Leggende dalla Cripta di Cthulhu

Racconti di Simone Ceccano e Luca Nisi liberamente ispirati all'universo del maestro H.P.LOVECRAFT

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martedì, 23 maggio 2006
Editoriale: LEGGENDE DALLA CRIPTA DI CTHULHU parte XXVIII

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 Illustrazione Copyright © Harold Arthur McNeill 

 

Assidui lettori, davvero credete che, nonostante l’umanità, questo pianeta sia così importante? Credete plausibile che se esistano delle forme intelligenti al di fuori del nostro sistema solare siano davvero interessate ad avere un primo contatto con noi umani? Il nostro splendido pianeta è davvero un paradiso. Credo fortemente che la natura sia una cosa meravigliosa, eppure questo pianeta, che  immaginandoci di arrivare appena superato Marte, riconosceremmo per il suo intenso blu che lo contraddistingue, sia veramente malato e sopraffatto. Sia inquinato da esseri malvagi, crudeli e senza scrupoli, consci della loro superiorità su ogni forma di vita terrestre, da secoli sprigionano morte e distruzione in ogni angolo del pianeta. Finché il grande Cthulhu non si desti dal suo millenario sonno annientando definitivamente l’umanità saremo costretti a vivere malgrado noi stessi, oppure aspettando che madre natura in un gesto estremo di sopravvivenza non si liberi definitivamente del peggiore dei suoi parassiti: l’uomo.

Premesso questo, la redazione della Cripta di Cthulhu vi augura una buona lettura, nel nostro nuovo aggiornamento.

 

 

“Hanno fatto il primo passo verso la vera natura umana: hanno imparato ad uccidere." Spock - La mela

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lunedì, 29 maggio 2006
Racconto: NONA DIMENSIONE - parte undecima

NONA DIMENSIONE

 

Un racconto di Simone Ceccano

 

