Leggende dalla Cripta di Cthulhu
Racconti di Simone Ceccano e Luca Nisi liberamente ispirati all'universo del maestro H.P.LOVECRAFT
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Chiunque voglia contattare i Custodi della Cripta di Chtulhu può scrivere a PICKETTBLOG@YAHOO.IT

La porta dell'Inferno è stata varcata *loading* volte...

“Giorni e giorni, l’un giorno dopo l’altro,
stemmo fermi, non vento o movimento;
immoti come una dipinta nave
in un mare dipinto.”
Samuel T. Coleridge
THE RIME OF THE ANCIENT MARINER
Bentornati cari lettori in questo novembre del terzo millennio in cui è appena iniziata la terza decade della mia vita. Abbiamo da poco superato il piccolo traguardo dei trenta aggiornamenti, sono trenta mesi di storie che insieme abbiamo cercato di raccontarvi, una piccola porzione di incubi quotidiani riportati dal nostro punto di vista limitato, come il vostro, come quello di tutti i comuni mortali. Ma non sono forse i piccoli punti di vista a dare un senso a quello che viviamo giorno per giorno? Che sia la ricerca disperata dei segreti lasciati dal proprio padre in un’isola in mezzo all’Atlantico o il giornaliero struggersi per cercare di arrivare in orario al proprio posto di lavoro, una maledetta catena di omicidi imposti da forze sovrannaturali che non possiamo controllare, o il semplice squallore di una vita di routine i cui tempi sono dettati dalla droga. Poco importa. Quello che conta davvero è sentirsi il piccolo e fondamentale tassello di un puzzle cosmico che forse non riusciremo mai a comprendere, ma che magari c’è davvero a dare un senso a tutto. Sforzatevi perciò, come cerco di fare io quando la routine non riesce momentaneamente a sommergermi, di non essere una piccola nave dipinta in un oceano in continuo movimento, ma un vascello a vele spiegate, in un vasto mare composto di tante piccole storie, ognuna con la sua piccola parte di verità.
Buona Lettura
IL PASSEGGERO
Un racconto di Simone Ceccano

“Bene.” Rispose Lucas accendendosi una sigaretta mentre si faceva vicino al bancone. Mike era dietro di lui. “Allora mi dia due stanze, con vista sul paese, per favore.” L’italiano sgranò gli occhi, poi tentò di sorridere buttando un occhio verso il telefono dall’altro lato del bancone, a cui Mike si era avvicinato, senza fare rumore. “Due stanze? Lei vuole prendermi in giro sir. Cosa se ne fa di due stanze…” Lucas evitò di guardare l’uomo in voltò e spense la sigaretta per terra, sullo splendido tappeto rosso che copriva gran parte del pavimento in legno della hall. “Ha detto lei che le stanze sono tutte libere, no? Allora me ne dia due e faccia poche storie.” L’italiano aggrottò le sopracciglia e cominciò a sudare. Poi il telefono cadde per terra e si ruppe. “Ma che diavolo succede? Chi è lei, che vuole? E’ pazzo forse?” gridò all’uomo dall’impermeabile bagnato che premeva ancora la punta dello stivale sulla sigaretta gettata in terra. Lucas sogghignò, un sorriso amaro, mentre tirava fuori il curioso pugnale che aveva preso in macchina dalla tasca dell’impermeabile. “Ah dimenticavo. Lei non può vederlo. Sono così abituato ad averlo sempre con me che me ne dimentico ogni volta… Ogni maledetta volta. Mi creda signor Lazzari, è questo il suo nome non è vero?” L’italiano non rispose e si mise con la schiena contro il muro, fissando la lama nelle mani dello sconosciuto; aveva ancora in bocca il sigaro spento. “Forse è meglio così signor Lazzari,” continuò Lucas, “E’ meglio che veda solo me, tanto tra poco sarà tutto finito.” “Ma cosa dice? Che vuol fare con quel coltello? Vuole dei soldi? E’ un drogato o cosa? Le darò tutto quello che vuole ma non faccia sciocchezze, la prego!” “Un drogato?” rispose Lucas. “Oh, non più ormai, qualcosa di peggio.” Poi Lucas scavalcò il bancone e si trovò faccia a faccia con l’italiano, sbattendolo contro la parete alle sue spalle dove stavano appese le chiavi. L’uomo gridò, gridò più forte che poteva, ma nessun suono uscì dalla sua bocca, mentre Mike guardava compiaciuto gli occhi della vittima, vinti dalla paura. “Dimenticavo...” Bisbigliò Lucas mentre stringeva sempre più forte il manico del coltello. “Non le permetterà di gridare e chiamare aiuto, non lo permette mai. Non mi chieda come fa, ma può fare questo e tante altre cose.” “Ma chi? Chi è con lei? Chi?” piagnucolò il proprietario della locanda. “Anche se glielo descrivessi non mi crederebbe. E’ meglio che mi creda pazzo. Tra un po’ le sarà tutto più chiaro, diventerà come lui credo… Come gli altri che ho ucciso… Addio signor Lazzari.” Prima che l’italiano potesse di nuovo replicare, Lucas lo prese per il bavero della giacca e lo sgozzò di netto con il pugnale con un movimento rapido e deciso. Non era la prima volta che faceva questo per Mike. Il corpo pesante dell’italiano cadde a terra, dietro al bancone, con un rumore sordo e l’uomo dall’impermeabile grondante rimase a fissare per qualche secondo quella massa grassa ed inerte per cui provava pietà. Poi con la coda dell’occhio cercò dove fosse l’altro ospite della hall della Red Carpet Inn. Mike era sempre lì in piedi, immobile vicino al telefono rotto, con gli occhi vitrei e il suo consueto pallore mortale, la vena giugulare recisa di netto da una lama affilata, da cui ormai non scendeva più sangue da tempo. Sulla spalla destra, come sempre, stava appollaiato una specie di piccolo polipo con un grande occhio roteante. I tentacoli della piccola mostruosità sembravano quasi fusi con la carne di Mike. Il grottesco e silenzioso spettro osservò Lucas e poi ghignò, un ghigno diabolico eppure inespressivo al tempo stesso. “Dobbiamo andare a casa ora Lucas, prima che qualcuno se ne accorga e chiami la polizia.” Lucas guardò Mike e rabbrividì come sempre di fronte alla sua maledizione… Poi, senza dire una parola, pulì la lama del pugnale con l’impermeabile e uscì fuori sotto la pioggia. Qualche minuto dopo il rumore di una vecchia auto che si allontanava sotto la pioggia non svegliò il sonno pesante della coppia di turisti tedeschi ai piani superiori.
Una settimana dopo Serge scendeva giù per il sentiero sterrato verso la casetta di legno vicino al parcheggio. Guardava la polvere sulle sue scarpe illuminata dalla luce dei lampioni sotto la visiera del cappello. I ragazzini che stavano seduti sulla staccionata gridarono: “Ehi Serge! Non hai nulla per noi neanche stasera?” “Lasciatemi perdere. Ho detto che ho smesso con quella roba. E dovreste farlo anche voi.” La risposta di Serge fu accolta da una sonora risata. “Ma hai detto così anche la settimana scorsa. Non è che dai un po’ troppo retta a quel tuo nuovo amichetto, quel Claudio, che ti ostini a non presentarci? Non sarà che siete due checche? Ehi Serge!” Ma le risa sguaiate dei ragazzini non raggiunsero Serge che senza voltarsi si era lasciato la casetta dietro le spalle. Attraversò la siepe fino alla strada senza uscita dove aveva parcheggiato la sua auto scassata. Claudio lo aspettava in macchina come sempre, nelle ultime due settimane. I due neanche si salutarono, poi Serge mise in moto e si diresse fuori città.
Un racconto di Luca Nisi

