Leggende dalla Cripta di Cthulhu

Racconti di Simone Ceccano e Luca Nisi liberamente ispirati all'universo del maestro H.P.LOVECRAFT

CTHULHU CONSIGLIA

1965 AGAIN
ARAN BANJO'S BLOG
CHTULHU FHTAGN!
CTHULHU FOR PRESIDENT
CTHULHU.IT
CTHULHULAND
DAN CLORE NECRONOMICON PAGE
DIVINA IMPERTINENTE
DREAMS OF CTHULHU
ERRATA CORRIGE
ESILIO A MORDOR
H. P. LOVECRAFT ARCHIVE
H. P. LOVECRAFT FRANCIA
H. P. LOVECRAFT ITALIA
HORRORMAGAZINE FORUM
INNOVARI RETROFUTURO
LA LANDA DESOLATA
LABIRINTI
LATVERIA IS FOR LOVERS
LOVECRAFT NECRONOMICON
MAZINGA WORLD
MINERVA RECORDS
NECRONOMICON ANTIFAQ
O P E R A A L T R A
ORIGINI DEL NECRONOMICON
POE E LOVECRAFT
REAME DI OZZ
ROCKFELLAS
SCRIPTORIUM HPL
SHORT STORIES
STARGATE PERUVIANO
STUDI LOVECRAFTIANI
THE BONNIE PARKERS
THE CLIFTON
THE HAUNTER OF THE DARK
THE NECRONOMICON
THE OFFICIAL CTHULHU MYTHOS FAQ
THIRD CAMELOT
UNSPEAKABLE VAULT OF DOOM
VELENO PER VOI
VOTA CTHULHU

 

ARCHIVIO

oggi
dicembre 2009
novembre 2009
ottobre 2009
agosto 2009
luglio 2009
maggio 2009
marzo 2009
febbraio 2009
gennaio 2009
dicembre 2008
novembre 2008
ottobre 2008
agosto 2008
luglio 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
settembre 2004
luglio 2004
giugno 2004

 

CATEGORIE

aggiornamento 01
aggiornamento 02
aggiornamento 03
aggiornamento 04
aggiornamento 05
aggiornamento 06
aggiornamento 07
aggiornamento 08
aggiornamento 09
aggiornamento 10
aggiornamento 11
aggiornamento 12
aggiornamento 13
aggiornamento 14
aggiornamento 15
aggiornamento 16
aggiornamento 17
aggiornamento 18
aggiornamento 19
aggiornamento 20
aggiornamento 21
aggiornamento 22
aggiornamento 23
aggiornamento 24
aggiornamento 25
aggiornamento 26
aggiornamento 27
aggiornamento 28
aggiornamento 29
aggiornamento 30
aggiornamento 31
aggiornamento 32
aggiornamento 33
aggiornamento 34
aggiornamento 35
aggiornamento 36
aggiornamento 37
aggiornamento 38
aggiornamento 39
aggiornamento 40
aggiornamento 41
aggiornamento 42
aggiornamento 43
aggiornamento 44
aggiornamento 45
aggiornamento 46
aggiornamento 47
aggiornamento 48
aggiornamento 49
aggiornamento 50
aggiornamento 51
articoli
editoriali
poesie
racconti

 

IL MAESTRO

 

ATTENZIONE!

Questo blog non è una testata giornalistica e non ha alcun fine di lucro. Tutti i racconti qui pubblicati sono copyright dei rispettivi autori. Tutte le immagini qui pubblicate sono anch'esse copyright dei rispettivi autori e sono incluse al solo scopo di pubblicizzare e diffondere l'arte di chi ha contribuito a dare forma all'universo fantastico immaginato da HPL.

 

I CUSTODI

Chiunque voglia contattare i Custodi della Cripta di Chtulhu può scrivere a PICKETTBLOG@YAHOO.IT

 

BOTTONI

 

INFERNO

La porta dell'Inferno è stata varcata *loading* volte...

