Leggende dalla Cripta di Cthulhu

Racconti di Simone Ceccano e Luca Nisi liberamente ispirati all'universo del maestro H.P.LOVECRAFT

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mercoledì, 22 febbraio 2006
Editoriale: LEGGENDE DALLA CRIPTA DI CTHULHU parte XXV

A chi offrirmi? Quale bestia bisogna adorare? Quale sacro simulacro aggredire? Quali cuori spezzerò? Quale menzogna debbo pronunciare – in quale sangue camminare?” Arthur Rimbaud, Una Stagione all’Inferno (1873)

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Illustrazione Copyright © 1999 Dominique Signoret 

Il mese di febbraio ci saluta con un cielo plumbeo, grave sulle nostre teste come il coperchio di un sepolcro. In questi tempi di scontri di religione, in cui migliaia di uomini si affannano insensati come insetti, al solo scopo di massacrarsi a vicenda su quale nome debba avere Dio, mi viene da chiedermi cosa direbbero se avessero realmente l'occasione di toccare con mano quale orrore si cela dietro il Suo nome. Lo stesso orrore che condurrà Francesco Dei a scoprire quale terribile ricompensa si nascondeva dietro l'ossessione del dottor Guidi di comprendere i misteri dell'universo, nei prossimi due capitoli del loro viaggio nella Nona Dimensione. E avrete modo di riflettere sul dolore di un padre di fronte ai tormenti dell'unico figlio, la cui anima è stata sconvolta per sempre dalla guerra in Sangue del suo sangue, forse uno dei migliori racconti di Luca, su cui vi consiglio di soffermarvi… nell'attesa che Un pupazzo e un fantasma vi accompagnino di nuovo silenziosi verso le prime luci dell'alba.

Buona Lettura

Postato da: Pickett alle 23:13 | link | commenti (11) |
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Racconto: NONA DIMENSIONE - parte settima