La giovane sposa mancata era di nuovo nel piccolo appartamento del suo compagno. Immersa nella speranza di poterlo incontrare, anche se era consapevole della sua fuga. Erano passati diversi giorni dal loro tentato matrimonio. Chiudeva gli occhi cercando di non piangere pensando che in quel momento avrebbero potuto essere in luna di miele, nei mari del sud, magari abbracciati teneramente sotto una palma. Assaporando il profumo del mare e delle loro effusioni, tra un drink e un bagno nel mare cristallino del Pacifico. Invece la realtà le mostrava un appartamento vuoto, dove la polvere cominciava a prendere il sopravvento. La donna indossava una bella camicia bianca ed un jeans nero, appena entrata in casa si sciolse i capelli e lasciò le scarpe con i tacchi alti accanto la porta d’ingresso. A piedi nudi attraversò il salone, come una tortura immaginaria sfiorava gli oggetti più cari al suo uomo. Tornava di nascosto nell’appartamento, amava e ricordava in silenzio, lontana dall’ira del padre, pronto solo a cercare vendetta. Lacrime della famiglia che non poteva mai dimenticare il vecchio padre, perché è come se fossero state solo le sue. Generale dell’esercito vicino alla pensione, aveva gettato i risparmi di una vita per fare un grande matrimonio alla sua giovane figlia. Invece lei era ancora lontana dalle mille risposte che cercava. La sposa abbandonata all’altare si rifugiava nell’unico luogo che ancora profumava di lui. Come i fiori d’arancio anche la casa stava perdendo la sua linfa vitale. La donna promise a se stessa che quella sarebbe stata l’ultima visita. Si slacciò i primi bottoni della camicetta lasciando respirare i due generosi seni custoditi nella camicia bianca. La mente tornava alla chiesa affollata e di lui nessuna traccia. Non aveva avuto ancora il coraggio di ritrovare gli amici, si era chiusa in se stessa spegnendo il cellulare da giorni. Ormai la si ricordava solo in abito bianco. Si sdraiò sul letto ancora intatto da diversi giorni. Lasciò che la testa si riposasse un po’ sul cuscino che ancora impunemente tratteneva l’odore di lui. Chiuse gli occhi e baciò il cuscino, come a dimostrare a se stessa che l’amore è eterno. Si coricò candidamente, piegò le gambe da una parte, slacciò il primo bottone dei jeans, si rannicchiò su un lato e sorrise al cuscino lasciando che i suoi sogni la distogliessero dalla misera realtà. Se Dio ha un piano per tutto, questa situazione probabilmente non l'aveva potuta prevedere. Da una mensola impolverata una ninfa dormiente si destò. Degli occhi lucenti si accesero, venti centimetri prima immobili ora magicamente prendevano vita. La ninfa lasciò il piccolo scrigno e con un balzo discese fino al pavimento. La stanza immobile assisteva muta a quella piccola nuova forma di vita camminare, verso le scarpe dimenticate dalla donna dormiente. La ninfa vestita di verde si specchiò per diversi istanti nell’acciaio dei tacchi a spillo. Oltre le generose forme datele dallo scultore e i lunghi capelli rossi, quello che spiccava di più era il suo splendido sorriso. Un rumore di clacson lontano risvegliò le intenzioni della strana creatura. I venti centimetri di bellezza ora si spostavano verso la camera da letto, dove ignara la giovane sposa si riposava dal suo stress mentale. Si muoveva con scaltrezza tra la polvere deceduta sul parquet dell’appartamento, entrò come i Greci a Troia, senza farsi scoprire. Un piccolo balzo e arrivò sul letto dove la donna le dava le spalle. Quei piccoli piedini affondavano appena sul materasso, neanche lo spiffero che veniva dalla finestra socchiusa le spostò l’imponente capigliatura rossa. La piccola ninfa si avvicinò alla donna, arrivandole fino alla testa. La scrutò per diversi istanti rimanendo immobile, anche quando l’umana si girò infine verso di lei. Un gesto naturale che ognuno compie decine di volte mentre dorme. Ora la donna respirava in faccia alla piccola statua che per qualche misterioso motivo aveva preso vita. La ninfa fece altri due passi, le posò la piccola mano sulla guancia in un gesto affettuoso, le accarezzò i capelli biondi e poi le spostò una ciocca, liberandole un parte del collo. Si girò verso l’entrata come per controllare e poi quello splendido sorriso si trasformò in una fila di denti aguzzi che si avventarono sul collo della ragazza. La giugulare esplose in un attimo, inondando tutto il lenzuolo di sangue. La ragazza si alzò di scattò, ma la sua morte fu istantanea. Gli occhi si rivoltarono e cadde sbattendo la nuca sul muro, il busto cadde a terra, mentre le gambe rimasero sul letto, lasciando ai futuri scopritori una probabile immagine atroce. Il sangue cominciava ad allagare la camera da letto, verso la sala da pranzo. Il sangue avanzava, davanti ad esso la piccola ninfa camminava serena verso le scarpe vicino la porta d’ingresso. Di nuovo si specchiò nei tacchi a spillo, poi un salto non umano la riportò sulla mensola. Si adagiò di nuovo sullo scrigno, gli occhi scintillanti tornarono inermi e lo scrigno si chiuse per sempre. Intanto in un cassonetto dietro un vicolo, un petalo si staccava da madre natura, danzando nel vuoto fino a cadere in una pozza. Un piccolo lago nel cemento, come presagio delle lacrime che presto avrebbero inondato la piccola cittadina sopra il porto. Per un istante quelle mura, testimoni di un omicidio, sembravano emanare un pensiero: che quella frase custodita nello scrigno non era stata scritta per lo sposo bensì per la seta e l’organza. [continua...]
***
IL PRIMO ROMANZO GOTICO
Un articolo di Luca Nisi