 

 

 
lunedì, 28 novembre 2005
Editoriale: LEGGENDE DALLA CRIPTA DI CTHULHU parte XXII

 

Le vicende che narriamo sono storie che nascono da lontano, racconti sognati ed ispirati dall’invisibile filo delle emozioni tramandateci dall’icona della narrativa horror. Grazie ad H.P. Lovecraft siamo cresciuti e ci stiamo facendo strada, un percorso cominciato nel giugno del 2004, quando io e Simone abbiamo sentito la necessità di esprimere su internet tutti  i nostri incubi e le nostre più inquietanti emozioni. Non serve riavvolgere la memoria e ricordare quanto lavoro svolto fino a questo punto, ma lasciando il mese di Halloween ed essendo before Christmas troverete in questo aggiornamento ancora dei momenti che hanno segnato la storia di questa produzione letteraria. Non mi sento in questo editoriale di presentarVi le nostre opere, lascio che siano le parole che troverete da qui in poi a stimolare la vostra fantasia.

Buona Lettura.

Prima che il vostro sole nascesse, contemplavamo il silenzioso orrore degli spazi profondi in mille mondi lontani, che esistono ormai solo nella nostra memoria. ("L’Antiquario" pubblicato il 06/06/04 sulla Cripta di Cthullhu)

Postato da: Pickett alle 22:25 | link | commenti (15) |
editoriali, aggiornamento 22

mercoledì, 30 novembre 2005
Racconto: RIFLESSIONI NEL BUIO - parte quarta

RIFLESSIONI NEL BUIO

 Un racconto in cinque parti Luca Nisi

 

 IL BACIO DEGLI ABISSI

Inoltrarsi in piena notte in un lavoro indebolente come il mio potrebbe essere una delle tante cause che mi hanno spinto a varcare la terza porta. Mosca 1985, al meglio delle 24 partite Karpov contro Kasparov. Studiare i maestri degli scacchi tanto tempo fa era un piacere, quella notte invece fu l’ennesimo scacco matto di Cthulhu alla mia sanità mentale. (Vinse Kasparov) Indubbiamente senza pensare, fui subito in una nuova soffice bara. Morire... addormentarsi: nulla più. La terza porta è quella che ricordo più vividamente. La maniglia si piegò appena e la porta si aprì delicatamente. La prima immagine del nuovo mondo fu davvero inquietante. Un cielo stellato ed un tetro sottobosco. Una piccola strada di mattoni, che ahimè non erano gialli, mi accompagnavano in una inequivocabile camminata solitaria. Il primo incontro con altri miei simili in questi incubi sì concretizzò dopo pochi passi sul sentiero ammattonato. Una casa in lontananza. Un piccolo fuoco a malapena illuminava l’entrata. Raggiunsi lo steccato e lo superai. Senza avvertire il vento che tagliava gli alberi, mi accorsi di una donna proprio sull’uscio della casa. Era una persona anziana completamente vestita a lutto. Cantava un lento salmodiare, biascicava delle parole che si perdevano nel tempo. Colto da un’inutile senso del dovere le chiesi: “Si sente male…signora?” La donna alzò gli occhi trovando i miei: “Il mio gattino è sull’albero.” Poi sollevò un braccio indicandomi una grande quercia nel giardino della casa. Mi spostai dall’uscio avvicinandomi all’albero che faceva da confine con un grande roseto di rose rosse. Sopra la quercia stava immobile un qualcosa che posso tranquillamente presentare come un essere mostruoso. Della grandezza di un gatto ma assolutamente distante dai simpatici lineamenti dei felini. Era bianco con una coda lunghissima come certe scimmiette. Il muso era pieno di denti affilati e le zampe erano piene di artigli. Quando si accorse della mia presenza, aprì quei dannati occhi, ciechi e mostruosi. Il suo solo sguardo mi infastidì notevolmente tanto da indurmi nel mio rem ad abbandonare la scena e tornare sotto le stelle aggrappato al sentiero di