NONA DIMENSIONE

 Un racconto di Simone Ceccano

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Passò un’altra settimana, fino alla notte con cui ho iniziato il racconto di queste vicende, la notte in cui Dei crollò esausto sulla scrivania nel tentativo di mettere su carta una prima parte delle sue memorie, nel caso non fosse tornato indietro. Se era vero che il tempo tra le due dimensioni scorreva parallelo, si era trattato di una settimana in più in cui Dei aveva lasciato Guidi solo in balia degli eventi che sembravano terrorizzarlo tanto la notte della sua apparizione. Una settimana in più che forse poteva esser costata la vita al professore, ma Dei non aveva altra scelta. Aveva passato sette giorni da incubo, in una corsa contro il tempo per cercare di apprendere tutto il possibile per replicare il rituale che aveva permesso al professore di abbandonare la nostra realtà. Doveva ovviare al fatto di non avere egli stesso un assistente affinché la cerimonia avesse il giusto esito, ma d’altra parte non era intenzionato a rivelare a nessuno la benché minima parte del segreto che solo lui e il dottor Guidi conoscevano. Alla fine registrò la parte delle formule in accadico, che aveva pronunciato la fatale notte, con un registratore. L’apparizione della spirale scarlatta sembrava coincidere con una temporanea scomparsa dell’energia elettrica. La prima volta, la notte in cui Guidi aveva raggiunto la nona dimensione, si era verificato per qualche istante un black out completo dell’intera zona, e lo stabile aveva tremato così tanto che qualche vicino aveva associato alle scosse la strana luce sul terrazzo dell’attico ed aveva chiamato la polizia. Per ovviare all’inconveniente che avrebbe reso impossibile l’utilizzo di un registratore, Dei si era munito di un generatore portatile a benzina che pensava lo avrebbe esentato da qualsiasi tipo di rischio. Gli effetti di un’interruzione improvvisa del rituale non erano stati né testati, né previsti dallo scrupoloso professor Guidi, che aveva studiato ogni passo e singolo dettaglio della cerimonia per anni. Ma Dei era un novizio, e nonostante quello che aveva appreso nei tre anni precedenti e nell’ultima disperata settimana di full immersion negli studi del professore, aveva tutti i motivi per temere un’eventualità del genere. E poi quegli oscuri passi in fondo alle iscrizioni che avevano trovato ai piedi dell’idolo di quel dio mostruoso… Lo avrebbero seguito forse i demoni vendicatori di Sacsayhuaman, gli stessi demoni che associava alle creature che aveva intravisto in quella caverna sulle Ande? O forse avevano già seguito Guidi che era andato incontro ad una morte orribile? “…seguiranno  il profanatore oltre la soglia e allora il vento e l’ombra porteranno la morte dalle caverne al cielo, e il buio divorerà  tutto e anche il sole sarà soffocato dal sangue…” E il buio divorerà tutto e anche il sole sarà soffocato dal sangue… Memore di queste parole e dopo l’incidente della settimana precedente, quando la luce lo aveva abbandonato per qualche eterno istante permettendogli di vedere il volto del professore in preda ad un orrore senza nome, Dei aveva sviluppato una curiosa e ossessiva paura di rimanere al buio. Oltretutto, nonostante cercasse di rimuovere quegli avvenimenti, non poteva scordare la luce della torcia del dottor Guidi lasciarli nell’oscurità più completa pochi istanti prima che quelle creature senza nome sbucassero dal tunnel sul soffitto della caverna, per ghermire gli sventurati peruviani. Aveva iniziato a circondarsi di candele, per essere sempre sicuro di non rimanere al buio e se ne era procurato una copiosa scorta che avrebbe portato con sé quella stessa notte, quando avrebbe varcato la Soglia che non si deve varcare, nel tentativo di salvare la vita al professore e riportarlo indietro. Varcare la soglia, compiere un salto nell’oscurità più impenetrabile alla mente umana, abbracciare l’ignoto e attendere ad occhi chiusi il suo bacio mortale. E tutto questo per salvare un uomo che aveva cambiato per sempre la sua vita e lo aveva condotto in sentieri troppo lontani per tornare indietro. Nonostante le preoccupazioni di Dei, il rituale non ebbe interruzioni impreviste e tutto funzionò perfettamente come la prima volta. Sfortunatamente si potrebbe dire, ma è un eufemismo senza senso. Quando l’improbabile lettore di questa testimonianza giungerà a comprenderne il triste epilogo non potrà che essere d’accordo con me. Dei varcò la soglia spinto dal genuino desiderio di riportare indietro l’uomo che aveva fin dal primo incontro ritenuto un tassello indispensabile a comporre il progresso dell’umanità; e al tempo stesso abbandonò per sempre il mondo che lo aveva visto nascere, posseduto dalla stessa brama di conoscenza con cui il dottor Guidi lo aveva contagiato, e che avrebbe trasformato il più nobile degli scopi in un crimine senza precedenti contro l’umanità. Un salto nel buio e Dei si