Leggende dalla Cripta di Cthulhu

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domenica, 30 luglio 2006
Editoriale: LEGGENDE DALLA CRIPTA DI CTHULHU parte XXX

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“I have a dream.”  Dichiarava tanti anni fa un uomo. Io, invece, ho fatto un sogno. Solo e soltanto un sogno. Era la notte tra il dieci e l’undici luglio 2006.

Ricordo bene quella sera prima di andare a dormire. Ero stato a Piazza Venezia a Roma, a festeggiare i neo Campioni del Mondo. Un popolo in festa accoglieva i gladiatori tornati dalla Germania con la Coppa in mano. Una folla urlante, centinaia di migliaia di persone in festa, sventolando tricolori per le strade che furono teatro dell’Impero Romano. Quella stessa notte ho fatto un sogno. Più che una visione onirica, lo definirei un vero e proprio video musicale. Ho sognato folle impazzite urlare per le strade di una città a me del tutto estranea. Volti terrorizzati scappare in modo confusionario tra sentieri acciottolati e vicoli bui. Tutto questo che potrebbe sembrare un incubo era “infiocchettato” da una canzone costante di sottofondo. La voce inconfondibile era quella di Joey Ramone che cantava: “What a wonderful world.”  Il mio sogno si è concluso con la visione del grande Cthulhu che divorava l’intero genere umano, forse è stata solo la mia immaginazione ma, tra i mille tentacoli, mi è sembrato di scorgere qualcosa di simile ad un sorriso beffardo, di chi davvero sogna che questo nostro pianeta sia un mondo meraviglioso. Regalandovi questo momento onirico, vi lascio alle gesta del grande guerriero Kirok e alla sua caccia sfrenata agli abominevoli Psalloph. Dopo, comincerete a conoscere il segreto di un antica famiglia di marinai, nel racconto: “La tredicesima sigla.” La Redazione della Cripta di Cthulhu vi augura delle piacevoli vacanze e soprattutto vi dà appuntamento a settembre, quando torneranno le piogge e riapriranno le scuole.

 

Tratto dal film Hellboy: "Cos'è che fa dell'uomo un uomo? Forse le sue origini? Il mondo in cui nasce?… Sono le scelte che fa nella vita… non come comincia a fare le cose, ma come decide di finirle."

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Racconto: KIROK - parte seconda

KIROK

 

Un racconto di Simone Ceccano

 

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 Illustrazione Copyright © 2002 Rupert Lees

 

