Leggende dalla Cripta di Cthulhu
Racconti di Simone Ceccano e Luca Nisi liberamente ispirati all'universo del maestro H.P.LOVECRAFT
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Chiunque voglia contattare i Custodi della Cripta di Chtulhu può scrivere a PICKETTBLOG@YAHOO.IT

La porta dell'Inferno è stata varcata *loading* volte...


Lettori! Terrestri! Ben ritrovati nella Cripta di Chulhu! Ancora una volta sono costretto ad aprire un nuovo aggiornamento parlandovi della razza umana…
Un recente studio pubblicato dalla rivista New Scientist si pone una semplice domanda: “Cosa accadrebbe se all’improvviso l’umanità scomparisse?” Bene, l’amara conclusione sarebbe che in poche migliaia di anni di noi resterebbe ben poco. E, cosa da non sottovalutare, il pianeta starebbe meglio. La natura è più forte dell’uomo e, in un tempo relativamente breve, potrebbe cancellare ogni sua traccia. Così, aspettando la distruzione della civiltà umana, l’uomo in questi giorni continua la sua affannosa ricerca di colonizzazione dello spazio, visto che per le terre emerse è arrivato ovunque. Inoltre continua ad inventare nuovi strabilianti marchingegni. Di questi giorni la notizia della costruzione di mosche robot, in grado di volare nelle postazioni nemiche per spiarne i movimenti. Questi robot saranno pronti tra una decina d’anni. Invece chi è già pronto è il supertopo. I super ratti hanno invaso Londra, a settembre nella capitale inglese sono stati catturati esemplari di
Buona lettura e tenete sempre una mente aperta.
“E tu che fai di sabato in questa città, dove c'è gente che lavora, per avere un mese all'anno di ferie.” Franco Battiato, da Gente in Progresso (1983)
Un racconto di Luca Nisi

C’era una volta un isola, senza traccia sulle carte, che attirava con le sue correnti innumerevoli battelli a baciare i suoi indistruttibili scogli. Dopo innumerevoli catastrofi l’uomo costruì un faro su quell’isola, ma nulla più. Niente di umano si faceva illuminare dalla bianca luce del faro. Nessuna voce umana si perdeva tra la spiaggia di scogli e la piccola natura che si sprigionava al centro dell’isola. Eppure, se coraggiosamente qualche anima si fosse spinta fino al centro dell’isola, si sarebbe lasciata trasportare dall’immenso spettacolo di Madre Natura. Non è facile trovare luoghi incontaminati dall’umanità; superati i primi scogli sulla spiaggia, la vegetazione prende forme e colori maestosi. Piccoli laghi ghiacciati, enormi blocchi di pietra si alzano solitari come pinnacoli di antiche cattedrali, non ci sono sentieri da percorrere, mentre potreste incontrare piccole pozze, fenomeni di vapore ed acque sorgive a 100° centigradi, spettacoli della natura. Ma è nella notte di questa oasi che la meraviglia cresce, basta raggiungere qualsiasi piccola radura, lontani dalla vegetazione, ed alzare gli occhi al cielo: lo spettacolo del firmamento è un omaggio alla bellezza di questo pianeta. Eppure non è tutto frutto del nostro pianeta quello che custodisce l’isola. C’è un piccolo edificio nascosto al centro della landa, protetto da una fitta boscaglia, un luogo di culto, un luogo senza nome su un’isola che non c’è.