ritrovò sullo stesso terrazzo sotto le crudeli costellazioni che avevano permesso per la seconda volta ad un uomo di spezzare le catene e sfidare gli dei crudeli e beffardi. Mentre la luce accecante della spirale scarlatta aveva avvolto le sue carni e lo aveva costretto a chiudere le palpebre mentre calava per sempre il suo sipario, Francesco aveva pensato fortemente a quel terrazzo, a quell’appartamento dove aveva trascorso i suoi ultimi mesi nel nostro mondo. Ricordava i passi oscuri decifrati dalle iscrizioni alla base dell’orribile idolo del dimenticato dio sotto le montagne: “Pensa al luogo in cui vuoi giungere, aggrappati ad esso come fosse la cosa più cara che hai e le porte di Sacsahuyman saranno aperte e i cancelli della nona dimensione definitivamente spalancati.” E Dei dopo il suo salto nel buio si era ritrovato nella stessa terrazza, di fronte allo stesso appartamento, ma in un mondo che non era più il suo. Un mondo senza grida di uccelli, né rumori di rotaie, clacson, radio, musica, urlo, risata o bestemmia. Un mondo senza ronzio di libellule, senza rombi di aerei supersonici oltre le nuvole grigie. Un mondo che udiva solo il saltuario e solitario ruggito del tuono, sempre più di rado, come se lo stesso cielo stesse per morire consumato da una furia inumana che traeva le sue origini dalle stelle più remote, dove gli orrendi dei giocano con i destini dell’umanità ignara e schiava delle sue stesse debolezze. Eppure c’era ancora lo studio di fronte a lui, sebbene la luce fosse spenta e sembrava che la città fosse avvolta in un innaturale blackout. C’erano le stesse incredibili e vorticose spirali aliene dipinte sulle piastrelle della terrazza. Era stata la sapiente mano del dottor Guidi a tracciarle, Dei non aveva dubbi, forse la stessa notte in cui era misteriosamente e brevemente apparso per invitare il suo giovane allievo ad abbandonare la nostra realtà. Sotto un manto di oscurità, solo le gelide stelle guidarono i passi del giovane ricercatore fino alla porta socchiusa dell’appartamento. Silenzio. Accese una delle candele con cui aveva prudentemente riempito lo zaino per scacciare il buio e le paure che non si decidevano ad abbandonarlo. Nell’altra mano stringeva il levigato cristallo della Testa del Giaguaro, lo stringeva così forte che niente e nessuno avrebbe potuto strapparglielo di mano, nonostante negli ultimi tempi provasse quasi repulsione per il misterioso oggetto che aveva permesso che tutto ciò accadesse. La porta dello studio era sulla destra invece che sulla sinistra, per il resto il posto era molto simile a quello che aveva appena abbandonato se si eccettua il disordine e il caotico stato di abbandono. Sembrava quasi che qualcuno si fosse divertito a mettere a soqquadro e in qualche caso fare letteralmente a pezzi la mobilia, i libri e gli oggetti che un tempo arredavano l’appartamento. Se i mobili e gli oggetti fossero stati esattamente gli stessi e allo stesso posto, avrebbe dubitato persino della riuscita dell’incantesimo e avrebbe pensato di essere di nuovo al punto di partenza. La tenue luce della candela rivelò presto che invece Francesco Dei si trovava disperso a chissà quali infinite distanze nello spazio e nel tempo, nella dimensione gemella della Terra, in cui gli Dei avevano deciso di nascondere gli innominabili segreti all’origine dell’umanità e del pianeta in cui gli uomini vivono e muoiono da tempi remoti che essi stessi non possono più ricordare. Il letto era lo stesso, anche se questo era decisamente in cattive condizioni, e in fondo alla parete vi era lo stesso diploma di Laurea in cui tante volte aveva cercato conforto dopo la scomparsa del dottor Guidi, nelle interminabili notti passate a studiare i libri del professore nel disperato tentativo di riportarlo indietro. Un esame più accurato rivelò che il diploma era scritto in una lingua e con dei caratteri totalmente incomprensibili e alieni a qualsiasi cultura che Dei avesse conosciuto prima di allora, se si eccettua una strana somiglianza del singolare alfabeto con la scrittura cuneiforme dell’antica Mesopotamia. Lo stesso era per i libri che aveva cercato di raccogliere in mezzo al caos sotto la flebile luce della candela, appoggiata ad una scrivania che gli era fin troppo familiare se non si fosse trovata esattamente al lato opposto della stanza che conosceva. Libri la cui copertina era diventata consueto vedere ogni giorno, si rivelavano ora vuoti contenitori di parole senza alcun senso. Poi due elementi spezzarono il silenzio con un grido e dileguarono il buio e la confusione. Il primo fu un ammasso di carta lacerata sul letto schiantato contro la parete. Erano i resti di un taccuino, o almeno così sembrava da ciò che rimaneva della copertina. Qualcosa lo aveva perforato, tranciato, fatto a pezzi e a stento tra i frammenti di fogli superstiti Dei poté riconoscere l’inconfondibile calligrafia. Era il professor Guidi, non c’era dubbio:

