Leggende dalla Cripta di Cthulhu

Racconti di Simone Ceccano e Luca Nisi liberamente ispirati all'universo del maestro H.P.LOVECRAFT

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mercoledì, 31 gennaio 2007
Editoriale: LEGGENDE DALLA CRIPTA DI CTHULHU parte XXXV

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“Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla o non vale niente lui." Ezra Pound

 

Benvenuti in questa folle e gelida fine di gennaio. La Terra rischia tra pochi decenni  di essere totalmente stravolta per mano dell’uomo e c’è chi compra il 10% della Luna, magari per fuggire in chissà quale nuova Terra Promessa. Un altro degli innumerevoli sintomi di un mondo diventato folle e privo di logica, un mondo in cui il tempo stesso sembra aver assunto velocità impazzite, come in un moto a spirale, come la nave che precipita nel fondo del gorgo. Un mondo in cui le stesse azioni perdono senso e motivazione di fronte all’assurdo palcoscenico della nostra esistenza. Sintomi dell’avvicinarsi della fine dei tempi o semplici paranoie? Il tempo saprà sicuramente dirci. Spero di sbagliare naturalmente, come sempre nella mia vita. Eppure a volte penso che il nostro modo di vivere abbia instillato davvero in noi quell’immanente follia che ho cercato di rappresentare in qualche modo in Falene. Siamo davvero sicuri che quello che vediamo con i nostri occhi e codifichiamo con i nostri cervelli sia la realtà come dovrebbe davvero essere? Oppure le nostre esistenze sono guidate da ambizioni e bisogni autodistruttivi che neppure noi comprendiamo veramente? Quante volte abbiamo figuratamene abbandonato una sposa all’altare nel vano inseguimento di un qualcosa che forse avremmo avuto ma non avremmo mai davvero capito o accettato? E infine… Quanto dovrà maledirsi l’umanità dopo che avrà apposto la sua ultima, scellerata, Tredicesima Sigla?

 

Buona Lettura

 

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Racconto: FALENE - seconda e ultima parte

FALENE

 

Un racconto di Simone Ceccano

 

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Dio mio, erano centinaia. Se avessero avuto occhi Lorenzo avrebbe giurato che lo stessero fissando in centinaia, mentre a legioni i suoi incubi penetravano il fragile rifugio che si era costruito negli ultimi mesi. Si alzò in piedi e raggiunse barcollando la porta e il corridoio, non prima di aver nascosto sotto il letto la scatola di legno che non faceva mai vedere a nessuno. Corse in cucina e afferrò il coltello per tagliare il pane. Poi tornò sulla soglia della sua stanza e gridò con tutto il fiato che aveva in gola. I suoi genitori accorsero un attimo dopo. Il terrore e la tensione avevano stravolto il suo viso, gli occhi sembravano schizzare dalle orbite. Sudava e ansimava stringendo la lama con tutta la forza che aveva in corpo. “Mamma, papà. Stanno per entrare. Vi prego… Aiutatemi…” La sagoma magra del padre di Lorenzo era in piedi con le labbra così strette da formare appena una linea impercettibile. La madre piangeva, prostrata in un dolore che non voleva conoscere ragioni. “Smettila Lorenzo.” Disse la voce afona del padre. “Posa quel coltello e falla finita con le tue idiozie. Guarda.” E indicò l’anziana donna che singhiozzava china sotto di lui. “Hai fatto piangere di nuovo tua madre. Torna in te per l’amor di Dio.” Lorenzo sgranò gli occhi e si appiattì spalle al muro alla parete. “Dunque voi continuate a non voler credere… Ci uccideranno, lo sapete?” Il padre tuonò ancora parole di disapprovazione ma ormai non erano altro che un eco lontano. Lorenzo sapeva quello che dicevano di fare le autorità con coloro che non credevano… Doveva farlo, anche se a malincuore. Sarebbero stati pericolosi per gli altri, per chi credeva, per chi voleva combattere. E poi li avrebbero uccisi loro e sarebbe stato tanto peggio. Lorenzo non li avrebbe mai visti fare la fine di quella sciocca della signora Beatrice.

