Leggende dalla Cripta di Cthulhu

Racconti di Simone Ceccano e Luca Nisi liberamente ispirati all'universo del maestro H.P.LOVECRAFT

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giovedì, 28 luglio 2005
Editoriale: LEGGENDE DALLA CRIPTA DI CTHULHU parte XIX

“In tombe d’oro e di lapislazzuli Corpi di santi e di sante trasudano Olio miracoloso, profumo di viole. Ma sotto gravi masse d’argilla calpestata Gonfi di sangue giacciono i corpi dei vampiri; Con sudari di sangue e con le labbra umide.” William Butler Yeats

  

 

Ultimo aggiornamento prima delle meritate vacanze all'Inferno, che aspettano i custodi del grande dio che riposa dormiente nelle inconcepibili rovine sommerse della maledetta R'lyeh. Per chi ci ha già seguito negli aggiornamenti precedenti, il volontario stop di agosto, OTTAVO mese dell'anno, non è casuale per noi, ma d'altronde cosa lo è veramente? Come i nostri lettori potranno vedere, come rare volte è già accaduto, Cthulhu stesso in questo aggiornamento di luglio è già in vacanza (non oso immaginare in che luogo possa essere in vacanza il nostro dio tentacolato preferito!), prontamente sostituito dal maestoso collega Dagon, che nei miei sogni animo sempre immaginare urlante, aggrappato ad un monolite di dimensioni ciclopiche emergente dai flutti in tempesta. Assenti le poesie, ma d'altronde, in questo luglio sconvolto dalla follia degli sciocchi e insensati esseri umani, c'era poco spazio per essere ispirati. Al loro posto due racconti brevissimi scritti da me e Luca che portano lo stesso titolo e che dovevano inizialmente partecipare ad un concorso, ma alla fine sono finiti sulle pagine di questo blog. Proprio così, Succede anche questo. Nell'augurare buone vacanze a tutti i nostri carissimi lettori, che amo sempre immaginare come sciocche marionette i cui fili sono tirati da un mostruoso dio, incurante e immemore dei loro destini, vi lascio con i nostri due ultimi incubi, figli del caldo infernale di quest'estate e di un altro inutile inverno: l'autoconclusivo Gioco degli Dei, che approfondisce la tematica a me cara dell'assenza di libero arbitrio nell'uomo; e la prima parte di un racconto totalmente onirico di Luca, composto da ben cinque capitoli, che si intitola Riflessioni nel buio e che inizierà a tormentare i vostri sogni nelle profondità de La Cripta. Riflettete perciò nel buio durante questo tempo, fino a settembre. Per ora, come è consueto…

Buona Lettura.

Postato da: Pickett alle 18:39 | link | commenti (22) |
editoriali, aggiornamento 19

Racconto: IL GIOCO DEGLI DEI

 IL GIOCO DEGLI DEI

 

Un racconto di Simone Ceccano

 

 

 