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Erano lì, a decine, a centinaia; strisciarono dal buio delle finestre cieche, dai terrazzi sbeccati illuminati dalla luce sbiadita dell’astro morente, dalle macerie e dai rottami che ostruivano la strada, dai mucchi di cadaveri abbandonati dappertutto. Sgusciarono fuori in silenzio, come la notte precedente, come nell’androne, senza fare il minimo rumore, annunciati dai tuoni e celebrati dal silenzio di una città che non era divenuta altro che un immenso cimitero. Più si avvicinavano e più le ombre dei palazzi che avevano partorito quei mostri sembravano allungarsi, come dita lunghe e affusolate che cercavano di ghermire un uomo ormai sull’orlo della follia. Dei trattenne a stento di nuovo un urlo, quando vide una di quelle creature strisciare sulla terrazza al primo piano del grosso palazzo di fronte, a meno di cinque metri da lui. Il mostro gridò, emettendo lo stesso orrendo suono che Dei aveva sentito nella tromba delle scale del palazzo. Roteava quegli enormi occhi dalle pupille cieche, quegli occhi inespressivi e maledettamente umani, tastando lentamente l’aria con le enormi zanne che i sacerdoti di Chavin pietosamente avevano tramandato appartenessero ad un giaguaro. Osservava il piccolo uomo in quel silenzio innaturale, ma non osava avvicinarsi perché la creatura tremante e dai nervi completamente in pezzi sotto di lui continuava a stringere nella mano la maledetta Testa del Giaguaro, che aveva reso possibile lo scatenarsi di un simile orrore. La stessa Testa che ancora impediva che la vita del suo possessore avesse tragicamente fine, come era stato per tutti gli altri. Serrò di più la presa e si mise a correre, fin oltre l’entrata della chiesa, lungo la ripida salita di asfalto, fino a ritrovarsi senza fiato sulla piazzola che ospitava l’edificio, mentre gli orrendi demoni lo seguivano lentamente, a legioni, sciamando dagli edifici vuoti e dalle strade in cui avevano messo in atto l’inconcepibile massacro. L’enorme campanile di cemento era lì, solo dalla parte opposta e spezzato sulla sommità, come se qualcosa di gigantesco avesse tentato di divellerlo fin dalle fondamenta. La chiesa invece sembrava quasi intatta e gli occhi di Dei si posarono ingenuamente su di essa, nella folle speranza che quell’edificio potesse essere di qualche salvezza in un mondo in cui anche Dio aveva cessato di esistere. Infantile desiderio destinato ad essere deriso dal destino stesso: non c’era salvezza alcuna, bensì di fronte a quella chiesa si sarebbe consumata soltanto l’ultima visione destinata ad uccidere per sempre tutte le sue speranze. Qualcuno aveva costruito una piccola piramide a gradoni con delle enormi pietre squadrate incastonate perfettamente tra di loro con una tecnica sconosciuta. Le mura megalitiche di Sacsayhuman, vicino Cuzco, e la volta del tempio della caverna nei pressi di Chavin, svelavano quale orrenda mano aliena le avesse costruite. In cima vi era il cadavere di un uomo dalla testa canuta. Il ventre del poveretto era stato squarciato e gli arti straziati era stati infine infilzati su una strana croce che ricordava una svastica dagli angoli arrotondati, in modo tale che l’intera scena facesse somigliare il disgraziato ad una patetica e blasfema caricatura del Cristo. La presenza di quel simbolo associato a quelle creature avrebbe lasciato spazio a chissà quale fantastiche congetture, ma non era più tempo per studiare, per apprendere. Per Dei era rimasto solo il tempo per farla finita e scacciare via per sempre l’orrore che aveva contribuito a scatenare. Quale tremenda colpa aveva attirato su quell’uomo crocefisso la cieca ira di quei mostri, che non si erano limitati solamente a divorarlo come gli altri? E quale tremenda scoperta avere la conferma di sapere quelle cose orribili intelligenti, in grado di costruire, torturare, uccidere in modo consapevole e raffinato! E come pensare alla propria di vita di fronte al sospetto sull’identità di quel singolare condannato a morte, che lo scavava dal di dentro fino a consumarlo? Senza voltarsi indietro Dei si arrampicò sui gradoni e guardò infine in viso l’uomo; poi si accasciò a terra, in lacrime. Il volto era sfigurato, gli occhi che un tempo avevano brillato di una luce fanatica e determinata non c’erano più. Che tremendo destino lo aveva infine atteso! Gli avevano cavato gli occhi, strappato la lingua, il naso e le orecchie, quasi per condannarlo per l’eternità a non poter apprendere nulla dall’esterno, lui che si era venduto l’anima in nome di un supremo sapere che gli era stato negato. Il dottor Guidi aveva pagato infine il prezzo di un sogno troppo grande, e quale prezzo! In quel momento, di fronte all’orrendo palcoscenico di una rappresentazione da incubo, un ultimo tuono esplose lontano, come se oltre il cielo, oltre le stelle, gli Dei ridessero empi e beffardi di fronte al triste e orribile destino della misera creatura che con la sua superbia aveva avuto l’ardire di sfidarli. Ai piedi della croce uncinata grondante di sangue raccolse la vecchia Beretta del professore, con due colpi ancora in canna. Questa volta non era servita a salvargli la vita come aveva fatto tante altre volte, dalle sabbie roventi di Al Alamein fino agli orrendi antri nelle profondità delle Ande in cui Guidi un giorno aveva riportato alla luce un segreto che sarebbe stato meglio lasciare marcire nell’ombra. Poi Dei si voltò e guardò in basso, nella direzione da cui era venuto, e capì che tra breve avrebbe raggiunto il suo maestro scellerato. Ora che aveva la certezza fosse morto, anche l’ultima residua speranza di trovare una soluzione al suo suicidio era svanita nel nulla. Ormai sotto di lui una fiumana nera di chele, zanne e terribili occhi roteanti si agitava come un empio oceano di male assoluto. I mostri avevano riempito la piazzola e ormai erano giunti quasi a circondare la piccola piramide. Era impossibile persino riuscire a contarli, la moltitudine di demoni che avevano eliminato la vita su un intero pianeta e che non aspettavano altro che fare ritorno sulla Terra. Voltò le spalle all’orrendo patibolo e corse nella chiesa, chiudendo il portone dietro le sue spalle. Non c’era traccia di altri cadaveri, né di nessuno di quei mostri. Ricordava la sagrestia  sotto l’altare principale, con la sua porta blindata, anche se la scala che conduceva nella piccola cripta si trovava a sinistra invece che a destra. Alle spalle dell’altare spoglio non c’era il crocifisso a santificare quel luogo ormai abbandonato, ma al suo posto la stessa croce uncinata che aveva scandito i passi delle armate del Fuhrer negli anni di follia che portarono l’Europa all’autodistruzione, e che era stata l’ultimo enigmatico patibolo in cui l’anima ribelle del dottor Guidi aveva trascorso gli ultimi istanti in questo mondo, prima di essere soffiata via in chissà quale angolo dell’eternità. Fece un rapido giro delle navate laterali e rubò quante più candele possibili dai piccoli altari votivi. Non c’erano dei o santi che gli fossero familiari. Divinità sconosciute e umane quanto il Cristo, seppur con la pelle color ebano, lo guardavano inespressive dalle finestre di mosaico, ultima e muta testimonianza di una civiltà morta i cui segreti non sarebbero mai più stati svelati. Consapevole di essere intrappolato in un mondo in cui anche Dio gli era estraneo, decise che si sarebbe barricato nei sotterranei in attesa di morire. Mentre i rumori contro il portone rivelavano che le orribili creature stavano già sciamando contro la porta della chiesa, per abbatterla e catturare il possessore della Testa del Giaguaro, Dei corse dietro l’altare e si chiuse alle spalle la pesante porta blindata della sagrestia, miracolosamente lasciata aperta, determinato a spararsi in testa con la vecchia pistola del professore, anche se non prima di aver finito di scrivere le sue ultime memorie, iniziate quella notte nello studio di Monteverde, poco meno di una settimana prima di intraprendere il suo ultimo viaggio, all’inizio del nostro racconto. Dei aveva riempito la stanza angusta di candele accese, in modo che non ci fosse neppure un angolo d’ombra, mentre già udiva sciami di quei mostri ticchettare con le orrende zampe sul pavimento della navata centrale sopra la sua testa. Presto avrebbero raggiunto la sagrestia. Nonostante la porta fosse molto resistente, nel giro di qualche ora lo avrebbero preso…