“Ormai mi è fin troppo chiaro che tutte le nostre supposizioni sull’aspetto di Sacsayhuaman non sono quelle di un giaguaro… ma l’idolo nella caverna… e così anche quei maledetti… Sono qui. Sono qui! Ma posso ancora… Francesco non lasciare mai per un minuto la Testa del Giaguaro e… tornare indietro…”  [continua…]

 ***

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giovedì, 23 febbraio 2006
Racconto: SANGUE DEL SUO SANGUE

SANGUE DEL SUO SANGUE

 Un racconto di Luca Nisi

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“Un coniglio furbo ha tre tane”.  L’abitazione era spoglia, appena arredata, sul comodino sparsi c’erano dei fogli bianchi, delle sigarette sfuse, un accendino blu e un posacenere dalla forma di un animale imprecisato. Le pareti erano nude, mentre l’uomo seduto sul letto si copriva la faccia con le mani, nascondendo gli occhi alla luce del sole che invadeva la camera. Vicino alla finestra l’altra persona guardava il paesaggio nordico, immaginando che dietro gli spessi vetri risuonasse il vento e il battito d’ali delle anatre che raggiungevano il lago a pochi chilometri da loro. L’uomo dimenticato sul letto  cercava di non pensare ai suoi orrori e con gli occhi ancora coperti si rivolse al suo coinquilino. “Che dicevi dei conigli?” Era una giornata di giugno, sotto un cielo di quarzo viola, probabilmente i bambini si stanno tuffando nelle acque del lago mentre le madri vanno a fare la spesa nel piccolo negozio alimentare, acquistano delle forme di pane e del latte, lasciando dietro le loro grandi gonne dai mille merletti quell’odore buono di farina e miele, mentre ogni tanto passano delle moto a bassa velocità, sfiorando con il rumore di marmitte arrugginite branchi di ragazzi a petto nudo che si dirigono verso i pozzi d’acqua chiara e dolcissima. “Cercavo solo di ribadire che dovresti uscire da questa stanza.” L’uomo rimase in silenzio e respirava profondamente, quasi cercasse di mantenere la calma, eppure tremava in modo incontrollabile. L’altro invece continuava a fissare le case di legno oltre il recinto, poi senza guardare l’uomo continuò a pregarlo. “La guerra è finita, la gente è tornata a vivere libera, ma tu abiti ancora in una prigione”. A quelle parole l’uomo finalmente liberò gli occhi e lasciò che la luce del sole lo accecasse, poi con lo sguardo arrivò fino al tavolino vicino il comodino, l’involucro dell’ultima siringa faceva compagnia alla confezione di quelle ancora sigillate; si iniettava quotidianamente dei tranquillanti per poter sopravvivere ai suoi orrori. Poi “forse” con lo sguardo cercò il padre ancora rivolto verso l’esterno. “Ogni notte li vedo, si siedono sul bordo del mio letto, mi ignorano e fumano le mie sigarette.” Mentre parlava aveva uno sguardo spento e continuava a toccarsi con forza le guance, un tic perpetuo quando aveva gli occhi aperti. “Contro il nemico puoi sparare, puoi ucciderlo, ma contro dei fantasmi che hanno la tua stessa divisa, sporca del loro sangue, lontana parente di quella che è lì custodita nell’armadio, non posso fare nulla.” L’aria nella stanza era diventata irrespirabile, non perché viziata dal chiuso, ma per l’angoscia che provava un padre nel vedere il proprio figlio distrutto dalla follia. Vedeva i suoi compagni morti ogni notte, fargli visita nella sua stanza, ignorarlo e sparire alla prime luci dell’alba. Quante notti il vecchio padre era rimasto con lui nella stanza, quante volte lo aveva assicurato che nella stanza non c’era nessuno, ma lui non gli credeva ed urlava cercando di parlare con i suoi fantasmi, che per sua stessa ammissione fumavano le sue sigarette ignorandolo. Il padre finalmente si voltò verso il suo ragazzo, gli sorrise e gli passò una mano tra i lunghi capelli neri, che dopo anni di prigionia erano finalmente ripuliti e ricresciuti. Dopo lo baciò sulla testa e abbandonò la stanza lasciando il suo unico figlio alla sua follia.

