Leggende dalla Cripta di Cthulhu

Racconti di Simone Ceccano e Luca Nisi liberamente ispirati all'universo del maestro H.P.LOVECRAFT

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mercoledì, 27 dicembre 2006
Editoriale: LEGGENDE DALLA CRIPTA DI CTHULHU parte XXXIV

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La sorte ha voluto che questo ultimo editoriale del 2006 sia scritto dalla mia tastiera. Tralasciando inutili commenti su feste e ricorrenze laiche e religiose, mi preme in questo editoriale raccontarvi del 31 dicembre. Ebbene, il 365° giorno del calendario gregoriano ci ha regalato diversi eventi che sono passati alla storia. Mi piace ricordare nel nostro blog proprio alcuni momenti che hanno segnato il nostro modo di pensare e di vivere, direttamente ed indirettamente. Il 31 dicembre del 1879 Thomas Edison dimostra al pubblico per la prima volta la lampada ad incandescenza. Grazie Thomas. Il 31 dicembre del 1991 l’Unione Sovietica si dissolve ufficialmente. Un vantaggio? Non credo. Eppure il 31 dicembre del 406 Vandali, Alani e Suebi attraversano il Reno, dando inizio all’invasione della Gallia. Mentre l’ultimo dell’anno del 1944 l’Ungheria dichiarava guerra alla Germania. Potrei continuare, ma preferisco fermarmi qui. Inutile dedurre che la nostra specie vista da un occhio alieno sia più propensa all’autodistruzione che alla crescita socio culturale. Punti di vista, solamente visioni differenti. Come quelle che trovate da più di due anni in questa nostra produzione letteraria che, nonostante la “storia dell’umanità”, continua a raccontare altre temibili e occulte verità. Buona lettura dalla redazione della Cripta di Cthulhu.

 

Luca Nisi

 

Vivere non possum, nisi veritas cognosco.

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Racconto: LA TREDICESIMA SIGLA - parte quinta

LA TREDICESIMA SIGLA

 

Un racconto di Luca Nisi

 

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Illustrazione Copyright © Salvatore Meschini

 