Quando un mese fa la stampa internazionale annunciava il ritrovamento di una nuova tela del Carvaggio nei musei della Regina d’Inghilterra, la platea più attenta avrà ascoltato nei servizi televisivi che ne sono seguiti anche il nome di Horace Walpole. Uno dei primi che più duecento anni fa credeva nell’autenticità del quadro tanto da battezzarlo come: “Il più bel Caravaggio della Regina.” Premessa importante per presentarvi Horace Walpole, il quale non era un critico d’arte che girava per i magazzini dei musei di Windsor alla ricerca di quadri dimenticati, bensì uno scrittore britannico, autore del primo romanzo gotico. Horace Walpole nasce a Londra il 24 settembre del 1717. Educato a Eton a al King’s college di Cambridge. Viaggiando in compagnia dell’amico e collega d’università, il poeta Thomas Gray, compie il grand tour tra il 1739 e il
***
IL SUSSURRO DELLA MORTE
Una poesia di Simone Ceccano

Sospiro un’inutile vita che il vento non mi riporterà indietro,
Cerco il ricordo di obliate parole che il vento non può più sussurrarmi
Mi perdo in sciocchi pensieri che il vento trascinerà via con se, beffardo,
Anelo sciocchi sogni, quando già è stato chiuso il coperchio della bara.
E non posso più sentire il vento.
Ma solo l’osceno sussurro della Morte.
***