Gli anziani genitori non ebbero neppure il tempo di realizzare quello che stava accadendo che il coltello da cucina recise ad entrambi la gola. L’uomo morì sul colpo, la donna dovette essere finita ancora con un paio di fendenti prima di stramazzare come un corpo inerte in un lago di sangue. Ci fu poco tempo per le lacrime. Erano entrati infine. Non li sentì volare all’interno, nessuno aveva mai sentito emettere loro un rumore. Nessuno. Ma stavano arrivando…

 

La signora Beatrice portava sempre i fiori sulla tomba dei coniugi Piombini da tre mesi a questa parte. L’assassinio da parte dell’unico figlio Lorenzo della coppia di anziani l’aveva scioccata profondamente lasciandole un segno difficile da cancellare. Il ragazzo timido e intelligente che aveva visto crescere fin dai primi passi era inspiegabilmente impazzito. Dopo un periodo lungo mesi di momenti di isolamento patologico, alternati ad accessi improvvisi di follia violenta, aveva infine ucciso i suoi genitori, dopo aver tentato di ferire un vicino qualche tempo prima con un’arma da fuoco. A quanto pare Lorenzo non era sopravvissuto a lungo alle sue vittime. L’autopsia da la sua morte per collasso cardiaco due ore dopo quella dei coniugi Piombini. Gli ispettori di Polizia lo avevano trovato disteso sulla moquette della sua stanza, doveva essere morto in preda ad orribili convulsioni, con le orbite degli occhi schizzate fuori. Accanto al corpo del giovane assassino gli ispettori trovarono una strana scatola di legno intarsiato, di sicura fattura orientale ma dallo stile difficilmente identificabile. Al suo interno vi erano varie pastiglie grigiastre della forma di tante farfalle. Probabilmente l’ingestione di una o più di esse aveva provocato la morte del giovane e il prolungato stato di allucinata follia che era durato per mesi. La composizione delle curiose pastiglie è tuttora al vaglio del laboratorio analisi della Polizia di Stato.

 

*** 

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Poesia: UN'AUTENTICA LIBERTA'

UN’AUTENTICA LIBERTA’

 

Una poesia di Luca Nisi

 

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Ti ho spiata da lassù,

Quando sei scappata via.

Quando ti sei nascosta al buio in cima alle scale.

Quando hai lasciato che lo sconforto travolgesse i tuoi occhi.

 

La morte è cruda,

Quando è improvvisa.

E siamo ancora più soli,

Se ti illudi che una lucciola,

Illumini l’oscurità.

 

Ora ti vedo dalle nuvole,

Ballare con le lacrime negli occhi,

Scarabocchiare il dolore nella musica.

Finalmente consapevole che  a volte, morire,

è un'autentica libertà.

 

***

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Racconto: LA TREDICESIMA SIGLA - parte sesta

LA TREDICESIMA SIGLA

 

Un racconto di Luca Nisi

 