Il capitano della “Miss Liberty” era greco ma parlava un ottimo inglese. Quando la bufera fu terminata  e la sua bagnarola l’aveva scampata, si rese conto che erano a poche miglia dall’isola. Anche l’unico passeggero se ne era accorto visto che sorrideva alla tenue luce del faro che a nord spezzava la notte dell’oceano. Le stelle come tetto e il mare come casa, sembrava senza accorgersene essere anch’egli tornato alle origini. In fin dei conti era il tredicesimo discendente di un antica famiglia di marinai. Il portatile non era più il suo fido compagno, ora c’era solo la brezza marina e un’antica isola a fargli perdere la testa tra le nuvole. L’uomo aveva indubbiamente “concesso” la sua anima al raggiungimento del suo obbiettivo. I suoi stessi avi sulla pergamena avevano scritto di perdere ogni tipo di sentimento per poter raggiungere la Città Morta e quindi l’assoluta conoscenza. Parlava da solo il giovane uomo sussurrando alle stelle. “La soppressione della propria personalità per il raggiungimento di valori cognitivi superiori!” Il capitano greco ascoltandolo non rimase turbato, anzi sembrò quasi ridere dell’uomo, il rifiuto di certe credenze è tipico dei capitani di marina, amava ricordare. Però, avvicinandosi all’uomo, non resistette all’idea di lasciar vibrare nell’aria un suo personalissimo commento. “Looked like a king, felt like a poet, spoke like a god”. Lo sposo distratto, afferrò i lembi della sua giacca e si chiuse in un abbraccio, poi per diversi istanti fissò il vecchio filibustiere. I due uomini ora osservavano entrambi l’isola che miglia dopo miglia si avvicinava alla Miss Liberty, poi il ragazzo la indicò con la mano e si girò verso il greco. “Mi dia una barca andrò da solo sull’isola.” Il capitano della “Miss Liberty” non si scompose affatto vedendo l’uomo allontanarsi verso l’isola su una malconcia scialuppa di salvataggio, non si sorprese neanche quando l’uomo con aria decisa gli aveva chiesto di non preoccuparsi del suo ritorno. Il greco ora già gli voltava le spalle, non era affar suo, si accese un sigaro, richiamò i suoi sottocoperta e virò verso altri lidi, lasciando il re poeta nelle mani di chissà quale Dio. Prima di lui, i suoi avi e suoi recenti parenti erano stati tutti dei rozzi marinai. Persone poco erudite che avevano scelto una vita semplice, lontana da interessi economici e sociali. Il giovane invece era diverso e sapeva benissimo che da sola quella pergamena avrebbe potuto restituire ed aumentare il capitale versato per acquistarla. La sua società si occupava di produzione di software ma sapeva benissimo che sul mercato dell’antiquariato una pergamena di quel tipo avrebbe potuto valere fino a centocinquantamila euro. Eppure l’idea di disfarsene non gli era mai balenata per la testa. Di certo non lo faceva per un senso di appartenenza alla storia incredibile dei suoi avi. Il raggiungimento di un certo stato sociale lo avrebbe direttamente proiettato ad appartenere ad una “casta” ben precisa. Attraverso la conoscenza che quella vecchia carta ingiallita prometteva, di certo sarebbe riuscito ad elevarsi dinanzi a qualsiasi “adepto” della massoneria. Oltre all’incredibile possibilità di vedere con occhi umani luoghi sconosciuti e la grande occasione di comunicare con degli alieni. Sicuramente in comune con i suoi avi c’era il coraggio. Non tutti gli uomini civilizzati dei nostri giorni si sarebbero spinti solitari sull’isola che non c’è. Lo stesso edificio che andava cercando era stato costruito seguendo la sua struttura tribale. L’uomo si rese conto fin dai primi passi sull’isola che senza l’aiuto della pergamena dei due fratelli, raggiungere la tomba sarebbe stato un compito arduo. Solo quando mise le prime impronte sulla terraferma si rese conto che esistono due realtà differenti. Il mondo tecnologico e privo di libertà da cui proveniva ed il mondo tangibile fatto di vegetazione e suoni e colori che solo l’incontaminata natura poteva sprigionare. L’alba stava arrivando e la barriera di scogli si alzava imponente verso il mare, come mille pinnacoli di una costruzione aliena, giochi di luce che andavano creandosi, forme e riflessi indescrivibili e forse per la prima volta l’uomo si sentì vivo. Così, con le prime luci del sole, armato di un machete e delle indicazioni della pergamena, incominciò la sua ardua scalata verso la conoscenza. Con incredibile devozione l’uomo avanzava nella piccola selva incontrando con precisa puntualità tutti i punti segnalati nella pergamena che in quel momento si adoperava come una preziosissima mappa. Nello stesso istante, mentre il giovane cercava gloria sull’isola, il padre della sposa si aggirava notevolmente preoccupato nelle strade adiacenti al porto. La sua unica figlia non era rientrata a casa, l’alba era arrivata senza di lei, ed il militare non aveva perso tempo ed era uscito a cercarla, cominciando dai vicoli malconci e sudici del porto. In luoghi come quelli, dove vige la delinquenza e la prostituzione regna sovrana, l’uomo non si era dimenticato di prendere la pistola d’ordinanza. La teneva nel cruscotto della sua auto, ma in caso di pericolo non avrebbe avuto nessun timore ad usarla. “Potrebbe essere una svolta definitiva, diventare ‘qualcuno’ molte volte può essere una scelta fra bene e male.” Interiormente questi erano i pensieri dell’uomo mentre si faceva largo nella piccola selva isolana. Eppure, a tratti, ricordi di lei si affacciavano e l’uomo mentendo a se stesso li rifugiava nel cuore, promettendosi che nel futuro sarebbe tornato da lei. Intanto la lettera che le aveva scritto, appena il capitano avesse attraccato a terra, sarebbe stata spedita. Certo una missiva alquanto tardiva, ma pur sempre nuove da lui. Si era immerso in pensieri articolati, tanto da non rendersi conto di essere arrivato davanti alla tomba. Appena si accorse dello splendido edificio, ebbe la curiosità di sapere se i suoi avi prima di lui, guardando quel posto così misterioso incastrato da chissà chi in quella piccola isola, avessero avuto la sua stessa faccia incredula. L’edificio ricordava vagamente Stonehenge, ma non per la disposizione in circolo, bensì per la grandezza delle pietre utilizzate per costruirlo. L’uomo irruppe con la torcia dentro la tomba, seguendo le indicazioni superò l’altare e si calò nel pozzo quadrangolare. Arrivato in basso si trovò dinanzi la pietra tombale, chiave d’accesso verso la Città Morta. L’uomo si rese subito conto che spostare la pietra sarebbe stato un compito molto arduo, però prima di cominciare a tentare di rimuoverla, decise che quello sarebbe stato il momento giusto per porre la tredicesima sigla. Così, con gesti solenni, estrasse ancora una volta l’antica pergamena sulla tomba, la trattò con la solita cura, e prima di estrarre la penna per firmare sorrise compiaciuto con i suoi denti bianchi e perfetti. L’inchiostro si adagiò con piacere sulla carta ingiallita e dopo seicentocinquanta anni il round robin fu concluso. Come tolse la punta dalla penna dalla pergamena, la pietra lavica che custodiva il passaggio si spostò da sola, permettendo all’uomo di recarsi facilmente nella Città Morta. Così, armato di un machete e della assoluta voglia di raggiungere l’immensità della conoscenza, si gettò dentro il sepolcro, mentre nello stesso momento il padre della sposa notava la macchina di sua figlia parcheggiata proprio sotto casa del suo fidanzato, andando a chiudere un altro tipo di cerchio. [continua...]

