Leggende dalla Cripta di Cthulhu
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Chiunque voglia contattare i Custodi della Cripta di Chtulhu può scrivere a PICKETTBLOG@YAHOO.IT

La porta dell'Inferno è stata varcata *loading* volte...


Bentornati carissimi lettori. La sosta come sempre è stata fin troppo breve e l’orrore quotidiano di una vita di routine ci ha di nuovo stretti tra le sue spire, acida matrigna che sembra prostituirsi con chiunque tranne che con la nostra felicità. Viviamo di nuovo in tempi di ignoranza e superstizione senza la consolazione di poter godere del fascino del Medio Evo. Il destino ha concluso per noi un pessimo affare e non possiamo farci nulla. Perché invece viviamo davvero in un nuovo Medio Evo e ci scontriamo, che lo vogliamo o no, contro una civiltà diversa dalla nostra che come arma in più ha il fatto che al contrario di noi non ha perso la sua concezione del mito. Il mito vive in quella gente, non importa quanto tempo sia passato, mentre noi non siamo altro che dei gusci vuoti incapaci di ricordare noi stessi. E allora un Papa non può citare Manuele II, terzultimo imperatore romano (bizantino per i seguaci di Voltaire) che mai si sia consegnato alla storia legittimando questo titolo. Non può, nonostante il saggio basileus citato dal pontefice racconti con quelle dure parole la sua verità, la verità di un uomo a cui l’Islam ha demolito l’impero e che in futuro gli farà perdere suo figlio, nell’ultima eroica, disperata e immortale difesa di quella che fu la città di Costantinopoli,
Per ora è tutto e vi lascio, ma prima di agurarvi come sempre buona lettura, consentitemi in ultimo di donarvi tre secondi di fuga da questa squallida realtà, attraverso gli occhi e le parole di un maestro al pari del nostro amato Howard Philipps. A presto…
“Nebbiose valli, rivi d’ombra e selve simili a nuvole, le cui forme nessuno più distingue per le lacrime che vi gocciolano intorno, enormi lune si gonfiano e spariscono, ancora – ancora – ancora in ogni momento della notte – sempre e sempre mutando luogo.” Edgar Allan Poe
KIROK
Un racconto di Simone Ceccano

“Nel 1453 l’ultimo imperatore romano d’Oriente, Costantino XI, era morto sugli spalti di Costantinopoli nel vano tentativo di fermare con i suoi appena 50.000 difensori la torma avanzante di 260.000 turchi sotto le sue mura. Meno di trent’anni dopo, Gedik Ahmed Pascià, uno dei più formidabili generali ottomani, che nel frattempo erano dilagati in tutti i Balcani, varcò il Canale d’Otranto e sbarcò in Italia con migliaia di soldati, cingendo d’assedio la cristianissima e prosperosa città di Otranto. La guarnigione a difesa della città abbandonò nottetempo il campo e fuggì, all’alba i cannoni ottomani sgretolavano le mura di Otranto. Il massacro susseguente è indiscriminato, e gli sventurati superstiti decidono di barricarsi nella cattedrale. L’arcivescovo Stefano attende l’orda sanguinaria dei turchi seduto sul suo trono, vestito degli abiti pontificali e con la croce in mano. I turchi gli mozzano la testa e si danno al massacro indiscriminato. Il mattino del 14 agosto 1480, ottocento sopravvissuti che avevano rifiutato di abiurare la fede cattolica vengono condotti sul colle della Minerva per essere giustiziati, saldi nella convinzione che ‘Cristo fosse morto per loro e ora toccava a loro morire per lui’, come i turchi appresero per bocca del sarto Antonio Primaldo, cristiano fervente e uomo stimato in tutta la città, che si era fatto portavoce degli ottocento martiri nel rifiutare la proposta di Ahmed Pascià di aver salva la vita rinunciando alla fede nel proprio dio. E’ celeberrima la testimonianza che narra di come il tronco senza testa del coraggioso sarto si sia rizzato in piedi senza che ci fosse modo di atterrarlo, finché l'ultima esecuzione non fu compiuta. Uno dei carnefici si convertì persino al cristianesimo alla vista dell’evento prodigioso, incontrando anch’egli il martirio per mano degli stessi turchi, che erano usi impalare tutti i musulmani apostati.. Meno conosciuta è la leggenda de ‘Lu Diavolo nella Cattedrale’ che racconta di come ‘Il Demonio si manifestò nella gran cattedrale in cui si erano