Leggende dalla Cripta di Cthulhu
Racconti di Simone Ceccano e Luca Nisi liberamente ispirati all'universo del maestro H.P.LOVECRAFT
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La porta dell'Inferno è stata varcata *loading* volte...

“Il terzo Angelo suonò la tromba: e dal cielo cadde una grande stella, ardente come una fiamma, e cadde sulla terza parte dei fiumi e delle sorgenti delle acque. [...] E la terza parte delle aque diventò assenzio, e molti uomini morirono a causa di queste acque, perché erano diventate amare.” Apocalisse 8,10

Benvenuti cari lettori alla fine di questo mese di ottobre, che sembra darci un po’ di respiro dopo interminabili settimane di diluvio in cui il cielo sembrava piangere il triste destino di questa palla di fango in un angolo dell’universo, i cui giorni sembreremmo prossimi a giungere al loro ultimo disperato epilogo. Ci sono serie probabilità che un oggetto giunto dagli sconfinati e silenziosi spazi siderali, che gli astronomi hanno battezzato Catalina, impatti con la Terra l’11 giugno del 2085, ponendo fine alla vita biologica che conosciamo. Se tutto ciò fosse vero, e se fallissero i rimedi che pur ci sono per scongiurare l’evento, mi verrebbe da pensare che mio nipote forse non vedrà mai la luce. Perché mio figlio dovrebbe mettere al mondo un discendente sapendo che dovrà morire di lì a poco nell’immane impatto generato dalla cometa? E lui che vita vivrà? Sarà malvagio, sregolato, dedito ad ogni vizio e crimine in un mondo che sta per vivere senza speranza i suoi ultimi giorni? Premetto che vi consiglio subito di prendere le mie parole col beneficio d’inventario, non sono un uccello del malaugurio, ma nient’altro che un aspirante scrittore, tranquillizzatevi! Ma a volte mi chiedo davvero se il mondo non stia per arrivare ai suoi titoli di coda. Progresso accelerato nel corso di poco più di un secolo, come non era mai stato in millenni di umanità, con aumento esponenziale di velocità man mano che si va avanti, guerre con sempre maggiori perdite di vite umane senza precedenti, una rincorsa ossessionata a prosciugare fino all’ultimo le risorse di questo pianeta, tutte e subito. Per non parlare della progressiva perdita di punti di riferimento, di morale, di freni inibitori, scardinati in nome di una sempre più ossessiva ricerca del piacere, ad ogni costo, spesso senza un motivo. Come se l’umanità inconsciamente sapesse che stia arrivando alla fine dei suoi giorni e altrettanto inconsciamente si stesse affrettando verso il suicidio, sentendo di non avere futuro, ma cercando di prosciugare fino all’ultima goccia di sangue questo mondo condannato. Ma perdonate le mie fantasie e le mie divagazioni. C’è ancora tempo per la fine del mondo. Vi prometto che dimenticherete tutto una volta che sarete piombati negli infernali labirinti della perduta Xantis, che ritorna nel capitolo di questo mese di Riflessioni nel Buio, dopo essere già stata teatro dell’ultimo atto della vita di Mathias Klenze in uno dei nostri primi e già lontani aggiornamenti. E sarete attenti ad altro scendendo ancora nelle viscere delle montagne attorno all’inaccessibile Chavin de Huantar vedendo con gli occhi fanatici del dottor Guidi quale tremendo segreto si cela dietro la Testa del Giaguaro e il suo passato. Udrete una storia vecchia di millenni che nessuno ricorda, e ancora forse immaginerete un cadavere danzare con il Diavolo… Di fronte a tutto ciò non credete che ci sia ancora tempo per pensare all’Apocalisse?
Buona Lettura...
