Leggende dalla Cripta di Cthulhu
Racconti di Simone Ceccano e Luca Nisi liberamente ispirati all'universo del maestro H.P.LOVECRAFT
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Chiunque voglia contattare i Custodi della Cripta di Chtulhu può scrivere a PICKETTBLOG@YAHOO.IT

La porta dell'Inferno è stata varcata *loading* volte...

“Tiene il Diavolo i fili che ci muovono! Scopriamo un fascino nelle cose ripugnanti; ogni giorno d'un passo, nel fetore delle tenebre, scendiamo verso l'Inferno, senza orrore.” Charles Baudelaire
Esiste un rifugio dalla monotonia dell’esistenza, esiste un appoggio dove si può per interminabili istanti vedere cosa si annida intorno a noi. Preziosa cripta del quieto vivere, dove la paura ti irradia come quando la luna d’estate illumina la tua silente stanza. Tu, prigioniero di te stesso, trovi conforto negli interminabili gorgoglii che arrivano dal vento. Un sussurro degli Antichi, un piacevole lamento incoraggia il viandante quando s’incammina su un lungo e sconosciuto sentiero. Qui apprenderete le storie che accompagnano l’umanità nel suo percorso più arduo: la conoscenza delle innumerevoli Realtà. Qui troverete la vita allo specchio, la vita respirata dalle mille bolle che si formano in un agghiacciante acquario, la vita stessa, espressa in tredici minuti. Ci vogliono tredici istanti per aprire una pagina nella rete e non accorgersi di cosa si cela dietro l’anta della vostra finestra, e ritrovarsi inconsapevolmente lauto pasto degli dei… CTHULHU FHTAGN.

L'APPARTAMENTO SUL TEVERE
Un racconto in due parti di Simone Ceccano
Illustrazione © Dan Moran 1996
Ogni volta che Giulia lo guardava era capace di entrargli dentro, di capire quello che gli altri non potevano neppure osare immaginare. E in quei silenzi Giulia e Leo si parlavano con gli occhi, e Leo a volte pensava quasi di poter sentire la sua voce nella sua testa. E non poteva fare a meno di pensare che qualunque fosse la natura delle cose che doveva fare per lei, ne valesse la pena pur di non spezzare l’insano idillio di quel paradiso artificiale. Due destini così simili, sebbene in origine così opposti. L’una costretta dalla sua particolare condizione a rimanere in casa senza poter vedere il mondo esterno, l’altro costretto dal mondo esterno a trovare rifugio nella solitudine di quel miserabile appartamento. Le vibrazioni del piccolo motore che pompava aria nel gigantesco acquario spezzavano l’ossessionante assenza di suoni ronzando ossessive nella testa di Leo mentre mille pensieri turbinavano vorticosi nei neuroni malati di un uomo che non era mai stato padrone del suo destino. “Succede anche questo Giulia, accade di rischiare di uccidere un uomo anche quando non vuoi. Ma il destino lo ha voluto, come ha voluto che ti incontrassi. Avevi di nuovo bisogno di compagnia, non è vero amore? Quella compagnia che io non posso darti, anche se una parte di me lo desidera. Avrai cura tu di quel poveretto, come hai fatto con papà, come hai fatto con Manuel e con tutti gli altri… Si, ma domattina… Ora sono esausto. Buonanotte Giulia.” Il giovane dottore si scrollò dal divano con un colpo di reni. Gettò un’ultima occhiata al corpo del barbone che ora accennava a rantolare soffocato dietro la plastica, agitando la ragazza immobile all’altro lato della stanza. Le luci si spensero lasciando solo l’enorme e gelido acquario ad illuminare la stanza di una soffice luce blu. Giulia non augurò a sua volta la buonanotte all’amato dottore. Si limitò a rimanere immobile, come faceva sempre, mentre osservava attenta ogni suo movimento roteando gli enormi occhi sferici dalle grandi pupille, dietro gli spessi vetri che la tenevano amorevolmente prigioniera. Poi, quando la porta del salone si chiuse alle spalle del giovane dottore, spalancò l’enorme bocca dalle grandi labbra in direzione del poveretto che rantolava nel sacco di plastica, rivelando le molte scomposte fila di denti e provocando un’enorme bolla d’aria tanto da increspare la superficie dell’acquario. Poi il suo corpo anfibio, dalle sembianze vagamente umane, si adagiò sulle molte ossa nel fondo della vasca e si addormentandosi avvolto nella luce blu, cullato solo dal ronzio dei macchinari.
