Leggende dalla Cripta di Cthulhu
Racconti di Simone Ceccano e Luca Nisi liberamente ispirati all'universo del maestro H.P.LOVECRAFT
1965 AGAIN
ARAN BANJO'S BLOG
CHTULHU FHTAGN!
CTHULHU FOR PRESIDENT
CTHULHU.IT
CTHULHULAND
DAN CLORE NECRONOMICON PAGE
DIVINA IMPERTINENTE
DREAMS OF CTHULHU
ERRATA CORRIGE
ESILIO A MORDOR
H. P. LOVECRAFT ARCHIVE
H. P. LOVECRAFT FRANCIA
H. P. LOVECRAFT ITALIA
HORRORMAGAZINE FORUM
INNOVARI RETROFUTURO
LA LANDA DESOLATA
LABIRINTI
LATVERIA IS FOR LOVERS
LOVECRAFT NECRONOMICON
MAZINGA WORLD
MINERVA RECORDS
NECRONOMICON ANTIFAQ
O P E R A A L T R A
ORIGINI DEL NECRONOMICON
POE E LOVECRAFT
REAME DI OZZ
ROCKFELLAS
SCRIPTORIUM HPL
SHORT STORIES
STARGATE PERUVIANO
STUDI LOVECRAFTIANI
THE BONNIE PARKERS
THE CLIFTON
THE HAUNTER OF THE DARK
THE NECRONOMICON
THE OFFICIAL CTHULHU MYTHOS FAQ
THIRD CAMELOT
UNSPEAKABLE VAULT OF DOOM
VELENO PER VOI
VOTA CTHULHU
oggi
novembre 2009
ottobre 2009
agosto 2009
luglio 2009
maggio 2009
marzo 2009
febbraio 2009
gennaio 2009
dicembre 2008
novembre 2008
ottobre 2008
agosto 2008
luglio 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
settembre 2004
luglio 2004
giugno 2004
aggiornamento 01
aggiornamento 02
aggiornamento 03
aggiornamento 04
aggiornamento 05
aggiornamento 06
aggiornamento 07
aggiornamento 08
aggiornamento 09
aggiornamento 10
aggiornamento 11
aggiornamento 12
aggiornamento 13
aggiornamento 14
aggiornamento 15
aggiornamento 16
aggiornamento 17
aggiornamento 18
aggiornamento 19
aggiornamento 20
aggiornamento 21
aggiornamento 22
aggiornamento 23
aggiornamento 24
aggiornamento 25
aggiornamento 26
aggiornamento 27
aggiornamento 28
aggiornamento 29
aggiornamento 30
aggiornamento 31
aggiornamento 32
aggiornamento 33
aggiornamento 34
aggiornamento 35
aggiornamento 36
aggiornamento 37
aggiornamento 38
aggiornamento 39
aggiornamento 40
aggiornamento 41
aggiornamento 42
aggiornamento 43
aggiornamento 44
aggiornamento 45
aggiornamento 46
aggiornamento 47
aggiornamento 48
aggiornamento 49
aggiornamento 50
aggiornamento 51
articoli
editoriali
poesie
racconti


Questo blog non è una testata giornalistica e non ha alcun fine di lucro. Tutti i racconti qui pubblicati sono copyright dei rispettivi autori. Tutte le immagini qui pubblicate sono anch'esse copyright dei rispettivi autori e sono incluse al solo scopo di pubblicizzare e diffondere l'arte di chi ha contribuito a dare forma all'universo fantastico immaginato da HPL.
Chiunque voglia contattare i Custodi della Cripta di Chtulhu può scrivere a PICKETTBLOG@YAHOO.IT

La porta dell'Inferno è stata varcata *loading* volte...

CTHULHU FOR PRESIDENT

Benvenuti e bentornati nella Cripta di Cthulhu incauti viandanti. Il tema di questo nuovo aggiornamento ha come unico denominatore la lettera F. F come Fantasy, perché continueremo a seguire il destino del dott. Dei e del suo mentore nell’inquietante e suggestivo racconto: Nona Dimensione. Poi, tornando al tema principale di questo editoriale: la lettera F. F come Fantascienza. Da questa fredda cripta parte un racconto legato al mondo sopra di noi e per una volta parleremo di uomini che solcano le stelle e non degli dei che le abitano. L’astronave Berlin e il suo equipaggio vi porterà in nuovi mondi popolati alla ricerca di pianeti da colonizzare. Questa storia è il mio personale tributo al mondo fantastico creato da Gene Roddenberry (Star Trek) al quale in parte mi sono ispirato. SalutandoVi mi piace ricordarvi che il nostro Blog si pone al di sopra di ogni strumentalizzazione politica e sociale. L’unico consiglio che ci permettiamo di darVi nei prossimi giorni è quello di votare Cthulhu come Presidente del Consiglio… Perché votare il male minore (destra/sinistra) se si può scegliere la fonte superiore del male?