NONA DIMENSIONE
Un racconto di Simone Ceccano
La chiave della successiva scoperta che avrebbe messo nelle mani del professore gli strumenti per portare a termine la sua ricerca era nascosta nel volto intarsiato di quello che alcuni folli avevano soprannominato “il dio sorridente di Chavin”. Altri, forse più saggi o solo più consapevoli, potevano ravvisare nella sua mano priva della linea della vita quel dio della morte che forse rappresentava davvero l’intarsio nell’intenzione originaria degli autori. Il dio di Chavin si trovava scolpito sulla superficie di un blocco unico di granito alto più di quattro metri, dalla forma vagamente assimilabile ad una lancia, che si trovava sotto la volta a croce della stanza più nascosta del labirintico Tempio Vecchio, rivolto a levante, quasi per rivelare cripticamente una segreta attinenza con le lontane terre d’Oriente, al di là dell’Oceano e della sterminata Africa. A causa della sua peculiare forma la pietra era stata chiamata El Lanzon in epoca spagnola. Sopra di essa vi era inciso il volto del dio di Chavin de Huantar. Nonostante le zanne, la scultura in sé non somigliava propriamente ad un giaguaro, come d’altronde neppure la misteriosa testa di cristallo. La stessa idea di culto del giaguaro dovrebbe essere ripensata totalmente dagli studiosi moderni. Dire che le raffigurazioni del dio zannuto con la testa contornata di serpenti che si trovano a Chavin rappresentano un giaguaro non è niente più di una congettura. Così pure cercare di rivenire tratti umani e felini nelle mostruose teste pesanti anche mezza tonnellata che sono state ritrovate in prossimità del Tempio Vecchio. El Lanzon aveva rappresentato un enigma per generazioni di archeologi, cacciatori di misteri e studiosi di vario genere. Eppure proprio il suo alone di mistero, unito all’incredibile collocazione che gli antichi abitanti di Chavin avevano scelto per nasconderlo, non potevano gettare dubbi sull’enorme importanza che la pietra aveva avuto per gli architetti che per primi avevano costruito la città inaccessibile sulle Ande. In tempi non molto lontani dagli eventi che stiamo narrando, ancora lo scrittore Alan Alford, nel suo primo e più famoso libro, non poteva che sentenziare:
“Sebbene il significato preciso di El Lanzon rimanga incerto, è chiaro che la statua aveva una grande importanza. Il fatto che la sezione superiore, stretta, e che sale assottigliandosi, aderisca esattamente a un foro appositamente predisposto nel soffitto sembra indicare che il tempio sia stato progettato proprio in funzione della statua. Parrebbe dunque che questo oggetto sacro fosse stato volutamente nascosto nelle profondità del tempio, in modo da non poter essere rimosso. Perché i sacerdoti si diedero tanto da fare per proteggere il loro idolo divino?”
Perché? Nessuno avrebbe potuto dare una risposta. Nessuno che non avesse posseduto la maledetta Testa del Giaguaro e le conoscenze proibite che Guidi aveva acquisito dai libri rimasti chiusi nella cantina blindata della sua villa fuori Firenze, i libri che nessuno forse leggerà mai. Fu la grossa pietra a forma di lancia incastonata nei sotterranei del tempio che li condusse a valle, nel luogo dove riposava la vera statua del “dio sorridente di Chavin”. Non è un azzardo pensare che gli antichi sacerdoti avessero costruito il misterioso complesso architettonico al duplice fine di condurre chi avesse le corrette informazioni in quel luogo segreto, e sviare tutti gli altri facendo loro concentrare l’attenzione sull’appariscente città di Chavin e sui suoi templi. Sebbene sia forse l’unica persona ancora in vita ad essere a conoscenza di quello che accadde dopo, non svelerò in queste pagine quali furono nel dettaglio i passi successivi che condussero Dei, il