 

NOTE DEL DOTTOR FRANCESCO DEI

 

Ormai è ora di gettare la maschera e abbandonare la terza persona. Questa mia testimonianza non è altro che una farsa grottesca e disperata, dato che non esiste più nessuno che potrà leggerla, perché mi auguro che il mio corpo non faccia più ritorno sulla Terra. L’unico scopo di questo meschino diario è aggrapparmi a qualcosa di razionale, ricomporre il quadro completo e trovare la forza di ammazzarmi. Renderò omaggio ad uno degli unici momenti di lucidità dell’uomo che mi ha spinto in questo baratro di orrore e di follia, il mio cattivo maestro, il fantoccio crocifisso su quella svastica. Per lo meno  rispetterò la sua ultima volontà di sacrificio, il suo tardivo pentimento. Presto saranno qui, ma farò in modo che rimangano per sempre con me, quando varcherò la soglia da cui davvero non si può fare ritorno. Tra poco poserò questa penna, guarderò per l’ultima volta il cristallo maledetto tra le mie patetiche ginocchia tremanti e avvicinerò la canna della vecchia Beretta  alla tempia, pregando stavolta che il buio arrivi in fretta. Le nostre anime abbiano pietà della debole carne. Addio. I ultimi pensieri non si rivolgono a Dio perché ormai ho paura di quello che potrebbe essere.

 

 

(Da IL MESSAGGERO del 24 luglio 198X)

 

Stamane l’ispezione delle forze della Polizia di Stato, sotto la direzione del commissario Umberto Nisi, al civico otto di Via Vittorio Putti, Monteverde, non lontano dal Gianicolo e dalla zona Trastevere, ha rivelato i corpi di due cittadini italiani, identificati come Giacomo Guidi e Francesco Dei, entrambi facenti parte del corpo docente dell’Università di Firenze. Sebbene difficilmente riconoscibile per le tremende condizioni in cui è stato trovato, il cadavere sfigurato che bloccava la porta dell’appartamento è stato in identificato come quello del dottor Guidi, ucciso da un colpo di pistola in piena faccia e poi orrendamente mutilato sul volto, probabilmente per mano dal suo assistente. Rimangono da accertare le ragioni per cui Dei avrebbe compiuto il barbaro gesto, procurandosi poi egli stesso la morte con la stessa pistola usata contro la vittima. Le forze dell’ordine hanno trovato l’appartamento completamente devastato, forse dalla furia omicida dello stesso Dei, durante la violentissima colluttazione che deve aver preceduto la morte dell’anziano rettore dell’Università di Firenze. L’unico oggetto rimasto intatto nella stanza era un bizzarro manufatto di cristallo, di origine assolutamente ignota, rassomigliante vagamente alla testa di un felino o di qualche altro imprecisato animale. La strana scultura, di cui non si può stimare il valore, sembra sia in grado di sprigionare singolari bagliori scarlatti se esposta alla luce. Si pensa che sia stata essa stessa la causa della contesa, terminata con la morte di Guidi e il suicidio del giovane assistente, plausibilmente spinto dai sensi di colpa per quello che aveva fatto. Rimane inspiegabile l’inaudita violenza della furia omicida del giovane trentunenne nei riguardi del suo anziano collega, dato che tutte le persone del condominio interrogate descrivono il giovane Dei come un ragazzo dal temperamento molto tranquillo. La lunga testimonianza lasciata da Dei, scritta curiosamente in terza persona e tutt’ora sotto esame da parte degli specialisti della Polizia di Stato, sembrerebbe altresì confermare l’ipotesi di uno stato prolungato di follia che durava da settimane, pronto ad esplodere all’improvviso. Follia che avrebbe posseduto il giovane a tal punto da fargli commettere l’atroce delitto e inventare di sana pianta una storia che è un eufemismo definire frutto di una fantasia malata e criminale.