Era un normale giorno di un aprile qualsiasi, di un anno qualsiasi, di quegli anni che scorrono in modo così crudelmente anonimo da un po’ di tempo a questa parte, qui da noi. Era da un bel po’ che non pioveva e questo dava una mano al cielo eternamente plumbeo sopra la città a far sembrare ogni giorno come quello precedente. Massimiliano quel mattino si era alzato di buon ora, cercando di dimenticare per un attimo il forte dolore alla costola che lo tormentava da un po’ di tempo a questa parte. Aveva indossato i suoi occhiali dalla buffa montatura e si era precipitato in bagno per radersi e rendere il suo aspetto quanto migliore possibile. Non poté fare a meno di osservare, mentre guardava la sua faccia pallida e smagrita riflettersi sullo specchio del bagno, di come gli anni fossero passati anche per lui. L’angelo contornato di spine, che un giorno di tanti anni prima si era tatuato per capriccio, si dispiegava solitario con le sue ali nere tra l’esile costato e la spalla cadente, adagiato su un mortale letto di rose. Il suo volto, più che sofferenza, sembrava ormai esprimere ogni giorno di più la malinconia di vivere. Massimiliano si guardava dritto in faccia, riflesso sul vetro opaco, e a tratti credeva di vedere l’angelo. Quelle occhiaie, quello sguardo stanco in cui ormai a malapena potevi scorgere una scintilla di fuoco… Non era per il sonno mancato, non era per il dolore sul fianco che lo angustiava da qualche mese. Stanchezza di vivere, nulla più; eppure ancora voglia inspiegabile di continuare a trascinarsi come un automa per il caos rumoroso che caratterizzava le vie grigie di quella città qualsiasi. Una città come le altre. Il mondo non era poi così vario come lo era stato un tempo. Un frutto di mare una volta aperto con il coltello e svuotato avidamente del suo morbido contenuto è solo pronto per la spazzatura. Il mondo non era più interessante come una volta, o almeno questa sembrava essere l’opinione comune. Ma a dire il vero Massimiliano aveva smesso di essere sicuro anche che il passato fosse migliore del presente, o del futuro. Che differenza poteva fare? Era un anno come un altro, di quegli anni che scorrono crudelmente anonimi da un po’ di tempo a questa parte, in una città qualsiasi, qui da noi. Massimiliano, uscito dal bagno, pensò solo di infilarsi l’unica camicia pulita rimastagli, una camicia gialla a fiori di dubbio gusto, datato regalo di amici dimenticati, e afferrare la borsa della macchina fotografica, che aveva lasciato attendere la luce del mattino sul tavolino accanto alla finestra del soggiorno. Doveva vestirsi in fretta, uscire in fretta e correre verso la macchina; era tardi. Doveva rimediare almeno un assegno dal giornale questo mese, altrimenti addio affitto e addio casa, addio vita qualsiasi. Quindi doveva fare delle foto, era il suo lavoro dopotutto: catturare il nulla. Massimiliano non era altro che un grottesco cacciatore di invisibili farfalle. Catturare le immagini di quel mondo anonimo e indecifrabile e restituirle agli occhi spenti e ignari del pubblico faceva parte del suo lavoro di fotografo, e Massimiliano sapeva farlo meglio di chiunque altro. Era il mondo là fuori che forse non meritava di essere ritratto, ma qualche banconota tra le mani poteva dare un tocco di colore anche ad un anonimo deserto di pietra, cemento e asfalto. Massimiliano quella mattina come le altre avrebbe sceso i settanta scalini che lo portavano al garage del suo condominio in periferia e avrebbe carezzato ancora una volta con lo sguardo la vecchia Giulia del ’69 che era stata di suo padre. E poi ancora un’altra volta, in strada, quando il sole avrebbe fatto splendere in un riflesso la vecchia carrozzeria blu come trent’anni prima, in un altro giorno qualsiasi. Massimiliano sarebbe andato come ogni domenica dispari del mese a fotografare i giocatori nelle interviste del dopo partita. La città era insolitamente vuota, chi non era alla partita era fuggito via per il fine settimana da quel deserto incandescente. Eppure Massimiliano scoprì senza motivo di sentirsi osservato, come mai si era sentito prima nella sua monotona esistenza qualunque. Pur ignorando il perché di quell’insolita paranoia, poteva per qualche motivo essere certo che qualcosa lo fissava sotto il sole impietoso che sembrava voler fondere le lamiere della vecchia auto. La sensazione divenne insopportabile presso la strada a curve che portava al vecchio stadio. Vi siete mai chiesti cosa si prova, si vede, si sente pochi istanti prima di morire? E vi siete mai chiesti cosa c’è di reale tra la vita e la morte, o dalla nostra limitata prospettiva siamo solo dei ciechi che brancolano nel buio? Il giorno della sua morte Massimiliano sentì un profumo di fiori, un profumo sconosciuto. Gli sembrò assurdo, così assurdo sentire le sue narici pizzicare di fronte alla violenta intrusione di quell’odore inusuale, che non sembrava venire oltre i finestrini abbassati, dalle siepi che costeggiavano la stradina in salita, ma dall’interno, quasi dai fiori gialli della sua camiciola stretta. E sentiva ancora quel fastidio, quegli occhi invisibili gettare un’ombra sulla sua piccola auto, anche sotto quel sole infernale che sembrava non lasciar proiettare ombre sull’asfalto. La sua anima si sarebbe chiesta in eterno il perché, senza mai avere una risposta, ma dopo l’ultima curva Massimiliano ebbe la certezza definitiva che l’invisibile mano di Dio quel giorno qualsiasi avesse deciso di coglierlo. L’auto sbandò in tre giri di valzer mortali, una danza grottesca, beffarda, oltre il guard rail e poi giù in basso, nella scarpata, contro i grandi pini. Sentiva ridere in quegli ultimi istanti Massimiliano, una risata blasfema che sembrava quasi giungere da oltre il cielo, oltre il sole e le stelle invisibili. Poi il fuoco, l’odore della gomma bruciata, le lamiere contorte, e il buio. I soccorsi arrivarono troppo tardi, circa mezz’ora dopo. In poco tempo il cielo si era misteriosamente coperto di grandi nubi. Quando giunsero in prossimità dei rottami della Giulia iniziò persino a piovere, come se l’empio cielo avesse voluto piangere per chissà quale motivo quell’anonima morte. Fu una pioggia breve e violenta, quella che per poco rubò la scena all’implacabile sole. La polizia inspiegabilmente non trovò nessun cadavere in quello che era rimasto nell’auto.

