Leggende dalla Cripta di Cthulhu
Racconti di Simone Ceccano e Luca Nisi liberamente ispirati all'universo del maestro H.P.LOVECRAFT
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Chiunque voglia contattare i Custodi della Cripta di Chtulhu può scrivere a PICKETTBLOG@YAHOO.IT

La porta dell'Inferno è stata varcata *loading* volte...


Conosciamo davvero tutto quello che si nasconde sulla Terra? Quante specie si sono evolute per milioni di anni? Negli abissi oceanici ad esempio, dove né la luce né il calore del sole possono penetrare, si celano forme di vita strane ed inusuali per noi. Avvalendovi di questi presupposti, lasciate che nel vostro risveglio a settembre sia proprio la Cripta di Cthulhu a condurvi con sapiente maestria in posti dov’è possibile intravedere realtà diverse. Oltre ad esplorare il nostro meraviglioso pianeta, lasciate che i custodi vi spingano al di fuori della nostra dimensione. Visitate con noi luoghi misteriosi e regioni di mondi lontani, lasciate per un attimo il rumore del traffico, la pioggia e il vociare dei ragazzi per la strada. Attraverseremo portali di basalto in regioni sperdute, percorreremo zone neutrali per raggiungere avamposti dominati da terribili echi mentali. Coraggiosi lettori, nel ringraziarvi, vi auguriamo una Buona Inquietante Lettura. Luca e Simone.
Nahum non seppe rispondergli che una sola frase: “Nel pozzo… vive nel pozzo…”
H. P. Lovecraft, Il colore venuto dallo spazio
Un racconto in cinque parti di Luca Nisi
ROMULUS
Sì! Sono certo che la landa desolata e rocciosa, grigia, tendente al verde, mi ricordò istintivamente la radura ricreata dall’androide Data nel ponte ologrammi dell’Enterprise, nella serie televisiva Star Trek (TNG) per mostrare il mondo dei Romulani. Una landa di rocce e un silenzio spettrale. Due lune risplendevano nel chiarore di un tramonto alieno. Non avevo paura, anzi, sembravo solamente curioso e sbalordito dallo spettacolo dinanzi ai miei occhi. La porta era rimasta lì, in mezzo alla radura. Eravamo io, una porta e un vento che cominciò ad alzarsi violentemente. Da quel momento il panico invase il mio sogno. La porta scomparve e il vento divenne freddo, da soffio divenne un turbine d’angosce, parole, pensieri. Urla e tormenti echeggiavano nel vento. Poi venne il buio, calò la notte e la paura mi abbracciò completamente. L’angoscia primordiale era dentro di me, quelle voci mi soffocavano, ma il peggio era dietro l’angolo. Immaginatevi: ciechi in un deserto con mille voci nella testa. E poi venne quella cosa. Non so cosa essa fosse, ma qualcosa cominciò a toccarmi. Mentre dormi il panico ti assale e se fossi stato sveglio sarei corso ovunque le mie gambe mi avessero portato. Ma nel sogno rimasi immobile, come una statua di pietra alla mercé di qualcosa di viscido ed affamato. Ho sofferto dolori laceranti, mi hanno mozzato squartandomi a brandelli, prima un morso sulla caviglia destra, poi un braccio. Il dolore e le mie urla si spensero lentamente, presumo sull’ultimo attacco decisivo, al collo. Mi svegliai di soprassalto, il dolore e il ricordo erano ancora dentro di me, anche se sotto il pigiama il mio corpo era integro. Ma la mia psiche? Lentamente si stava disintegrando. Da quella notte non fui più lo stesso. Qualcuno violenta i miei sogni, trasformando un mondo della mia fantasia televisiva in un inferno dove sono morto azzannato. L’inquietudine lasciatami da quell’esperienza mi costrinse a rifugiarmi nell’alcool, per poter dormire almeno poche ore senza dover tornare nella gelida cripta. La paura mi scorreva nelle vene, tornare nel mondo reale aumentò ulteriormente la mia fragilità, costringendomi all’umiliazione di una solitudine autoimposta e necessaria. Amleto si interrogava nel suo più celebre monologo sulla conclusione, la morte. Come hanno tradotto? “Quali sogni ci possono venire, quando ci fossimo scrollati via da questo fastidioso involucro?” Bene, la mia riflessione nel buio fu la paura di aver assaggiato l’Inferno. Ancora il principe di Danimarca: “…se il timore di un ‘che’ dopo la morte…quella regione oscura, inesplorata, dai cui confini non v’è viaggiatore che ritorni…” E se io avessi assaporato l’Aldilà? Questo fu l’ennesima intuizione che mi spinse con il coraggio degli audaci ad addormentarmi di nuovo. Fui di nuovo nel buio, con molta più facilità riuscii a spostare l’asse di legno e fui nuovamente nella gelida cripta. Sono uscito da un’altra tomba. Ero sbucato fuori non dalla solita bara, bensì da quella accanto. Così, come fosse la strada che conduce al gabinetto, aprii una nuova porta e fu subito silenzio…… [continua]
***
NON ESSERE
Una poesia di Simone Ceccano
Diffida dell’abbraccio del Serpente, Schiva le inutili carezze, Schernisci il Sole volgare, Immergi la testa nel tuo stesso sangue, E prega che la morte colga l’uomo accanto a te. Deridi l’inutile amore, Non cedere a pretestuosi sguardi, Ama nei morti il non essere più vivi E vivi la vita come chi è già defunto. Godi solo del profumo dei fiori morti, in silenti cimiteri, il giorno delle tue nozze.