suo maestro e tre portatori peruviani a discendere più di quattromila gradini scolpiti magistralmente nella roccia, fino al tempio segreto celato nel cuore della montagna, un luogo che da decine di secoli non era stato più calpestato da impronta umana. Le pareti della caverna erano composti da blocchi di pietra incastonati tra di loro a formare una volta circolare. Ciascun blocco era diverso dall’altro e i più grandi avevano lati lunghi anche dieci metri. Una simile opera andava ad oscurare persino le celeberrime mura megalitiche di Sacsayhuaman, vicino Cuzco. E il nome stesso di Sacasyhuaman richiamava in qualche modo quel luogo, dove il Dio Giaguaro veniva finalmente svelato in tutta la sua vera orrenda natura. Sacsayhuaman. Quello era il nome della divinità a cui il tempio nascosto era dedicato, la divinità per cui folli artisti ignoti avevano eretto nelle viscere della montagna l’orrendo idolo ciclopico, alto più di venti metri, che troneggiava sulla testa dei due uomini, toccando quasi il soffitto e che il fascio di luce della torcia di Guidi aveva illuminato in tutto l’orrore delle sue sembianze. I portatori erano fuggiti alla sua sola vista, non appena varcata la soglia della caverna, e ormai i loro passi non si udivano già più, dispersi nel tortuoso corridoio a gradini che portava alla luce del sole. Il dottor Guidi era rimasto contrariato più del normale dall’accaduto, come se anche i portatori avessero dovuto giocare un qualche ruolo importante nella vicenda. Da quel momento in poi l’anziano professore si sarebbe rivelato via via sempre più nervoso, fino all’uscita dalla caverna, mentre Dei non avrebbe mai più scordato il nome di Sacsayhuaman per il resto della sua vita.
Per il giovane ricercatore fino a quel momento quel nome aveva sempre rappresentato il complesso di rovine dalle mura ciclopiche che gli Spagnoli avevano pensato fossero i resti di una fortezza Inca, vicino Cuzco. Più di uno studioso si era meravigliato dell’imponenza delle muraglie di Sacsayhuaman, lunghe più di 360 metri e composte di pietre pesanti anche 20 tonnellate, incastonate perfettamente tra di loro con una tecnologia sconosciuta, senza l’uso di malta. Gli Inca non furono mai più in grado di ripetere la costruzione di quella che è considerata una delle più stupefacenti meraviglie megalitiche del mondo antico. Di conseguenza molti tutt’ora dubitano che siano stati gli Inca stessi a costruirle. Lo stesso poteva dirsi degli enormi blocchi che reggevano la volta della caverna. I costruttori erano stati gli stessi dei grandi muraglioni eretti nei pressi della capitale inca. Ma la mano che li aveva tagliati e assemblati insieme in un puzzle grandioso e assurdo al tempo stesso forse non era stata la mano dell’uomo. Lo stesso storico spagnolo dell’epoca, Garcilaso de la Vega non esitava a scrivere dei muri di Sacsayhuaman:
“…eretti per magia, da demoni e non dall’uomo, dato il numero e le dimensioni dei massi che li costituiscono… è impossibile pensare che siano stati estratti dalle cave, giacché gli indiani non disponevano né di ferro né di acciaio per estrarle e dare loro forma.” Dei avrebbe scoperto per bocca del dottor Guidi che il vecchio Garcilaso de la Vega forse aveva avuto ragione: “eretti per magia, da demoni e non dall’uomo.” E di un demone quei massi muti, custodi di segreti dimenticati, in effetti portavano il nome. Lo stesso demone che li osservava in silenzio con i suoi orrendi occhi di pietra nelle profondità delle montagne, il demone che Guidi in qualche modo da tempo conosceva e si aspettava di trovare in quel luogo remoto, così lontano da Firenze e dall’Italia. Diversi scienziati avevano tentato negli anni di scovare l’etimologia di Sacsayhuaman, giungendo a risultati fallimentari. L’impossibilità