Cthulhu for President!
L’IMPRONTA DEL MALE
Un racconto di Luca Nisi
“Sì Capitano. La locanda era a poche centinaia di metri dalle caverne. Il tavolo era di legno, sorseggiavamo una birra color rosso rubino, il sapore ricordava la nostra frutta invernale. Ma di quel pianeta, signore, ricorderò solo le caverne a pochi metri dalla locanda, dove ritrovammo Janice, svenuta e con gli abiti strappati.” La foresta di Cristallia 4 è lussureggiante e nasconde qualcosa. Soltanto le piccole locande sparse qua e là nei sentieri sono le uniche possibilità di passare una notte tranquilla in quelle foreste maledette. Il giovane non ricorderà lo splendido tramonto sulla collina, con la sera che scende a valle abbracciando i resti della capitale, mentre il cielo si và a mischiare con il mare del Nord. Non avrà memorie delle meravigliose lune che risplendono nel cielo, nella notte di Cristallia. “Eravamo in missione, signore. Squadra standard, quattro elementi. Io, il comandante, l’ufficiale Hyrek e Janice”. Sorseggiavano quella birra, cercando di riscaldarci accanto al timido fuoco che scoppiettava nel camino. “Inutile ricordare ancora signore, inutile cercare di dimenticare le urla di Janice nella notte, ora è tutto insignificante. Ma se sono qui è solo per stendere di nuovo la mia versione. Come può un freddo rapporto assecondare tutto quello che è successo? Capitano. Sono arruolato nella flotta da quando ero bambino, ho seguito i miei genitori nel loro girovagare nello spazio. I miei amici sono stati sempre umani in divisa, i miei giardini i corridoi delle astronavi, i miei castelli gli alloggi vuoti. Mi ero emozionato quando fui scelto per sbarcare su Cristallia, non sono così fortunato da aver visto molti pianeti, tranne nelle consolle dei computer. Un giorno vorrei vedere la Terra, dicono che sia bellissima, mia madre è nata lì. Io, come mio padre, sono nato in un’infermeria su un vascello spaziale. Si signore, sto divagando, le caverne. Su quel pianeta la notte è lunga e fa freddo, Janice non era abituata alla birra e cercava un po’ di fresco appena sull’uscio.” Il giovane, alquanto agitato, ricostruiva l’accaduto: il comandante la guardava con la coda dell’occhio, Hyrek si era appisolato, il tenente ricordava che guardava disperato l’ora, aspettava impaziente che gli altri venissero a riprenderli. “Ero stanco signore e la lunga camminata dalla città alla foresta mi aveva distrutto. Non ero abituato a queste passeggiate, l’addestramento della flotta non prevede passeggiate.” I sentieri scolpiti nella foresta come unici monumenti, come ancore di salvezza dall’insania che la pervade. “Non so da cosa fosse stata attratta, so solo signore che scomparve in un istante. L’abbiamo cercata tutta la notte. I locali ci avevano avvertito di non portare donne nella foresta. L’abbiamo trovata la mattina appena qualche metro dentro le caverne. La sua trasmissione ha ricominciato solo nelle prime ore dal sorgere del sole. Forse un componente geologico bloccava la trasmissione del segnale. Non lo so, signore. Dopo, quando l’abbiamo trovata, Janice era svenuta a terra, i suoi vestiti ridotti a brandelli. Credo signore che le abbiano fatto violenza”. Il giovane fece una pausa. “Capitano, è viva?”
