Leggende dalla Cripta di Cthulhu

Racconti di Simone Ceccano e Luca Nisi liberamente ispirati all'universo del maestro H.P.LOVECRAFT

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giovedì, 29 giugno 2006
Editoriale: LEGGENDE DALLA CRIPTA DI CTHULHU parte XXIX

“L’avvinghiò con i lombi tremendi,

furiosamente il ventre di lei si divincolò ansimante;

Ed essa godette: scostò le nubi ed ebbe il suo primogenito sorriso,

Come quando la nuvola nera mostra i suoi lampi all’abisso tacito.”

 

[ William Blake, America ]

 

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Benvenuti a questo ventinovesimo aggiornamento cari lettori, vi accolgo con questa immagine della tenebrosa figlia d’Urthona avvinghiata dalle membra fiammeggianti del rosso Orc, mentre di fuori Roma è incendiata da un caldo degno del più profondo degli Inferni. Sarò di poche parole, le ultime me le ha portate via il vento, che se ne andato una notte senza luna senza più tornare. Quindi torno al mio inferno incandescente e vi lascio con il drammatico epilogo de L’impronta del male di Luca, dove l’amore per la vita si trasforma in un blasfemo e tormentato sacrificio alla morte… Dal canto mio, continuerò la riflessione iniziata con Il gioco degli dei quasi un anno fa e vi riproporrò il tema della relatività e dei limiti delle umane percezioni con la prima parte di Kirok, un personaggio a cui Luca ha dedicato una poesia qualche aggiornamento fa. In quest’ottica, l’immagine di un Antico dell’Antartide, che per una volta sostituisce il nostro Cthulhu, è perfettamente congeniale. Che shock, leggendo Le Montagne della Follia di HPL, scoprire che quei mostri scoperti dalla spedizione degli scienziati in un’altra ottica non erano altro che… uomini!

 

Buona Lettura

Postato da: Pickett alle 22:19 | link | commenti (4) |
editoriali, aggiornamento 29

venerdì, 30 giugno 2006
Racconto: L'IMPRONTA DEL MALE - quarta e ultima parte

L’IMPRONTA DEL MALE

 

Un racconto di Luca Nisi

 

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Un trillare nella notte svegliò di soprassalto il Capitano Maurizio Flevi. La voce fredda dell’ufficiale scientifico annunciava la catastrofe sulla nave terrestre Berlin. Flevi cominciò a massaggiarsi il viso, la barba di almeno due giorni lo rendeva estremamente nervoso. Si alzò molto velocemente, tralasciando il dolore alla schiena che da giorni lo infastidiva. Il piacevole rumore del progresso aveva portato notizie che l’equipaggio della Berlin non avrebbe potuto mai dimenticare. Mentre correva per i corridoi poco illuminati della nave, in orbita su una delle due lune di Cristallia, Flevi cercava di non perdere la calma. Contava automaticamente i passi, cercando di distrarsi dall’imminente impatto con l’infermeria. Una piccola folla di ufficiali si trovava dinanzi l’ingresso. Il Capitano non parlò con nessuno ed entrò direttamente, ignaro dell’orrendo spettacolo che l’aspettava. Il dottore era appoggiato ad una consolle, monitorava qualcosa sulla nave. Il corpo di Janice Rett, o quello che ne rimaneva, era ancora sul lettino. L’essere era nato senza preavviso. La stanza era un macabro mattatoio. Sangue e resti non ricomponibili alloggiavano per terra e sulle pareti dell’infermeria. Una donna della sicurezza era a terra con il ventre divorato, parte del suo viso era stato cancellato da diversi morsi; intorno segni d’arma da fuoco. Flevi si avvicinò subito ad Hyrek pretendendo immediatamente un rapporto. L’uomo dai lineamenti nordici era notevolmente agitato, tanto che i suoi profondi occhi azzurri sembravano un mare in tempesta. Continuava a ripetere: “Non è il modo di morire per un soldato!”  Hyrek poi cominciò il suo raccapricciante rapporto. “Janice stava dormendo, il dottore ci aveva detto che ci sarebbero volute diverse ore prima del parto.” Il  medico annuì e il Capitano fece cenno di continuare. “Ad un certo punto si è tirata su, sembrava dormisse ancora, quasi come fosse una sonnambula”. Il capo della sicurezza si asciugò sudore e lacrime, poi continuò. “Mi stavo avvicinando a lei, quando aprì gli occhi di scatto, dicendo…” Hyrek fece una pausa molto lunga, tanto che il Capitano fu costretto ad ordinargli di continuare. “Signore, mi ha detto: Le nostre eredità sono i bambini.” Il racconto continuò con la fredda cronaca di un massacro. Hyrek sostenne che subito dopo che la pancia di Janice era esplosa e qualcosa d’invisibile sembrava aver addentato la donna, in un istante era intervenuta l’addetta alla sicurezza. Urlava di vedere qualcosa di orripilante dagli occhi grigi ed una raccapricciante cresta sulla schiena. L’uomo disse che lui era totalmente impotente e che non era in grado di vedere assolutamente nulla. Poi la donna fu assalita, solo allora aprì il fuoco. Ma Hyrek, che ora si  appoggiava ad una parete, ammise di aver scaricato tutta la pistola laser senza esser certo di aver colpito qualcosa. L’essere era probabilmente vivo e libero di vagare per la Berlin. Infatti cominciarono ad arrivare rapporti da tutti i ponti, altre donne dell’equipaggio erano state assalite, l’alieno non stava facendo prigionieri. Il dottore disperato continuava a monitorare lo schermo, parlava a fatica visto che l’odore di morte cominciava ad essere insostenibile nell’infermeria. “Non lo vedo Capitano, non riesco a trovarlo!” Il medico osservava attonito le ultime tracce dell’alieno. Poi si rivolse ancora al suo comandante: “Sono atomi e molecole di un mondo estraneo al nostro!” Flevi stava quasi per impazzire, cercava con lo sguardo il da farsi. Poi prese la parola. “Armate le donne, non lasciatele mai da sole, combatteremo per la sopravvivenza della nostra razza.” Tutti gli ufficiali annuirono e corsero verso le proprie postazioni alla ricerca dell’essere invisibile.