di scovare le origini di quel nome enigmatico risiedevano nel fatto che Sacsayhuaman era una divinità che era stata importata in Perù da molto lontano, quasi dall’altro capo del globo. In seguito, essendo le rovine vicino Cuzco state erette dai suoi adoratori, gli Inca le avevano fregiate del nome di quella divinità dimenticata, a causa di qualche reminescenza trasmessa alla loro cultura forse dai sacerdoti di Chavin. Del tempio nascosto nella caverna si era invece persa traccia nei secoli, perché nessuno aveva saputo risolvere l’enigma di El Lanzon, né gli Inca, né gli Spagnoli. Molti sostengono che, nel suo disegno originale, Cuzco dall’alto era stata costruita per raffigurare un’enorme felino, di cui le rovine di Sacsayhuaman erano la testa. Ma come nel caso del Dio Giaguaro di Chavin de Huantar, Dei osservando l’enorme idolo che lo sovrastava, aveva ora la certezza che in nessuno dei due casi quella divinità misteriosa e dimenticata poteva essere associata ad un giaguaro o altro. E se Cuzco era stata concepita per somigliare ad un felino, sicuramente era stato dopo che Sacsayhuaman era già stata edificata, forse anche in questo caso per sviare l’attenzione sulla vera natura delle rovine. [continua in questo aggiornamento…]
***
Un racconto in cinque parti Luca Nisi

IL LABIRINTO DI XANTIS
Mi ritrovai in un lungo corridoio, le pareti erano altissime e nere ed arrivavano quasi fino a toccare un oscuro cielo. Il tempo sopra la mia testa era di un colore grigio carico di pioggia. Dopo pochi metri voltai a destra, poi la strada si divideva in due parti. Scelsi di nuovo la destra, un altro incrocio. Come sempre nei sogni, senza riflettere, svoltai a sinistra. Non fu difficile comprendere dopo pochi metri, mentre camminavo su un tappeto di neve, che ero finito in un inquietante labirinto. Camminavo in lungo e largo, ero solo e l’unica compagnia era il rumore dei miei passi che affondavano nella neve. Suppongo facesse anche freddo, ma al contrario dei rumori, sembravo indifferente alle condizioni climatiche. Le orme che incontrai girovagando nel labirinto erano sempre le stesse…… le mie. Camminavo, camminavo, in vicoli ed incroci tutti uguali, come un antico dilemma cercavo una soluzione che non trovai mai. Però una cosa la vidi ad un certo punto del mio peregrinare, trovai una piccola piazzola e soltanto un ipotetico osservatore dall’alto avrebbe potuto dirmi se avevo raggiunto il nucleo del labirinto. Al centro della piccola piazza circolare, semi sepolta nella neve, c’era una targa. Mi avvicinai incuriosito e chinandomi cominciai con la mano a ripulire la piccola lapide. La lastra era di marmo nero, come le pareti che giravano minacciose intorno al mio destino. Scansai dolcemente la neve, lasciando affiorare una scritta in caratteri romani d’oro. Una parola? Un nome? Un monito? Un indizio? Non lo so. Fu la prima e l’ultima volta che la lessi in vita mia: Xantis. Mentre passavo lentamente le mani sulla esse di quella misteriosa parola, mi accorsi che una goccia rossa era rimbalzata finendo nel centro della lettera ics. Ne seguirono altre tanto che l’intera scritta e la soffice neve circostante cominciò a colorarsi di rosso. In realtà, anzi nel mio incubo, iniziò a piovere sangue. Una pioggia rossa martellante si abbatté tra i lunghi corridoi, nei vicoli e negli incroci che il labirinto districava “probabilmente all’infinito”. La neve, il soffice ed innocuo pavimento, si sciolse in un incubo rosso. L’inferno aumentava vorticosamente e il livello della pozza che via via si stava formando cominciò a salire repentinamente. Dopo alcuni istanti ero completamente a galla mentre cercavo disperatamente di nuotare nel sangue. Tutto era terrificante ed oltre ad averne inghiottito a litri, quel