 

Kroznar quel mattino aveva disceso i settantamila gradini del ciclopico Tempio del Crepuscolo, i cui monolitici pilastri di basalto reggono gli estremi del terzo universo. Il suo immenso corpo anfibio era strisciato goffamente fuori delle sacre porte di Decate le cui sfingi a tre teste nessun essere mortale ha mai potuto contemplare, sondando con i suoi mille tentacoli l’aria immota e morta delle profondità degli spazi siderali. Contando passi titanici lunghi Ere, aveva varcato pianure sconfinate senza nome, dove necropoli più antiche dell’Universo sprofondano lentamente tra le sabbie, spalancando le enormi fauci dentate in un immondo ululato che aveva distrattamente spento le stelle di otto galassie nel cielo quadrimensionale sopra la valle di Tnar. Kroznar a quel punto aveva roteato gli enormi tre occhi sferici e aveva contemplato per un istante eterno le luci di mille soli simili a lucciole spegnersi per un suo sbadiglio. Poi, empio e solenne in tutto l’orrore della sua onnipotenza, aveva lasciato che il suo divino sguardo si facesse trasportare dalle lente correnti del fiume Scamder, che nasce dove neanche gli dei sanno e precipita in eterno nell’Abisso senza un suono. Un piccolo pesce blu nuotava incurante di tanta attenzione nelle acque limacciose tra le piante senza nome di quel mondo alieno, nei pressi di un enorme cespuglio giallastro di fiori dell’oblio, che si bagnano silenti nelle acque dello Scamder, fiorendo per l’eternità senza mai appassire e senza che mai nessuno possa godere del loro profumo, perché l’olfatto è un senso che possiedono solo i mortali. Aveva protratto in avanti le enormi mani, stupendosi della sensazione di umido tra le dita colossali, prendendo quella piccola vita in mano e osservarla dibattersi in una macabra e spasmodica danza al contatto con l’aria letale. E Kroznar scoprì di saper ridere e il suo riso echeggiò indietro e lontano, oltre i deserti sabbiosi e le loro necropoli, fino alle buie stanze oltre le porte di Decate, dove dormono prive di sentimenti e sensazioni le entità che per gioco plasmarono l’Universo. Ancora pochi istanti, poi la piccola creatura dalle scaglie azzurre cessò di vivere tra le mani del dio, e Kroznar avrebbe scoperto per la seconda volta una nuova sensazione rompere l’eterno ed immoto equilibrio che lo aveva deliziato fin dalla sua nascita, in tempi ignoti che per l’uomo non hanno significato. Di fronte a quella vita, spenta casualmente per il suo solo sollazzo, la mostruosità divina versò una lacrima dall’iride immonda che aveva osservato impietosa e divertita lo spegnersi dei soli. E la lacrima bagnò la piccola creatura senza vita adagiata sulla mano colossale, che si mutò istantaneamente in uno strano uccello dalle grandi ali nere, che volò via lontano, oltre i canneti che sorgono sulle rive fangose del fiume sacro, nel suo eterno corso, parallelo ai destini dell’Universo. Poi Kroznar tornò alle fresca oscurità del Tempio del Crepuscolo, noncurante e immemore.

 ***

Postato da: Pickett alle 19:09 | link | commenti (5) |
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Racconto: RIFLESSIONI NEL BUIO - parte prima

RIFLESSIONI NEL BUIO

 Un racconto in cinque parti di Luca Nisi 

   