Non credere in nulla.
Ma godi il non essere come la più sublime delle benedizioni.
***
Una poesia di Luca Nisi

Umani
Prigionieri nei silenzi, intrappolati nei rumori di fondo.
Umani
Ansimano e tossiscono nei vicoli bui,
Richiamati da preghiere e bugie.
Umani
Lacrimano fumo da mille sigarette,
Appannano vetri dinanzi ai sorrisi immobili e muti dei pupazzi alle vetrine.
Umani
Ignari pupazzi di un altro mondo.
***
NONA DIMENSIONE
Un racconto di Simone Ceccano
La luce giallastra della lampada incandescente illuminava la scrivania vicino alla finestra, sopra la quale nelle ultime ore un uomo che ora era crollato esausto in mezzo ai libri aveva versato lacrime e sudore nel tentativo di raccontare una storia. La testa era bollente a causa della stanchezza e della lampadina troppo forte. Si destò di scatto, come se qualcosa avesse ancora una volta turbato i suoi sogni, e subito il suo sguardo cercò sicurezza sulla parete in fondo, dove la lampada proiettava l’ultimo malinconico spicchio di luce su un quadro sbiadito appeso un po’ storto. REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DELLA LEGGE NOI PROFESSOR GUIDI GIACOMO RETTORE DELL’UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI FIRENZE VEDUTI GLI ATTESTATI DEGLI STUDI COMPIUTI DA FRANCESCO DEI NATO A ROMA IL… …GLI CONFERIAMO LA LAUREA DI DOTTORE IN ARCHEOLOGIA PREISTORICA Sembrava passata un’eternità, ma in realtà erano trascorsi solo tre febbrili e concitati anni, anni in cui il dottor Dei aveva rinunciato ad essere un uomo di Scienza per vendere la sua anima ad un amico che si era rivelato il Diavolo in persona. Tre anni fianco a fianco al dottor Guidi sacrificando tutti le energie intellettuali di cui era a disposizione e mettendo in crisi qualsiasi fede o certezza in tutto ciò che aveva creduto fino a quel momento. Era diventato un cinico, un cinico come il dottor Guidi, uno spietato persecutore del sapere a tutti i costi, anche se ciò voleva dire varcare l’Abisso. Che importava? Non aveva avuto significato fino a quel momento, in tutti quegli anni, fino al tragico episodio di due settimane prima che avevano convinto Francesco Dei a farla finita con quella storia e gli orribili sviluppi che aveva intrapreso. Tutto questo mentre l’orrenda Testa del Giaguaro che aveva provocato la scomparsa del suo mentore rideva silenziosa, immobile e beffarda sulla scrivania vuota del professore, accanto alla parete dov’era appeso il quadro, circondata da una montagna disordinata di libri e carteggi antichi, nella stanza quasi sommersa da una marea di candele spente, che Dei si affrettò a riaccendere come temesse chissà cosa. Era un pezzo unico di uno strano cristallo verde che non aveva precedenti nella storia geologica del nostro pianeta. Palesemente non composto da varie parti, rivelava eppure una struttura interna così complessa che era come se fosse formato da innumerevoli altri cristalli che provocavano degli incredibili riflessi scarlatti se sottoposti a qualsiasi tipo di luce. Un oggetto unico che non doveva stare in quell’attico di Monteverde, a Roma, che lui e il professor Guidi avevano adibito a studio segreto dopo aver lasciato Firenze, durante i successivi due anni e mezzo di ricerche. Successivi al viaggio a Chavin de Huantar, 3200 metri di altitudine sulle Ande peruviane. Una delle località più nascoste e remote di quella regione, i cui ruderi maledetti sono strangolati da due inaccessibili catene montuose che li separano dalla giungla amazzonica e dalla costa. Chavin de Huantar, dove tra il 500 e il 200 a.C si era imposto il misterioso culto del giaguaro, la strana credenza che aveva reso per breve tempo l’inaccessibile città il più importante centro religioso del Sud america, facendogli persino conoscere un periodo di prosperità, periodo in cui l’arte di quella città e il culto del giaguaro erano riusciti a diffondersi in tutto l’antico Perù. Chavin de Huantar, il luogo che Dei aveva giurato che non avrebbe più visto. Si era laureato in Archeologia Preistorica negli anni in cui aveva vissuto a Firenze, ospite di una vecchia zia. Nonostante la sua specializzazione non coincidesse con