Si, Kirok iniziava a ricordare grazie alle fattezze di quelle creature. Dopo l’orrore e lo stupore iniziali, in quegli interminabili istanti che seguirono, nascosto dietro l’empio altare del dio di quei mostri, la forma di quelle creature, seppur glabre e completamente sballate di proporzioni, non potevano far altro che ricordagli qualcosa di tremendamente familiare. Fu nell’intervallo di questi pensieri che le creature si accorsero di un’ombra sconosciuta dietro l’altare. Quattro o cinque di loro impugnarono le loro strane armi e dopo aver discusso animatamente accorsero in direzione della cripta, cercando di non  disturbare la cerimonia. Allora Kirok strinse istintivamente l’altro oggetto che teneva in una delle mani e a cui non aveva fatto caso fino a quel momento; e i ricordi tornarono a colpirlo, come una tempesta di sabbia tra le dune desolate sotto le stelle di un mondo che gli sembrava ormai così lontano. Kirok viveva con la sua tribù nell’immensa desolazione della Valle di Tnar, sotto le catacombe dell’antica città di Gorth, che la sua gente aveva scelto come dimora per difendersi dal gelido vento del deserto. Non erano vissuti lì da sempre. In eoni lontani, che neppure i più saggi tra gli anziani riuscivano ormai a ricordare con esattezza,  gli antenati  della sua tribù erano migrati in massa dalle caverne dei grandi altopiani oltre il fiume sacro, fino alla maestosa città in rovina, che avevano lasciato come testimonianza gli antichi signori di quel mondo andati in esilio. Per colpa dei peccati degli stessi dei, i sette soli purpurei che un tempo avevano illuminato quel mondo alieno e la sua fiera razza erano infatti collassati, trasformando quelle che un tempo erano lussureggianti foreste in un gigantesco deserto senza vita, dove solo i mostruosi Psalloph, che si mormora fossero i discendenti degenerati degli schiavi degli antichi abitanti di quella città, riuscivano a sopravvivere e moltiplicarsi. Le leggende del popolo di Kirok narravano poi che l’antica razza aveva abbandonato quel mondo sconvolto dai cataclismi, portandosi dietro il proprio dio e la sua empia e scellerata fame, senza farvi più ritorno. Poi erano arrivati dagli spazi esterni gli Dei Dormienti, ed essi divennero i nuovi signori di quella terra ormai gelida sotto la luce delle stelle, come pure delle stirpi che erano sopravvissute ai grandi cataclismi provocati dal collasso dei soli. E i Grandi Dei eressero nuovi ciclopici templi da cui potessero contemplare incuranti i destini del cosmo; poi accesero distrattamente nuovi pallidi soli e ricoprirono il cielo di nuove stelle, e benché non riuscissero del tutto a rimediare ai danni che il pianeta aveva subito nell’epoca dei cataclismi, il morto mondo al confine degli universi che avevano scelto come propria dimora, tornò lentamente a nuova vita. Fu allora che la gente di Kirok aveva scelto di dimorare nei sotterranei di quella che ora non era altro che una silenziosa necropoli sotto le stelle, quando un tempo era stata la superba capitale di una stirpe che aveva appreso i più nascosti segreti dell’universo. Ora Kirok ricordava, ora che i mostri lo avevano seguito fin sotto la cripta e presto lo avrebbero circondato. Aveva sfidato gli altri guerrieri della tribù per avere la femmina più fertile, accettando di risalire in superficie, tra le rovine della città, fino alle grandi piramidi sferzate dal vento a cui nessuno, neanche gli anziani o gli scellerati Psalloph, osavano neppure avvicinarsi. Avrebbe sfidato il più grande dei tabù, scendendo nelle profondità della piramide più grande, fino alla Stanza del Guardiano, che gli antichi signori avevano lasciato a difesa della porta che aveva loro permesso di andar via. Anche gli anziani sarebbero rimasti a bocca aperta quando avrebbe riportato loro il Cristallo dell’Anima, che si dice si trovi al di sotto dell’immensa sala dal pavimento di vetro levigato, proprio ai piedi della grande statua dell’orribile guardiano. Molti avevano tentato prima di Kirok, ma nessuno aveva mai fatto ritorno. Kirok non avrebbe fatto eccezione. Era entrato nella grande sala ed era silenziosamente rabbrividito di fronte alle fattezze della statua del grande guardiano, che si contorceva nel suo corpo vermiforme di metallo nero sopra lo smisurato piedistallo di granito, che custodiva in una nicchia il prezioso oggetto, che l’antica razza che aveva edificato la città aveva per