Leggende dalla Cripta di Cthulhu

Racconti di Simone Ceccano e Luca Nisi liberamente ispirati all'universo del maestro H.P.LOVECRAFT

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mercoledì, 28 febbraio 2007
Editoriale: LEGGENDE DALLA CRIPTA DI CTHULHU parte XXXVI

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Solamente la lettera “U” accomuna la parola umiltà al termine umanità. Il pantheon degli dei alieni creato da Lovecraft o le entità immaginate dai curatori di questo blog sono davvero più inquietanti degli uomini che tanto le temono? Non siete disgustati di appartenere alla specie che da sola si è autoproclamata discendente da una scimmia? Siamo noi i mostri peggiori che la mente di un alieno possa creare. Nel nostro pianeta, il vicino di casa ti stermina la famiglia perché non sopporta il pianto di un nostro piccolo. Neanche la pena di morte per i colpevoli potrebbe rendere giustizia alle vittime. Intanto una parte del parlamento urla e festeggia, neanche fossero degli ultras, perché non c’è la maggioranza. La destra di oggi dovrebbe cercare di guardare quale pessima copia sbiadita sia diventata, dinanzi alla destra italiana del primo novecento. La fotocopia mercenaria di adesso si è venduta troppo facilmente al primo venuto. Non parliamo della sinistra. Non sarai mai democratica se continua a sventolare i vessilli del comunismo. Il comunismo non c’è più. È morta anche l’idea. Eppure in Italia sembra che il 1989 non ci sia mai stato. Tornano le Brigate Rosse e governanti di sinistra che sanno mentire e comportarsi tali e quali ad un vecchio democristiano. Sbaglio o Andreotti è ancora lì ad essere determinante? Il problema è che in Italia non esiste una nuova generazione di politici, capaci sostituire la peggiore classe politica che l’Italia, nella sua se pur breve storia, abbia mai avuto. Mi piace ricordare che siamo una nazione solo dal 1861. Dovrei  ammettere che ha ragione Fidel Castro. L’anziano dittatore dice che vuole lasciare Cuba ad una classe dirigenziale di quarantenni. Ma in questa affermazione non ci sento “aria di rivoluzione”, e questo non mi stupisce più di tanto. Scusate lo sfogo attenti lettori. Al contrario del resto del mondo la Cripta di Cthulhu non vi tradisce mai ed è sempre qui con le sue verità. Stralci di vita, pregne sia di umiltà che di umanità. Umiltà ed umanità che incredibilmente si fondono nello straordinario e inaspettato epilogo de La Tredicesima sigla. Poi nella nuova fatica di Simone, Il diario di Ludwig Heimann, ci avventureremo nel resoconto di un diario segreto che narra di  una Berlino alle prese con una strana ed incontrollabile svolta dell’umanità.

 

Buona lettura.

 

LN

 

“Commettiamo alle nuove generazioni che sorgono la fiamma di questa passione: fare dell’Italia una delle nazioni senza le quali è impossibile concepire la storia futura dell’Umanità.”  Benito Mussolini – 6 febbraio 1921

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Racconto: LA TREDICESIMA SIGLA - settima e ultima parte

LA TREDICESIMA SIGLA

 

