le sue frustrazioni danzano libere ogni notte in un macabro rituale. E’ la MORTE. E in fondo, che senso ha avere paura di un destino così ineluttabile, se a mezzanotte e 17 di un giorno qualsiasi potrei trovarmi di fronte alla cruda e tremenda verità che non c'é via di scampo, perché esistono luoghi dove anche i pupazzi invecchiano?
Buona lettura da Luca e Simone.
IL GIOCO DELLE FANCIULLE
Un racconto in quattro parti di Luca Nisi
“La tua storia è pura follia!” commentava innervosita Sofia, mentre cercava le chiavi di casa nella borsa. Una volta trovate le infilò nella fessura, ma nello stesso istante la borsa gli cadde a terra. “Non puoi essere seria Christine, hai preso in considerazione che tu abbia sognato tutto?” Christine s’inginocchiò e raccolse la borsa di Sofia che intanto cercava di aprire una porta che in altre mille occasioni non si era mai posta come un problema. “Non ho sognato affatto, lei mi ha riportato in vita, ci siamo trovate, é qualcosa di tremendamente romantico.” Sofia irruppe nella stanza, lanciando le chiavi sul tavolo, si tolse le scarpe nere col tacco a spillo e affondò sul divano esterrefatta. Non comprendeva la sua amica; cosa poteva aver cambiato una ragazza di ventisei anni dal giorno alla notte? “Ma come puoi vivere nel mare?” domandò Sofia, mentre con le labbra estraeva nel suo solito gesto l’ennesima Camel. Christine sì sbottonò il cappotto e lo posò, poi si sedette accanto all’amica. Parlò piano. “Quando ho avuto l’incidente sono morta. Ishtara mi ha visto e con un bacio, che per sua stessa ammissione...” Fece una pausa e approfittò del pacchetto di Camel sul divano zebrato, per accendere una sigaretta. Inspirò e continuò a parlare. “Il bacio degli abissi può dispensare sia vita che morte. Credimi Sofia, lei è così morbida… è femmina.” Sofia sgranò i suoi occhi verdi sentendo quelle parole, la sigaretta continuava a bruciare, trasalì dalla disperazione. “Tu sei completamente impazzita Christine. Cosa ti è accaduto? Tu devi vedere assolutamente un dottore!” Christine sì stiracchiò, poi sì alzò in piedi e fissò con i suoi occhi blu l’amica. “Comprendo che tu non mi capisca, ma non tollero prediche. Quello che Ishtara mi ha dato, è un dono che non posso rifiutare.” Cadde il silenzio nel salone, mentre incurante nella stanza fece il suo ingresso Ginevra. Camminava lentamente vicino al divano, per portarsi dinanzi la finestra. Christine afferrò il cappotto e lo indossò. Poi si avvicinò a Ginevra per accarezzarla un’ultima volta, ma per la prima volta la gatta dal pelo bianco, come vide Christine, scappò velocemente verso la cucina. La ragazza dalle mille lentiggini sorrise e commentò. “Anche Ginevra non mi crede.”. Christine chiuse gli ultimi bottoni e spense la sigaretta su un posacenere di marmo nero per poi dirigersi verso la porta. Sofia la seguiva con gli occhi scomparire verso l’uscita, poi, prima che attraversasse l’uscio, le disse: “Guardati dai Romulani che portano doni.”. Christine accennò un piccolo riso e, prima di chiudere per sempre la porta con il presente, mandò un bacio verso l’amica che dopo quell’incontro non vide mai più. Appena la porta si chiuse di fronte a lei, Sofia scoppiò in un pianto; per la seconda volta in pochi giorni pianse per la scomparsa della sua amica.