***

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Racconto: FALENE - parte prima

FALENE

 

Un racconto di Simone Ceccano

 

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Lorenzo guardò di nuovo alla finestra e vide quello che non voleva vedere. Erano ancora là fuori, era inutile quello che dicevano i suoi genitori. Erano là fuori, erano migliaia e presto o tardi lo avrebbero ucciso. Distolse lo sguardo dalla striscia di bava che la creatura aveva lasciato dietro il vetro blindato del suo appartamento. Strisciavano sui palazzi di fronte, attraverso le finestre vuote di chi non abitava più nella propria casa. Planavano da un terrazzo all’altro con le orrende ali membranose da falena, ansiose di attaccarsi a qualche altro vetro con le loro bocche a ventosa irte di denti. Sagome grigie e silenziose volavano con empia eleganza attraverso un invisibile etere, ghermendo i patetici esseri umani giù nelle strade con le loro grigie e pelose zampe da insetti. Erano incubi. No, tutta la vita era diventata un incubo da quando un bel giorno erano apparse quelle creature. La razza umana non aveva scampo. Nessuno sapeva da dove venissero e cosa fossero quelle cose enormi delle dimensioni di un cavallo adulto. Insetti mutati dalle radiazioni, alieni provenienti da un mondo completamente diverso dal nostro, risultati di scellerati esperimenti. Sciocchezze. Cosa importava? Nessuna di quelle domande avrebbe mai avuto risposta perché quei mostri presto o tardi avrebbero ucciso tutti. La testa di Lorenzo sembrava scoppiare mentre si accasciava sulla moquette arancione della sua stanza. Poveri sciocchi amorevoli genitori. “La devi fare finita Lorenzo, quelle creature che dici di vedere non esistono. Smettila. Ci fai paura.” Ci fai paura… Cosa ne sapevano della paura quei due poveri idioti che non avevano mai visto quei mostri? Poveri mamma e papà… Dovevano essere impazziti alla loro vista, non c’era altra spiegazione. Il vetro tremò di nuovo. Un altro di quelle creature. Due. Tre. Sei. La vetrata dell’attico era completamente oscurata dai corpi grotteschi degli incubi di Lorenzo. Si erano nutriti. Dall’interno di una delle bocche a ventosa spalancate, salutava scarno il cadavere della signora Beatrice, la dirimpettaia. Avevano ucciso anche lei, come gli altri. Sciocca signora Beatrice! Le autorità avevano detto di non aprire le finestre, di non uscire all’esterno. Le pareti della vetrata vibravano all’unisono con il tamburo che batteva nel cervello di Lorenzo. Le autorità lo avevano detto. Stavano organizzando una sorta di resistenza. Non sarebbe servita contro quei mostri ma già era qualcosa. Mostri senza occhi. Assassini ciechi che le armi non potevano abbattere. Una volta Lorenzo aveva provato a sparare a uno di loro, tanti mesi prima che si isolasse in casa, con il vecchio fucile da caccia del nonno. Niente. Il proiettile aveva oltrepassato il corpo della creatura e aveva incidentalmente ferito un anziano signore del palazzo di fronte. La polizia era venuta a casa e aveva confiscato l’arma. Veduto il ragazzo persuase il vecchio a ritirare ogni denuncia. La polizia sapeva. Era inutile negare la realtà la fuori e non si poteva certo biasimare il ragazzo per aver tentato di farne fuori uno. Col passare del tempo la situazione era precipitata. Era troppo tardi, ormai avevano vinto loro. Ma c’era ancora quello che dicevano le autorità. La situazione d’emergenza aveva mutato il modo di pensare, radicalmente. Chi non accettava la realtà per quella che era diventava un individuo pericoloso per la società, un individuo da ‘correggere’, in un modo o nell’altro. La minaccia di quegli esseri dalle ali di falena era diventata una cosa seria, troppo seria per permettersi di non credere. Lorenzo sapeva tutte queste cose nonostante sei mesi di isolamento. La gente moriva nelle strade divorata da quei mostri, ma fortunatamente trasmetteva ancora la televisione. Poveri mamma e papà. Sono impazziti, si rifiutano di credere, di combattere. Lorenzo cercò di dimenticare quello che dicevano di fare le autorità di fronte alle persone che rifiutavano di vedere, mentre si contorceva avvolto dall’abbraccio asettico della moquette color arancio. La testa batteva ancora forte, così forte. Un nuovo schianto fece tremare i vetri blindati. Planava, agitava le ali membranose e poi il corpo flaccido e irsuto del mostro cozzava contro la finestra. Un altro schianto. Altri si ammassarono planando ripetendo la stessa azione. La stanza ormai tremava. Il vetro blindato li avrebbe tenuti fuori per un po’. [continua...]