 

Un lungo corridoio di poppa fu il primo scenario surreale che l’equipaggio della Berlin dovette affrontare. Il corpo martoriato di una giovane ufficiale era disteso sul freddo acciaio della nave. Di lei restava ben poco da recuperare. Una pozza di liquido rosso scivolava nei condotti. Un fiume di sangue e disperazione inondava la Berlin. Non era come lo Spree che bagna da secoli la capitale tedesca. Questo era un rivolo di morte e tormento. Le donne stavano morendo, assalite da un essere invisibile. L’uomo, il Capitano, stava assaporando l’amaro della vergogna, si incolpava di tutto l’accaduto. Flevi rabbrividiva a ripensare alle parole degli anziani di Cristallia 4. Avrebbe dovuto uccidere prematuramente Janice. L’Allyuv l’aveva usata per trasportarsi sulla nave. La bestia era intelligente, non riuscivano a scovarla neanche i sensori della nave. Lentamente, come le gocce di sangue che colano da una ferita mortale, le donne della Berlin urlavano di terrore ad ogni rumore sinistro dello scafo. Poi vicino la mensa ne fu trovata un'altra, distesa a terra con in mano ancora la pistola laser. Erano decedute in quattro, quando Flevi decise di far evacuare la nave. Trasferì tutto l’equipaggio alle capsule di salvataggio e ordinò l’evacuazione. Non fu una decisione facile, ma solo il cosmo in quel momento era l’unico posto sicuro per gli esseri umani. Rimasero a bordo in tre: il Capitano, Stetton ed Hyrek. Resti delle quattro umane aleggiavano nella nave dopo che il Capitano ormai assalito dal rimorso tratteneva a stento briciole di sanità mentale. Non lo trovavano e l’unica soluzione era d’interrompere il supporto vitale e aprire l’hangar di lancio, sperando che lo spazio risucchiasse l’alieno. Dal condotto del supporto vitale non arrivava più ossigeno, Flevi non era certo che il suo piano avesse successo. Tremava aggrappato alla paratia dell’hangar, imprigionato nella tuta stagna, che di solito si usa nello spazio per le piccole riparazioni allo scafo. Oggetti e resti umani gli passavano accanto, sperava che con la coda dell’occhio avrebbe visto anche l’Allyuv volare via nello spazio. Cercava nella sua volontà la forza di non chiudere le palpebre, anche quando quello che riconobbe come le interiora di un corpo umano macchiarono di rosso gran parte della sua tuta. A stento tratteneva il vomito. Rimaneva in contatto radio con i suoi uomini, che come lui erano intenti alla pulizia della Berlin.  Ci vollero diverse ore per ripulire l’intera nave, poi, quando tutto l’equipaggio tornò a bordo, non fu rilevato nessun incidente. Sembrava che il piano avesse avuto successo. Forse Maurizio dubitò di aver sognato, ma per un istante ebbe la percezione che qualcosa l’avesse sfiorato. Racconterà in seguito l’Ufficiale comandante della Berlin, nel suo rapporto alla Flotta: “Qualcosa aveva urtato la mia spalla, qualcosa di appuntito ma invisibile, qualcosa poi aveva deviato la traiettoria di un vassoio che nel silenzio si proiettava nel cosmo più profondo.”  Flevi sperava che ora l’Allyuv vagasse dove il vento solare di Cristallia è ormai ridotto a debole brezza. I resti delle quattro donne rimasti sulla nave, furono seppelliti nel piccolo cimitero dimenticato di Cristallia. Quattro nomi per quattro lapidi. Tombe vuote, visto che lo spazio era l’unico testimone dei loro resti. Ma il Capitano voleva lasciare una traccia di quelle quattro vite scomparse per la sua negligenza. Osservava immobile la foresta dinanzi a lui. Ora anche Flevi assaporava l’aria di Cristallia 4. Le rovine della capitale a valle e la sconfinata foresta che si districava per diversi chilometri. Aveva appena lasciato il cimitero dopo una piccola cerimonia e si addentrava solitario nella foresta. Quel luogo, origine di tutti i mali che avevano investito la sua nave e il suo equipaggio. Camminava lentamente senza meta, cercando con gli occhi qualcosa o qualcuno che gli spiegasse tutti i suoi perché. Che gli lavasse la coscienza dall’aver dovuto seppellire in una terra aliena quattro umane, qualcosa che gli indicasse la strada per ricominciare, ma oltre al sorgere delle due lune nel cielo non ebbe, neanche nascosta nel vento, nessuna risposta.

