Leggende dalla Cripta di Cthulhu

Racconti di Simone Ceccano e Luca Nisi liberamente ispirati all'universo del maestro H.P.LOVECRAFT

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martedì, 24 gennaio 2006
Editoriale: LEGGENDE DALLA CRIPTA DI CTHULHU parte XXIV

   Illustrazione Copyright © Harold Arthur McNeill

Howard Phillips Lovecraft era considerato il visionario di Providence e nella sua prolifica produzione letteraria ci presenta prima gli orrendi incubi nelle nefande città americane di Arkham ed Innsmouth, poi trasporta le proprie angosce in Inghilterra, dove scava nefandi pozzi sotto un paesaggio gallese. E’ con questa semplice descrizione della cronologia delle opere del maestro che voglio presentarVi il nostro nuovo aggiornamento. Perché anche noi siamo partiti dagli incubi della nostre terre natali, come in: L’appartamento sul Tevere, L’ultimo getto d’inchiostro, L’Antiquario; così, dalla strade secolari della nostra eterna città (Roma), vogliamo insieme a Voi varcare il confine di nuovi mondi. In questo  ventiquattresimo aggiornamento lasceremo la Terra per conoscere i segreti impronunciabili del lato oscuro della luna, nel racconto: Le prigioni lunari e continueremo le vicende oscure e misteriose del dott. Guidi nella Nona dimensione. Buona lettura.

“Quando questo succede, l’uomo che sa ha il dovere di colpire, prima ancora di calcolare le conseguenze del suo gesto.”  HPL, The Thing on the Doorstep, 1933

Postato da: Pickett alle 22:16 | link | commenti (6) |
editoriali, aggiornamento 24

Poesia: LA CHIMERA

LA CHIMERA

 Una poesia di Simone Ceccano

 

  Tu che dici che l’amore è una Chimera

Sei così convinto che sia soltanto un’illusione,

E non invece un’insaziabile belva a tre teste,

Che ti divora l’anima nell’atroce dubbio

Di non aver mai conosciuto le spaventose forme

Di chi tanto odi e tanto urli al vento?

 ***

Postato da: Pickett alle 22:31 | link | commenti (3) |
poesie, aggiornamento 24

Racconto: LE PRIGIONI LUNARI

LE PRIGIONI LUNARI

 Un racconto di Luca Nisi

 

Non è uno scherzo, né un gioco da ragazzi se qualcuno mai ritroverà il mio cadavere, che si lascerà marcire qui accanto alla mia ultima bottiglia d’acqua. Questo contenitore di vetro è l’ultima lacrima che lascio all’umanità. Ormai non so più da quanto sono rinchiuso nelle prigioni Lunari, non ricordo da quanti istanti passo il mio tempo a scrutare lo spicchio del pianeta Terra che intravedo dalle sbarre della mia finestra. Non mi chiedo neanche da quando sono il soprammobile di questo satellite. So solo che ho perso ogni speranza che il mio carceriere si mostri clemente e mi lasci morire libero, magari soffocando dolcemente nella piana Lunare. Sono giunto sulla Luna nella quattordicesima ricorrenza del giorno della vittoria, con la navicella “Repubblica di Weimar”. Ci accingevamo alla gloriosa colonizzazione della Luna ed io fui scelto per agevolare l’atterraggio delle prime squadre di sbarco. Non so di preciso cosa andò storto, ma quando fui in orbita sulla Luna e cominciavo la mia discesa fui accecato da un grande bagliore bianco ed al mio risveglio mi ritrovai qui, in questa cella, in questa prigione, incastrata eternamente dentro una collina Lunare. La mia divisa è stata modificata e dove aleggiava l’aquila imperiale che con le sue forti artigli trattenevano la svastica, non c’è più niente. La divisa ora è solo una tuta grigia, i miei gradi, i miei simboli, il mio nome e quello della missione non ci sono più. Io non esisto in questo tempo. Il mio mondo non c’è più in questa realtà, forse ci siamo spinti troppo, per esseri parenti di una scimmia. So solo che in più di quindici anni di prigionia non ho mai visto un mio simile, nessuno dopo di me ha calpestato la landa della Luna, anche se credo di aver scorto dalla mie sbarre, piccole stazioni spaziali orbitare attorno alla terra. Ma non ho mai intravisto i simboli che mi hanno regalato i natali. Il “santo” questa creatura che mi tiene prigioniero non si è mai mostrata per deridermi faccia a faccia. Solo la sua risata agghiacciante si sente echeggiare per il lungo corridoio che intravedo dalla piccola fessura oltre la mia porta. Sì, “santo” così ho battezzato il mio carceriere. Perché solo un qualcosa vicino ad un dio può avermi intrappolato in questa prigione. Il mio destino si è spento in un fascio di luce, nutrito d’acqua e cibo, vivo nella totale assenza di tutto quello che mi era familiare. Solo la grassa risata del carceriere riempie il silenzio della mia solitudine. Non mi è del tutto chiaro se sono vivo, anche perché respiro un aria che non dovrebbe esserci, là oltre le sbarre c’è quel paesaggio Lunare che ho imparato a conoscere sui testi di studio nel centro spaziale di Dresda. Che città meravigliosa Dresda, dopo la guerra ha raggiunto livelli altissimi per architettura e prestigio. I suoi meravigliosi musei sono tra i più importanti di tutta la grande Germania. La Gioconda di Leonardo da Vinci richiama milioni di turisti da tutta la nazione, lo stesso San Sebastiano del Tintoretto è uno dei tanti capolavori recuperati nella campagna europea. Sono nato quando la prima guerra era agli sgoccioli, nel 1940 a Berlino ero un dei giovani piloti che hanno contribuito alla caduta di Londra. Dopo fui scelto come primo uomo a raggiungere la Luna. La mia fame di gloria si è interrotta nel 1954 e da allora aspetto solo che la morte sopraggiunga. Chissà perché il mio destino è stato quello di invecchiare lontano da tutto, dalla mia confraternita, dal mio popolo, dai miei cari? Cosa è accaduto in quel fascio di luce? Nessuno potrà mai dirmelo. Vorrei perire.