Il Capitano ascoltava il giovane Tenente di spalle e si voltò molto lentamente verso l’ufficiale. La sala del Capitano era accogliente, ma in quel frangente traspirava solo dolore. L’ufficiale comandante guardò negli occhi l’uomo, lo rassicurò sulla salute di Janice e lo rispedì nei suoi alloggi. Come si chiusero le porte il Capitano Flevi rimase da solo. Passò le mani sopra il suo comunicatore, fece un bel respiro e aprì un canale con l’infermeria. La conversazione fu breve e riservata, ora la faccenda si faceva ancora più seria. La giovane ufficiale, che in un primo grado si era pensata morta, stava bene. Ma questa non era una novità. Le ulteriori novità avevano dell’incredibile. Dai rapporti del restante team di sbarco, tutti davano per certo che la donna avesse ricevuto violenza, tanto che la Berlin era ancora in orbita su Cristallia, nascosta dietro una delle due lune. Anche il medico aveva riportato sul suo freddo rapporto segni di violenza sul corpo di Janice: tracce di lividi, bruciature ed escoriazioni. Ora la donna, che nella flotta aveva un grado di guardiamarina, aveva ripreso i sensi, assolvendo ogni criminale di Cristallia. Quando furono faccia a faccia disse al suo Capitano d’essere sì posseduta, ma d’essere consenziente. Il Capitano Flevi rimase impassibile dinanzi al rapporto della donna. Diceva di essere stata posseduta nelle grotte, non ricordava minimamente chi fosse l’essere con cui aveva avuto un rapporto sessuale, ma era convinta di non aver subito violenza. Giustificava gli ematomi con la passione di quel rapporto. Flevi la fissava immobile, poi non volle sentire altro. Liquidò la donna e rimase solo con il dottore. Niente delle parole della donna coincidevano con le versioni degli altri, il dottore aumentò poi il rebus, confidando al Capitano che la donna era incinta. Il Capitano Flevi sorrise, chiedendosi chi sull’astronave avesse puntato la donna, che descrivendola non avrebbe invogliato poi tanta gente. Anche se molto giovane, Janice era alta e camminava storta; i lunghi capelli neri con riflessi blu ed una frangia nascondevano un viso alquanto pronunciato. Il dottore interruppe la visione del Capitano, informandolo che il feto era alieno e che la donna prima di scendere su Cristallia non era affatto incinta. Il feto cresceva a vista d’occhio, entro due mesi la Berlin avrebbe avuto un nuovo figlio da mantenere. [continua…]
***
NONA DIMENSIONE
Un racconto di
Estinguere la razza umana. Suona sciocco, ma nella nona dimensione non era rimasto alcun essere umano vivo. Fu un particolare, uno sciocco particolare che svelò a Dei la vera natura della sua nuova condizione e gli fece maledire il nome di Chavin de Hauantar e il folle sogno del professor Guidi. Un piccolo stupido particolare. C’era un’automobile rossa, un rottame di automobile schiantata contro l’angolo del garage dove corre il tubo dell’acqua, una auto molto simile a quelle che siamo abituati a vedere, solo di un tipo che Dei non aveva mai visto in vita sua. Il cruscotto era completamente sfondato e i frammenti dei vetri facevano da tappeto al sordido cortile abbandonato. Resti di latte, pneumatici ed immondizia di ogni genere, come se qualcuno si fosse divertito a mandare all’aria tutto in preda a una vitalità orrenda e cieca, confermarono l’impressione che il palazzo era abbandonato da chissà quanto tempo. Fu un particolare, dicevo. Non c’erano tracce di corpi umani o altri resti di vittime tra i rottami dell’auto. Se si eccettua quel corpicino disteso poco lontano la portiera sinistra spalancata, vicino a un cumulo di stracci di quello che in tempi migliori era stato un cappotto di foggia alquanto curiosa. Un corpicino disteso, quattro ossa adagiate dormienti sull’asfalto, di cui avevano preso quasi il colore tanto era il tempo che dovevano essere state abbandonate. Un bambino insepolto da tempo indefinito. Fu in quel momento che Dei capì che qualcosa aveva preso il posto dell’umanità nel folle mondo della nona dimensione. Nessun essere umano vivo avrebbe permesso il protrarsi di un simile orrore. Nella disperata fiducia nei suoi simili in quel momento Dei traeva la sua stessa fonte di disperazione. Indietreggiò di scatto e ripensò alle ombre che la notte precedente strisciavano sui palazzi vuoti e per poco non