 LA CRIPTA

Il problema è che quando sogni non hai sonno. I miei sogni sono semplicemente identificabili come puri incubi. Paura? Sì, ma non solo, è un viaggio terrificante che da sveglio mi fa fare pensieri discutibili e definitivi. Il mio viaggio onirico è qualcosa di angosciante. Mi addormento e mi sveglio nel sogno. Apro gli occhi in un buio pesto. Sono disteso, senza aria e riesco appena a muovere le braccia. Tutto intorno a me è morbido e mi rendo conto che ansimo dentro una bara. Respiro, penso: “Sto solo sognando, devo solo svegliarmi, svegliarmi!”. Questo accade da secoli, questo mi uccide ogni notte, ogni giorno muoio e ogni notte sogno il mio riposo eterno. Un giorno di primavera mentre affondavo le scarpe nel fango in un campetto di periferia, dietro i piccoli spalti dove i genitori incitano i figli, lessi una semplice e curiosa scritta su un muro: “Tutto ciò che dorme è morto”. Da lì ebbi la pessima idea di sfruttare l’intuizione. Cosa poteva suggerirmi quella scritta nera su un muro grigio? Quella stessa notte mi buttai sobrio sul letto, privo anche delle droghe che placavano in parte il mio tormento. Pochi minuti sul cuscino e scivolai tra le braccia di Cthulhu. Eccomi di nuovo nella bara, nei mie sogni mi sono sempre fermato all’apparenza, ma quello spray nero mi aveva lasciato una traccia nel subconscio. Invece di grattare senza fine il morbido tessuto della tomba, riuscii a sollevare lo spessa lastra di mogano. Come il vampiro in bianco e nero dei migliori film, lasciai il buio del sonno eterno e mi ritrovai in una gelida cripta. Ma questa non è una favola e alla fine di queste righe non troverete un lieto fine. Il dormiente sogna, era dentro una bara che non era sottoterra, bensì dentro una lugubre cripta. Uno spicchio di luna offre il petto alla piccola stanza. La luce riflessa arriva da una piccolo pertugio, posto qualche metro sopra proprio il mio riposo. Curioso come delle volte sognare sembri così reale. Bene, oltre alla mia bara ve ne erano altre tre, e formavano un piccolo cerchio. Tra ogni bara c’era una porta. Mi rammarico di aver varcato tutte e quattro le soglie. Al centro della stanza c’è un disegno che con la poca luce del satellite terrestre non sono mai riuscito a comprendere completamente. Il mio primo sogno fuori la bara finì al centro della stanza. Il problema terrificante che vi esponevo nelle prime righe, non fu il fatto di dover continuare a sognare quel posto insulso. Fu il fatto che in me nacque un inquietante desiderio di mettermi a letto e tornare in quel luogo per aprire quelle quattro porte e vedere cosa si nascondesse dietro i miei incubi. Realmente. Quante porte avete aperto in vita vostra? Quante ne ricordate che vi hanno lasciato senza fiato dopo averle aperte? Sono tornato in quel confine. Sì, perché il futuro mi mostrò che quella cripta era la frontiera tra ben quattro differenti mondi. La nostra dimensione è uno stadio dove le percezioni di quello che c’è la fuori è ancora molto pionieristico. Ogni volta che mi addormentavo tornavo sempre nella gelida cripta. La prima fobia era ormai superata e nella bara rimanevo davvero pochi istanti. La stanza era sempre poco illuminata. Scelsi la prima porta, era quella alla destra dal mio tumulo. Una piccola maniglia mi separava dal primo insopportabile viaggio. Aprii la porta automaticamente, come fosse la porta del bagno. Oltre a non avere mai sonno, quando si sogna non si pensa e, ahimè, si fa tutto senza riflettere. Fin da ragazzo sono stato un appassionato di fantascienza e quello che trovai al di là della soglia fu qualcosa di fantascientifico. [continua…]

 ***

Postato da: Pickett alle 22:55 | link | commenti (2) |
racconti, aggiornamento 19

sabato, 30 luglio 2005
Racconto: SUCCEDE ANCHE QUESTO

SUCCEDE ANCHE QUESTO

 Un racconto di Simone Ceccano 

 