Un frastuono, un rumore metallico avvolse l’intera cella, il tedesco cadde a terra, poi cercando quel poco di forza che gli rimaneva, attraversò la stanza che lo rinchiudeva e incastrò la faccia tra le sbarre ed assistette a qualcosa d’ incredibile e stupefacente.

Un uomo rimbalzava dentro una tuta bianca nel paesaggio Lunare che tanta volte l’uomo aveva visto muto e solo nella sua prigionia. Poi una piccola macchina si incuneava tra le rocce Lunari, l’uomo cercò di inserire le braccia tra le sbarre, cercando di attirare l’attenzione. “Sono venuti, sono venuti a salvarmi, sono qui!”. Cercava di urlare, ma la sua voce era scomparsa, da quanto tempo non aveva più parlato? Da quanto tempo aveva solo pensato? La sua gola non emetteva suoni, la sua speranza era sempre più una piccola fiamma esposta ad una bufera. La tragica conclusione del suo mondo si elevò in tutta la sua atrocità quando uno di quegli uomini, rinchiusi in una divisa che lui non aveva mai visto, estrasse una bandiera e come Cristoforo Colombo in America prese possesso della Luna per conto di qualcun altro. Il prigioniero drizzò la testa e perse l’equilibrio, scivolò cadendo su quello che era stato per quindici anni il suo giaciglio, sbatté la testa procurandosi un taglio, del sangue macchiò la stanza mischiandosi con le polveri lunari. “Quella bandiera non può esistere, sono tutti morti, li abbiamo uccisi tutti!” Tentava di urlare quando ricordava che le stelle e le strisce erano state distrutte da decenni, tutto questo non era possibile. Eppure, quando riacquistò un po’ di forza e grondante di sangue tornò a poggiare la faccia sulle fredde sbarre, la bandiera degli Stati Uniti d’America sventolava dinanzi a lui. In quell’istante la porta della sua cella si aprì e la surreale risata tornò prepotentemente a riempirgli le orecchie quasi a farlo impazzire. Un buio avanzò come un esercito silenzioso nella sua cella, l’aria che gli permetteva di vivere scomparve con l’avvento dell’oscurità, l’uomo soffocò lentamente, mentre il suo corpo irrigidito e viola si accasciava definitivamente sulle rocce lunari. Lontano sul pianeta che culla il suo satellite in un moto perpetuo da millenni, tutti i televisori ad unisono captavano un segnale trasmesso dalla faccia gentile della Luna.

“Un piccolo passo per un uomo, ma un enorme balzo per l’umanità.”

 ***

Postato da: Pickett alle 23:33 | link | commenti (8) |
racconti, aggiornamento 24

sabato, 28 gennaio 2006
Poesia: IL GRANDE GUERRIERO

IL GRANDE GUERRIERO

 Una poesia di Luca Nisi

   

 

  Sussurro  di vento del deserto,

Le lancette del Tempio si arrestano,

Sta passando il grande guerriero.