rischiò di precipitare giù per i ripidi gradini. E le parole del dottor Guidi. “Sono qui. Sono qui!” Le tempie pulsavano, la testa bruciava. E poi, Dio… Quel bambino… Non era per il bambino. In fondo era diventato cinico abbastanza da sopportare una scena pur così macabra. Tutto l’orrore dell’immagine di quel bambino insepolto stava indiscutibilmente e unicamente nella tremenda e disperata possibilità che in quel mondo Dei fosse solo. Solo ed intrappolato in quella copia deserta della sua stessa realtà, nella nona dimensione. Qualsiasi cosa avesse annientato la razza umana, fosse ancora lì fuori o meno, fossero le ombre o chissà quale altra minaccia venuta a vendicare il sacrilegio del professor Guidi, Dei era quasi certamente condannato ad un’angosciante vita di solitudine, spesa fino all’ultimo dei suoi giorni aggrappandosi a qualche vana speranza di tornare indietro. Oppure l’alternativa era un orribile morte, come gli altri, come lo stesso Guidi, che era di sicuro andato incontro ad un destino spaventoso. E se pure il professore fosse stato ancora vivo probabilmente ormai era lontano, oppure disperso, o malato. E Dei era solo, solo e senza grosse opportunità di procurarsi del cibo o un mezzo di trasporto funzionante. Solo in un mondo che apparentemente sembrava speculare al nostro, eppure poteva rivelarsi ben diverso in alcuni particolari essenziali che gli avrebbero reso impossibile trovare Guidi o semplicemente sopravvivere senza l’aiuto di qualcuno. Qualcuno… Ma c’era davvero ancora qualcuno in grado di aiutarlo? Fu quando le idee all’interno della sua testa riuscirono infine nello sforzo di donargli di nuovo un po’ di equilibrio e farlo uscire dallo stato catatonico che quello strano grido giunse a dargli il colpo di grazia, costringendolo a ripiombare nel più profondo abisso di ansia. Capite cosa vuol dire realizzare di essere gli unici esseri umani ad essere sopravvissuti sulla Terra della nona dimensione? Realizzare di essere gli unici probabili sopravvissuti in un mondo alieno morto che non è altro che una grottesca copia del nostro? Realizzare di essere soli e poi sentire un rumore, quel rumore. Non era nulla di umano quello che aveva gridato. Seguì un fracasso imprecisato, poi di nuovo quel silenzio innaturale che gli aveva dato il benvenuto in quella dimensione da incubo. Dei credeva di impazzire. Un altro tuono lontano echeggiò nella vuota tromba delle scale. Stringeva in mano il cristallo, lo stringeva così forte quasi da fargli sanguinare le mani. Ormai non era più in grado di controllare le sue azioni e decise di farla finita con gli ultimi gradini e raggiungere l’atrio, come un automa, trovandosi di fronte alla suprema conferma dell’orrore in cui era stato risucchiato senza possibilità di ritorno. Le vetrate che facevano da parete al lungo corridoio che portava all’uscita erano quasi intatte. Lungo i pilastri di cemento, sul pavimento coperto di macerie, giaceva una serie infinita di cadaveri umani, la maggior parte dei quali ridotti ormai a scheletri; come l’uomo che bloccava la porta dello studio, come il bambino morto là sotto, giù nei garage. Dei camminava su un tappeto d’ossa e la stessa immagine del bambino morto faceva quasi ridere, di fronte all’inappellabile testimonianza di uno sterminio sistematico di esseri umani. Dei si chiedeva se sarebbe mai riuscito a togliersi dal naso l’odore di morte di quella montagna di cadaveri. Tutta quella gente si era probabilmente ammassata nel palazzo nel tentativo di sfuggire a qualcosa che li minacciava dall’esterno, quello stesso qualcosa che li aveva poi crudelmente massacrati e divorati. Seguirono interminabili istanti, rotti soltanto dal tuono distante, poi finalmente la fonte dell’orrendo grido uscì fuori da un mucchio d’ossa e Dei dovette fare appello a tutte le sue forze per non urlare a sua volta. Teneva nelle orrende fauci il corpo semidecomposto di un uomo di colore, uno di quelli che doveva essere morto per ultimo perché aveva ancora della carne addosso. Poi ne uscirono fuori altri due, dagli angoli opposti del soffitto del lungo corridoio, al termine del quale ammiccava la pallida luce del sole. Sembrarono quasi materializzarsi dalle ombre, agli angoli più lontani di quella che era divenuta un’immensa tomba. Il dottor