liquido di sapore ricordava davvero il vigore rosso che scorre nelle nostre vene. Questa volta venne la morte in un modo molto più doloroso della landa desolata dietro la prima porta, fu lento ed atroce. Il sangue ricopriva lentamente l’intero labirinto, ma allo stesso tempo cominciava a bollire. Comprendete? Sono morto ustionato in un lago di sangue! Vidi distintamente la mia pelle squagliarsi nella melma rossa, il mio corpo infuocarsi. Che fine atroce la mia. So che era soltanto un sogno ma quelle sensazioni si sono tatuate dentro di me come un male incurabile. Cthulhu attende sognando, il suo sonno influisce sulle nostre esistenze. Io dormo, sogno ed inequivocabilmente muoio. Quando mi sono risvegliato mi gettai affannosamente dentro la doccia, ancora con il pigiama a dosso. L’acqua fredda cercava di lavare anche le mie paure, ma anche se caddi affranto nella doccia, nulla in quel momento ed in futuro poté cancellare i ricordi intrisi di rosso del labirinto di Xantis. [continua…]
***
RIFLESSIONI CATTIVE
Una poesia di Luca Nisi
Che ballava col diavolo…. Un cadavere come te…. Eroina del miglior romanzo d’addio…. Ricordo opaco Di un nostro passato Un cadavere come te…. Amante di ogni virtù…. Un cadavere come te…. Sangue di sovrano…. Un cadavere come te…. Un cuore di morto Insalata per vermi Fuoco fatuo per passanti Un cadavere come te…. A due metri sottoterra… Fa sorridere uno come me….
*** 
NONA DIMENSIONE
Un racconto di Simone Ceccano
Guidi sosteneva di aver scoperto in studi marginali che Sacsayhuaman era il dio gemello della divinità sumera Shamash, associato tradizionalmente con il sole, divinità il cui culto era sopravvissuto successivamente in Assiria e Babilonia. Un lontano eco di questo ancestrale gemellaggio era insito nel nome che tradizionalmente si era dato alle rovine vicino Cuzco, cioè “Casa del Sole”. Ma Sacsayhuaman al contrario del suo gemello era una divinità oscura, generata dall’ombra e dotata di un aspetto mostruoso che non aveva corrispondenti nelle altre divinità sumere. Questo particolare fa pensare ad un culto totalmente estraneo, introdottosi in Mesopotamia chissà da dove, e solo in seguito collegato a Shamash per cercare in qualche modo di integrarlo nella religione locale. La natura stessa di quel culto avrebbe impedito però qualsiasi tentativo di integrazione. Le sue pratiche inizialmente erano riservate a un numero ristretto di officianti e le poche fonti che ci sono rimaste le descrivono così efferate da aver ben pochi precedenti nella storia delle antiche fedi e credenze pagane. Spesso il culto di Sacsayhuaman viene confuso con quello di Kroznar l’Immemore, i cui sacerdoti si dice siano solamente in tre, e si nascondano anch’essi in un santuario inaccessibile tra i picchi e le gole delle Ande. Oppure il suo nome viene associato al culto più antico della Conclave di Shinar, che venera l’innominabile Tnargh-guh, colui che tutto ode in fondo al pozzo della piramide, con cui in effetti dev’esserci un nesso data la comunanza di alcune pratiche innominabili in entrambe le religioni. Nato lungo i fiumi di Sumer, il culto segreto di Sacsayhuaman si era col tempo diffuso persino fin in Egitto dove si mescolò con quello di Seth, e andava facendo così gran numero di fanatici proseliti che il re assiro Nabopolassar si trovò costretto a reprimerlo e vietarlo, scatenando persecuzioni sanguinarie contro gli adoratori della misteriosa divinità giunta chissà da dove. Il saggio Nabopolassar cancellò da tutti i documenti e dagli antichi archivi il nome di Sacsayhuaman, ne bruciò i templi e proibì che il nome stesso di quella folle religione e del suo idolo fossero nominati. Tentò di cancellare dalla storia il segreto custodito dal culto di Sacsayhuaman, ma Guidi sosteneva che