Avanza dalla valle di Tnar

Mentre ispira pensieri di morte,

Con i suoi occhi cancella la notte,

Sorpassa le rovine di Gorth in silenzio,

Tra i cespugli dei fiori dell’oblio,

Seguendo il soffio di un vento infernale.

Procede senza paura il grande guerriero

Finché arriverà  alla Stanza del Guardiano,

Dove il tempo ricomincia a camminare

E gli incubi e il terrore tornano a respirare.

 ***

Postato da: Pickett alle 15:28 | link | commenti (2) |
poesie, aggiornamento 24

Racconto: NONA DIMENSIONE - parte sesta

NONA DIMENSIONE

 Un racconto di Simone Ceccano  

 

Era ormai più che chiaro che i sacerdoti che dalla Palestina erano giunti a Chavin de Hauntar custodivano il segreto della Testa del Giaguaro al preciso scopo di non divulgarlo. Quelli che il dottor Guidi considerava sciocchi avvertimenti aggiunti solo in seguito, quando il culto ormai trapiantato in una regione barbara e lontana stava degenerando nell’idolatria, avrebbero in seguito rivelato tutto il loro orrendo e pazzesco significato. Al tempo Guidi non poteva semplicemente dargli adito. Era accecato, assetato di vittoria, sul tempo, sugli anni, su Dio, su tutto. Nonostante le ricerche svolte con il suo assistente fossero ormai apertamente scivolate oltre la normale Archeologia, riducendosi a interpretazione di antichi incantesimi e repliche di rituali ed interminabili salmodie incentrate sul misterioso cristallo; nonostante le indagini astronomiche fossero sconfinate in campi di solito più comuni all’Astrologia, il dottor Guidi continuava sempre e comunque a considerarsi un uomo di scienza e non uno stregone. “Vedi Francesco, la chimica, la fisica e la biologia che noi conosciamo e che consideriamo verità assolute non sono altro che una piccola parte di quello che si cela nell’immenso labirinto multidimensionale che è la realtà. Esistono altre forme corporee, altre energie che non abbiamo minimamente esplorato. Tu li chiami incantesimi! Io li chiamo strumenti per stimolare energie nascoste. La Testa del Giaguaro reagisce alla luce con quei bagliori scarlatti! Non è altro che una lente extradimensionale o qualcosa del genere. I nostri canoni non sono adatti a descriverne la funzione, ma ammetterai che questa non è  semplice magia Francesco! E’ tecnologia sconosciuta abbinata a forze che riconosco non possono essere spiegate altrimenti che come manifestazioni magiche. Quanto ancora non sappiamo Francesco…” Simili monologhi potevano essere interminabili e ripetitivi, ed ogni volta erano più stanchi e più distratti della volta precedente, ma all’epoca funzionavano e i dubbi di Francesco, i recenti ricordi, l’orrore e la paura, venivano ricacciati indietro come se niente fosse stato. Dei stimava quel vecchio uomo e dopotutto credeva in lui. Poi venne quella notte di inizio estate. La luna era allineata in una particolare posizione con una certa costellazione che in queste pagine non indicherò. Quella notte, sulla terrazza dell’attico di Monteverde, venne ripetuto un rituale forse più antico dell’uomo stesso. L’appartamento, in apparenza uno come tanti altri, era in realtà sito in una posizione perfetta con le stelle della costellazione che non ho voluto nominare. La sua scelta non era stata un caso, ma era incredibile con quale abilità il dottor Guidi era riuscito a individuarlo e la facilità con la quale aveva convinto gli antichi inquilini ad abbandonarlo. Dei avrebbe ricordato per sempre quella notte, il pavimento dipinto in mille spirali frutto di una geometria totalmente estranea, le sue stesse labbra che pronunciano parole sconosciute in una lingua morta da millenni e il suo maestro che porge l’orrenda testa di cristallo alla maledetta luce della luna… Poi la superficie del cristallo che illumina il terrazzo di quell’empia luce scarlatta e  quella gigantesca spirale dalla bocca del manufatto alieno, quella spirale scarlatta che gli illuminava il viso come fuoco senza bruciarlo… E infine Guidi che viene risucchiato in essa e scompare nel nulla! Il vecchio professore non sarebbe più tornato indietro. Seguirono tre settimane di totale apprensione, accompagnata da incredulità per quello che era accaduto. Quali forze avevano infine scatenato, cosa era realmente successo al dottor Guidi? Era davvero nella nona dimensione? Secondo quanto pattuito, il professore sarebbe