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Un urlo. Fu la prima esperienza che visse l’uomo dopo aver varcato la soglia. Poi fu solo un incessante gorgogliare che si ripeteva continuamente. L’ambiente che lo circondava era assolutamente  alieno e non aveva niente a che fare con l’uomo. Ora anche lui aveva varcato la porta ed era negli spazi profondi, probabilmente a pochi passi dalla Città Morta. Camminava esterrefatto ed impaurito lungo un corridoio fatto di colonne altissime, tanto che cercare di scorgerne la fine era impossibile, come cercare una lucciola in un fascio di luce. Era solo, eppure sentiva di avere accanto “presenze invisibili”. L’urlo che lo aveva accolto gli aveva ricordato il pianto disperato di un neonato. Il cielo sopra la Città Morta era di una bellezza straordinaria, osservare le stelle aliene lo rendeva più tranquillo, cercava di distrarsi dagli orribili richiami che nel vuoto cosmico si affacciavano di tanto in tanto. Superato il viale dalle mille colonne si ritrovò in una valle smisurata dove monoliti di basalto nero sostituivano qualsiasi tipo di vegetazione. Incamminandosi in quella valle, la sensazione di vuoto pneumatico fu quasi intollerabile. Difficile da non credere che i compagni dei suoi avi fossero impazziti in questi luoghi. In un istante udì il latrato di un cane e per non impazzire fantasticò che ad abbaiare in quel luogo fosse Laika, la leggendaria cagnetta lanciata nel 1957 dai sovietici e mai più tornata indietro. Più camminava con solo il fascio della sua torcia come compagnia e più si sentiva inadeguato in quella terra, eppure verso l’infinito riusciva a intravedere delle costruzioni come i pinnacoli immaginari che aveva intravisto quando era sbarcato sull’isola. Più avanzava e più un orrore sovrannaturale lo riempiva, estrasse il machete portandolo davanti alla faccia, come cercasse un qualcosa di reale a cui aggrapparsi per non impazzire. Come avvistò le prime costruzioni ebbe altri incontri con le presenze invisibili. Dopo gli urli e il latrato di un cane, ora sentiva nettamente l’inadeguato richiamo di un carillon.  Come una traccia nel nulla l’inconfondibile suono echeggiava tra gli edifici smisurati che si estendevano in quel luogo misterioso. Nello stesso momento in una stanza buia si disperdeva senza risposta, il frenetico suono di un citofono. Nessuna risposta. Nessuna parola arrivava a placare l’anima inquieta del generale. L’anziano padre della sposa stava sempre di più avvicinandosi alla follia, come se fosse anche lui perso nella Città Morta. In preda alla disperazione tornò verso la sua auto. Aprì lo sportello, si soffermò sul cruscotto ed estrasse la sua pistola dalla fondina logorata dal tempo. Poi si diresse verso l’abitazione del fidanzato della figlia. Nei suoi occhi non c’era lo sguardo classico di un genitore preoccupato per la scomparsa dell’unica figlia. Nei suoi occhi si leggevano odio e vendetta, di certo nella sua testa non risuonava l’abominevole suono di un carillon ma neanche le rilassanti note di una canzone d’amore. Intanto l’uomo continuava incessante nella sua ricerca degli esseri che gli avrebbero concesso la conoscenza. Decise di esplorare un ampio complesso edilizio, costruito da una serie di grandi muri. Si trattava di una struttura imponente, tanto che ad occhio nudo le mura potevano misurare anche più di 500 metri di lunghezza. Superate le mura si mostrava una specie di foresta, dove molti degli alberi erano cresciuti in forme strane, creando un panorama spettrale. Perduti sul suolo avvistò anche quei frutti neri e maleodoranti che tanto avevano affascinato i suoi antenati. In un certo senso si sentì sollevato, la strada verso la conoscenza sembrava quella giusta. Aveva imboccato lo stesso percorso dei suoi predecessori, si aspettava a breve di incontrare le strane creature fluttuanti descritte nella pagine ingiallite della pergamena. Superata quella strana foresta dinanzi la sua via, emerse una specie di luogo di culto. Una costruzione simile alla tomba sull’isola lo aspettava. Stava quasi per piangere quando dentro il suo cuore capì di essere vicino. Il suo battito cardiaco cominciò ad aumentare e più si avvicinava al tempio e più sentiva che il suo peregrinare era giunto al termine. Il tempio era maestoso ma, al contrario di quello visto sull’isola, questo era costruito con delle ossa. Ossa gigantesche che nel nostro mondo avremmo potuto trovare solo in un sito archeologico, dove avremmo fatto visita ai resti di un mammut. Difficile non meravigliarsi davanti ad una costruzione di tale grandezza. Affascinante come i suoni incomprensibili che arrivavano dall’interno del tempio, rumori che presto avrebbe scoperto arrivavano da un tentacolo dal colore scarlatto che guizzava casualmente. Infine dopo aver percorso dei gradini fatti d’ossa irruppe nel tempio trovandosi faccia a faccia con gli esseri incredibili e misteriosi che aveva conosciuto sulla pergamena dei suoi antenati. Intanto il generale minacciava il portiere dello stabile del genero. Aveva la pistola nascosta, ma se il giovane portiere non lo avesse condotto fino all’appartamento avrebbe usato qualsiasi mezzo pur di arrivare sulla soglia dell’abitazione. Convincere il portiere non fu difficile, il ragazzo, ancora insonnolito, non fece tanta resistenza e acconsentì di accompagnare il padre della sposa fino all’appartamento. Così i due lasciarono la portineria e si diressero verso  la seconda palazzina del complesso. L’abitazione era al quarto piano, l’ascensore era rotto e così cominciarono la scalata verso quelle pareti che nascondevano un corpo ormai freddo e senza vita. L’uomo avanzava verso la conoscenza, il vecchio verso una atroce realtà, sembrava assurdo ma entrambi erano legati dal tempo e dalla casualità. Presto tutti e due avrebbero trovato quello che cercavano. L’uomo, dopo aver attraversato l’oceano e scovato un isola senza nome, aveva seguito le orme dei suoi avi, scovato la sua tomba ed attraversato il passaggio. Poi aveva camminato nella follia della Città Morta e finalmente avrebbe avuto quello che più di tutto desiderava, la conoscenza. Dall’altra parte, l’ira mai doma del vecchio padre sarebbe sfociata nella più triste delle realtà, quella che può conoscere solo un genitore: sopravvivere alla propria figlia. L’uomo dopo un lungo viaggio fu finalmente dinanzi le creature fluttuanti, immense e tentacolari, osservavano dall’alto l’essere dai due arti. Poi, con il loro potere telepatico, comunicarono con l’uomo venuto da un'altra dimensione. [continua...]

 

***

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Poesia: IL DESERTO DEI RICORDI

IL DESERTO DEI RICORDI

 

Una poesia di Simone Ceccano

 

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Il passato è un bicchiere colmo di sabbia e niente più,

E ogni volta che cerco di ricordare mi scopro assetato,

Assetato e immemore perché non c’é senso nei ricordi,

Che hanno smesso di esistere dall’istante successivo,

E rimangono vuoti frammenti, cocci di bicchiere,

In una mente che ha sete e cerca invano acqua nel deserto.

 

***

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