rifugiati coloro che erano sfuggiti alla furia omicida dei turchi, e di come volesse sottrarre al martirio l’arcivescovo Stefano facendolo fuggire da quel luogo e portandolo via con sé. Ma cinque valenti giovani del popolo avevano affrontato il Maligno nella cripta della cattedrale, impedendo in tal modo che all’arcivescovo Stefano fosse negato il sommo onore del martirio. Quattro erano morti, ma l’ultimo giovane, guidato dalla mano di Dio, aveva trafitto il Demonio con la propria spada ricacciandolo negli Inferi dove il Signore lo aveva precipitato. Il giovane, che altre versioni erroneamente confondono con il sarto Antonio Primaldo, mescolando così i due racconti, avrebbe anch’egli incontrato il martirio sulla collina della Minerva il giorno successivo, come il santo arcivescovo che i turchi avevano privato della testa. I racconti popolari rendono più grossolano e poco credibile l’intera vicenda quando indugiano in particolari grotteschi come il fatto che il Demonio si sia effettivamente manifestato nella chiesa, sotto forma di una grossa mosca o ragno antropomorfo, oppure sotto forma del ‘biblico flagello delle cavallette che tanti tormenti aveva inflitto ai pagani Egizi’. E’ curioso come un racconto così palesemente di fantasia abbia una sua versione italiana e una versione turca. Il racconto turco narra di come i soldati di Gedik Ahmed Pascià, che avevano saccheggiato la cattedrale, trovassero nella cripta ‘il corpo di Satana in persona, incarnato in una delle sue più orrende e blasfeme forme’. Ahmed Pascià, colpito oltre modo dalla testimonianza dei suoi soldati, aveva intimato agli ottocento abitanti superstiti della città di abiurare quella fede cattolica che aveva permesso il verificarsi di una simile blasfemia, pena altrimenti la morte. Poi il condottiero ottomano aveva ordinato ai suoi soldati di bruciare l’orribile corpo nella cripta in modo che non ne restasse traccia alcuna. Il generale turco aveva in un primo momento pensato di ardere l’intera cattedrale, nonostante la sua bellezza, per cancellare definitivamente il luogo dove il male si era manifestato. Ma quando i soldati che avevano visto il corpo in cui si era incarnato il demonio gli dissero che stranamente la carcassa aveva un largo squarcio di circa trenta centimetri che sembrava inspiegabilmente stato inciso dall’interno su quello che sembrava il petto della creatura, Gedik Ahmed Pascià aveva risposto che l’anima del Diavolo era ormai volata via e sarebbe stato inutile ardere anche il tempio cristiano. Il turco si limitò soltanto a trasformare la cattedrale d’Otranto in una stalla per i cavalli dei suoi soldati, in segno di spregio. A tutti gli uomini che avevano assistito alla scena e che avevano bruciato il mostruoso cadavere furono tagliate la lingua e le mani, in modo che non potessero raccontare a nessuno quello che avevano visto; eppure in qualche modo questa leggenda è giunta fino a noi. La versione turca della storia sembra quasi un goffo tentativo per voler giustificare le efferatezze commesse dalla soldataglia di Ahmed Pascià nei confronti dei fieri abitanti di Otranto ed è forse di scarso interesse. Altre testimonianze di cronisti ottomani proseguono nel raccontare che i soldati turchi avrebbero consegnato a Gedik Ahmed Pascià un misterioso oggetto rinvenuto nella cripta poco distante dal corpo del demonio che avevano dato al rogo. Pare si trattasse di una misteriosa scultura di cristallo levigato che raffigurava grossomodo il cranio di una scimmia, o qualcosa di simile. Ahmed Pascià rimase molto colpito dall’abilità dell’artigiano, sebbene né in Otranto né nelle contrade vicine ci fosse un maestro o uno scultore così abile da produrre una simile meraviglia. Il misterioso teschio di cristallo scomparve in seguito alla morte di Gedik Ahmed Pascià, che concluse la sua turbolenta esistenza assassinato in carcere, appena due anni dopo il sacco di Otranto, per mano dei carnefici del nuovo sultano. Riguardo tutta questa faccenda e le varie leggende ad essa collegate, mi risulta incredibile constatare come prima d’ora nessuno abbia fatto caso a una bizzarra coincidenza che lega questo racconto popolare grottesco con la storia degli ottocento martiri giustiziati dagli Ottomani sul colle della Minerva. Quasi nessuna versione, eccetto le fonti in mio possesso, menziona infatti che tra gli ottocento cadaveri decapitati, uno sia stato trovato con uno squarcio di