rimasto in quel luogo un paio di settimane e poi sarebbe tornato per ripetere il viaggio con il suo assistente. Questo inspiegabile ritardo faceva tornare troppo in mente al giovane Dei il misterioso epilogo delle iscrizioni di Sacsayhuaman, lo stesso epilogo di cui Guidi si era tante volte beffato. Cosa era accaduto davvero al professore? La lunga attesa fu rotta la notte in cui il dottor Guidi tornò per qualche istante a gettare per sempre orrore sull’esistenza di Francesco Dei. L’ennesima notte delle ultime quattro settimane passata in veglia, attendendo notizie dal professore, arrancava ad arrivare all’alba a causa dell’umidità estiva di Roma nello studio di Monteverde, di fronte alla scrivania vuota dell’uomo che non era tornato. Sul vecchio piatto che era stato degli inquilini precedenti suonava il disco dei Ramones preferito da Francesco, “Too Tough to die”, 1984. Gli inquilini che avevano preceduto Dei e il dottor Guidi avevano lasciato molte cose nell’appartamento, poi erano scomparsi e di loro non si era saputo più nulla. Dei cercava di non pensarci mai, ma quando non ci riusciva gli tornavano alla mente i tre portatori peruviani e lo scheletro mutilato sull’orlo di quell’orribile pozzo, sepolto nell’oscurità del tempio dell’orrendo Sacsayhuaman, nel cuore della montagna. Ricordava e rabbridiva. Qualcosa quella notte fece saltare la puntina, la fece deragliare dai neri solchi di vinile e infine permise al disco di volare come un missile impazzito contro la finestra. Andarono all’aria inoltre molti libri e altri oggetti nella stanza e le pareti vibrarono per qualche secondo, infrangendo i bicchieri della cucina e il vaso inca che Guidi aveva portato dalla villa fuori Firenze. Durante i pochi secondi in cui la luce andò via, Dei vide per la seconda volta nell’oscurità la spirale scarlatta che aveva provocato la scomparsa del dottor Guidi e il volto del professore deformato da un’espressione che si era augurato di non vedere più. Fu un lampo, una manciata di istanti. La luce aliena che illumina un angolo di buio della stanza e attraverso di essa una confusa visione speculare, come se Dei stesse guardando la stanza riflessa su uno specchio d’acqua. E di fronte a lui Guidi, pallido, con in mano la mostruosa Testa del Giaguaro e stampati in faccia gli stessi occhi posseduti dal terrore che aveva visto sull’orlo dell’abisso nella caverna sotto la montagna. Non poteva esserne sicuro perché l’immagine era alquanto confusa, ma Dei era convinto che il professore stesse cercando di dirgli qualcosa, ma dalla spirale scarlatta non usciva alcun suono. Poi iniziò a guardarsi alle spalle, si guardava alle spalle come nella caverna, alla base dell’idolo, ma la visione di Dei non aveva profondità  e non poté vedere quello che sembrava innervosirlo. Poi l’immagine iniziò a scomparire, ma prima che cessasse del tutto e tornasse la luce, il professore infine gettò il cristallo alieno oltre soglia che divideva le due dimensioni, lasciandolo rotolare ai piedi del suo allievo impietrito, nella penombra dello studio. Poi la spirale si chiuse lasciando un giovane solo con paure troppo orribili per osare dare loro forma. Guidi era vivo, ma qualcosa doveva essere andato storto, qualcosa che Dei aveva paura soltanto ad immaginare. E gli aveva consegnato il suo unico mezzo per tornare indietro, la maledetta testa di cristallo che aveva segnato per sempre i destini di entrambi! Guidi evidentemente voleva che il suo allievo lo seguisse, ma per qualche strano motivo i programmi erano cambiati. Il Rettore non era tornato indietro, qualcosa, forse quel qualcosa che il vecchio professore credeva di avere alle spalle, glielo aveva impedito o lo aveva fortemente sconsigliato di farlo. Dei avrebbe dovuto intraprendere il viaggio da solo, nonostante non avesse la preparazione necessaria per farlo. Non esitò a decidere; in fondo, come ho avuto modo di dire, credeva nel vecchio professore, credeva in lui e nella nobiltà della sua missione. Per altri aspetti Dei era semplicemente posseduto dalla stessa bramosia di infinita conoscenza che aveva provocato la scomparsa del suo cattivo maestro. Entrambi avrebbero pagato presto il prezzo di una miopia così sconsiderata. [continua…]

 ***

Postato da: Pickett alle 15:29 | link | commenti (2) |
racconti, aggiornamento 24