C’era una volta in un passato remoto per gli umani, una piccola imbarcazione con un equipaggio pressoché di pescatori che in preda ad una tempesta furono sbattuti sull’isola senza nome. Molto prima che il faro venisse costruito i primi uomini lasciavano delle orme sulla sabbia scura dell’atollo incontaminato. I sette uomini, spinti dalla forza dei dispersi, si inoltrarono tra la vegetazione e, guidati dalla luce della luna, giunsero dinanzi il piccolo edificio. La costruzione altro non è che una casa di roccia con al centro un altare di pietra senza nessuna iscrizione. Eppure i pescatori, incuriositi dal luogo, appena sorpassarono l’altare trovarono una grande apertura, una specie di pozzo a forma quadrangolare. Correva il 1355 e non esistevano attrezzi come torce elettriche e armi da fuoco, però c’era impresso nell’uomo di allora il senso del coraggio e dell’esplorazione e, con un lumino, ovvero una piccola coppa triangolare con il bordo ornato di perle, intrapresero un viaggio all’interno del pozzo. Prima di loro, forse, con tale azzardo la storia ricorda solo Giulio Cesare che, dopo aver sconfitto Vercingetorige, affermò la sua candidatura al consolato. Ma Pompeo suo rivale gli impose di raggiungere Roma solo se avesse rinunciato al comando militare. Cesare al contrario scelse la guerra attraversando il Rubicone con le sue legioni. “Alea jacta est” è iscritta da allora sullo stemma di tutti i grandi potenti della storia. Ritratti di coraggiosi, altri sono solo ritratti di uomini curiosi. I sette pescatori scelsero di affrontare la sfida ignari di quello che avrebbero trovato. Eppure nessun rumore imponente di un gladio che sbatte contro lo scudo li avrebbe accompagnati nella discesa in fondo al pozzo. Cosa riposa nel fondo, la vanità di un antico re? La testimonianza di un’antica civiltà? Cosa trovarono gli uomini quando finita la discesa puntarono la misera luce emanata dalla coppa? La risposta è tra le firme in cerchio di un’antica pergamena che da quasi settecento anni passa di mano in mano, ma non serve avere timore per continuare a leggere questa storia. Quello che trovarono fu davvero una tomba, c’era realmente un blocco di pietra che poteva proteggere una salma. Uomini curiosi, uomini rozzi e stolti, così potremmo definirli, uomini che travolti dall’idea di scoprire innumerevoli tesori, sollevarono il coperchio. La grande lastra di roccia lavica finemente tagliata ebbe bisogno di otto braccia per essere spostata. Piano piano, più il coperchio veniva sollevato e più un altro mondo si mostrava ai loro occhi. Una porta su un'altra dimensione si affacciava davanti ai loro nasi. Un luogo dalla bizzarra architettura, con un cielo senza stelle conosciute, corridoi interminabili, scale ed edifici dai colori scintillanti, immense colonne alte centinaia di metri. Città di basalto, da far girare la testa. Qualche uomo svenne a quella vista, altri impazzirono e si persero nelle strade di marmo nero senza più tornare nel loro mondo. Chi riuscì a mantenere la rotta, arrivò ad incontrare delle strane creature. Gli esseri che vivevano dietro la tomba lasciarono che i due umani superstiti, due fratelli, attraversassero un’immonda foresta dalla vegetazione aliena. Alberi dai frutti neri e maleodoranti si mescolavano insieme a sculture di un materiale sconosciuto con forme lontane da qualsiasi fattezza umana. Camminando in quei luoghi dovettero tapparsi più volte le orecchie di fronte a rumori assordanti. Come grida di mostri inimmaginabili. Sembrava che il regno del male avesse attirato i due fratelli a sé, colonne altissime li accompagnavano in sentieri ricolmi di corpi senza vita di entità di cui nel pianeta Terra conosciuto non vi era né traccia né memoria. Poi, dopo alcune interminabili ore di follia, i sopravvissuti arrivarono in quella che in seguito appresero essere altro che
***
AUTUNNO
Una poesia di Simone Ceccano