Credeva di aver colmato quel senso di appartenenza alla vita con quel figlio, la sua discendenza era stata appagata, da quando quel pomeriggio in quel lungo corridoio dopo innumerevoli sigarette, l’infermiera gli aveva detto di aprire lo champagne: “Era un maschio.” Ora quel figlio strappatogli dalla guerra aveva piegato il genitore in maniera dirompente, quei racconti che uscivano saltuariamente dalle labbra di quel ragazzo, trasformato in uomo troppo velocemente. Catturato nella Valle dei Corvi, raccontava le torture inflittegli dal nemico, come con barbarie gli avevano inciso la pelle, come se davanti a loro ci fosse un cadavere e non un uomo ferito. Nella testa del padre echeggiavano le urla che nella notte il figlio emetteva per i tormenti che la sue psiche martoriata gli imponeva. I volti dei genitori che aveva intravisto quando leggevano le liste dei dispersi non erano paragonabili al suo, quando si rendeva conto che forse avrebbe preferito che suo figlio fosse morto in un campo di battaglia. Abbandonato alla sua follia da quello stesso Stato che lo aveva voluto tra le sue fila, ignorato dalle autorità e umiliato con un congedo e una medaglia al valore, lasciato alle sue paure, ai suoi fantasmi. Nessuna terapia, nessun medicinale aveva avuto effetto, nulla lo aveva ristabilito pur minimamente dallo shock di otto anni di sevizie e torture. Racconti di chiese trasformate in prigioni, di giorni interi in celle di isolamento senza vedere mai la luce del giorno, solamente con la compagnia di urla di dolore e il rumore di spari alla testa delle esecuzioni. Ora vincitori e vinti nascondono i carnefici e nessuno onora e rende giustizia a quei corpi sepolti sotto terra. Prigionieri costretti a rimanere seduti in equilibrio per ore per non essere fucilati, compagni usciti dall’isolamento con volti emaciati come cadaveri e dalla loro bocca uscivano suoni e non parole, così contorti che non avevano più nulla di umano. Il povero padre cercava di non piangere tutte le volte in cui gli sfiorava l’idea che forse suo figlio avesse ragione sperando in una morte immediata piuttosto che una vita di sofferenza. Fare il soldato, il fascino della divisa che porta a condividere con i suoi fantasmi giorni d’orrore, albe di sofferenza , testimoni di scontri sanguinosi; ma anche senso del dovere, fatica nell’addestramento, senso di cameratismo, appartenenza. Tutto questo cancellato da urla nella notte, una vita spezzata dalla follia, mentre ti accorgi che il lupo cattivo che temeva nelle favole tuo figlio si è materializzato in uomini non tanto diversi da noi. Questi pensieri hanno accompagnato la vita del genitore ormai privo di ogni speranza per quel figlio rinchiuso nella stanza nella sua pazzia. Quel giorno fuori la casa tutto era incantevole, mentre dentro la loro vita era fragile, i tagli delle ferite erano ormai irriducibili. Così il padre chiuso nel silenzio del suo dolore decise di avere coraggio e di uccidere il proprio figlio, per liberarlo dalla sua fragilità, per spezzare finalmente quelle urla, per seppellire tutte quelle angosce che la sua vita gli aveva drammaticamente dato. Decise di sostituire il tranquillante con una veleno letale ed indolore, tramava questa possibilità da mesi da quando più di una volta lo stesso sangue del suo sangue gli aveva chiesto di aiutarlo a morire, perché vivere così non avrebbe avuto senso. Un padre senza più speranze agisce sapendo che avrebbe pagato per quello che avrebbe fatto, ma quel vegetale impazzito dall’altra parte della casa non era il suo ragazzo, era solo un cadavere che cammina, un cadavere che soffre che cerca solo una preghiera per poter riposare finalmente in pace. Quando fu l’ora del tranquillante, il padre entrò nella piccola stanza e si avvicinò al suo ragazzo. Le cicatrici sul suo corpo erano come mille tatuaggi, l’uomo ferito era lì che si copriva gli occhi tremando come un ragazzino, eppure aveva quasi quarant’anni. Il padre si sedette accanto a lui. “Come va figliolo?” Il soldato non si voltò, continuava a tremare e dalle labbra fuoriusciva della bava bianca. Il padre posò la dose nelle sue mani, si alzò dal giaciglio e lo cercò con lo sguardo avvicinandosi ai suoi occhi. “Figlio mio, questa è la sostanza che mi hai chiesto.” Fece una pausa. “Se vuoi puoi morire, ma figliolo pensaci, sono sicuro che possiamo trovare altre vie.” Il figlio strinse la mano che custodiva la dose come se avesse avuto tra le mani una pepita d’oro. Poi con lo sguardo fisso sulla finestra parlò. “Li vedi?” Il padre scosse la testa. “Sono qui, con le loro divise, fumano, guardano verso la finestra, non mi parlano, sono tutti qui.” Il padre cercò di credergli ma nella stanza erano soli, come sempre negli ultimi tre anni. Il ragazzo non parlò più, il vecchio cercò di trattenere le lacrime, strinse al petto quel che rimaneva di suo figlio, poi senza voltarsi chiuse la porta dietro di se ed uscì di casa, prese la macchina e girò per le vecchie strade per diverse ore fino a quando l’auto non si fermò davanti ad una caserma, dove il vecchio si costituì. Quando quella stessa notte la polizia entrò nell’appartamento ritrovò il cadavere dell’uomo disteso sul letto, prima di morire aveva indossato in parte la sua divisa e nelle mani tratteneva delle sigarette. L’autopsia accertò che la morte era avvenuta immediatamente subito dopo che l’uomo si era iniettato la dose di veleno. Tanto che la siringa era ancora sul letto accanto al braccio. Il padre fu accusato di omicidio colposo ed incarcerato per sei mesi, poi gli furono concessi gli arresti domiciliari.