***
IO
Una poesia di Luca Nisi
Io, sono solo… Come una lacrima… Nasco accanto alle parole… Scivolo sulle speranze e, poi ne fuggo via… per sempre.
***
TREDICI MINUTI
Un racconto in due parti di Luca Nisi
Turisti nella routine camminano lungo le mura del castello, si fermano davanti le rovine, assenti, scattano foto alle pareti di porcellane dipinte, immortalando intere serie di Principi dimenticati. Continuano su passeggiate settecentesche verso la grande cattedrale. All’angolo di un piccolo borgo, un suonatore con la fisarmonica cerca l’ultima nota, aspettando malinconicamente che qualcuno lasci cadere una moneta. Interessa meno al distratto turista che quel castello secoli prima abbia vissuto la storia di un giovane uomo. Un ribelle alle convenzioni, elegante e scapestrato. Un uomo con una lunga cravatta nera, che se lo avessimo visto sembrava stringergli la gola, come la corda che in futuro innaturalmente gli strinse il collo nell’ultimo abbraccio alla vita. Chi era costui? Diplomatico in Marocco, visitò Orano ed Algeri, visse assiduamente a Tangeri, ma sopratutto fu affascinato dalle sabbie d’Arabia, ma questa è un'altra storia. Entrano in fila, quasi, in religioso silenzio nella cattedrale, l’esercito silenzioso dei turisti. Si accalcano educatamente davanti la teca di vetro che protegge e custodisce una croce di metallo argentato e dorato, un miracolo di pietre preziose, l’ultima memoria di un popolo scomparso. La cattedrale, un isola di pietra in un mare di parallelepipedi di metallo e vetro. La grande terrazza della chiesa si affaccia proprio sulla città, sotto il ponte che collega tutta questa storia ai battelli che portano in giro i turisti. Il ponte, costruito nel 1700 con le sue pietre grigie e verdi, nasconde il senso di dignità del popolo che una volta lo affollava. Dove ora scorrono bambini e genitori in visita, prima era calpestalo da carri di pellegrini, da mercanti e dai i Re del castello adiacente. La musica di salmi ancora echeggia nelle sale, sotto di esse, sotto chilometri di tunnel. Nei tetri sotterranei dimenticati probabilmente esiste una cella sommersa dal buio, dove il cadavere di un giovane è ancora lì, appeso e dimenticato. Il suo capo spezzato e consumato dal tempo, una volta indossava un cappello a cilindro e si chinava e sorseggiava assenzio nei sobborghi del porto. Questa non è una storia di fantasmi, non troverete spiriti o anime in pena in cerca dell’eterno riposo. Dunque, la storia di tredici minuti è questa, quella che vuole raccontare ai turisti distratti il vecchio suonatore. Ha riposto la fisarmonica e ha preso un violino. Spostatosi dalle vie medievali del borgo, ora suona sotto il portico di un palazzo cinquecentesco, mentre dalla passeggiata affluiscono i turisti, dopo aver assaporato antiche fortificazioni rinascimentali. La memoria custodisce immagini, pensieri e parole, ricordi da tramandare anche alla bambina che corre, con il suo cappellino turchese e gli occhi azzurri e profondi come il mare poco lontano. Finalmente una piccola folla circonda il suonatore. L’anziano artista non guarda la folla ben vestita, è concentrato nella sua musica, come la penna dei poeti, suona parole che non si possono dimenticare. Ci vogliono tredici minuti per morire, quando al collo ti stringe la corda. Si perde la coscienza, si avvicina la morte con l’asfissia. Cosa succede in quei tredici minuti? È questa la storia, è questa la luce negli occhi, la luce brulicante e assoluta della riva Sud del Mediterraneo dove il giovane dalla lunga cravatta non sarebbe mai più tornato. La folla si scansa quasi offesa, sono turisti e vogliono essere