 

 ***

Postato da: Pickett alle 23:33 | link | commenti (1) |
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Poesia: INUTILMENTE UMANI

INUTILMENTE UMANI

 

Una poesia di Luca Nisi

 

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È curioso

Come noi umani,

Esseri così imperfetti,

Incroci di scimmie presuntuose,

Siamo così sadici di conoscenza.

Pensiamo, ci evolviamo,

Recitiamo commedie strazianti,

Respiriamo metano.

 

Come soldati sotto la pioggia,

La razza umana avanza,

Inneggiando bugie,

Reclamando santità

Del perduto amore.

 

Ma dietro la maschera,

L’umanità è nuda,

Debole, indifesa, fragile

Come le lacrime di un cane

Rinchiuso in una gabbia,

Ignaro della vita e di chi sia figlio

 

***

Postato da: Pickett alle 23:40 | link | commenti (1) |
poesie, aggiornamento 28

mercoledì, 31 maggio 2006
Racconto: L'IMPRONTA DEL MALE - parte terza

L’IMPRONTA DEL MALE

 

Un racconto di Luca Nisi 

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Janice Rett sudava freddo, la sua pancia era cresciuta a dismisura dall’ultima volta che il Capitano l’aveva incontrata nel suo alloggio. La sua visita mostrava come l’essere alieno contagiava drammaticamente il suo metabolismo. “Voglia di carne? Una cosa incredibile d’ascoltare sulla Berlin!”  Esclamava il dottore. La razza umana non né mangiava più almeno da centocinquanta anni, quindi gli ufficiali in infermeria sapevano anche troppo bene da chi arrivasse quella richiesta. Il dottore le concesse di far preparare al cuoco un alimento simile alla carne e dotato delle stesse proprietà nutritive. Inoltre, sotto ordine del Capitano avallato dal dottore, le fu concesso una serie di antidolorifici per aiutarla ad abituarsi ai nuovi cambiamenti del suo corpo. Il Capitano Flevi abbandonò l’infermeria provando un certo disagio. Lui, che aveva combattuto diverse guerre, non si era mai sentito così indeciso sul da farsi. Se fosse stata una decisione da prendere in battaglia avrebbe avuto meno dubbi. Ora il tempo cominciava a diventare il suo peggior nemico. Tra due settimane circa, il destino di Janice sarebbe stato una crudele realtà. Ma altre nuvole nere erano in arrivo. Presto la flotta avrebbe voluto il via per la colonizzazione. Diverse astronavi di coloni aspettavano un segnale, migliaia di umani vivono rinchiusi nell’acciaio delle navi stellari. Bambini, nonni, padri e madri aspettano una nuova casa, l’espansione della flotta a macchia nell’universo era la giusta conseguenza della politica militare della Terra. La Berlin, una delle tante navi d’esplorazione, nascondeva perfettamente le sue terribili armi, sempre pronte a difendere e conquistare in nome della Terra. Gli uomini sono miliardi, la madre Terra non può tenerli tutti, e ormai da ottanta anni viene tenuta sotto un monitoraggio totale. È un oasi protetta, è addirittura difficile poterla visitare, ci vogliono diversi permessi. L’uomo ora la vuole solo proteggere e cullare, mostrarla all’universo come un paradiso. Così, per questo motivo si esplorava, per fare dell’universo una colonia terrestre. Ma di pianeti abitabili non ce né sono molti, Flevi lo sapeva bene, Cristallia 4 è perfetto, simile alla Terra e con una popolazione che addirittura gradisce una pacifica invasione. Questa volta non avrebbe dovuto usare le armi per procurarsi un pianeta da colonizzare. Studiando la storia del popolo terrestre, vista da un occhio  estraneo, gli uomini si erano indirizzati a colonizzare ed espandersi con le buone e con le cattive. Il parallelo qui è perfino troppo stretto con L’impero Romano di molti secoli prima. Al contrario dei Cesari, sembrava che la politica espansionista terrestre avesse unito tutti gli uomini. Difficile da dire senza sorridere, ma le altre specie tremavano al grido: “Arrivano gli umani!”. Già da tutti i rapporti del comandante Stetton era chiaro che individuare gli assalitori di Janice era un’utopia. Gli anziani del luogo tengono a non parlare degli Allyuv. Le leggende narrano che questi esseri vengano dalle lune di Cristallia. Di notte, gli ululati di questi demoni attirano le loro prede nel bosco. Ci sono oltre settecento boschi con la possibilità che queste creature ci vivano. Si narra che siano scese dalle loro immonde caverne lunari richiamate da uno stregone, ignaro di cosa stesse realmente facendo. Un anziano, nei rapporti Stetton, aveva più volte dichiarato queste inquietanti parole: “L’inferno ha serrato le sue porte, ma se preghi sull’orlo dell’abisso, a tuo rischio le tenti, al tuo richiamo, qualcosa si desterà per risponderti.”