Un racconto di Luca Nisi

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Essere dalla pelle rosa sei giunto. Sei pronto ad apprendere quella che voi senza paura definite conoscenza?” L’uomo annuì estasiato. “Avvicinati ai potentissimi vetri della piana di Leng e osserva attentamente, essere dalla pelle rosa.” L’uomo fece qualche passo in avanti avvicinandosi a quelli che noi umani chiameremmo specchi. Una lastra dalla grandezza di un uomo rimaneva misteriosamente immobile e perpendicolare di fronte a lui, senza avere nessun tipo di appoggio.  Questi vetri erano di un colore molto scuro, come l’oceano di notte.  L’immagine dell’uomo non si rifletté nell’istante in cui si pose dinanzi allo specchio. Neanche direzionando il fascio di luce della torcia fu riflessa nessuna luce. Poi in un attimo la superficie dello specchio cominciò a mutare, l’uomo commentò ad alta voce: Come un sasso gettato nel lago…” Le prime immagini furono milioni di gradini, poi finalmente un’immensa struttura, come un tempio. Poi nella sua testa echeggiò la voce stridula di quegli strani esseri. “Essere dalla pelle rosa, osserva il ciclopico Tempio del Crepuscolo, incantevole dimora di Kroznar.” L’uomo rimaneva estasiato dalle splendide immagini, rapito dalle visioni, apprendeva cose meravigliose ed inaccessibili a qualsiasi altro essere dalla pelle rosa. Più osservava quegli squarci di realtà parallele e più  si formava sul suo viso un sorriso compiaciuto fatto di denti bianchi e perfetti. Intanto un campanello suonava a vuoto, in un appartamento al quarto piano nella cittadina vicina al porto. Il portiere cominciò ad innervosirsi e intimò al vecchio di allontanarsi dalla porta. Il vecchio esplose di rabbia ed estrasse la pistola, puntandola in faccia al giovane. Il ragazzo in preda al panico rimase immobile, il vecchio gli ordinò di aprire la porta. Non scherzava il militare, era stanco di tutta questa storia, era dal giorno delle nozze della figlia che cercava una risposta. Il suo cervello rapito si era concentrato su quella abitazione, finché non avrebbe avuto una spiegazione non se ne sarebbe mai andato. Il ragazzo impaurito impiegò diversi interminabili istanti ad estrarre le chiavi per aprire l’appartamento, l’uomo continuava a sollecitarlo, finché non trovò quelle giuste. La chiave s’infilò velocemente nella serratura, che non era chiusa con nessuna mandata. La porta si aprì facilmente ed il vecchio spostò con una mano il ragazzo ed irruppe nell’abitazione. I vetri di Leng mostravano realtà incomprensibili ad occhio umano, eppure l’uomo era talmente affascinato che sembrava quasi volere entrare dentro quelle sconfinate conoscenze. Ancora una volta, la stridula voce degli esseri fluttuanti inondò la sua mente. “Essere dalla pelle rosa, sei capace di odiare la  paura e non avere pietà verso i tuoi stessi simili?” L’uomo annuì ancora una volta. In quell’istante i vetri di Leng cambiarono scenario. L’uomo lo riconobbe subito, gli si mostrava casa sua. Una donna giaceva per metà sul suo letto. Un mare di sangue era sparso nella sua camera. Poi si sentì morire quando riconobbe il volto senza vita della sua ragazza. L’uomo trasalì, impallidendo, perse ogni tipo di ragione, ancora una volta estrasse il machete puntandolo minacciosamente verso gli esseri fluttuanti. In un istante una luce accecante lo avvolse e dopo pochi attimi si ritrovò nella sua abitazione, nella stanza da letto; gettò l’arma nel mare di sangue e si inginocchiò sul corpo della sua amata. Destino beffardo, quello della coppia. Appena si inchinò su di lei per abbracciarla nella stanza irruppe l’anziano padre che quando vide il machete insanguinato e la sua unica figlia immersa nel suo stesso sangue, scaricò tutto il caricatore sull’uomo, massacrandolo. E così, dove neanche Dio era riuscito, ci pensò la morte ad unire per l’eternità i due giovani sposi. Il cerchio si era chiuso definitivamente, la pergamena che aveva dato inizio a questa storia non fu mai ritrovata. Era andata persa in quegli strani orizzonti che la Città Morta custodisce in un'altra dimensione. Un ultimo abbraccio per gli sposi, così lontano da quello sognato accanto ai fiori d’arancio, quegli stessi fiori che ora marciscono nel cassonetto dietro un vicolo, appassiti e maleodoranti. Così, al passaggio di eoni ed eoni, sicuramente un altro ignaro marinaio avrà il coraggio di attraversare l’isola e raggiungere la Città Morta e confrontarsi con i terribili suoni del nono tentacolo scarlatto. Fino a quel giorno, rimarrà solo il ricordo di una folla annoiata in attesa di un matrimonio che non verrà mai celebrato.

  

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Poesia: UNA MARIONETTA STORPIA

UNA MARIONETTA STORPIA

 

Una poesia di Simone Ceccano

 

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Adoro baciarti immobile e languida mentre sei morta,

E le tue guance sono fresche come tu non lo fosti mai,

E la tua bocca prima oscena riposa ora educata e silente,

Contratta nel pudico sorriso di chi non si alzerà più per l’eternità.

E le mie mani continuano a stringersi amorevoli al tuo collo,

Amore mio, perdonami di averti fatto vivere così a lungo,

Perdona la follia, la noncuranza di chi non ha compreso l’orrore

Di una vita come la tua, inutile danza di una marionetta storpia.

