Leggende dalla Cripta di Cthulhu
Racconti di Simone Ceccano e Luca Nisi liberamente ispirati all'universo del maestro H.P.LOVECRAFT
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La porta dell'Inferno è stata varcata *loading* volte...


Illustrazione Copyright © John Coulthart
Bentrovati cari lettori, in questo aggiornamento sul finire di aprile, in cui scoprirete L’impronta del Male crescere e svilupparsi nel ventre di una donna, nei remoti spazi attorno alla suggestiva Cristallia. Mese in cui avrete la certezza del destino a cui il giovane Dei ci ha condannato tutti, seguendo la folle danza del suo mentore verso la morte, come una falena troppo attratta dal fuoco, ne la Nona Dimensione. Bentrovati tra noi, dunque. Dall’ultima volta qualcosa è cambiato: avete scelto infine. Avete scelto un altro insignificante essere umano a reggere i vostri destini. Non facciamo politica, in fondo era solo una provocazione, l’uno valeva davvero l’altro o forse il tempo saprà smentirci, chissà? Quello che importa è che avete scelto l’uomo, e la punizione per questo vostro eccesso d’arbitrio sarà privarvi della sublime vista del nostro/vostro dio a cui siamo tanto devoti almeno per questo mese. Rassegnatevi ad immaginarlo soltanto, nuovamente dormiente e rinchiuso nelle ciclopiche volte dalle geometrie non-euclidee della cripta in cui eternamente riposa, in questa splendida visione della città morta di R’lyeh scaturita dai sublimi incubi di John Coulthart. In un mondo senza giustizia in cui troppo spesso le creature che chiamiamo esseri umani si rivelano essere nient’altro che dei mostri, forse la giustizia di un dio che non ha nulla di umano si sarebbe rivelata essere meno mostruosa di quanto possiamo immaginare. Ma come non facciamo politica, non facciamo neanche morale, e tantomeno possiamo prevedere il futuro, sarebbe forse un orrore troppo grande. Ci divertiamo solo a scrivere, sperando che una grigia realtà che sembra sempre più una prigione cosmica di routine non uccida un giorno per sempre la nostra ispirazione. Da Simone e Luca…
Buona Lettura
NONA DIMENSIONE
Un racconto di Simone Ceccano

Nonostante Guidi fosse il responsabile di tutto quello che stava accadendo, la forza delle sue parole continuava in qualche modo ad avere ascendente sulla mente di Dei, ormai nella più totale confusione, completamente incapace di articolare pensieri che non fossero i più bassi istinti di sopravvivenza: “Non lasciare mai per un minuto la Testa del Giaguaro…” Le dita chiuse in una stretta disperata sulla superficie liscia del cristallo facevano male quando le creature iniziarono ad avvicinarsi lentamente. La prima arrancava tra la montagna di ossa con le orrende zampe da ragno, tenendo ancora nelle fauci la triste vittima della sua cieca volontà di uccidere. Le altre due scivolavano silenziose sul soffitto, facendo vibrare le zanne in direzione della loro prossima preda, roteando gli enormi occhi ciechi e sondando l’aria con le enormi chele. Dei si accucciò sul pavimento tremando, incapace anche di urlare. Si era rassegnato ad attendere la fine, quando quello che restava della sua coscienza e del suo istinto di sopravvivenza lo fecero invece scattare improvvisamente in piedi, brandendo la testa di cristallo come se fosse uno scudo contro le ombre sempre più vicine. E Dei non morì quel giorno. I mostri indietreggiarono, quasi come paralizzati, mentre seguivano ogni movimento del giovane con gli orribili occhi roteanti. In quel momento Dei aprì i suoi occhi e fu consapevole di quanto quelle creature temessero il possessore del misterioso cristallo, e a cosa il dottor Guidi aveva realmente rinunciato: consegnandogli la Testa del Giaguaro, il professore si era volontariamente condannato a morte. Perché mai l’anziano rettore aveva preso una decisione del genere? Al ritorno del primo barlume di ragione arrivarono pian piano anche le risposte. Il sospetto che Guidi non volesse in realtà essere seguito dal suo giovane amico, ma che gli avesse consegnato il maledetto manufatto all’unico scopo che nessuno potesse varcare ancora la soglia e condurre nuovamente quegli esseri nel nostro mondo divenne una conferma, con tutte le conseguenze che comportava. Seguendo Guidi nella nona dimensione, Dei aveva infatti involontariamente scelto di condividere la sorte del suo mentore. Guidi aveva scelto di morire e non tornare indietro per non permettere ai quei mostri di seguirlo una seconda volta oltre la Soglia e