Cosa aveva risposto? Gli anziani li chiamano Allyuv perché ricorda il suono del loro ululato, che per una strana sorte sembra ascoltabile solo dalle donne. Infatti solo le femmine sono soggette alle loro attenzioni. Non si conoscono perfettamente le loro forme, nessuna donna era mai sopravvissuta ai loro riguardi, nessuna tranne Janice Rett. Per secoli ci si era basati solo sui disegni di chi aveva creduto di vedere qualcosa muoversi nella foresta. Secondo Flevi e gran parte del suo staff Janice era un pericolo per la nave. Questo era il primo problema, risolto momentaneamente dall’ordine di Flevi a Rett di trasferirsi in infermeria per essere piantonata ventiquattro ore su ventiquattro. Ma i compiti più difficili erano quelli di imprigionare l’essere appena nato e di ucciderlo. Ma soprattutto il vero problema era quello di affrontare le migliaia di coloni che vedevano in Cristallia una nuova casa. Avrebbero creduto a Flevi? Esseri così pericolosi come gli Allyuv avrebbero per forza di cosa reso impossibile una colonizzazione di Cristallia 4? Con questi dubbi il Capitano affrontava la sua ennesima battaglia, mentre esausto si ritirava nel suo alloggio, sapendo che le sue scelte avrebbero in un modo o nell’altro influenzato il destino di molte persone, sia sulla Berlin, sia sulle colonie, sia nelle foreste lussureggianti che padroneggiano da millenni su Cristallia 4.

 

Janice camminava lentamente nei corridoi poco illuminati della Berlin, il suo passo era affaticato e silenzioso, non si voltava, anche se ogni tanto incrociava qualche suo collega che distrattamente la salutava. Non si voltava anche perché si sentiva a disagio a dover camminare scortata. Il Capitano le aveva affidato due uomini, ma più di una scorta le sembrava di essere accompagnata dalle solenni guardie verso il boia, verso il patibolo. Non immaginava che la sua gravidanza avrebbe creato questo caos, ma il ricordo di quella passione aliena le suonava ancora nella testa come le note di una canzone indimenticabile. Da giorni alloggiava solitaria nell’infermeria, credeva che aspettare un figlio portasse allegria, sognava un futuro per il suo pargolo, ma quando entrò nella sala tattica del Capitano comprese che la gioia era solo un effimero sogno cullato dalla sua giovane età.