 

 

In un altro luogo nello stesso momento.

Pettinava una bambola la piccola bimba, mentre la madre cercava un po’ di sollievo leggendo le pagine ingiallite di un vecchio libro regalatole molti anni fa dal fratello. La sera spaziale era sempre uguale, la vita scorreva lenta e solitaria come le stelle che ogni tanto la bambina si fermava ad osservare dal piccolo oblò del loro alloggio. Quella sera stranamente faceva caldo, così la giovane madre abbassò la temperatura di qualche grado, cercando una parvenza di refrigerio dalla piccola tubatura che emette aria fredda. Così ancora una volta, una donna ed una figlia rimasero incantate da un ignoto ululato che si avvicinava velocemente dal condotto di ventilazione della nave colonia Priscilla… Allyuv… Allyuv… Allyuv… Allyuv… Allyuv… Allyuv… Allyuv… Allyuv… Allyuv… Allyuv…

 

***

Postato da: Pickett alle 12:59 | link | commenti (1) |
racconti, aggiornamento 29

Racconto: KIROK - parte prima

KIROK

 

Un racconto di Simone Ceccano

 

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Kirok aprì finalmente gli occhi e, nonostante fosse buio pesto, ebbe la conferma dai suoi sensi di non trovarsi più nel suo mondo. Cercò di afferrare gli odori, di tastare l’aria immersa nell’oscurità, e non sentì nulla di familiare. L’atmosfera era quasi pesante, aliena, irrespirabile, ma non era neppure paragonabile a quella delle catacombe nella valle di Tnar, in cui era solito nascondersi con i suoi compagni per sfuggire all’occasionale attenzione degli Dei Dormienti, che di rado sgusciavano dal Tempio del Crepuscolo per bagnare le loro enormi membra anfibie nelle acque del fiume sacro. Strinse forte la lancia con cui era solito cacciare gli orrendi Psalloph delle Sabbie di cui il suo popolo si nutriva e cercò di fare chiarezza nella sua mente… Nulla, il vuoto, come una distesa di sabbia senza impronte. Gli ultimi ricordi erano praticamente scomparsi, era rimasto solo un terribile dolore all’altezza del petto che gli ricordava di essere sveglio e di non stare sognando. Kirok cercò di strabuzzare le pupille avvezze a vedere la realtà alla scarsa luce dei cunicoli sotterranei o sotto la tenue luce delle stelle negli sconfinati deserti del suo mondo natale e scorse qualcosa di vicino ad un puntino luminoso in fondo a quell’abisso di buio in cui era sprofondato per motivi che ancora non riusciva a ricordare. Con la primitiva arma da caccia sempre stretta da una parte decise di avvicinarsi pian piano carponi a quell’unico appiglio di lucidità in quello che somigliava a un semplice incubo, ma che l’evidenza dei fatti dimostrava essere realtà. Doveva farsi forza e cercare di capire e ricordare cosa era davvero successo. Era un uomo dopotutto, un cacciatore della sua tribù. Il passaggio era angusto e Kirok non riusciva a stare in posizione eretta. Il puntino di flebile luce si fece più vicino. Un muro di pietra che dava su un altro sconosciuto ambiente. La sua stella in una notte da incubo non era altro che un piccolo foro nella parete che preannunciava altre luci sconosciute oltre quella spessa barriera di roccia. L’aria filtrava nei suoi polmoni da quella piccola ancora di salvezza, respirò forte e spinse con tutte le sue energie contro il muro, facendo volare via le grosse pietre, aprendosi un passaggio. Si ritrovò in un angusta cripta sotterranea, dove la flebile luce di quelle che sembravano somigliare a delle torce illuminavano le 42 colonne monolitiche che sorreggevano la volta di quel luogo alieno ed estraneo. Non aveva mai visto nulla del genere in tutta la sua breve esistenza. Nonostante le dimensioni dell’ambiente sembrassero ridicole di fronte alle ciclopiche catacombe che giacciono da tempi immemori nelle città dimenticate le cui rovine sono bagnate dalla luce delle stelle nell’immensa desolazione della Valle di Tnar, quello che lo sconcertava della bizzarra e incongruente geometria di quel luogo sconosciuto era che le sue paure nel cunicolo avevano ora una conferma tangibile. Kirok non era più nel suo mondo. Nessun luogo che conosceva avrebbe mai minimamente potuto somigliare a quello. I bizzarri capitelli che sormontavano le colonne avevano ciascuno foggia di esseri mostruosi partoriti dal peggiore degli incubi, anche l’aria era strana, aveva