Lawrence Noir
***
IO SONO LEGGENDA
Un articolo di Luca Nisi

Io sono leggenda. È lo straordinario titolo del romanzo Horror – Fantasy dello scrittore americano Richard Matheson. Incipit davvero azzeccato per questo leggendario racconto. Perché è proprio il mito di Robert Neville, unico uomo superstite in un mondo popolato da vampiri, a trasformare il racconto in leggenda. L’impronta lasciata da questo racconto sulla nostra epoca la possiamo racchiudere nel commento di un grande autore: “Lo scrittore che mi ha influenzato più di ogni altro.” Stephen King. Io sono leggenda, romanzo del 1954 (in Italia esce nel febbraio del 1989 nella collana Classici Urania con il titolo: Vampiri) rovescia la classica situazione letteraria dei vampiri inserendo un solo umano in un mondo di esseri mostruosi. Matheson rivelò di aver avuto l’idea di “Io sono leggenda” quando a 17 anni vide il film Dracula con Bela Lugosi. Il libro, ambientato nel 1976, racconta la storia di Robert Neville, l’ultimo umano sopravvissuto, in un mondo completamente popolato da vampiri. Robert Neville, annichilito dalla perdita dei suoi affetti più cari, sopravvive barricato in casa alternando i giorni votati all’oblio (la bottiglia di whisky come unica compagna, il fantasma della moglie Virginia, le ferite che si procura volontariamente) ad altri, non meno difficili, nei quali si fa strada il desiderio di indagare sull’indagine del collasso. Durante la notte se ne sta rintanato nella sua roccaforte, assediato dai morti viventi avidi del suo sangue. Li combatte con gli oggetti della superstizione (aglio, paletto di legno, la croce, uno specchio) ma qualcosa gli dice che non può essere tutto lì, così cerca nuove strade per lo sterminio delle creature delle tenebre. Personalmente ho divorato il libro in una giornata, ritengo questo racconto sia un piccolo capolavoro di fantascienza. Richard Matheson (Allendale, New Jersey, 20 febbraio 1926) scrittore e sceneggiatore. Matheson esordisce nel 1950 sulla rivista: The Magazine of Fantasy and Science Fiction con un racconto: “Nato d’uomo e di donna”, ispirazione palese a: “L’estraneo” di H. P. Lovecraft del 1921. Indagando sulla sua vita ho scoperto che ha scritto sceneggiature per telefilm come Alfred Hitchcock Presenta, e Star Trek (Serie Classica: The Enemy Whitin). Collabora con Roger Cortman per la sceneggiatura di film ispirati a Poe come: I vivi e i morti e Il pozzo e il Pendolo. Tra suoi racconti più famosi cito: Tre millimetri al giorno del 1956 e Io sono Helen Driscoll del 1958. Nel 1971 adatta un suo racconto per la sceneggiatura del film Duel, diretto dall’allora esordiente Steven Spielberg. Tornando ad Io sono leggenda, il romanzo ha ispirato diversi film e cortometraggi tra cui: L’ultimo uomo sulla terra di Ubaldo Ragona con il grandissimo Vincent Price del 1964 e Occhi bianchi sul pianeta Terra di Boris Segal del 1975. In Io sono leggenda prevale un costante presagio di fallimento e di morte che finisce col coinvolgere il lettore stesso in un altissima trasmissione emotiva fino all’ultima riga. Matheson al contrario di Lovecraft e Poe è suscitatore di sudori freddi, non evocatore di terrore ancestrali. Richard Matheson ha un fraseggio secco e addirittura scarno, tutto è conciso senza nessuna divagazione. Questo tipo di taglio stilistico si adatta perfettamente alla leggenda di Robert Neville, fa di Matheson uno scrittore modernissimo, lontano dalla scrittura barocca dell’horror classico dei maestri Lovecraft e Poe. Questo Blog continua nel viaggio iniziato nel 2004, dove si è preso l’incarico di diffondere la narrativa Horror - Fantasy, inseguendo le orme lasciateci dal maestro Lovecraft. Esplorando questo incredibile mondo che ho scovato Richard Matheson. Io sono leggenda, è ristampato e letto ormai da un cinquantennio, sono convinto sia un titolo indispensabile nell’affollata libreria dei lettori appassionati di Horror – Fantasy.