mattoni neri. Camminavo su una collina, tra gli alberi e le foglie morte sparse sul viottolo. La strada era in salita, davanti a me le stelle illuminavano un’intera foresta. Camminavo in un grande silenzio, neanche il vento faceva rumore, la salita era quasi giunta all’apice. Dopo esser stato distratto da uno stormo di pipistrelli che  attraversavano gli alberi, a valle vidi un grande lago. Ora anche la luna era giunta in questo puzzle. Era immenso il lago che solitario abbracciava una valle illuminata dalla faccia gentile della notte. La luce lunare rifletteva nello specchio d’acqua. Cosa vidi dall’alto da spingermi verso valle? Nulla che posso descrivere perfettamente. Qualcosa d’enorme giaceva sotto il lago, la cui enorme mole era visibile anche con la fioca luce del satellite. Una piovra gigante? Un drago? Qualcosa di grottesco giaceva sul fondo del lago pronto ad attendermi. Cominciava la discesa. Proprio all’inizio del pendio, dietro i mille alberi che affondavano come un urlo nella valle, trovai nascosta tra i rovi una macchina nera. Era una vecchia Renault degli anni ottanta. L’auto era già in moto. Il sinistro cigolio della portiera non fu l’unico suono che udii quando mi misi al volante. La radio si accese automaticamente come innestai la prima marcia. Scivolavo lentamente sul sentiero ammattonato mentre il vento piegava fortemente gli alberi e il panorama intorno a me cambiava radicalmente. Il salmodiare biascicato della vecchia era la colonna sonora mentre attraversavo una città morta fatta di giganteschi blocchi di pietra e di colonne ripugnanti alte venti o forse trenta metri, mentre la radio cantava: ……R’lyeh wgah ’nagl fhtagn….. La macchina, in un tempo che non potrei quantificare, mi portò proprio sulla riva del lago. Chi di voi nel vostro fantasticare ha pensato di poter morire con un bacio? Io non ci avevo mai pensato fino a quel sogno. Scesi dalla vecchia auto francese, mi avvicinai lentamente alla riva, quando dall’acqua emerse una donna. Illuminata dalla luce della luna mi sembrò un angelo. I suoi lunghi capelli neri scendevano fino ai buchi di venere. Il  suo viso mi ricordava le giovani egiziane che avevo fotografato nel mio unico viaggio nella valle di Giza. Gli occhi erano neri e profondi. Se non mi avesse ucciso, l’avrei amata. Questa donna nata dall’acqua del lago si avvicinò molto lentamente verso di me. Ero immobile di fronte al suo corpo nudo che si approssimava al mio. Non ho percepito paura, neanche quando mi ha toccato il viso spostandomi una ciocca ribelle. Mi dominava soltanto con gli occhi. Sì avvicinò al mio orecchio sussurrandomi: “Lascia che il bacio degli abissi ti liberi…”. E così fu. Mi baciò intensamente lasciandomi in bocca un fastidioso sapore di sale. Staccò dolcemente le sue labbra dalle mie. Dopo un frammento di silenzio, il mio corpo si trasformò in acqua, lentamente, rimanendo per un instante un pensiero  in una  piccola pozza d’acqua. Lì mi svegliai stupito, non tanto dall’ambigua storia narratavi, ma dall’insistente sete che appestava la mia gola. Un bicchiere d’acqua e gli altri innumerevoli che ne seguirono, ahimè ancora non riescono a togliermi quel gusto di sale che da quella notte la mia saliva beffardamente secerne. Come ricordo indelebile del più perfido dei baci, rifletto sull’istante in cui quella donna fatta d’acqua mi aveva regalato la sua libertà (la mia morte) sviscerandola con il gesto più antico dell’uomo: un solo e semplice bacio. Concepito in un sogno, battezzato dalle acque di un lago, pronunciato da una creatura incredibile, conosciuto come il bacio degli abissi…