distratti solo dalla luce del sole; anche la bimba, che ancora osserva assorta il vecchio suonatore, viene scortata via da una madre infastidita. Rimane solo nelle sue parole il suonatore, sotto il portico continua a suonare di come l’impiccagione sia brutale: i bulbi oculari fuoriescono dalle orbite, la lingua sporge fuori, mentre il condannato diventa cianotico. Tutto questo sarebbe accaduto a qualsiasi prigioniero, ma se la folla fosse stata paziente avrebbe ascoltato la storia di una morte dopo tredici minuti, non di lamenti e contorsioni. Tredici minuti sognati dall’intero pubblico presente all’esecuzione. Il cielo è denso di nubi che creano ombre sui monumenti, oggi il cielo è come quel giorno, il cielo di un giorno qualsiasi, ma la luce abbagliante che si scaturì dagli occhi e dalla bocca del giovane, irradiarono come il sole del deserto ogni anima presente in quella pubblica piazza. Intanto incuriositi si avvicinavano altri turisti, ignari delle parole che vennero prima, qualcuno con i pantaloncini corti e le scarpe da ginnastica, fanno le foto al vecchio suonatore. L’uomo è raccolto nel suo cappello, nascosto sotto le spesse lenti dei suoi occhiali, vestito con una malconcia camicia bianca che appare in fondo, appena dopo la lunga e trasandata barba scura. Continua la musica del violino, continua la vecchia storia che racconta di tredici minuti prima di morire, persi nel passato. Si aprono varchi nel tempo, si osservano le dieci dimensioni dello spazio, si apre la strada del rifugio per colui che rifugio non ha. Qualche turista si allontana, incuriosito dai cartelli degli scavi più avanti verso la collina, qualcuno lancia una moneta, altri sbadigliano mentre il cielo comincia ad abbracciare la sera. Altri iniziano ad allontanarsi verso il sistema urbano alla ricerca del cemento e del vetro, degli alberghi con i bagni scintillanti, tra le luci dei ristoranti che accompagnano le passeggiate lungo le strade, colme di vetrine e di manifesti elettorali. Il suonatore suona ancora il violino per gli ultimi turisti scesi dalla passeggiata rinascimentale, con ancora negli occhi i roseti nei giardini curati, le piccole statue e le rovine del castello e lo stupore della vista della cattedrale dal basso. Quella luce accecante bianca usciva dagli occhi e dalla bocca del giovane impiccato, immobilizzando di terrore tutti i presenti. Tredici minuti ci vollero per morire, tredici lancette affinché tutto tornasse normale, mentre la mente è occupata dai piani che formano l’universo, la luce si trasformò in tredici demoni che in pieno giorno divorarono l’intera folla accorsa per l’impiccagione. Lasciando solo una piazza vuota e un cadavere penzolante. Poi la musica finì, qualche turista applaudì, qualcuno cominciò ad incamminarsi verso le luci della città moderna, altri si spostarono verso il ponte, tutti tranne uno, che nelle tasche cercava qualche spicciolo da lasciare all’anziano suonatore. Forse tredici secondi durò quel gesto: il turista che porge le monete al musicista, il suonatore che sposta gli occhiali per ringraziare. Poi una luce si sprigiona dagli occhi e dalla bocca del vecchio, un demone ripugnante appare e divora in pieno imbrunire l’ultimo turista immobilizzato dal terrore. Ora solitario un anziano suonatore raccoglie la sua borsa e senza voltarsi scompare ciondolando sulla salita verso la cattedrale, mentre una moneta rotola verso valle, verso la città e le sue luci, raccolta da un altro ignaro turista, pronto, l’indomani, ad ascoltare una vecchia storia d’impiccagione. ***
SOGNO DI UN PAZZO
Una poesia di Simone Ceccano
Illustrazione © Giacomo Carmagnola
***