La stanza del figlio dal giorno del suo suicidio non fu più aperta, neanche quando il padre tornò ad abitare in quella casa. Non volle rientrare in quella stanza, che per lui era solo un posto pieno di dolore. Passarono diversi anni e il padre ormai invecchiava definitivamente, piegato da una vita colma di sofferenza e lacrime. Una notte nel salone mentre affidava la sua esistenza al televisore del fumo cominciò ad inondare lentamente la sala. Il vecchio si era addormentato e fu svegliato da quell’odore acre, si alzò con grande fatica cercando di capire cosa andasse a fuoco. La cucina fu la prima tappa ma il fumo non nasceva da lì. Seguì la scia di fumo come un vecchio cane da caccia, lo seguiva con lo sguardo quando in un istante si accorse di essere giunto dinanzi la porta che era chiusa da anni. Ora era lui a tremare dalla paura di essere diventato pazzo. Ma un uomo come lui ad una certa età non ha più paura, portò la mano sulla maniglia ed aprì. La prima cosa che vide fu la luna, la finestra era aperta, spalancata, non riusciva a capire, il fumo era lì in tutta la stanza, illuminato dalla luce della luna. Si avvicinò alla finestra e per diversi istanti la fissò ammaliato, poi pensò di chiuderla e che probabilmente il fumo arrivasse da fuori, ma alla preferì lasciarla aperta. Così, solo nel momento in cui si girò per tornare nel salone, vide degli uomini in divisa fumare sigarette. In mezzo tra quelle divise riconobbe il volto del figlio, anche lui fumava, tranquillo osservava la faccia gentile della luna. Il vecchio rimase lì accanto a quei fantasmi per tutta la notte, senza parlare, in silenzio finché l’alba non si portò via anche lui.