 

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Postato da: Pickett alle 01:34 | link | commenti |
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Racconto: IL DIARIO DI LUDWIG HEIMANN

IL DIARIO DI LUDWIG HEIMANN

 

Un racconto di Simone Ceccano

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[ File VII – 0 – α : MEMORIE DI GUERRA ]

 

“Computer, aprire nuova registrazione. File VII – 0 – α : MEMORIE DI GUERRA.” Ludwig Heimann, colonnello delle SS, era dritto in piedi di fronte all’enorme schermo blu del computer nel suo studio al dodicesimo piano del grattacielo in Tiergartenstrasse, di fronte alla vecchia ambasciata italiana che risaliva agli anni ’30 del secolo scorso. Nonostante la stridente modernità del palazzo rispetto agli edifici intorno ad esso l’ufficio del Comandante Heimann era arredato nel modo più tradizionale possibile per un tedesco, se si eccettuano i necessari sacrifici alla tecnologia che un uomo del suo rango doveva sopportare. L’ufficio di Heimann era illuminato da un’ampia finestra che avrebbe guardato il sole se non fosse stato coperto dalle nubi e dalla miseria in cui era caduta quella che formalmente era ancora la capitale di un Impero che raggiungeva i confini del Sistema Solare. Il vecchio colonnello si avvicinò alla finestra e guardò oltre il cielo plumbeo, oltre i palazzi sottostanti che l’edificio in cui si trovava dominava come un gigante solitario. Guardò verso il muro, il maledetto Muro di Berlino che aveva tenuto prigioniera la città per tanto tempo, e che la cingeva circolarmente per isolarla dalla follia distruttiva che imperava all’esterno, follia di cui Ludwig Heimann era stato uno dei principali artefici, durante i suoi quasi ottant’anni di vita.

 