***

Postato da: Pickett alle 23:30 | link | commenti (3) |
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Poesia: LA PERIFERIA DEL CUORE

LA PERIFERIA DEL CUORE

 

Una poesia di Luca Nisi

 

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Come vorrei, vivere lontano da te,

Lasciandomi alle spalle fango e lacrime,

Dimenticando l’imbarazzo di aver sorriso,

Lasciando il tuo nome in disparte.

 

Come vorrei, sdraiarmi su un pianeta remoto.

Addormentarmi, solo, senza odio né rimorso,

Perché non si chiede scusa ai sogni,

neanche quando scherzi con la sorte.

 

Come vorrei, svegliarmi tra i raggi di un nuovo sole,

Separandomi, definitivamente dal tuo odore,

Muovere i primi passi verso un nuovo nome,

Scomparire, silenziosamente, oltre la periferia del cuore.

 

 ***

Postato da: Pickett alle 23:35 | link | commenti (2) |
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giovedì, 28 dicembre 2006
Articolo: IL VAMPIRO

IL VAMPIRO

Un articolo di Simone Ceccano

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“Ecco, il povero Polidori se n’è andato! Quando era il mio medico, parlava sempre di acido prussico… di misture velenose; ma per fini diversi da quelli del re del Ponto, poiché egli si è prescritto una dose da uccidere cinquanta Mitridati”.