Dei avrebbe potuto giurare che prima non c’erano. I demoni vendicatori di Sacsayhuaman, cos’altro potevano essere? Avevano seguito il dottor Guidi e avevano sterminato l’intera popolazione della Terra della nona dimensione. Le iscrizioni su cui avevano speso mesi di studi d’altronde parlavano chiaro; “l’uomo che varcherà senza permesso la Soglia che non si deve varcare non raggiungerà mai la pura conoscenza, ma macchierà in eterno la sua anima del sangue di una schiera sterminata di innocenti […] ” La superbia di aver ignorato l’avvertimento era stata pagata con un prezzo troppo alto. Nel perseguire il suo folle sogno di conoscenza, il dottor Guidi si era macchiato di un crimine troppo grande per accettare di esserne complice. I demoni vendicatori di Sacsayhuaman, gli stessi mostri che avevano ucciso i tre peruviani e che avevano condannato il vecchio assistente del professore ad un’eterna muta esistenza sul ciglio dell’abisso in fondo alla montagna. Non era la prima volta che il dottor Dei doveva sopportare quella visione, ma ora che la vedeva reale di fronte ai suoi occhi, viva, orrenda e pulsante, avrebbe voluto togliersi il groppo che gli esplodeva in gola, gridare di nuovo come la notte precedente e abbandonarsi alla follia e alla morte. Aveva visto quelle forme sgraziate e contorte già nel tempio sotto la montagna, oltre che nei sogni confusi che ogni tanto erano tornati a tormentarlo, materializzando gli assassini dei tre portatori. Erano davvero ad immagine e somiglianza del loro dio. Dei, di fronte alle rozze e approssimative fattezze dell’idolo di Sacsayhuaman, aveva sempre voluto credere che gli antichi scultori avessero donato alla statua del dio quell’aspetto deforme e bizzarro per sviare e intimorire i fedeli, come già avevano fatto in modo differente incidendo la liscia superficie del Lanzon. Solo un fantasia deviata o una mente determinata in modo diabolico a occultare la verità poteva far passare per un giaguaro la testa di quello che sembrava essere un mostruoso aracnide, nonostante alcune vaghe somiglianze con i mammiferi, che rendevano le creature ancora più repellenti. Di questo si trattava, questa era la natura del mostruoso Sacsayhuaman e del frutto del suo immondo ventre, generato nell’ombra per seminare la morte. Le creature somigliavano in parte a degli enormi ragni, come faceva pensare la fitta copertura di peluria e le enormi zanne che avevano contribuito a far nascere l’equivoco o la menzogna del giaguaro. Il resto del corpo era quello di un mostruoso crostaceo, delle dimensioni di un orso di grossa taglia, con otto zampe e due enormi chele con le quali i mostri facevano a pezzi le loro vittime. Gli occhi erano forse la parte più orribile, perché somigliavano vagamente ad un’iride umana cieca. Si trovavano sulla “testa del giaguaro” ed erano disposti come quelli dei camaleonti. All’apparenza erano retrattili e capaci di ruotare per 360°. Attardarsi più a lungo nella loro descrizione non ci aiuterebbe neppure lontanamente a rendere l’idea di quello che Dei vide davvero: quelle creature sembravano semplicemente partorite dalla mente di un sognatore folle. Solamente un pazzo infatti avrebbe potuto concepire simili orrori, che non avevano niente a che vedere con nessun altro tipo di creatura conosciuta nel nostro mondo. Mondo che pure abitavano, nelle caverne sotto Ande, come Dei stesso aveva potuto sperimentare di persona nel suo maledetto viaggio con il dottor Guidi, quando aveva intrapreso un cammino senza ritorno. Ora che aveva la conferma di quello che doveva rappresentare realmente la Testa del Giaguaro, la repulsione del giovane ricercatore per quell’oggetto maledetto sembrava aver raggiunto livelli più che intollerabili. Eppure non poteva fare a meno di stringere al petto il cristallo alieno. [continua…]
*** 
POLVERE DI TEMPO
Una poesia di Luca Nisi
Non piangere amore,
sono solo un’orma su una spiaggia,
alla prima fragile onda,
ti lascerò sognare.
***
UNA BOTTIGLIA MEZZA VUOTA
Una poesia di Simone Ceccano

Triste è la vita di chi al mondo guarda con occhio straniero
Il disilluso occhio che scruta il nulla attraverso una bottiglia,
Mezza vuota o piena, in una taverna in un cui nascondere i peccati,
all’occhio prosaico e stanco delle bestie che osi chiamare uomini.
***