fare ritorno nella nostra realtà. Se voleva scongiurare che il nostro mondo subisse lo stesso infelice e orribile destino che era toccato alla Terra della nona dimensione, Dei non poteva più fare ritorno a casa. I pensieri tornarono nuovamente a zittirsi quando la creatura che aveva visto per prima lasciò cadere dalle fauci il cadavere, proprio di fronte ai suoi piedi. Un tonfo sordo sul pavimento del corpo di quel disgraziato, poi i tre demoni di Sacsayhuaman rotearono gli enormi occhi umani in un movimento che era troppo orribile pensare non essere casuale. Vibrarono le zanne e scomparvero nelle loro stesse ombre, come erano venute, lasciando l’uomo impietrito in quel deserto labirinto di ossa umane, di fronte ad un corpo senza nome. La paura delle ombre e del buio da quel momento in poi divenne sempre più una fobia patologica. Dei rimase ancora per qualche istante in piedi appoggiato alla parete fissando il muto cadavere dell’uomo di colore. La testa era tornata ad esplodergli e il bagliore lontano del cortile illuminato dal pallido sole oltre il portone divelto in fondo al corridoio sembrava attirarlo e respingerlo al tempo stesso, bloccandolo momentaneamente vicino a quelle scale in preda ad un terrore paralizzante. Nonostante la consapevolezza di cosa poteva attenderlo fuori, non avrebbe comunque resistito molto tempo lì dentro, in quel corridoio pieno d’ombre. E poi mille ipotesi fioccavano ora nella sua mente devastata, ipotesi che fino a poco tempo prima avrebbe considerato fantasiose, se non ridicole, e che ora tornavano a tormentarlo sotto una luce totalmente differente. I tasselli del puzzle sembravano ricomporsi da soli. Le notizie di qualche anno prima su misteriosi avvistamenti di giganteschi ragni neri vicino alle sorgenti del Rio delle Amazzoni e in alcune località andine, che le riviste scientifiche avevano bollato come una volgare montatura, costituivano ora nient’altro che una prova ulteriore della presenza di quelle orribili creature nella nostra stessa realtà. Persino le leggende indie sugli irti dirupi coperti da foreste di eucalipti che circondano il Titicaca, che narrano di demoni e antiche divinità in lotta con i missionari spagnoli per il dominio delle anime della popolazione, schiudevano improvvisamente tutta la terribile verità sulle proprie origini. Quelle cose potevano aver abitato millenni prima le ciclopiche mura di Sacsayhuaman, e quasi certamente si tenevano nascoste, dimenticate da eoni e celate agli occhi degli uomini, in chissà quali rovine e gallerie dimenticate nascoste tra la giungla amazzonica e i picchi inaccessibili delle montagne peruviane, aspettando un cenno delle crudeli divinità che reggono i nostri destini per risvegliarsi. Non aveva ormai più dubbi su cosa fossero i mostri che avevano ghermito gli sventurati peruviani, che non avevano più rivisto la luce del sole. Ancora di più lo devastava pensare all’abisso senza fondo al centro del tempio nella caverna. Per quanto ne sapeva nelle sue oscure profondità potevano esserci legioni di quei demoni, in attesa solamente che il terribile Sacsayhuaman si risvegliasse per scatenare l’Inferno anche nel nostro mondo. Ma di sicuro la cosa che più lo sconvolgeva era la consapevolezza che, avendo quei mostri probabilmente sterminato la popolazione dell’intero pianeta, ricomporre ora in un unico quadro i segreti della nona dimensione e della nostra sarebbe stato per sempre un sogno irrealizzabile. Che responsabilità aver privato in eterno l’umanità delle risposte che fin dall’alba dei tempi ha sempre cercato! Ecco cosa proteggevano i sacerdoti di Chavin de Hauntar: l’unica opportunità per la razza umana di ricomporre l’oscuro e terribile disegno cosmico che gli dei indifferenti hanno sempre deciso di tenerle nascosto. Se nessuno degli abitanti della nona dimensione a conoscenza di quei segreti era rimasto vivo, il disegno degli dei sarebbe rimasto per sempre una tavolozza senza colori e gli occhi dell’umanità due pozzi ciechi che non avrebbero mai più visto la luce. Ricordava ancora i momenti in cui il dottor Guidi sembrava quasi preso da un’estasi mistica mentre pregustava i frutti della ricerca di una vita: “Ti sei mai chiesto Francesco perché non riusciamo a scoprire il mistero delle grandi teste di pietra sull’Isola di Pasqua? O la reale funzione delle piramidi d’Egitto? O il perché di Stonhenge, lì, in quel luogo e proprio in quel periodo?” Il vecchio professore aveva gli occhi iniettati