 ***

Postato da: Pickett alle 22:06 | link | commenti (2) |
racconti, aggiornamento 22

Poesia: L'ULTIMO SIMPOSIO

L'ULTIMO SIMPOSIO

 

Una poesia di Simone Ceccano

   

 

 

Socrate non era un folle,

Ma tu sei il Profeta del Vizio,

E dal Simposio dei tuoi ultimi giorni,

Voglio bere da una coppa

Il veleno che uscirà fuori

Dal tuo cuore cadavere.

 ***

Postato da: Pickett alle 22:12 | link | commenti (1) |
poesie, aggiornamento 22

Racconto: NONA DIMENSIONE - parte quarta

NONA DIMENSIONE

 Un racconto di Simone Ceccano

Cosa preoccupava il dottor Guidi e perché Dei aveva la maledetta sensazione che quel qualcosa fosse in qualche modo collegato alla fuga degli indios? La risposta alle domande del giovane erano non molto lontano nelle profondità della caverna,  le cui dimensioni erano talmente colossali che le pareti che la delimitavano a destra e a sinistra dell’entrata si perdevano nel buio. Qualche decina di metri dietro la statua, era stato infatti scavato un enorme pozzo circolare, del diametro imprecisato, i cui bordi erano sagomati con le stesse pietre usate per costruire la volta, al fine di delimitarlo dal pavimento ghiaioso. Come nel caso della nicchia, Guidi sembrò non fare volutamente caso anche alla sua presenza tutto il tempo in cui si era trovato impegnato con il suo allievo ad eseguire i calchi. Dei si accorse della sua esistenza incuriosito dalle eccessive preoccupazioni del professore su cosa potesse esserci alle loro spalle. Provò un sospiro di sollievo allontanandosi dall’idolo, anche se questo significava sfidare le tenebre della caverna. Si allontanò finché la luce delle lanterne accese da Guidi non diventò lontana. A quella distanza e con quel buio così fitto Dei non era neanche più in grado di distinguere le orrende fattezze in pietra del dio Sacsayhuaman. Avanzò per quanto poteva in linea retta rispetto alla statua, puntando il fascio della torcia per terra. Ad un certo punto ebbe la spiacevole sensazione che qualcosa lo sfiorasse alle sue spalle, per poi allontanarsi rapido e silenzioso nel buio. Al momento pensò ad un pipistrello, ma curiosamente fin dalla loro discesa per il cunicolo dentro la montagna non ne aveva visto uno. Alla fine decise che avrebbe pensato fosse stata solo suggestione. In seguito, di fronte all’evidenza di alcuni fatti, avrebbe escluso di esserselo immaginato. Quando trovò il pozzo lo fece provando una violenta sensazione di vertigine e di vuoto, rischiando di precipitare nel baratro senza fine urtando con il piede uno dei blocchi di pietra rialzati che lo delimitavano. La luce della torcia non riusciva ad illuminarne il fondo e se non fosse stato per quella striscia di pietra si sarebbe confuso con l’oscurità della caverna. Per quanto si sforzasse, Dei non riusciva ad illuminare gli altri bordi oltre quello che per poco non gli era costato la vita. Era un nero abisso di pura oscurità da cui non si levava nessun suono. Dei guardò l’enorme idolo lontano e la fioca luce delle lanterne da campo. Indietreggiò qualche passo poi per caso la torcia illuminò qualcosa che lo fece urlare. La torcia cadde e si fece in mille pezzi e Dei si trovò solo nell’oscurità. Si accasciò sulla ghiaia aggrappandosi a quella pietra fredda che delimitava il pozzo quasi fosse un ultimo appiglio di sanità mentale per non piombare nella paura. Le lanterne lontane lo avrebbero guidato o avrebbe sbagliato direzione precipitando in quell’orrendo baratro? E poi quello che aveva visto… Non era tanto la cosa in sé, ma la sorpresa di averla trovata lì in quel buio deserto di nulla. Era lo scheletro di un uomo senza più un lembo di carne, vecchio almeno di qualche decennio. Il busto era quasi per intero fuori dal pozzo, ma le gambe mancavano come se qualcosa avesse cercato di strapparle via con violenza sovrumana. L’uomo doveva essersi spezzato le unghie nel disperato tentativo di rimanere aggrappato al terreno mentre qualcosa cercava di precipitarlo giù nel pozzo, perché le dita dello scheletro erano ancora conficcate profondamente nella ghiaia. L’uomo aveva vinto alla fine, ma aveva lo stesso incontrato una morte orribile. Aveva un binocolo e Dei ricordava d’aver intravisto un taccuino poco lontano. Era forse l’assistente del dottor Guidi che aveva immaginato con il professore quarant’anni prima? La testa sembrava scoppiargli e chiuse gli occhi cercando di porre ordine nel caos. Guidi aveva  forse sacrificato la vita di quell’uomo, Dio sapeva soltanto a cosa, per portare in superficie