quella del professor Guidi, che era uno dei più grandi esperti europei delle civiltà precolombiane e mediorientali antecedenti alla nascita di Cristo, Dei si era attirato le manifeste simpatie del rettore per la sua spiccata conoscenza degli aspetti geologici della disciplina. Guidi lo aveva convinto a seguire alcuni suoi studi misteriosi, ricerche di cui non parlava mai negli ambienti accademici ufficiali, ma che presto Dei scoprì essere quasi l’unica vera ragione di vita dell’anziano professore. Lo aveva persino convinto a redigere la tesi di laurea sulle civiltà precolombiane dell’antico Perù. Guidi era compiaciuto e palesemente attirato dall’incredibile capacità di Dei nel datare i reperti archeologici, anche quelli più antichi, senza ricorrere alla tecnica del radiocarbonio, mediante tutti gli altri espedienti alternativi che il mondo del XX° secolo poteva mettere a disposizione di due avidi e implacabili eruditi. Il suo interesse spiccato per l’archeoastronomia poi aveva fatto in modo che tra l’anziano professore e il giovane studente scoppiasse un rapporto di sempre più stretta collaborazione. Inizialmente l’apparente natura dispersiva degli studi di Guidi e la datazione dei reperti che all’epoca gli commissionava da compiere nel laboratorio dell’Università di Firenze avevano perplesso Francesco Dei non poco. Perché catalogare e datare manufatti risalenti a secoli prima di Cristo nelle Ande peruviane e poi perdere tutto quel tempo a decifrare tavolette assiro-babilonesi in caratteri cuneiformi? Il puzzle era troppo ampio perché Dei potesse ricomporlo con le sue sole forze. Guidi avrebbe pensato per lui a riavvicinare i tasselli in un quadro coerente e rubargli l’anima coinvolgendolo nel suo folle progetto. La notte stessa dopo la discussione della tesi di laurea Guidi avrebbe mostrato al giovane allievo quello che non aveva osato mostrare a nessuno da decenni ormai. La maledetta Testa del Giaguaro che ora emanava pallidi riflessi rossastri sotto la luce della lampada, sulla scrivania vuota del professore, riflessi davanti ai quali Dei rabbrividiva, perché gli ricordavano eventi recenti che avrebbe volentieri rimosso, se non fosse stato per l’amicizia con il vecchio Rettore. Guidi stesso aveva portato clandestinamente in Italia l’inestimabile manufatto di cristallo dopo un suo sopralluogo alle rovine di Chavin de Huantar, successiva alla terribile alluvione del ’45 che, pur avendo spazzato via con la sua furia tutti gli scavi precedenti, aveva miracolosamente portato alla luce dalle profondità della terra ciò che qualcuno aveva ben nascosto con coscienza. Non ne aveva mai parlato con nessuno, nonostante l’età avanzasse e aumentasse il rischio che quel segreto morisse con lui; ora lo mostrava per la prima volta al giovane Dei, nella ferma convinzione che avesse finalmente trovato la mente fertile che lo avrebbe aiutato a compiere il passo che gli antichi sacerdoti di Chavin de Hauntar non avevano osato compiere decine di secoli prima. Inutile dire che tutti gli sforzi del giovane nel tentare di datare quell’oggetto unico erano risultati in un fallimento. Guidi inoltre non rivelò mai a Dei come e dove avesse trovato la testa durante il suo primo viaggio sulle Ande. Una parte importante delle sue ricerche precedenti rimase sempre oscura a Dei, fino alla fine, anche quando il dottor Guidi si decise finalmente a rivelare la vera natura e lo scopo ultimo delle sue ricerche. Si trattava di indizi scovati su libri proibiti, fonti di sapienza antica e blasfema, il cui nome non sarebbe neanche il caso di sussurrare. Quegli stessi libri che Guidi si era rifiutato di portare a Roma, nello studio di Monteverde, nonostante avesse deciso di traslocare quasi per intero la sua immensa biblioteca dalla villa fuori Firenze. Quale fosse la segreta natura delle ricerche che avevano consumato l’anziano rettore in tutti quegli anni Francesco Dei non seppe mai, ma sperimentò sulla sua persona quali fossero i risultati che avevano prodotto durante il maledetto viaggio sulle Ande che avrebbe per sempre cambiato la sua vita e quella del dottor Guidi. [continua... ] ***