di uno strano fuoco quando si concedeva agli interminabili monologhi su quella che credeva essere la sua missione e il suo destino. Lo stesso sguardo fanatico che si era manifestato sul ciglio dell’orrendo abisso, quando lo aveva strappato alla morte. Lo stesso di quella maledetta notte in cui il primo rituale aveva avuto successo, condannando l’uomo a strisciare come un verme per l’eternità. Il sogno di Guidi era infranto per sempre, ormai rimanevano solo le sue parole, nella mente dell’unico uomo che gli aveva scioccamente creduto. “E se tutti questi segreti non riusciamo a scoprirli semplicemente perché non sono nascosti nella nostra realtà? Se quei manufatti e quelle città dimenticate sono state lasciate sulla Terra da un popolo che veniva veramente da lontano, lontano nello spazio e nel tempo, da una dimensione e da una realtà che non era totalmente come la nostra? Oppure hai mai pensato se gli dei stessi, che altro non bramano che l’uomo rimanga in eterno nella sua miseria e nella sua ignoranza, avessero nascosto quei segreti nella nona dimensione per impedirci di crescere, di elevarci?” A queste parole Francesco Dei aveva creduto per più di tre anni. Aveva pensato a Guidi come a un benefattore dell’umanità, un disinteressato filantropo che aveva messo in gioco la sua vita intera per quello scopo e non chiedeva altro in cambio che il suo nome venisse ricordato. Per tre anni aveva seguito quell’uomo credendolo davvero un angelo mandato dal Dio della sua infanzia, lo stesso della cui esistenza ora dubitava. Erano stati invece tre anni al seguito del novello Lucifero ribelle, del falso Prometeo che non aveva lasciato agli uomini neanche il fuoco, ma era solamente perito, consegnando loro in eterno il buio dell’ignoranza e le catene con cui gli dei avrebbero diretto i loro destini ciechi. Consapevole della sua complicità in un simile delitto, Dei coprì ciò che restava del cadavere dello sventurato con una coperta rubata da uno degli appartamenti con la porta sventrata che stavano al pianterreno e si decise ad uscire, barcollando verso la luce in fondo al portone divelto. Uscì fuori come un automa, incontro al proprio destino. Cercare gente viva, scoprire se il dottor Guidi era miracolosamente sopravvissuto, che senso poteva avere ormai? Doveva cercare un posto in cui morire e pregare che i demoni da soli non riuscissero ad utilizzare la Testa del Giaguaro per tornare indietro. Un pallido sole illuminava la strada dalle palazzine basse di Monteverde che Dei conosceva così bene. Di tanto in tanto il silenzio a cui ormai aveva cominciato ad abituarsi era interrotto dai soliti tuoni lontani, come la notte precedente, nonostante non ci fosse una nuvola in cielo. Malgrado ciò, e nonostante che la disposizione delle case fosse tutta sbagliata, come in un’immagine speculare, Dei per un momento pensò che tutto sembrava davvero come a casa sua, nella Roma che conosceva, se quello non fosse stato un quartiere di negri. Ne fu conscio osservando la vecchia in avanzato stato di decomposizione issata da chissà quale forza aliena in cima ad uno dei piccoli lampioni della piazzola antistante ai garage e all’ingresso del condominio. Altri tre tristi cadaveri, dilaniati non molto prima delle interiora e lasciati marcire al sole senza che ci fosse un avvoltoio a finirne i resti, confermarono una volta in strada che in quella Roma della nona dimensione non c’era un uomo bianco. Da quello che poteva capirsi dai resti dei pochi cadaveri non totalmente scarnificati, gli abitanti di quella città aliena avevano dei lineamenti caucasici nonostante il colore della pelle. Avanzò un centinaio di metri fino a imboccare la via principale. C’erano le targhe delle vie, quelle sui rottami delle automobili, le insegne divelte dei negozi, ma erano scritte in quei caratteri incomprensibili che aveva già visto nello studio. Nascose la mano che stringeva il cristallo all’interno della giacca e si diresse a destra, dalla parte opposta in cui sarebbe andato se fosse stato veramente a Roma, in direzione della chiesa oltre l’incrocio. Camminò con andatura regolare e meccanica, finché l’ombra di una chela sull’asfalto gli rivelò di non essere solo. Si guardò intorno in quella città devastata e silenziosa, e si accorse che non c’era scampo all’orrore, dovunque decidesse di andare. [continua…]
***
RIFLESSIONE DELLE 23:48
Una poesia di Luca Nisi

Rivalutiamo le nostre remote origini,
fermiamoci all'attività biologica.