beffa foggiato a forma di cranio di Psalloph, come per deridere i propri stessi schiavi. Lo aveva afferrato, stupendosi per un istante di essere ancora vivo, mentre il vermiforme custode di una sapienza ormai perduta torreggiava sulla sua testa. Poi il liscio pavimento di vetro scuro aveva iniziato a vibrare e l’oscurità lo aveva avvolto in pochi istanti, finché la stessa realtà intorno a lui non era pian piano svanita. E Kirok si era ritrovato in quello stretto cunicolo nei pressi della cripta di quel tempio pagano, chissà dove, in un mondo che non era più il suo. C’era dell’altro, ma era difficile ricordare cosa era successo nel momento in cui il buio era piombato all’improvviso su di lui… Era difficile ricordare e il dolore al petto sembrava ora farsi sempre più forte. Ansimava sempre di più, non lo avrebbe sopportato molto più a lungo. I mostri intanto erano strisciati armati giù dai gradini. Kirok li guardò con odio, poi volse lo sguardo verso il cranio di cristallo nelle sue mani e capì cosa lo aveva tanto disgustato di quegli esseri e perché lo shock della loro vista aveva risvegliato i suoi ricordi. Sebbene anche più orribili perché quasi privi di pelo, nonostante  camminassero eretti e mostrassero una certa intelligenza di cui i loro miserabili simili erano privi, quegli abomini dalla bizzarra andatura dinoccolata, che erano piombati giù probabilmente per ucciderlo, somigliavano terribilmente ai mostruosi Psalloph di cui Kirok si nutriva. Gli stessi esseri sulla forma del cui cranio gli antichi signori di Gorth avevano creato il cristallo che lo aveva catapultato in quell’incredibile incubo. Kirok puntò la lancia contro di loro, urlando come urla un guerriero della sua tribù. Agitò tutte e quattro le braccia facendo vibrare le ali insettoidi in un suono orrendo che atterrì completamente le cinque creature, che grazie alla luce delle torce potevano vedere finalmente le fattezze del misterioso intruso. Kirok non rimase stupito dallo spavento che i mostri avevano avuto di fronte al suo grido di guerra. In fondo non erano altro che dei codardi miserabili Psalloph, che importava se paventavano una qualche forma di intelligenza? Si avventò contro di loro e al primo colpo ne trafisse tre, prima che potessero tentare una qualsiasi forma di reazione, talmente erano impietrite di fronte a lui. La quarta creatura si accasciò al suolo lasciando cadere la spada sul pavimento. Il mostro non emise un suono quando la lancia di Kirok lo trafisse in quella che sembrava la testa. Kirok avrebbe ucciso anche l’ultimo, l’ultimo che gli resisteva agitando grottescamente la sua arma di metallo per mezzo di quelle appendici sgraziate che a stento potevano dirsi braccia. Si era avventato su di lui, quando entrambi i suoi cuori si erano fermati di colpo, costringendo il cacciatore a piegarsi al suolo in preda al dolore, mentre l’arma rotolava sul pavimento della cripta. Il dolore al petto era  diventato ormai insopportabile, mentre l’altra creatura sembrava recuperare un briciolo di fiducia di poter ucciderlo. Il dolore era davvero un tormento troppo grande e tornava a farlo ricordare… E a tornare giù, nei remoti sotterranei della grande piramide… Qualcosa era uscito dalle fauci cave della statua. Si, qualcosa di antico ed estraneo era entrato dentro di lui nell’oscurità, qualcosa anche orribile solo ad immaginare. Qualcosa di malvagio che Kirok aveva portato lì, con lui, in quell’orribile cripta chissà dove.  E quel qualcosa ora lo stava uccidendo, era troppo tardi. Il cacciatore stramazzò vinto, al suolo, e al tempo stesso l’orrendo Psalloph glabro gli trafisse la testa con la spada. Prima che le ombre calassero definitivamente su di lui, Kirok sentì il suo petto squarciarsi e, non provando ormai più dolore, osservò con gli occhi morenti qualcosa di orribile e vermiforme uscire dalla grossa cicatrice lunga circa una trentina di centimetri che si era aperta su di lui, per entrare poi nella bocca del mostro urlante che lo aveva finito. Poi aveva sentito un enorme rumore provenire dal tempio sopra le loro teste, come se le porte stesse di quel luogo fossero state scardinate da una furia sconosciuta. E grida bestiali, e le urla di terrore di quelle mille mostruosità all’unisono, che tormentarono le sue orecchie fino all’ultimo istante, come una cantilena demoniaca, che l’anima di Kirok non avrebbe più dimenticato per l’eternità… [continua…]