“Prego Janice si sieda.” L’accolse il Capitano, che da parte sua era già seduto dalla sua parte del mondo. Mentre la guardava negli occhi Flevi cominciò un lungo monologo, che Janice ascoltò attentamente. “Guardiamarina, le vorrei leggere alcune righe di una lettera che mi è giunta due giorni fa.” Flevi sorrise e continuò. “E’ di mia nipote Laila, di otto anni, vive sulla nave colonia Priscilla.” La donna sorrise e puntò i gomiti sulla scrivania cercando di avere un atteggiamento interessato. “Caro zio Maurizio, mamma mi ha detto che presto avremo una nuova casa, finalmente potrò giocare insieme agli altri bambini sui prati. Zio, quando possiamo venire sul tuo pianeta?”  Il Capitano rise amaro commentando: “Il mio pianeta.” Flevi si alzò in piedi e si diresse verso l’oblò, poi si portò davanti il grande quadro che ritrae la Porta di Brandeburgo, a Berlino. Quindi si voltò verso il suo ufficiale. “Sa guardiamarina come dovrò rispondere a mia nipote?” Janice scosse la testa. Flevi tornò a sedere dinanzi la donna. “Le dovrò dire che dovrà attendere ancora, che il mio pianeta non è sicuro, che non può correre felice nelle lussureggianti foreste di Cristallia.” Fece una pausa, mentre la donna tratteneva a stento le prime lacrime. “Dovrò raccontarle che quelle foreste sono pericolose, che non possono ospitare gli umani, dovrò ancora una volta negarle una terra dove vivere. Perché Cristallia 4 è infestata da creature sconosciute e terrificanti che uccidono gli umani.” Ancora una pausa. “Creature, Janice. Che vivono dentro di lei, Janice. Esseri malvagi e pericolosi.” Janice Rett cominciò a piangere. Ma il Capitano non fermò le sue parole, parole che facevano davvero male, taglienti come la lama di un pugnale. “Guardiamarina.” Continuò il suo superiore. “Appena avrà partorito, preleveremo l’essere e lo uccideremo.” Il guardiamarina Janice Rett sembrava essere pronta a svenire, portò le mani in faccia cercando di trattenere il suo sgomento. Poi dopo qualche istante lungo un eternità trovò il coraggio di parlare. “Con quale diritto lei vuole uccidere mio figlio. Un neonato non può uccidere nessuno, mi invii sul pianeta resterò lì con lui.” Il Capitano scosse la testa e rispose. “Nessuno su Cristallia desidera né lei né suo figlio”. Janice sembrava impazzire dal dolore. “Quanto siamo evoluti signore? Quanto siamo onnipotenti da poter mettere a morte una vita? Mia madre mi aveva sempre detto che la nascita di un bambino è gioia non dolore, non morte!” Janice batté i pugni sul tavolo, facendo avvicinare la scorta. Il Capitano li fermò con uno sguardo, prese per i polsi il suo ufficiale e la guardo dritta negli occhi. “Guardiamarina, lei partorirà e lascerà che il dottore compia il suo lavoro. Le ripeto che questi sono gli ordini.” Le lasciò i polsi e fece segno alla scorta di portarla via. Poi, prima che uscissero dalla stanza, inviò un monito alla giovane donna. “Sì ricordi Guardiamarina Rett, che il bene della flotta non si basa su una singola vita ma sul bene di tutta la comunità. Non permetterò mai che qualcuno o qualcosa mini il bene di questa nave e di questo equipaggio.” Senza muovere un muscolo sul suo viso concluse. “Portatela in infermeria.” L’ufficiale Hyrek annuì e scortò via la giovane donna. Quando fu solo nel suo studio il Capitano Flevi sprofondò nella sua sedia, cercando, chiudendo gli occhi, una parvenza di quiete. Quanto dolore in questa nave, quanta sofferenza per gli umani, una Terra che non si può visitare, costretti con la violenza ad appropriarsene altre. In nome di una pianeta che non aveva mai visto il Capitano Maurizio Flevi aveva già ucciso milioni di alieni, ma come a volte accade agli umani, la morte di un singolo era più difficile da accettare rispetto alla morte di milioni di persone. Aveva ancora gli occhi chiusi quando sfiorò il suo comunicatore per parlare al capo della sicurezza. Hyrek rispose all’istante. Flevi ordinò che durante il parto ci fosse una squadra di sicurezza pronta ad intervenire, poi ordinò che il team doveva essere composto esclusivamente da donne. Chiuse la comunicazione e cominciò ad attivare i sensori a lungo raggio alla ricerca di un nuovo pianeta da colonizzare. [continua...]

 

***

Postato da: Pickett alle 20:53 | link | commenti (2) |
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Poesia: UNO SPAVENTAPASSERI

UNO SPAVENTAPASSERI

 

Una poesia di Simone Ceccano

 

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 Illustrazione Copyright © 1933 Anna Marongiu

 

Vivo tre ore al giorno,

Respirando cenere.

Allungo il collo e guardo fuori,

Senza toccare la realtà.

La morte non mi sfiora,

Ma la vita mi scansa.

Uno spaventapasseri, la mia anima.

Senza nessun vento a portarla via.

 

***

Postato da: Pickett alle 20:53 | link | commenti (8) |
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