Autunno nella mia anima,
eppur vivo la primavera della vita
e il mio cuore tormentato non cessa di battere.
Ho amato, sofferto, pianto,
la polvere dei secoli in un corpo giovane,
la nebbia del tempo in un cuore di veleno.
Cadono le ultime foglie…
Nascondono alla primavera
un cadavere nella neve.
5 Dicembre 1995
***
IL PASSEGGERO
Un racconto in due parti di Simone Ceccano

Serge era seduto sulla solita staccionata, di fronte a quel rottame della sua auto, osservava da sotto il cappello l’uomo che si avvicinava solitario al parcheggio, lungo la discesa sterrata. C’erano anche tutti gli altri, ragazzini di strada, avevano bevuto molto e le loro risate riempivano quella notte senza stelle di inizio estate. Il cielo era carico di nuvole, presto avrebbe piovuto. “Ehi Lucas, la vuoi?” sghignazzò Serge con una risata volgare sventolando sotto il naso del nuovo venuto la bustina piena di droga. “Vaffanculo Serge.” Rispose Lucas senza neppure guardarlo in faccia. “Stasera no, stasera ho da fare. E poi Mike non me lo permetterebbe.” “Stasera no? Hai detto così anche la scorsa settimana. Che diavolo ti è successo Lucas?” strillò Serge all’uomo che si allontanava di nuovo, strabuzzando i grandi occhi a palla. “Ehi! E poi… Chi diavolo è questo Mike?” Gli altri ragazzini risero. Lucas si lasciò Serge e la casetta di legno vicino al parcheggio alle spalle e superò la siepe arrivando ad una stradina attigua senza uscita. La sua vecchia auto era lì, un Maggiolino del 1983 color melanzana divorato dalla ruggine. Mike lo aspettava in macchina, in silenzio, come sempre. Lucas guardò le nuvole e si accese una sigaretta. “Ho smesso con quella roba ma ho ripreso a fumare. Bell’affare…” pensò. Poi aprì la portiera, infilò la chiave e accese il motore, che si avviò scoppiettando, senza guardare in faccia il suo passeggero. “Sei sicuro di volerlo fare di nuovo Mike? Sei sicuro di volerlo fare stanotte?” Il silenzioso passeggero sorrise beffardo, senza aprire bocca. “Ho capito.” rispose Lucas battendo il pugno contro il volante. “Lo dobbiamo fare per forza. Perlomeno prima c’era la droga ad accompagnarmi, ora devo essere lucido per farlo, vero?” L’uomo si allontanò dalla stradina chiusa con il vecchio automezzo senza ricevere risposta. Bastò che Mike lo guardasse e Lucas non ebbe più dubbi. Sapeva cosa voleva dire quello sguardo. Non aveva scelta. Lasciò la periferia di Edimburgo e si inoltrò per la campagna, lontano dalla statale, in direzione del Red Carpet Inn, una vecchia locanda fuori città. Fumò ancora un paio di sigarette, poi dopo mezz’ora di silenzio, quando erano più vicini alla meta, riaprì bocca. “Perché proprio quella locanda Mike? Cosa ha fatto quell’italiano che l’ha comprata per ricevere la nostra visita?” Il passeggero silenzioso guardò di nuovo il conducente con fare interlocutorio. “Non stai cominciando a fare troppe domande Lucas?” Ma forse Lucas quella risposta se l’era immaginata solo nella sua mente. Non c’erano mai risposte in quel che faceva con Mike. Era così da qualche mese ormai e non poteva più smettere. Aveva smesso con la droga, ma la droga era niente in confronto. Iniziò a piovere, la strada non era neppure più asfaltata e la vecchia Volkswagen sbandava lungo le curve strette che portavano in cima alla collina erbosa puntellata di roccie grigie. Attraverso i vecchi tergicristalli che stridendo si affannavano a pulire il parabrezza dalla pioggia battente i due potevano scorgere le luci rosse e accoglienti della vecchia Red Carpet Inn. Era un’antica locanda, risaliva addirittura al XVII° secolo. Era stata costruita su terreno consacrato, dove prima sorgeva una vecchia chiesa gotica distrutta un bel giorno da un fulmine piombato dal cielo. Una parte dell’edificio era stato ricavato direttamente dalle pietre della vecchia chiesa. Poi la locanda per motivi perlopiù ignoti era stata abbandonata dagli anni ’40 del XX° secolo, finché un italiano, un certo Claudio Lazzari, non l’aveva acquistata di recente con il proposito di ristrutturarla. Dalla Red Carpet Inn si godeva una vista meravigliosa dei piccoli centri vicini e la statale era lontana con il suo frastuono, ma la stagione era appena cominciata, e gli avventori con tutta probabilità erano pochi. L’ora ormai era tarda, oltre l’una del mattino, quando Lucas e Mike parcheggiarono l’auto di fronte all’ingresso, sotto il diluvio. Lucas aprì il cassettino dell’auto ed estrasse uno strano pugnale che aveva trovato qualche mese prima sotto la vecchia Volkswagen, vicino al parcheggio dove si incontrava spesso con Serge e gli altri. Aveva una lama insolitamente ricurva e il manico istoriato con una tecnica che non aveva mai visto. Alla fine del manico c’era come un grosso occhio da cui si dipanavano dei tentacoli che terminavano quando iniziava la lama. Lucas si era portato quell’insolito oggetto a casa, sperando avesse qualche valore. Forse avrebbe potuto barattarlo per della droga. Invece il giorno dopo Mike aveva bussato alla sua porta e la vita era cambiata per sempre. I due si avvicinarono all’ingresso incuranti della pioggia e aprirono l’uscio in legno di recente dipinto, trovandosi in un ambiente caldo e accogliente. L’italiano grasso dai capelli ricci che li scrutava oltre il bancone della reception fumando un sigaro puzzolente aveva fatto un ottimo lavoro. “Good night sir!” gorgogliò ridacchiando l’uomo dalla pelle abbronzata. “Buona sera.” rispose gelido Lucas senza neppure togliersi l’impermeabile fradicio. “Ci sono camere libere?” “Oh!” sorrise l’italiano mostrando i suoi denti gialli. “Tutte libere per lei signore! La stagione è appena iniziata! C’è solo una vecchia coppia di tedeschi. Gente anziana, è già a letto da un pezzo.” L’italiano rise. Una risata sgradevole, ma mai quanto il motivo per cui Lucas e Mike erano alla Red Carpet quella notte.
23:59.59
Una poesia di Luca Nisi

Infreddolito ed impaurito,
Mi nascondo tra gli ingannevoli secondi...
Lentamente,
Comincio a scalare i pericolosi ed interminabili minuti…
Alla fine del viaggio sono senza fiato,
Vedendo,
Oltre alle lunghe ed affilate lancette del tempo,
Sorgere una nuova ora.
***