 

***

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Poesia: IL BACIO DI GIULIA

IL BACIO DI GIULIA

 

Una poesia di Luca Nisi

 

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Mi sono sporcato le dita

Per disegnare le tue labbra

Con una matita.

 

Due labbra dorate,

Un’emozione,

Nostalgia di averle sfiorate.

 

Brucio nell’impazienza,

Trattengo il respiro,

L’inferno s’avvicina:

 

Dodici rintocchi

Per arrivare ai tuoi baci,

Dodici lacrime

Per nuotare verso la passione,

Dodici sospiri

Per ascoltare il battito del tuo cuore.

 

La matita incoraggia la poesia,

Rifletto.

Il bacio di Giulia:

Sarà come la prima volta,

Indimenticabile,

Sarà come l’ultimo istante,

Perfetto.

 

***

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Racconto: LA TREDICESIMA SIGLA - parte prima

LA TREDICESIMA SIGLA

 

Un racconto di Luca Nisi

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Foto Copyright © Francesca Oliva

Ci sono solo tre gradini che dividono la strada dall’entrata della chiesa. Il portone era socchiuso e tutta la folla chiacchierava distratta in attesa della cerimonia. Il sole splendeva alto e i raggi di sole attraversavano le antiche finestre della chiesa, fino a posarsi sui fiori d’arancio che ornavano l’altare ed emanavano un profumo ricco ed intenso. La chiesa, barocca, era una piccola meraviglia di struttura, descrivendola non si può non cominciare dall’austero portone. Verde, di un metallo forgiato secoli fa, su di esso sono scolpiti la madonna e il santo protettore della minuscola cittadina che custodisce da secoli la piccola chiesa. Gli interni della casa di Dio sono rustici ma di grande effetto. Non stonano le panche di legno allineate ed ordinate pronte ad ospitare una cinquantina di fedeli. Il piccolo altare è un monumento alla colonizzazione spagnola del luogo e le due colonne che lo sorreggono riprendono la bianca facciata della chiesa, piccola ma maestosa. Il crocifisso di legno e ferro è immenso, colpisce la mancanza del Cristo su di esso, distratti i fedeli si perdono nelle piccole meraviglie della chiesa, mentre dai tre scalini nessuna notizia degli sposi. Il pianoforte aspetta solo la fine delle parole per lasciar vibrare le note della marcia nuziale. Commenti lontani si perdono sul vestito della sposa, qualcuno sussurra che sia bianco di seta ed organza, risolini imbarazzati si pronunciano anche sull’assenza dello sposo. Anche il fotografo rinunciava ad altri scatti, annoiato dall’interminabile attesa, neanche la presenza delle damigelle scompone i pettegolezzi degli invitati, fino a quando dal verde portone non appare una figura maschile vestita in abito scuro. Attraversa tutta la navata con passo veloce ed arrivato all’altare, con immenso cordoglio, il parroco della chiesa annuncia che nessun matrimonio si sarebbe celebrato, così il ricordo degli invitati sarà solo il profumo dei bianchi fiori d’arancio, impressi nella memoria, immobili e privi d’imbarazzo. Delusi amici e parenti lasciano casualmente il piccolo borgo. Impegnati nella frenetica ricerca di notizie sulla mancata unione, cellulari come vecchie comari, urlano da ogni angolo della strada. Brulicano fantasie e false notizie tra i tavolini dei piccoli bar del minuscolo paese. Incredibili ipotesi e commenti imbarazzanti si confondono tra il rumore della macchina del caffè e la musica delle radio, poste sopra mensole stracolme di bottiglie vuote. Il padre della sposa si aggira con aria minacciosa, stringe il cellulare come fosse il collo dello sposo, si agita, si arrabbia, mentre la moglie provata dalla situazione ha smesso di tentare di calmare il marito e cerca conforto tra le braccia di amiche fedeli. Gli amici dello sposo si rifugiano in un pub più lontano, lasciano che sia il bacio di un vino rosso a riportarli sulla terra, il loro amico dalle labbra sottili ed il sorriso dai denti bianchi e perfetti è scomparso, lasciando la sposa nascosta per vergogna nella sacrestia della chiesa. Sola, tra il profumo dei fiori d’arancio, si è tolta le splendide scarpe bianche, ha spento il cuore ed ora sta cercando la calma, finge di non piangere sciogliendosi i capelli. Anche il prete non osa avvicinarsi e la osserva immobile da un angolo della sacrestia. La giovane donna ha sciolto i lungi capelli dorati, il suo sorriso si è spento come dopo un requiem appena suonato. La ragazza si è tolta il velo, ha liberato la sua femminilità, ora volge lo sguardo all’anziano prete, un cenno del capo come saluto. Poi ,con le scarpe in mano, si incammina verso l’uscita. Sognava un’uscita trionfante tra riso e applausi, ora come un ladro fugge dalla porticina della sacrestia, delusa e rassegnata, rimasta sola con la seta e l’organza.