“Venga signorina, da questa parte, prego di qua, ancora qualche metro.” Sofia seguiva la guardia con i suoi occhi verdi fissi sul pavimento. Discesero ancora un piano di scale, ricordava di averne già scese un paio. Era vestita con una tuta nera: quando le era giunta la telefonata, Sofia era ancora nella sala da ballo ad allenarsi. Cercava di distrarsi mentre percorreva un lungo corridoio dalle pareti grigie e nude. Il mestiere di ballerina classica aveva vita breve e lei doveva essere sempre al cento per cento. “Non ci vorrà molto, è solo una questione di pochi secondi, mi creda signorina.” Sofia annuì. Per fare quello che l’aspettava dietro una grande porta grigia, sarebbe bastato anche il dieci per cento della sua vitalità. “Eccoci, come entra troverà la dottoressa per l’identificazione.” Sofia girò la fredda maniglia, ed entrò nell’obitorio della Capitaneria di Porto della Guardia Costiera della sua città. La prima stanza era con le pareti bianche e senza finestre, un corpo coperto da un lenzuolo bianco era disteso su un lettino al centro della stanza. Da una seconda stanza apparve una donna con un camice bianco seguita da un'altra guardia. Tutti e tre si avvicinarono al lettino e la dottoressa sollevò il lenzuolo, mostrando il volto del cadavere. Sofia, appena la donna alzò il lenzuolo, sì portò le mani sul viso rimanendo di pietra per diversi secondi. Poi lasciò scivolare le mani, unendole, come si fa quando si prega, e poi solo allora parlò. “Sì, è lei. E’ Christine”. La dottoressa annuì e ricoprì il cadavere. Il viso di Christine rimarrà per sempre nella mente di Sofia. L’immagine di quel volto probabilmente tormenterà per sempre i sogni ad occhi aperti e chiusi di Sofia. Quello che vide non si potrà mai cancellare dalla sua memoria. Quel cadavere, quel viso deturpato. I suoi occhi blu non c’erano più, erano stati strappati via. “Probabilmente sarà stato un gabbiano a mangiarle gli occhi.” commentò la guardia con la dottoressa. Poi l’uomo si rivolse a Sofia. “Signorina, lei ha la minima idea del perché la sua amica ha deciso di farsi un bagno in pieno gennaio per morire nelle acque gelide del mare? Abbiamo ritrovato il suo corpo sugli scogli.” Sofia scosse la testa, poi ci furono altre domande e delle carte da firmare per l’identificazione. Quando fu di nuovo sotto i raggi del sole, Sofia pianse per la terza volta la scomparsa di Christine, sapendo questa volta che la sua dipartita era definitiva.
Nello stesso istante negli abissi marini… Ishtara nuotava negli abissi, a breve avrebbe raggiunto le caverne che delimitano il confine tra il mare e le città scintillanti delle sue sorelle, che da secoli aspettano il ritorno al caos primigenio del loro signore Tnargh-guh. La sua fretta non era perché aveva udito il richiamo del suo signore, che tutto ode in fondo al pozzo della piramide. La causa della sua urgenza era quella di mostrare il suo nuovo abbellimento. Tutte le sue sorelle le avrebbero invidiato i suoi nuovi e splendidi occhi. Blu come il mare, blu come il loro sangue alieno, blu come le loro labbra. Così per gioco le aveva strappato gli occhi, un gioco per fanciulle degli abissi, strappare gli occhi delle loro amanti. Non era di Christine che si era innamorata Ishtara, ma solo ed esclusivamente della sua iride. Ma le serviva viva la donna per cavarle quelle gemme preziose, così rare nel suo mondo. Christine morì per la seconda volta credendo a mille bugie. Ishtara le aveva ridato la vita, ma si era promessa anche di togliergliela, non appena avesse avuto quello che voleva. Così, per qualche metro, nuotarono insieme nella notte. Come l’umana si rese conto di non essere così immortale come credeva, Ishtara con le sue dita palmate le ha cavato gli occhi in un istante, rubandoli. Christine era impazzita dal dolore, mentre Ishtara si aggrappava ad una sua caviglia, la stessa gamba che qualche sera prima aveva baciato avidamente. La trascinò giù nelle profondità, facendola affogare. Appena smise di agitarsi, riportò Christine in superficie e la trascinò fino agli scogli. L’umana ora era soltanto un cadavere deturpato. Prima di inabissarsi, Ishtara ringraziò il suo dio alieno dello splendido dono ricevuto. Nell’istante in cui Ishtara con i suoi nuovi occhi scompariva nelle caverne oscure e nascoste negli abissi marini, Ginevra si addormentava sul suo solito cuscino, accanto ad un dimenticato maglione verde a collo alto, mentre lo stereo, dimenticato acceso, suonava: Oh baby it’s a wild world. I always remember you like a child, girl.
***
POLVERE DI CLESSIDRA
Una poesia di Simone Ceccano
Aspetto di pulirmi l'anima con un tuo sorriso,
Mentre una parte di me si arrende al peccato.
Ancora una volta, polvere bianca di clessidra,
Automa del vizio, falso ostentatore di coscienza,
Godo nel mentire e mentendo mi dispero.
In una spirale di rituali mortali,
Vivo per vivere lo stesso giorno,
In eterno. Sempre. Mai.