Resistiamo all'istante interminabile dopo il sudore,
non vediamoci altro d'inutile... Sigaretta?
***
LA PRIGIONE DELL’ANGELO
Una poesia di Simone Ceccano
Una pioggia seppur battente di lacrime cadute dal cielo,
Non cancella l'odore di piume bruciate nelle mie narici.
E il sole che non avevo mai visto, se non sotto i miei piedi,
Non vedi che mi acceca, mi brucia, strazia la mia carne?
Spezza le catene d'oro che mi tengono in una gabbia d'amore,
Lasciami volare solitario nei freddi spazi bui oltre la Luna,
E nel silenzio del cosmo, tra le fredde correnti di Zephiro,
Il mio battito d'ali di nuovo libere mi parlerà di te per l'eternità…
***
L’IMPRONTA DEL MALE
Un racconto di Luca Nisi

La sala tattica era affollata, nel pomeriggio spaziale si alternavano i componenti della squadra di sbarco per presentare la propria versione. Il Capitano Maurizio Flevi indossava la divisa ordinanza come fosse la bandiera della flotta. La sua figura sembrava quasi scintillasse a confronto con il resto dell’equipaggio. La Berlin era sì una nave d’esplorazione, ma la sua missione era quella di selezionare nuovi pianeti per portare coloni terrestri. Questo pianeta Cristallia era il quarto degli otto presenti su questo sistema stellare. I primi due erano in uno stadio molto lontano dalla possibilità di vita, mentre il terzo, il quarto e l’ottavo potevano essere adatti ad una colonizzazione. La scelta era caduta sul quarto, visto che gli altri due erano troppo popolati e la flotta non poteva permettersi una strage d’alieni; avrebbe occupato troppi soldi, armi ed uomini, ma soprattutto tempo. Il quarto era perfetto, gli alieni che ci vivevano erano molto simili ai terrestri e venivano da guerre atomiche che li avevano decimati. Sarebbe stata un’invasione pacifica, quasi concordata con le tremila unità rimaste su un pianeta che raggiungeva una grandezza simile al nostro Marte. Il comandante Stetton arrivò puntuale, scivolò nella sala tattica e presentò l’ultimo rapporto. Anch’egli, come avevano fatto prima di lui il giovane Tenente e l’ufficiale Hyrek, confermò che come si erano accorti della scomparsa di Janice l’avevano cercata nella fitta boscaglia, indirizzati dalle urla della donna. Il primo ufficiale era convinto che quelle grida fossero di una persona spaventata ed immersa nel terrore, nulla da poter associare ad un minimo piacere. Poi il Capitano fu assolutamente incuriosito da una parte del rapporto. Gli alieni avevano sconsigliato d’inoltrarsi con una donna nella foresta. Janice è la biologa e la sua presenza era fondamentale per la missione. Anche il Tenente Parker aveva accennato a questo avvertimento. “Cosa si nasconde nella foresta tanto che le donne non possono entrare?” Chiese il Capitano. Il comandante fu invitato a sedersi e cominciò il suo racconto. “Ci portarono all’inizio della foresta e ci mostrarono un piccolo cimitero che costeggiava il sentiero che prendemmo più in là. C’erano diverse lapidi, quasi tutte senza nome. Ci dissero che non potevano dare un nome ai corpi ritrovati. Almeno per quello che ne rimaneva, era impossibile fare un riconoscimento. Qualcuno domina nelle foreste, qualcosa più antico degli stessi Cristalliani, qualcuno che attacca solo le femmine, che si ciba delle loro carni… Signore, ci avevano assolutamente sconsigliato di addentrarci nella foresta!” Fece una lunga pausa. “Mi prendo le mie responsabilità signore, ero io al comando della squadra, forti delle nostre armi e della nostra tecnologia. Insomma signore, siamo ufficiali della flotta, non possiamo permetterci d’avere paura!” Il comandante aspettava la severa risposta del Capitano Flevi. L’ufficiale comandante intanto si era alzato dalla sua scrivania e aveva cominciato a cercare le stelle, guardando l’oblò che si affacciava a prua della Berlin. Non parlò per diversi secondi, poi si avvicinò al suo secondo. Il Capitano chiese a Stetton di tornare sul pianeta ed indagare su cosa o chi avesse assalito il guardiamarina Janice Rett.