Il prete sistema l’altare, ripone i fiori d’arancio in grandi fioriere, lascia che il profumo inondi anche la sacrestia. La chiesa è stata ripulita ed il sole del mattino ormai è lontano, il pomeriggio ha portato solo la messa delle diciassette, nessuna giornata di festa, nessun confetto da poter assaporare come unico vizio, solo la sfuggente notizia sullo sposo della mattina, come una lettera strappata a metà. Una nave dal porto ieri notte aveva lasciato la costa, diretta verso il nord Europa, il giovane uomo si era imbarcato per raggiungere una sua proprietà. Una notizia senza alcun senso, tanto che il parroco scrollò le spalle chiudendo il verde portone all’ultima comare. Nel pub dove gli amici dello sposo sono soventi recarsi hanno anche l’altra parte della missiva. Un isola tra la Scozia  e l’Islanda, una piccola landa dove l’unica traccia umana è un piccolo faro ed una tomba. Una tomba, l’affare concluso, una tomba vuota su un’isola deserta, è la giusta causa per scappare dal profumo dei fiori d’arancio, è la traccia a cui si lega l’ira del padre della sposa, è l’indifferenza alla vita, a cui ora si appoggia la sposa pur di non impazzire dinanzi l’idea del suo uomo davanti un sepolcro vuoto. Quali motivi spingono il giovane sposo a lasciare tutto per correre verso il nulla? Prima di accettare una verità non bisogna mai confondere lo stile con le intenzioni. Il profumo dei fiori è ingannevole, sarà intenso solamente per interminabili istanti, nel futuro sarà solo l’odore della vita che muore.

 