la Testa del Giaguaro. Se non era così tutto quel mistero sul suo precedente viaggio sarebbe parso inspiegabile. Non ebbe tempo di pensare oltre. Per la seconda volta qualcosa lo sfiorò alle spalle, qualcosa di diverso stavolta. La torcia di Guidi proiettata in viso quasi lo accecò. Si rialzò in piedi tirato su a forza dalla mano tremante e ossuta del vecchio professore, animata di un’energia che Dei non aveva mai visto prima. Il dottor Guidi era lì, in piedi, con lo sguardo fisso, in silenzio. Aveva un’espressione come se fosse in qualche modo sorpreso di vedere il ragazzo ancora vivo. Con la coda dell’occhio ogni tanto guardava nervosamente il bordo dell’abisso, con la stessa apprensione e lo stesso sguardo in cui si leggeva chiaramente il terrore che avevano spinto Dei ad allontanarsi per scoprirne la causa. Guidi tornò di nuovo a fissare il ragazzo, guardandolo stavolta in modo più rassicurante e consueto, e disse solo: “Andiamo Francesco, sbrigati.” E poi lo trascinò via verso la luce delle lanterne. Questa volta il professore sarebbe tornato indietro con il suo assistente e alla fine della storia non ci sarebbero stati altri a pagare al suo posto. Dei era stordito, dimenticò persino di prendere il taccuino e non osò fare domande al professore su chi potesse essere il cadavere. Chi era quell’uomo? L’amico che gli aveva appena salvato la vita o il fanatico persecutore di una sapienza proibita per la quale era disposto a rinnegare fino in fondo se stesso? Dei rimosse alcuni recenti passaggi e decise di non voler credere a quest’ultima ipotesi, e mentre aiutava il professore a riporre i calchi su carta e l’equipaggiamento, pensò quanto fosse stato stupido a dubitare della bontà degli scopi del suo vecchio maestro. Le sue rinnovate certezze rivelarono tutta la loro fragilità non appena risaliti in superficie, finalmente liberi dall’inumano sguardo dell’idolo mostruoso. A tratti sul volto scavato dagli anni del vecchio professore riaffiorava quella stessa espressione terrorizzata e invasata al tempo stesso che il giovane ricercatore aveva visto deformare il suo mentore sull’orlo dell’abisso. E quel continuo guardarsi indietro, come se avessero il Diavolo alle calcagna! Correvano su per l’angusto passaggio a gradini scavato con perfezione innaturale dentro il cuore stesso della montagna, finché non giunsero ad una piccola sala rettangolare che spezzava il cammino in salita e da cui si dipanavano un paio di quei tunnel circolari che ogni tanto interrompevano il cammino della galleria principale. Avevano una sagoma fin troppo regolare, tanto da non sembrare totalmente opera della natura, anche se nessuno avrebbe potuto immaginare chi o che cosa potesse averli scavati. Bucavano il passaggio attraverso la montagna e si perdevano nelle profondità di essa, per giungere chissà dove. Alcuni erano sul soffitto del tunnel, altri erano al livello dei gradini e sarebbe stato perfino possibile percorrerli a piedi senza dover scalare le pareti della caverna. Nella piccola sala rettangolare c’erano persone vive ad attenderli, con le torce quasi esaurite e un’ombra di terrore che li aveva costretti ad accasciarsi al suolo, tremanti. Due dei tre peruviani non erano evidentemente scappati. Quando videro Dei e Guidi irrompere dai ripidi gradini nella stanza corsero incontro ai due uomini come se avessero visto un’apparizione della Santa Vergine. I due portatori erano disperati e oltremodo agitati, tanto che con difficoltà si riusciva a capire cosa avessero tanto da urlare. Alla fine Dei e il dottor Guidi riuscirono a fatica a comprendere che il terzo compagno era stato preso da quello asserivano essere un animale molto grosso, che i peruviani dicevano esser sbucato dall’ombra durante la risalita, forse da uno di quegli strani tunnel. La bestia aveva trascinato il loro compagno urlante via nell’oscurità e loro erano fuggiti in superficie in preda al terrore. Ora pregavano il dottor Guidi di scortarli giù, perché si erano pentiti ed erano tornati indietro per salvarlo. Guidi tirò fuori la vecchia Beretta di quando era un giovane ufficiale del Regio Esercito, che teneva sempre nel taschino della giacca. Nonostante l’età e le apparenze, un tempo era stato qualcosa di vicino ad un uomo d’azione. Oltre all’inseparabile pistola portava con orgoglio un altro cimelio del suo passato come fosse un talismano. Era stato uno dei pochi ufficiali italiani ad aver avuto l’onore di essere insignito della croce di ferro al valor militare da