Illustrazione © John Perkins

“Succede anche questo Jennifer, anche mia madre me lo diceva sempre. Era la sua maledetta frase preferita, la disse perfino il giorno in cui papà morì di cancro. Succede anche questo Tom,  fa parte della vita… Beh, sono solo idiozie. Mi sembra ancora di sentire la vecchia blaterare. Secondo te un bambino di otto anni può essere abbastanza cinico da accettare un evento del genere? Risponditi da sola. Ah, scusa, non puoi, non riprenderai conoscenza.” La ragazza svenuta aveva un colorito esageratamente livido, era prossima alla morte o a qualcosa di simile.  “Beh, La risposta è no Jenny, no. Punto. Anche adesso che ho trent’anni e devo spararti in testa per evitare che diventi come quelli là fuori. Non dirò succede anche questo e me ne farò una ragione!”  Tom non ce la faceva più a sentire quei rumori, forse gli unici in quella città ormai fantasma. “Finitela di fare rumore, maledetti!” Tom aveva legato Jennifer ad una sedia, poco dopo la sua perdita di conoscenza a causa del morso di uno di “quelli”, la stessa silenziosa, empia moltitudine di carne morta a cui Tom aveva ordinato il silenzio, e che batteva inesorabile e meccanica alla porta blindata che divideva Tom e Jenny dall’Inferno. Si erano chiusi in terrazzo, ma ormai l’intero edificio era invaso, come il resto della città. Il contagio si era diffuso in fretta, presto sarebbero entrati e non c’era nulla che Tom potesse fare per fermarli. Non con un solo colpo di pistola e le ultime energie spese ad aggrapparsi a quel poco di sanità mentale che gli restava. Nient’altro che brandelli di ragione in un mondo insensato e folle. La ragazza era ormai spacciata, Tom non si faceva illusioni. “Dicevano che era tutto sotto controllo, nient’altro che un virus non ancora identificato. Idioti. Tutti. Autorità, TV, e pure quei maledetti preti e le loro inutili preghiere. I morti camminano Jenny. Camminano e si cibano dei vivi. Il resto non ha più senso.” I colpi alla porta erano sempre più forti, non avrebbe retto ancora per molto. Probabilmente ne erano arrivati altri, il solo palazzo era pieno di tutti gli inquilini infetti che parenti amici e congiunti non avevano avuto il coraggio di uccidere definitivamente, incontrando poi una fine orribile a causa della loro stessa sciocca pietà. “Fatela finita ho detto! Finitela maledetti! Stanno per sfondare la porta Jennifer, non c’è più tempo. Se non mi sentissi sciocco ti direi che ti amo, ma non ha senso. Addio.” Un singolo colpo in bocca fece eco tra i palazzi deserti nella città in cui nessun vivo ormai camminava più; poi il silenzio. Jenny si liberò dalle corde e lasciò gli altri entrare per cibarsi di quello che restava di Tom. “Succede anche questo.” avrebbe detto sua madre, confusa tra l’orribile turba di cannibali, se in quel momento non avesse avuto la bocca piena.

 ***

Postato da: Pickett alle 15:29 | link | commenti (1) |
racconti, aggiornamento 19

Racconto: SUCCEDE ANCHE QUESTO

SUCCEDE ANCHE QUESTO

 Un racconto di Luca Nisi

 

Illustrazione © Giacomo Carmagnola 

Succede anche questo. Se riuscissi a grattarmi lo farei con un’espressione di dubbio. Succede anche questo, mi manca il rumore incessante del traffico in una mattina di pioggia. Se potessi riderei. Succede anche questo, ricordare il rumore del gesso che sprigiona segni bianchi sulla lavagna mentre fuori c’è il sole. Se potessi sognerei. Succede anche questo, cosa dicevano i sermoni assillanti del prete la domenica mattina, aspettando: “andate in pace”? Se potessi piangerei. Succede anche questo, vorrei rivedere ancora una volta la folla silenziosa e rassegnata di una fila alla posta. Se potessi… Succede anche questo, immaginare di riassaporare l’odore del vomito che sale dallo stomaco dopo l’ultima sbronza con gli amici. Succede anche questo, quando sei morto. Credevo nel paradiso dei cristiani, credevo in un tunnel di luce colmo di pace e gioia. Credevo di rivedere la mia vita, i miei ricordi, in un flash back. Credevo anche alla reincarnazione, credevo di passare ad una vita migliore, perché ero un brav’uomo. Succede anche questo, perdere tutto, famiglia e figli, lavoro, quando un gatto dal pelo grigio e nero decide di attraversare la tua di strada. Succede anche questo, quando si corre con una moto e ci si crede invincibili ed immortali. Succede anche questo, chiudere gli occhi in un mondo e riaprirli per l’eternità in un altro. Succede anche questo, cercare di ricordare sensazioni ed emozioni di quello che eri. Se potessi respirerei. Succede anche questo  quando si vaga da millenni nel vuoto interstellare, quando quello che rimane di te è paragonabile all’ultimo getto d’inchiostro di una penna che non scriverà mai più. Succede anche questo quando si è solo un sussurro nel buio. Se potessi sorriderei, alla mia insignificante foto, su una lapide che non vedrò mai.

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Postato da: Pickett alle 15:46 | link | commenti (1) |
racconti, aggiornamento 19