fosse sopravvissuto ancora ai tempi in cui Nabucodonosor il Grande regnava sul rinnovato Impero di Babilonia. La Bibbia e le fonti coeve tacciono pietosamente sull’analoga deportazione che fece da contraltare a quella degli Ebrei a Babilonia. Nabucodonosor deportò in Palestina gli ultimi adepti della setta di Sacsayhuaman. Da qui però pare che essi misteriosamente fossero riusciti a fuggire e varcare in qualche modo l’Atlantico, stabilendosi dall’altro capo del globo duemila anni prima di Colombo. In quello che quasi duemila anni dopo avrebbe preso il nome di Nuovo Mondo, essi avrebbero fondato la città di Sacsayhuaman, che portava il nome del dio, e l’inaccessibile santuario di Chavin de Huantar, da cui la religione avrebbe tratto una nuova epoca di splendore e diffusione in tutto il continente sudamericano, mascherata sotto il culto del giaguaro. Era uno dei punti più difficili da credere dell’intera impalcatura teorica magistralmente messa in piedi dai decenni di studio del dottor Guidi. Nel credere ciecamente alle parole dell’anziano Rettore Dei si era fidato più del suo istinto e dell’ammirazione che provava per quell’uomo che delle prove che egli avrebbe potuto mettergli sottomano. Prove che Dei non vide mai, perché tutto ciò che Guidi aveva potuto raccogliere sugli scellerati adoratori di Sacsayhuaman si trovava nella biblioteca personale del professore, nei sotterranei della sua villa. La successiva rivelazione della reale funzione della maschera e del segreto custodito dal culto avrebbe fatto dimenticare completamente al dottor Dei i problemi relativi allo spostamento dei sacerdoti dalla Palestina sulle Ande e quello relativo alla fondazione delle due città in luoghi tanto impervi. La base del gigantesco e sproporzionato idolo era un parallelepipedo dai lati curiosamente inclinati, largo dieci metri e alto quattro, scolpito della stessa pietra con cui era stata modellata la scultura e sagomati i blocchi di pietra della volta della caverna. Guidi avanzò puntando dritto il fascio di luce della torcia sulle iscrizioni che la tappezzavano da tre su quattro dei lati, essendo il quarto di fronte all’imboccatura della caverna completamente liscio, se si eccettua una nicchia centrale che sembrava un tempo essere stata destinata a custodire qualcosa. Qualcosa che qualcuno aveva rimosso prima del loro arrivo, anche se era difficile immaginare chi, se si doveva dare credito al carattere strettamente segreto che Guidi asseriva avessero le sue informazioni. Dei per la prima volta notò inoltre dei lati del carattere del professore che prima di allora non si erano mai manifestati. L’apparente raggiungimento dell’obiettivo di una vita sembrava averlo trasfigurato, come se energie nascoste si fossero d’un tratto ribellate a dispetto degli anni e della vecchiaia. Non era una trasfigurazione positiva, c’era qualcosa di decisamente fanatico nel dottor Guidi, qualcosa che per la prima volta aveva provocato nel giovane Dei un sentimento non molto lontano dalla repulsione e dalla paura per l’anziano professore, al quale invece aveva sempre tributato rispetto e ammirazione. Inoltre al giovane sembrava più che sospetto il suo totale disinteresse per la nicchia vuota. Guidi sapeva che non doveva esserci nulla lì. E non ne era affatto preoccupato perché già possedeva quello che l’orrendo idolo aveva per secoli custodito nell’ombra delle montagne. Il sospetto divenne certezza quando il professore si concentrò sulle iscrizioni ignorando volutamente le domande del giovane allievo sulla natura e la funzione della misteriosa nicchia. Le iscrizioni alla base dell’idolo erano di per sé eccezionali e uniche nel loro genere. Come avrebbero scoperto più tardi, un volta tornati in Italia nello studio che avrebbe fatto