***
L'APPARTAMENTO SUL TEVERE
Un racconto in due parti di Simone Ceccano
“Succede anche questo Giulia… Succede anche questo se ami… E’ incredibile quello che farei per te, non è vero?” Leo trascinò il suo carico pesante e fradicio di pioggia sul tappeto, preoccupandosi di non sporcare il parquet, e si tolse l’impermeabile troppo largo, che era stato del fratello Manuel; poi poggiò l’indumento sgualcito sulla sedia accostata in maniera perfettamente parallela alle linde pareti del piccolo ingresso, sprofondando esausto sul lucido divano di pelle rossa dell’enorme salone, nel suo attico che guardava da malinconiche vetrate le luci opache dei lampioni riflettersi sul Tevere mugghiante, giù in basso. Il divano era un pessimo oggetto d’arredamento, ma era un regalo del padre e Leo, finché il vecchio era rimasto in vita, era stato abituato fin da piccolo a non discutere i dettami del capofamiglia. Una vita passata a fare il bravo soldatino può farti impazzire davvero. Leo aveva cercato rifugio in questo appartamento, quando aveva deciso di abbandonare la casa paterna contro il parere di tutti gli altri, madre, padre e fratelli compresi. Sembra che il vecchio in particolar modo non avesse mai accettato la decisione del figlio di avere un piccolo spazio di alienazione per sfuggire all’assordante routine casa-lavoro che aveva fatto andare i suoi nervi in pezzi. Il tardivo e forzato dono del divano non aveva mai spento i dissapori creati dalla fuga di Leo. I fratelli in aggiunta avevano largamente imputato a lui il successivo decesso per infarto dell’anziano genitore e, finché erano stati anch’essi tutti in vita, non avevano mai smesso di covare risentimento per il fratellino minore. A Leo non importava ormai più nulla. In questo appartamento aveva trovato la pace che non aveva mai avuto in trent’anni e un piccolo spazio per mendicare di essere se stesso, almeno poche ore al giorno dopo il lavoro. Un piccolo angolo perfetto in un mondo troppo imperfetto per una mente abituata a pensare in modo schematico come quella di Leo. Tutto in quella casa, dal pacchiano divano ai tappeti, all’eccessivo ordine e pulizia, fino alle lucide pareti gelate dell’enorme acquario, riflettevano la condizione di un uomo che stava rischiando di perdere per sempre la sua sanità mentale. Poi quando era arrivata Giulia tutto aveva subito un’accelerazione improvvisa e dagli esiti del tutto inaspettati. Leo era felice, per la prima volta in vita sua, felice come solo può essere un uomo che ha perso completamente la ragione, non importava quali fossero i suoi problemi e cosa dovesse fare per lei. Giulia non era una ragazza come le altre, non lo era mai stata. Si erano conosciuti per la prima volta in quell’isola dell’Oceano Indiano. Leo era lì per lavoro e quella che era stata un’incredibile e inaspettata attrazione, nata in origine per interessi scientifici, aveva fatto in modo che lei lo seguisse così lontano, nonostante tutti i problemi che questo avrebbe comportato. Ora l’oggetto quotidiano delle inconfessate preoccupazioni e al tempo stesso della felicità del giovane dottore lo attendeva ogni qual volta saliva le scale del suo personale rifugio, per chiudere la porta in faccia al mondo esterno e aprirne un’altra su nuovi e più oscuri mondi, regolati solo in minima parte dalla ragione. “Giulia, sono esausto amore mio…” Giulia però non rispose come non aveva risposto quando Leo aveva varcato la porta della stanza con l’enorme busta di plastica nera che continuava a gocciolare dimenticata sul tappeto dell’ingresso e la stanza rimase ovattata in quel silenzio innaturale solo a tratti interrotto dal rumore delle macchine sulla strada là fuori. “Succede anche questo… Tornavo dallo studio. Mio fratello Stefano continua a non parlarmi da quando Manuel non c’è più. Forse vuole spingermi ad odiarlo, per provocare una reazione da parte mia. E’ inutile, lo sai. Se solo sapesse amore… Pioveva Giulia, ero esausto. Non ho visto quel povero diavolo buttarsi sotto le ruote della mia macchina. Un barbone, nulla più di un povero barbone. E’ il destino che decide di incrociare le nostre strade e non ho colpa se la sua ha così violentemente impattato contro la mia. Per fortuna non l’ho ucciso Giulia, è ancora vivo…” Leo gettò un’occhiata distratta al sacco di plastica nera all’ingresso, mentre si toglieva le scarpe e sprofondava nel divano. “E’ ancora vivo, ne avrai cura tu, vero amore? Come sempre, come hai fatto con gli altri… Era tanto che non ricevevamo visite. Mio padre e mio fratello non sarebbero venuti mai qui, se non li avessimo costretti. Ma non mi importa, è acqua passata, ora ci siamo solo tu ed io. Non sai il sollievo che mi dai tesoro, non importa se l’ho fatto di nuovo e domani dovrò farlo ancora. Solo tu puoi capirmi. Siamo così simili tu ed io, così freddi all’apparenza, eppure custodi di una passione soffocata che a tratti può esplodere. Se solo potessi toccarti senza temere… E’ il mio unico cruccio, perché so che il giorno che deciderò di farlo (e prima o poi lo farò!) tutto cambierà tra noi.” Giulia continuò a rimanere in silenzio mentre l’uomo che diceva di amarla lo osservava con gli occhi languidi di chi sa che tra breve sarà preda del sonno. [continua…] ***
MEZZANOTTE E 17
Una poesia di Luca Nisi
Ci sono dei luoghi dove anche i pupazzi invecchiano, *** 
dove la fantasia si spegne come le candele al vento.
Pupazzi, trofei di mondi lontani.
Dimenticati nella polvere, sopra mensole di case abbandonate.