LN
22/08/06
***
Un racconto di Luca Nisi

Foto Copyright © Umberto Nisi
La pioggia batteva fortissima sul battello “Miss Liberty”, l’oblò nell’alloggio del ex sposo mostrava al suo inquilino la lunga e buia notte sull’oceano. Sdraiato sulla branda, chiudeva gli occhi e ricordi infantili riaffioravano nella mente dell’adulto. Storie nate dalle esperienze della sua infanzia, caratterizzata dalla solitudine di un ragazzino che passava il suo tempo leggendo, rinchiuso nei riformatori, aspettando quell’unico giorno in cui suo padre lo andava a trovare. Nella sua piccola stanza preparava con cura due piccole sedie, lasciava il binocolo, unico regalo del genitore, appoggiato sul davanzale. Mero oggetto di libertà, visto che la finestra era sbarrata, come una prigione, dove il ragazzo cresceva lontano da tutto. D’un tratto si sentì osservato, con il cuore a mille credeva fosse il genitore finalmente giunto a trovarlo. Invece ancora una volta emerse nella sua mente l’immagine della direttrice che lo informava freddamente della morte del padre, scomparso nelle fauci dell’oceano, quello stesso mare che adesso il ragazzo divenuto adulto solcava alla ricerca di un’isola senza nome. Una ricerca che lo aveva portato ad ignorare con totale convinzione tutto quello che sulla banchina del porto aveva lasciato. Immaginava con disappunto e umiliazione la scena della sua sposa all’altare. Poteva mai perdonarlo? Poteva mai comprendere le intenzioni che lo avevano spinto ad inseguire il nome del padre su una pergamena, arrivata come un fulmine a ciel sereno? Sapeva che non era giusto che la sua ragazza pagasse colpe che non aveva. E ancor di più, lei avrebbe mai potuto accettare la possibilità di non rivederlo mai più? Con queste sensazioni l’uomo cercava di sfuggire al sonno, dopo tutte le scoperte fatte in questi ultimi giorni, dormire gli sembrava solo un modo come un altro di abituarsi alla morte. Nel piccolo tavolino vicino la branda c’era una la lettera indirizzata alla sua promessa sposa. Un goffo tentativo di dare una spiegazione agli avvenimenti. Nell’istante in cui si addormentò, un soffio di vento aprì in parte la lettera. Amore…. un orrendo richiamo mi porta via dal giorno più bello della nostra vita [...] Circa due settimane fa ho incontrato un uomo nel vecchio pub davanti al municipio [...] comprendi il mio stupore quando mostrandomi la mappa tra le firme in circolo ho riconosciuto quella di mio padre e [...] ci sono tante cose che ho scoperto da quando possiedo questa pergamena, ci sono ben 12 firme eppure il cerchio [...] credimi la prima firma risale al 1355, ho scoperto il significato del round robin [...] credimi amore mio, il mio sentimento per te rimane integro, puro, ma ora che ho acquistato la tomba è [...] è una tortura per me perderti, tutti i nostri sogni infranti, perdonami. [...] La pioggia era incessante. L’uomo si alzò di scatto dalla branda, senza emettere un suono. Si diresse lentamente verso il piccolo scrittoio, ripose la lettera nella tasca della sua giacca, appesa accanto la porta dell’alloggio, e allo stesso tempo estrasse un’antica pergamena. La carta era ingiallita dal tempo, ma proprio la sua età antica sembrava affascinare l’uomo. Non sembrava però avere gli atteggiamenti e sentimenti spiati nella sua lettera d’addio. Quando estrasse la pergamena la distese sul tavolo con cura maniacale, cercando più di una volta con le dita di lisciare le tante piegature, poi incominciò ad accarezzarla, in modo perverso, come quando avidamente da ragazzo si strusciava con le prostitute nelle vie sudice e disgraziate del porto. Un sorriso malvagio si affacciava incomprensibilmente trionfante sul suo viso. I suoi denti bianchi e perfetti risplendevano nella tempesta marina, come se lui fosse il faro che avrebbe condotto sana e salva la “Miss Liberty” dalla tempesta fino all’isola senza nome. [continua…]
***
Una poesia di Simone Ceccano

La tua mente è una parete bianca
Imbrattata di sogni volgari.
Predatore di sciocchezze,
Ti aggiri in una foresta di inerti inutilità.
La natura ride della tua goffezza
E tu, ignaro, ricambi e ridi,
Come se fosse davvero giunto il giorno
In cui Dio si travestì da scimmia.
***