Poche parole, lo sguardo fisso sempre sul Pc portatile. L’uomo amava oltre modo la sua posizione sociale. Con ammirevole devozione spendeva anche la sua vita privata nel raggiungimento dei fini aziendali. Eppure quella mattina di cinque mesi fa, sotto quel piccolo arco appena fuori il borgo medievale, le chiese di sposarlo. Con tacito orgoglio si ascoltarono solo il rumore dei baci sotto l’arco di architettura romana. Nessuna discutibile urgenza affollava la vita della coppia. ‘Però, una scelta ammirevole!’ pensò lei, mentre le labbra si scambiavano saliva e preamboli d’amore. Ora la sua stanza sembra così invecchiata, come un fiore strappato dalla terra. Ricordi di lui ancora vivi. Cenere dimenticata nel posacenere acquistato nei pressi di Siviglia, a forma di toro. Lo stereo illuminato con l’ultimo cd pronto a suonare ancora. La donna digitò play, poi chiuse gli occhi sapendo perfettamente quali erano le prime parole dopo la musica, On a dark desert highway. Cool wind in my hair. Gli Eagles erano ancora lì, mentre il suo sposo – sorrise - non aveva nemmeno raggiunto la California. La sua destinazione era un’inutile isola tra la Scozia e l’Islanda. Così, per cercare una traccia della sua dipartita, la giovane sposa dimenticata all’altare ora frugava nel piccolo appartamento immerso nei vicoli stretti della città del porto. Il portatile, con l’immagine fissa sul desktop di un vecchio Labrador, era appoggiato sul tavolo insieme alle innumerevoli e-mail stampate. Neanche inserendo la password lei sarebbe riuscita a trovare un indizio di questa fuga misteriosa. La camera da letto ordinata, come suo solito, i vestiti e le scarpe rifugiate e disposte nell’armadio, niente rifletteva l’assenza di lui, eppure lei cercava di mantenere la calma invece di gridare il suo nome. Come si vive questa situazione, come si può dubitare di quel sorriso, che ancora abbaglia nella fotografia sul comodino? La donna la prese in mano per vivere una nuova illusione, accarezzò  il suo viso sulla stampa e finalmente si rese conto di essere sola, veramente. Che può fare la musica che arriva dal salone? Solo aiutarla a concepire l’assenza. La donna riprese coscienza e tornò nella sala principale, doveva per forza trovare qualcosa, vedeva se stessa sull’orlo di un precipizio, aveva assolutamente bisogno di qualcosa per aggrapparsi per non cadere. Una vita di solitudine sembrava aspettarla fuori la porta. Anche la tazzina di caffè sembrava piangere per lei, il manico spezzato - ma lui non aveva mai voluto disfarsene - recitava sempre il ricordo di una gioia lontana. L’uomo non era schiavo di passioni, eppure sembrava aver dimenticato tutto pur di raggiungere un’isola senza nome. Ancora con devozione la donna rassettò la camera del suo fidanzato, tracciando nell’aria innumerevoli pensieri, cercando tra gli affetti e la realtà tracce di un perché. Poi lo sguardo ormai indifferente della donna si fermò sulla piccola ninfa dormiente. Una statuetta che non faceva parte delle loro cose in comune. La piccola ninfa dormiva pacata, appoggiandosi ad un piccolo scrigno. La donna sollevò la piccola statua e sussurrando le chiese. “Sei tu che me l’hai portato via?” La ninfa non rispose, si limitò a farsi riposare sulla mensola impolverata accanto ad un vecchio binocolo. Eppure la donna continuò a guardarla con aria stupita, il piccolo scrigno si era leggermente sollevato. Si apriva. Eppure lei giurò a se stessa di non essersi mai accorta prima che il forziere si aprisse. Ti vengo a cercare!’ sembrava urlare muta la giovane donna, Ti devo cercare, ho bisogno di capire la tua fuga da me!’ questo era il suo solo sentimento. Eppure il piccolo tesoro le rilevò un‘inquietante nuova su di lui. Così l’oggetto dei suoi desideri cambiò drasticamente, ed ora oltre a sentirsi sola, la donna aveva paura. Un piccolo foglio di carta era stato ritrovato nascosto nel minuscolo forziere, sul quale lui aveva scritto queste terribili parole. “Quel che è certo è che non lascerà che sia Dio a scegliere il giorno della mia morte.” Nello stesso istante i fiori d’arancio ancora prigionieri nella piccola chiesa barocca cominciavano a perdere la loro bellezza e il loro profumo cominciava ad emettere odori differenti. Come muta l’aspetto di un fiore col passare di eoni ed eoni, muta la razionalità umana. Così dall’amore tradito, scappato mentre si aspettava solo la marcia nuziale, si arriva alla consapevolezza di aver vissuto senza sapere chi fosse davvero l’uomo impaziente all’altare. [continua…]

 ***

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Poesia: SOTTO LE SPOGLIE DI UN ANGELO

SOTTO LE SPOGLIE DI UN ANGELO

 

Una poesia di Simone Ceccano

 

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Vorrei essere il serpente

 che sinuoso striscia sulla tua pancia nuda,

Avido di odori segreti che non conosci,

Per poi mangiarti il cuore,

 

E, illuminato dalla luna,

Bere lentamente gocce di gelo dalla tua anima,

Innocente dolce ninfa di un mondo a me nuovo,

eppur così già stanco…

 

Voglio vederti chiudere gli occhi

E avvertire il mio freddo ventre su di te

Voglio vederti chiudere gli occhi di bimba,

E maledire Dio.

 

Quel Dio che ti ubriacò in una notte di luna

E ti fece incontrare il demonio,

Impostore e amante gentile,

Serpente, sotto le spoglie di un angelo.

 

***

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