Rommel in persona. Poi era stato catturato ad Al Alamein ed aveva trascorso la fine della guerra in un campo di prigionia inglese. Tornato a casa dagli orrori della guerra che lo avevano in qualche modo cambiato per sempre, era infine diventato l’anziano Rettore dell’Università di Firenze che Dei aveva imparato a conoscere. Il dottor Guidi tolse la sicura alla vecchia pistola e trascinò il suo studente alle spalle dei peruviani, che ora si trovavano rivolti verso il passaggio a gradini che si inabissava giù per la montagna, da cui Guidi e Dei erano venuti, proprio sotto uno di quei grossi tunnel vagamente circolari. Poi la torcia dei peruviani si esaurì tutta di un colpo e le paure di Dei tornarono a tormentarlo insieme all’oscurità. Non fu mai sicuro di come fossero andate davvero le cose. In seguito avrebbe ricordato la torcia dei due indios rotolare ormai spenta sul pavimento, flash di immagini con la torcia di Guidi che a sua volta si spegne d’improvviso e, poco prima del buio più totale, almeno tre grosse sagome delle dimensioni di un orso sgusciare rapide dall’oscurità e avventarsi contro i due sventurati. Avrebbe ricordato negli occhi del dottore la stessa freddezza e lo stesso fanatismo per cui poco prima aveva provato repulsione. E poi due colpi di pistola, due soli colpi di pistola e la mano del vecchio che lo strattonava di nuovo su per i ripidi gradini che non erano stati scavati da mano umana, fino a condurlo alla luce delle stelle, fuori, esausto sotto il peso degli zaini. Come per molte altre cose di quel viaggio incredibile, Dei avrebbe faticato per lungo tempo a credere ai suoi ricordi. Come aveva già fatto in precedenza, avrebbe scacciato le sue paure confinandole nel dubbio, aggrappandosi solamente al lato rassicurante dello studioso e dell’idealista, rimuovendo del tutto l’altra faccia del dottor Guidi, quella cinica e fanatica all’estremo nel perseguire i suoi obiettivi, al punto da sacrificare le vite di due uomini, dimenticando l’orrendo scheletro mutilato che trascorreva la sua eternità aggrappato disperatamente al ciglio dell’abisso. Due colpi, due soli colpi nonostante il caricatore pieno e la torcia del professore che si era spenta improvvisamente. Due soli colpi che certo non avevano raggiunto le cose che Dei stentava a credere di aver intravisto piombare fuori dall’apertura sul soffitto. Il dottor Guidi aveva sacrificato i peruviani a chissà quali orrori scaturiti dalle viscere della montagna, come doveva aver fatto con il suo assistente decenni prima, quando la maledetta Testa del Giaguaro aveva ossessionato la  vita del vecchio professore, trasformandola in un Inferno. Ciò che accadde quella notte sarebbe puntualmente tornato a tormentare gli incubi di Dei nei mesi successivi, specie le creature che aveva creduto di vedere uscire dall’oscurità, e che senza apparente motivo la sua mente si ostinava ad associare alle orrende fattezze dell’idolo di Sacsayhuaman. Nonostante ciò, il dottor Dei non avrebbe mai più parlato con il professore di quella notte. Nei mesi successivi passati nello studio di Monteverde, una volta fatto ritorno a Roma, la grandiosità del puzzle completo, grazie alle inestimabili rivelazioni dei calchi presi nel tempio nascosto nella caverna, lo avrebbe abbagliato di nuovo permettendogli di sorvolare su quello che si sforzava di non credere, che non doveva credere! Diventato forse cinico e fanatico quanto il suo maestro, avrebbe allora preferito sacrificare i suoi dubbi per completare le ricerche di quello che più di una volta aveva definito benefattore dell’umanità, nonostante che il suo cammino si fosse macchiato di sangue. [continua…]

 ***

Postato da: Pickett alle 22:22 | link | commenti |
racconti, aggiornamento 22

Poesia: MALESSERI ET ANGOSCE

MALESSERI ET ANGOSCE

 

Una poesia di Luca Nisi

   

 

 

Cosa riporterà la quiete? 

Un urlo?

Un pianto?

Un sorriso?

Il tabacco si consuma,

Sbadiglia la cenere

E la rabbia lentamente se ne va.

Perché?

Questa mia generazione grida

Inutili sirene d'allarme.

Se solo si accorgesse

Che è nata fra migliaia di occasioni!

La vita,

Dai profondi vuoti interstellari,

E' arrivata fino a noi carica di eredità.

Una domanda,

Mai una risposta,

Una fotografia,

Troppi ricordi.

E se l'illusione dell'amore

Fosse solo un batterio

Creato in laboratorio?

Inganni interminabili

Creano scenari surreali

di

Malesseri et angosce.

 ***

Postato da: Pickett alle 22:50 | link | commenti (6) |
poesie, aggiornamento 22