A terra nella polvere con uno sconosciuto, accarezzare la pelle del male, Janice non arrossiva mentre raccontava. Neanche mostrando il suo seno martoriato dalle effusioni violente arrivate dall’altro lato del letto. Sorrideva, osservando gli stivali d’ordinanza posti in un angolo del suo alloggio. La sua stanza sembrava sudare per lei, dalle pareti vicine ai banchi phaser ogni tanto trasudava calore. Mentre il lenzuolo bianco come le nuvole viste su Cristallia era macchiato di rosso, mentre Janice tentava ancora una volta di difendere il suo assalitore. “Parlami di nuovo di quest’essere. Parlami delle caverne. Parlami del perché hai urlato nella notte!” Domandava il Capitano. Janice stringeva la mano al dottore, mentre con l’altra si accarezzava dolcemente la pancia dopo aver saputo d’essere incinta. “Ognuno racconta una storia, ognuno ha la sua battaglia ed ognuno ha la sua vittoria.” Ribatté Janice al Capitano, mostrandogli di nuovo la pancia nuda. Il Capitano Flevi la guardò di nuovo negli occhi per diversi istanti, poi con un cenno del capo salutò il dottore ed uscì dall’alloggio della donna. Fece qualche passo nel silenzioso corridoio della nave, poi, dinanzi un oblò, commentò a bassa voce, quasi disperato: “Ad ognuno i suoi errori.” Errori o semplicemente orrori? Questi, a dieci giorni dall’accaduto, erano ancora i dubbi del Capitano Flevi. Ora, con le notizie giunte da Cristallia tramite il comandante Stetton, l’impronta del male sembrava essersi adagiata nel feto della giovane umana.
Il dottore tamburellava nervosamente le dita sulla sua scrivania, mentre il Capitano finiva di leggere il suo rapporto medico. La politica della verità, è l’unica ragione che spinge un medico ad affrontare razionalmente un caso come questo. Ma non c’era più tempo per cambiare gli eventi, la mossa era stata fatta e Janice era ormai sotto scacco. Il Capitano continuava a fissare gli schermi in infermeria. Schermi che mostravano la vita che si creava nella giovane ufficiale. Il comandante della Berlin constatava che per Janice questo era l’evento più significativo della sua giovane vita. Allo stesso modo questa nascita aveva messo in apprensione tutti sul vascello, soprattutto gli ufficiali più anziani che conoscevano la terribile verità riportata dal comandante Stetton dal pianeta. I due ufficiali cominciarono una lunga conversazione. Il tema della riunione in infermeria era uno solo, come procedere. Già, come procedere dinanzi al male? La donna era stata fecondata da un essere che gli stessi Cristallliani temono solo a nominare. La donna era stata posseduta da una creatura demoniaca, che è figlia stessa della terra. Molte prima di lei erano state attratte da canti notturni nei boschi, ma di loro erano stati ritrovati solo cadaveri in decomposizione. La guerra atomica su Cristallia non fece morti solo per i Cristalliani, ma i decenni di guerre hanno ucciso anche molti di questi esseri. Ora anche loro sentono il bisogno di riprodursi, ma il cuore che batte nella creatura che vive dentro Janice è quello di un demonio. I pochi Cristalliani rimasti hanno urlato il loro avvertimento di uccidere subito la donna, di non farla partorire, perché se l’essere senza nome fosse uscito vivo da quel parto, per lei e per chi fosse stato lì accanto non ci sarebbe stata speranza. Il medico non voleva credere a queste leggende, ma la scienza è molto più sicura quando dispone delle macchine per provare la veridicità di certe affermazioni. Le ecografie affermavano le teorie dei sopravvissuti di Cristallia 4: non era umano l’essere che cresceva in Janice. Anzi, le sue fattezze erano mostruose ed indescrivibili, tranne una cosa che lo schermo dell’infermeria aveva ingrandito del 50%. I denti. Sì, i suoi dentini cominciavano già a vedersi ed erano almeno quaranta. Secondo una stima del dottore potevano arrivare anche al doppio. Tra meno di due settimane il bambino mostruoso sarebbe venuto alla luce, visto che le ipotesi di aborto erano nulle. L’angoscia per questa storia aumentò, come il battito del loro cuore, quando videro il guardiamarina Janice Rett presentarsi notevolmente agitata in infermeria. [continua...]
***