un sapore quasi amaro, il suo respiro aveva iniziato a somigliare sempre di più a un rantolo, specie dopo lo sforzo appena compiuto, ora che il dolore al petto si faceva sempre più forte. Strinse la lancia e scavalcò ansimando le macerie del muro, scivolando lentamente all’interno della piccola cripta. Nonostante i suoi sensi fossero ora meno acuti alla luce delle torce, poteva udire distintamente qualcosa che assomigliava ad un’orribile litania oltre le due scalinate che conducevano al piano superiore, un’infernale sinfonia di versi più o meno striduli che soltanto una fervida fantasia avrebbe potuto considerare parole articolate. Kirok non conosceva la paura. Per un cacciatore maschio della sua tribù diventare uomo in età molto giovane era un dovere a cui non era possibile sfuggire, se non si voleva incontrare una prematura morte violenta. Aveva più e più volte sfidato l’ira dei Grandi Dei Dormienti, acquattato tra i cespugli dei Fiori dell’Oblio, mentre si celava allo sguardo dei signori del suo mondo, spiandoli quando di rado andavano a bagnarsi nelle acque del fiume sacro per catturare i pesci che pullulano nei pressi della sua riva; aveva cacciato per giorni e notti senza fermarsi gli orribili Psalloph che vivevano in branchi tra le dune sabbiose della desolata valle di Tnar, e aveva cucinato con i suoi compagni di caccia le loro carni sotto la familiare luce delle stelle. Strinse la lancia ancora più forte, ignorò il dolore al petto e strisciò verso la gradinata di sinistra, pronto ad attendere qualunque cosa lo aspettasse in quella che sperava fosse la superficie. Fu di fronte all’incomprensibile orrore che la sua vista dovette sopportare una volta varcato l’ultimo gradino che Kirok infine ricordò. Non era solo. La fonte di quella misteriosa e inquietante cantilena che lo aveva attratto verso la luce, incurante del pericolo, era provocata dai suoni emessi da quelle che sembravano le bocche di creature così orribili, quali solo la pazzia avrebbe potuto partorire. Gli esseri mostruosi, che dovevano essere almeno un migliaio, affollavano tutte le navate di quello che era un grande tempio dall’architettura aliena, dedicato a divinità altrettanto aliene ed estranee, che Kirok non conosceva. Nonostante la sua tempra di cacciatore, la vista di quelle creature avrebbe messo a dura prova i nervi anche del più forte guerriero della sua tribù. Aveva rischiato di interrompere una sorta di cerimonia, le creature erano stipate nell’edificio e davanti all’altare dietro cui Kirok stava osservando l’incredibile scena c’era uno dei quei mostri seduto su un gran trono, ricoperto grottescamente da vestimenta e impugnante un singolare bastone, che sembrava avere in qualche modo una certa autorità sulla massa delle altre creature. Sarebbe impossibile cercare di descrivere con esattezza cosa provò la mente di Kirok nel trovarsi di fronte a quei longilinei esseri dalla pelle glabra, se si eccettua nella maggior parte degli esemplari un copioso ciuffo di peluria dal colore vario su una delle estremità, la più orribile, dove erano posizionati quelli che sembravano i principali organi sensoriali: due piccoli bulbi biancastri che dovevano fungere da occhi e un’orrenda piccola bocca vagamente circolare, come quella dei vermi che popolano le profondità delle caverne sui lontani altipiani oltre il fiume. In mezzo a quello che sarebbe stato arduo chiamare volto, spuntava una piccola protuberanza carnosa di dimensione variabile con due fori in cui sembrava confluire la rada peluria. Dal tronco principale poi si dipanavano qualcosa come quattro tentacoli o arti, due dei quali erano usati dai mostri come mezzo di locomozione; gli altri terminavano con delle ulteriori piccole estremità guizzanti, che sembravano essere gli organi prensili. Se Kirok non si fosse trovato di fronte all’evidenza, avrebbe dubitato che quelle creature potessero far uso di qualche sorta di utensile. E invece alcune erano armate di armi ben più raffinate della sua primitiva lancia, e il fatto che la maggioranza fosse coperta di strani drappi che rivestivano parte delle membra, non faceva altro che aumentare il suo disgusto e stimolare la sua memoria, che pian piano stava uscendo dal buio di fronte allo shock di quella visione. [continua…]