Lord George Gordon Byron

Aubrey è morto una seconda volta… Furono forse questi i pensieri di John William Polidori, mentre gli ultimi istanti della sua vita affondavano come relitti nel veleno che si stava impossessando del suo corpo. Una dose da uccidere cinquanta Mitridati ebbe da dire Lord Byron nel compiangere il suo amico defunto, suicida all’età di ventisei anni. Cinquanta Mitridati! E pensare che quel Mitridate re del Ponto evocato da Byron, avvezzo com’era fin dalla gioventù ad ingerire una piccola dose di veleno giornaliera per evitare di essere avvelenato dai suoi nemici, si vide negato il diritto di uccidersi in questo modo in vecchiaia, non trovando pozione adatta a stroncarlo. Polidori invece, piegato dalla malinconia e dai debiti di gioco, fu esaudito nel suo desiderio di morte, grazie alla maestria che aveva sulle sostanze velenose, fin dai tempi in cui era stato medico personale e compagno di viaggio di Lord Byron. L’amicizia e la successiva separazione per incompatibilità di carattere con il controverso personaggio avrebbe nel bene o nel male contrassegnato la breve vita di Polidori e avrebbe permesso a quel piccolo affresco gotico che è Il Vampiro (1819) di uscire dalla tenebre della dimora di Villa Diodati, mentre piogge torrenziali flagellavano da settimane le rive del lago di Ginevra. Ho sempre pensato fin da bambino che i mostri nascano durante le giornate di diluvio. Così fu per il Frankenstein di Mary Shelley e per Il Vampiro di Polidori, ispirati da Byron ai suoi compagni di isolamento una sera di giugno, mentre la pioggia li aveva costretti ancora una volta a restare in casa. All’inizio avevano letto a turno ad alta voce alcuni brani dell’antologia dell’orrore tedesca Phantasmagoria, poi Byron aveva suggerito che ognuno dei presenti scrivesse una storia. E fu così che Byron si incarnò nel Lord Ruthven di Polidori mentre quest’ultimo avrebbe condiviso la triste sorte di Aubrey, l’altro protagonista della storia, che trova la morte e la disperazione per aver incrociato la propria strada con il misterioso personaggio che nasconde il vampiro. Molto prima del Dracula di Stoker, il Lord Ruthven di Polidori è stato per quasi tutto l’800 l’archetipo del vampiro, oltre ad essere uno dei primi personaggi del genere nella letteratura inglese. Il personaggio oltretutto è molto attuale, specie nel genere vampiresco. Se sovente nel vampiro, non ultimo Dracula, la componente uomo-bestia è una dualità distinta eppure indissolubile, nel vampiro di Polidori primeggia l’elemento umano, anche se di facciata. Ruthven è aristocratico, frequenta i ricevimenti dell’alta società e ha fama di intrigante parlatore. Colmo di fascino perverso, nonostante alcuni inquietanti aspetti del suo carattere, riesce ad attrarre a sé anche le attenzioni femminili, trovandosi spesso “sia tra quelle donne che fanno delle virtù domestiche il vanto del proprio sesso, quanto tra quelle che lo disonorano con il loro vizi.” Le analogie con Byron sono fin troppo evidenti, sia nell’aspetto fisico, che ricalca l’affascinante e ambigua bellezza del poeta inglese, sia nel carattere, fino all’altisonante nome di Ruthven, pseudonimo già usato da Caroline Lamb per un suo romanzo in cui il protagonista non è altro che l’ennesima incarnazione dell’onnipresente Byron. Il vampiro circuisce e poi uccide le sue vittime in maniera raffinata. Avvicina le fanciulle di sicura virtù, corrompe la loro fiducia per poi infine farle sue e prendere le loro vite, come accade a Iante, il grande amore greco dello sventurato Aubrey e in ultimo alla sorella, il cui incontro con Lord Ruthven sarà infine causa della pazzia e dalla morte del fratello. Ruthven non è un uomo, ma un demonio, e le sue arti operano in modo sottile e perverso. E’ munifico di doni verso i vagabondi e gli accattoni. Ma chi nella sorte avversa ha mantenuto intatta la propria virtù viene da lui messo alla porta con scherno. “Quando invece era il dissoluto che veniva a chiedere qualcosa […] per poter continuare a sguazzare nella lussuria, o per sprofondare ulteriormente nell’iniquità, questo veniva mandato via con una ricca elemosina.” I doni di Ruthven tuttavia elargiscono una gioia momentanea, la sua beneficenza ha un prezzo alto da pagare: “tutti coloro che ne avevano beneficiato scoprivano inevitabilmente che su di essa pesava una maledizione, perché tutti o finivano sul patibolo oppure sprofondavano nella più infima e abietta miseria.” Una predizione di Polidori di quello che sarebbe stato il suo futuro, una volta che fosse finita l’amicizia con Lord Byron-Ruthven, della cui benevolenza aveva per qualche tempo goduto? Dire tanto è forse volare un po’ troppo con la fantasia, anche se le analogie ci sono o si possono congetturare. Fatto sta che Polidori non ebbe la fortuna che forse avrebbe meritato e rimase un personaggio in ombra nel pantheon byroniano. Persino Il Vampiro nella sua prima pubblicazione fu attribuito al poeta inglese che, nonostante le violente proteste, non riuscì a far accreditare Polidori come autore, tant’è che Goethe definirà il racconto come una delle cose migliori scritte da Byron. Ci sono davvero tutti gli elementi per far pensare ad una maledizione in piena regola. La realtà è che il periodo di amicizia con Byron e la successiva rottura non giovò certo alla vita di Polidori: deluso dalla medicina, deluso dalla letteratura e dal rifiuto che aveva ricevuto a causa della sua scandalosa attività letteraria di essere accolto in seno alla Chiesa, decise di togliersi la vita e far morire Aubrey una seconda volta.  Ma la stessa amicizia, nonostante l’epilogo tragico, portò alla luce quella deliziosa gemma macabra che è Il Vampiro, ottanta anni prima di Stoker e del suo Dracula e il tempo alla fine ha dato giustizia al suo giovane autore suicida, permettendo, cosa che anche Byron avrebbe voluto, che il suo nome non fosse dimenticato.

 

 ***

Postato da: Pickett alle 00:32 | link | commenti (2) |
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