da palcoscenico ad uno degli atti finali di quella tragedia, si trattava di formule magiche incise in carattere cuneiforme nella lingua dei Caldei di Babilonia, al tempo del re Nabucodonosor. E si trovavano all’altra estremità della Terra, nel cuore delle montagne del Perù! Gli Inca non possedevano la scrittura e gli Spagnoli, se pure fossero riusciti a scovare il tempio nascosto di Sacsayhuaman sotto le montagne, non sarebbero comunque stati in grado di decifrare le iscrizioni, trecento anni prima della scoperta delle iscrizioni di Behistun che avevano schiuso agli occidentali i segreti dell’Oriente antico. Gli studi di Guidi erano ora agli occhi del giovane Dei per la prima volta fondati su prove tangibili. Nonostante l’eccitazione per la scoperta, la sensazione di fastidio per quel silenzio però aumentava. Le congetture che assalivano il giovane di continuo erano sempre più chiare ed accrescevano la spirale di sospetti ad un livello intollerabile. In qualche modo Guidi doveva già essere stato lì, più di quarant’anni prima, durante la sua prima visita a Chavin de Huantar; ormai Dei ne era quasi certo. L’esame accurato di El Lanzon insieme al giovane allievo, le complicate misurazioni che seguirono e tutto ciò che Guidi aveva fatto per giungere all’imboccatura della caverna, e che io volutamente ribadisco che non racconterò, non erano state altro che un’articolata messinscena che ripeteva qualcosa che già era stato fatto in precedenza. Troppa era stata la sicurezza e la rapidità con cui erano giunti in quel luogo. Nonostante i decenni di studi, secondo il dottor Guidi sarebbe stata la prima volta in cui avrebbe avuto l’occasione di metterli in pratica. E molte delle cose che Dei e il professore avevano fatto non sarebbero state possibili se non fossero stati in due. Quindi anche nel primo viaggio il dottor Guidi aveva avuto un compagno o un assistente, che non poteva essere un portatore indio qualunque, sprovvisto anche delle più elementari nozioni di archeoastronomia. Che fine aveva fatto il compagno di Guidi, e perché il professore non lo aveva mai menzionato in tutto quel tempo? L’oggetto misterioso custodito nella nicchia poi, non poteva che essere la Testa del Giaguaro. Gli antichi sacerdoti di Chavin de Huantar avevano nascosto il manufatto nel tempio nascosto sotto la montagna e avevano costruito la serie di cunicoli e piattaforme che noi chiamiamo Tempio Vecchio a guardia di El Lanzon unicamente perché conducessero alla caverna colui che fosse stato in possesso di determinate conoscenze, le stesse che Guidi aveva appreso nei suoi studi. Per gli altri sarebbe stato pressoché impossibile trovarne l’imboccatura. Perché Guidi allora non voleva ammettere di essere stato lì e perché tutto quel nervosismo alla fuga dei portatori? Durante la complicata operazione durata più di un’ora per fare dei calchi delle inestimabili iscrizioni, il fastidio divenne intollerabile, unito al comprensibile terrore che Francesco Dei aveva nel toccare il basamento della statua sotto gli orrendi occhi fissi di pietra dell’idolo mostruoso che incombevano sopra la sua testa. Dei avrebbe voluto staccare un frammento di pietra e portarlo a Roma per cercare di datarlo, ma Guidi si oppose a questo tentativo con tale veemenza che il giovane rinunciò a contraddirlo ulteriormente. Il professore era sempre più nervoso ed in seguito aveva evitato volutamente di distogliere lo sguardo dal lavoro per incrociare quello del giovane allievo; ma quando era rivolto sulla faccia del basamento opposto all’entrata dell’enorme antro sembrava rabbrividire e si voltava palesemente come se avesse paura che qualcosa da un momento all’altro potesse uscire fuori dall’impenetrabile oscurità della sconfinata caverna. [continua…]
*** 