 ***

Postato da: Pickett alle 00:18 | link | commenti (3) |
racconti, aggiornamento 25

lunedì, 27 febbraio 2006
Poesia: UN PUPAZZO E UN FANTASMA

UN PUPAZZO E UN FANTASMA

 Una poesia di Luca Nisi

Prima dell’alba un pupazzo e un fantasma,

Retroscena di cos’è la vita,

Quando una bimba ha gli occhi chiusi.

Prima che nasca una lacrima

Un pupazzo e un fantasma,

I loro sguardi assenti,

Nessun battito di ciglia,

Solo il rumore del suo piccolo cuore.

Anch’io avevo un cuore!

Pensa il fantasma,

Sfiorando il pupazzo.

In un istante arriva il crepuscolo,

Il fantasma svanisce

Mentre la bimba ignara si rannicchia tra le coperte.

Nulla d’importante,

Il suo pupazzo preferito è ancora lì a mangiare polvere.

 ***

Postato da: Pickett alle 10:36 | link | commenti |
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Racconto: NONA DIMENSIONE - parte ottava

NONA DIMENSIONE

 Un racconto di Simone Ceccano

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Era praticamente impossibile ricostruire i frammenti in un quadro coerente, ma anche quelle poche frasi, quelle schegge d’orrore vissuto, scritte frettolosamente dall’ossuta e concitata mano del professore, avevano trafitto l’animo di Dei e avevano aperto tutta una serie di probabilità sulla morte del professore che fino a quel momento il giovane studioso aveva cercato di respingere con tutte le sue forze. Guidi aveva voluto lasciare una testimonianza all’allievo che doveva aver atteso in quell’appartamento finché qualcosa non lo aveva probabilmente costretto a fuggire chissà dove, quel qualcosa che quella notte non era riuscito a rivelare. “Sono qui. Sono qui!” Ma ora anche l’ennesimo tentativo del professore di comunicare con il giovane ricercatore era andato all’aria per sempre. Dei crollò sul letto e si mise le mani nei capelli, come se i nervi stessero per crollargli tutti insieme. Cercò un po’ di aria fresca per riprendersi fuori dal balcone. Si affacciò al parapetto, ma l’aria era pesante come poteva essere quella di un immenso obitorio. La città era come morta, nessuna luce dagli appartamenti, nessuno scintillio di lampioni, nessun rumore d’auto. Dov’era finita la gente?  Cosa lo aspettava lì fuori l’indomani e perché quel posto aveva tutta l’aria di essere abbandonato da fin troppo tempo, come se fosse una versione morta e stravolta della realtà che gli era sempre stata familiare? E dov’era ora il dottor Guidi… Era passata una settimana dall’ultima volta che lo aveva visto vivo e i resti del taccuino non lasciavano sperare sulla sua sorte.  E se invece era davvero ancora vivo, come sarebbe riuscito a trovarlo, se gli abitanti di quella dimensione, ammesso che ci fossero, con tutta probabilità parlavano un linguaggio che ottimisticamente sarebbe riuscito a comprendere solo entro qualche anno, come i libri e la copia del diploma drammaticamente rivelavano? Quella notte Dei credette di scorgere strane ombre sgusciare dagli edifici silenziosi, sotto la crudele luce delle stelle, ombre che irrazionalmente risvegliarono le sue paure e i suoi incubi relativi a ciò che aveva ucciso gli sventurati peruviani, nel tunnel sotto la montagna. Cercò di scacciare i cattivi pensieri senza molto successo e allora decise di rientrare frettolosamente nello studio, rabbrividendo. Chiuse la porta che dava sul terrazzo con due mandate e abbassò le tapparelle. Poi si voltò verso destra, dalla parte dell’ingresso. Fu in quel momento che fece attenzione al secondo particolare. Se il primo aveva gettato luce sulle sue nuove terribili prospettive, il secondo ruppe la quiete della notte e il mondo silenzioso avvolto nell’oscurità che lo