 

***

Postato da: Pickett alle 15:31 | link | commenti (1) |
racconti, aggiornamento 29

Poesia: AMANDO UNA STREGA

 AMANDO UNA STREGA

 Una poesia di Luca Nisi

 

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Tra le gocce d’acqua su pietre roventi

Io confesso

Tra il vento che disperde la nebbia

Io ammetto

Di  aver amato:

 

Mia piccola assassina

Dolci occhi del diavolo

L’amore rinasce

Ballando tra le bestie

 

Nella sua pelle

L’odore del proibito

Nelle sue labbra

Il sapore della tentazione

 

Alla luce del sole

Impallidisce il mio cuore

Uomini semplici

Hanno bruciato il mio amore

 

***

Postato da: Pickett alle 15:32 | link | commenti (4) |
poesie, aggiornamento 29

Poesia: OGNI MALEDETTO VENERDI'

OGNI MALEDETTO VENERDI’

 

Una poesia di Simone Ceccano

 

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Uscivo di casa col diavolo in corpo,

Dopo una settimana di non vita anelavo la morte,

Sciocco, insensato, in silenzio mangiavo veleno,

E il mio piacere era smettere di ridere, sognare,

E in nome del nulla rimandavo la vita a un altro tempo,

Che non sarebbe mai venuto in tutto quel silenzio.

Poi sotto stelle pallide, nocchiero di una nave senz’alberi,

tornavo a rivoltarmi nel letto sudato, ansimante, disperato.

E intanto la vita si scordava di me.

Ogni maledetto venerdì…

 

***

Postato da: Pickett alle 15:36 | link | commenti (5) |
poesie, aggiornamento 29