aveva accolto fu squarciato improvvisamente da un  grido disperato. La porta che dava sulla tromba delle scale non era del tutto chiusa, perché qualcosa a cui Dei fin’ora non aveva fatto caso glielo impediva. Il giovane accese un’altra candela, respirò profondamente e si avvicinò, cercando di non fare rumore. Fu allora che vide la cosa e urlò come non aveva mai urlato. Uno scheletro di un uomo impediva alla porta di chiudersi. L’uomo doveva essersi aggrappato agli stipiti dell’uscio con una forza disperata, tanto che le dita si erano conficcate nel legno mentre qualcosa gli aveva strappato tutte le carni che aveva addosso nel tentativo di trascinarlo giù per le scale. Come poteva Dei non ricordare il cadavere sull’orlo del pozzo, l’assistente di Guidi le cui ossa diventavano polvere nell’orribile caverna sulle Ande di cui nessuno ormai conosceva più l’esistenza? Quando l’ultimo eco dell’urlo che aveva definitivamente devastato la sua mente si spense, indietreggiò verso la porta del bagno alle sue spalle e la chiuse a chiave, senza mai voltarsi, continuando a fissare il cadavere muto che lo separava dalla follia che lo attendeva là fuori. Rimase sveglio tutta la notte in silenzio con gli occhi sbarrati, accucciato sulle gelide piastrelle, stringendo irrazionalmente al petto la Testa del Giaguaro, memore delle ultime righe lasciategli dal professore,  come se si aspettasse da essa chissà che cosa, forse una miracolo. In quell’intervallo di tempo senza fine la sua mente devastata dal dubbio e dall’orrore non gli concesse alcun pensiero,  se non contare le ore che sembravano non voler mai passare e cercare di togliersi dalla testa ciò che il taccuino gli aveva drammaticamente rivelato: “Sono qui. Sono qui! Ma posso ancora…” . Le ombre là fuori… Consumò metà delle candele che si era portato dietro, cercando di scacciare il buio esterno e le paure, ma il buio era entrato per sempre nel suo cuore, e non se ne sarebbe mai più andato via. L’alba arrivò accompagnata dal riprendere dei tuoni, invadendo il terrazzo e filtrando attraverso la piccola finestra del bagno con una luce pallida e malata. Fu allora che Dei si scosse improvvisamente e si fece forza, decidendosi ad uscire fuori, come se la luce del sole potesse per chissà quale miracolo cambiare quello che lo aspettava una volta aperta la porta. Uscì dal bagno con l’infantile desiderio di ritrovarsi nel familiare appartamento di Monteverde, ma si ritrovò di nuovo nella realtà devastata della nona dimensione, con il cadavere rannicchiato che bloccava ancora la porta. Alla luce del giorno l’appartamento aveva ancora di più un aspetto squallido e abbandonato. Dei raccolse le sue cose e altre candele che trovò nel cassetto di uno dei comodini sopravvissuti e scavalcò il triste scheletro sul pavimento del pianerottolo. Poi cominciò a scendere. La tromba delle scale era quadrata e c’erano le stesse grandi finestre dai vetri smerigliati che ricordava e che davano sul cortile interno e i garage, sebbene questi si trovassero sul lato opposto dell’edificio. C’era uno strano ed eccessivamente acre odore di stantio e scesi due piani Francesco cercò disperatamente una boccata d’aria. Fu scardinando con forza le vecchie finestre che sembravano non essere state aperte da chissà quanto tempo che il giovane ebbe la conferma dei mille pensieri inespressi che aveva reso l’eterna nottata un incubo da cui non sarebbe mai più uscito fuori. Fu aprendo quelle dannate finestre che ebbe la certezza che qualcosa aveva fatto estinguere la razza umana nella Terra della nona dimensione.   [continua…]

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