“Computer, inizieremo con un rapido resoconto dei presupposti che hanno portato alla situazione odierna, il cui stato è oltraggioso definire incontrollabile. Il morbo che ha infestato oramai ogni parte del globo e contro il quale questa città è ancora per poco uno degli ultimi baluardi ha origini lontane, quasi sessantanni fa. Tutto ha inizio con lo scellerato attacco italiano alla Grecia, in piena Seconda Guerra Mondiale, novembre del 1940. Dico scellerato per due motivi. Scellerato per i contingenti esiti bellici e scellerato per le orrende conseguenze a lunga scadenza che ci hanno portato in questo futuro da incubo. Com’è noto, i primi di aprile del ‘41 la Wehrmacht intervenì a favore degli Italiani e il suo decisivo intervento portò alla sconfitta e all’occupazione della Grecia. E’ altresì ben nota la fondamentale scoperta che un’equipe riunita di esperti e scienziati tedeschi e italiani fece appena tre mesi dopo la capitolazione della Grecia presso l’Isola di Rodi, in territorio italiano. Non mi dilungherò qui su come l’accidentale esplosione di una polveriera abbia portato alla scoperta di caverne dimenticate sotto la superficie dell’isola da più di cinquemila anni e di come l’equipe rinvenne il relitto vecchio di millenni di un velivolo dotato di una tecnologia sconosciuta e secoli avanti a quella del 1941. La cosa che più sorprese gli scienziati fu che la misteriosa aeronave era stata evidentemente progettata per uscire fuori dall’atmosfera terrestre. Nel giro di pochi mesi sia la Germania che l’Italia erano in campo per sfruttare a pieno le infinite possibilità che aveva dischiuso loro una simile scoperta, sia nel campo aeronautico che nella ricerca nucleare. Non passò molto che la Germania, molto più avanti e dotata di maggiori risorse, prendesse in mano il progetto e che all’Italia rimanessero nient’altro che le briciole. Alla fine della guerra, poco dopo il decesso naturale di Mussolini, per ordine diretto del Fuhrer fui in parte responsabile dell’eliminazione fisica diretta di tutti gli scienziati italiani che erano stati protagonisti del ritrovamento insieme ai nostri connazionali. Da quel momento l’Italia in seno al grande Reich ha potuto usufruire dei segreti di quella tecnologia aliena solo nella misura che è stata decisa dalla guida tedesca. Il progresso nella ricerca atomica fu il primo dei doni inaspettati che ricevemmo dal ritrovamento di quel velivolo alieno. L’11 settembre del 1942 la prima bomba atomica della storia detonava in pieno centro di Londra. Tre quarti della città era stato reso al suolo in un solo giorno con centinaia di migliaia di vittime. Il 20 dello stesso mese ordigni simili venivano lanciati sui cieli di Liverpool, Manchester, Glasgow ed Edimburgo da velivoli che utilizzavano la tecnologia scoperta a Rodi, troppo veloci per i lenti e primitivi aerei della RAF.  Agli inizi del ’43 l’occupazione di quello che restava dell’Inghilterra poteva dirsi ultimata. Un anno dopo potevamo dire di controllare insieme ai nostri ‘alleati’ e satelliti tutta l’Europa e il bacino del Mediterraneo, fino in Iraq. Rimaneva soltanto l’Unione Sovietica ad Est e la minaccia americana dalla parte opposta. In capo a pochi mesi la situazione bellica con gli Stati Uniti divenne stazionaria e quasi inesistente, sia sul fronte europeo che su quello asiatico e c’era poco che gli americani e le sparse e residue forze del Commonwealth potessero ormai fare per minacciarci in Europa. I giapponesi si presero tutta la briga di tenere occupati gli americani, mentre gli occhi di Adolf Hitler volgevano ad Est. La Russia fu la seconda nazione ad assaggiare la furia di un attacco nucleare su larga scala, anche se gli esiti furono parzialmente diversi e l’obiettivo non era un totale annientamento del nemico. La situazione in Inghilterra ci aveva già dato un’importante lezione sulle conseguenze impreviste dello smisurato potere che ora avevamo in mano: l’isola era diventata inabitabile e chi non era morto nei bombardamenti, moriva per le radiazioni, c’era poco che potessimo e volessimo fare al tempo, e i nostri rimedi nei tempi successivi non hanno portato altro se non a salvaguardare il poco che era rimasto. Il nostro scopo ad Oriente invece era totalmente opposto: non cercavamo vendetta come per la Gran Bretagna, il cui impero il Fuhrer inizialmente aveva deciso di conservare, prima di arrendersi alla desolante evidenza che l’unico modo per piegare gli Inglesi era distruggerli. Dovevamo colonizzare le vaste pianure della Russia e sfruttare i suoi giacimenti petroliferi e minerari. Gli slavi erano una razza inferiore, sarebbero dovuti diventare schiavi del grande impero germanico e lavorare per noi. Il Reich doveva estendersi dalla Manica fino alle lontane pendici del Caucaso e alle cupole di San Pietroburgo, ora Hitlergrad.  Mentre le nostre truppe entravano in Baku la furia distruttiva che aveva cancellato la minaccia britannica colpiva Kiev, Minsk, Stalingrado, Leningrado, Mosca. I cronisti raccontano che Stalin e l’intera classe dirigente del PCUS morirono vaporizzati negli stessi uffici del Cremlino dopo che il dittatore aveva rifiutato con scherno le insistenze dei suoi più stretti collaboratori di abbandonare la città; gli aerei tedeschi secondo lui non sarebbero mai potuti arrivare a quella distanza dalle nostre lontane basi lungo la linea del fronte. Non si rendeva evidentemente conto che avevamo in mano una tecnologia sconosciuta che avevamo rubato ad una razza che migliaia di anni prima era stata in grado di raggiungere le stelle.  Ripresisi dallo shock, I Russi non fecero altro che incassare e ritirarsi oltre gli Urali, in un territorio sconfinato che non avremmo mai potuto occupare e che distruggere con le armi nucleari sarebbe stato inutile, data la mancanza di grossi centri d’insediamento. Da quel momento i sovietici non sono più stati una minaccia per noi. Computer, interrompere la registrazione…”

 

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Cthulhu consiglia un quadro: LAS MENINAS

LAS MENINAS

Un quadro consigliato da Luca Nisi

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Inauguriamo in questo nuovo aggiornamento una nuova rubrica: Cthulhu consiglia un quadro. La prima opera (olio su tela) che vi voglio consigliare è Las Meninas di Pablo Picasso. Las Meninas è il titolo di un ciclo dipinti e studi realizzati nel 1957. Negli ultimi anni di attività, Picasso si dedicò all’interpretazione dei grandi della pittura: in questo caso l’esempio è Las Meninas di Diego Velázquez. Picasso dipinge tra il 17 agosto e il 20 dicembre 1957, all'età di 75 anni, ben 58 variazioni sul tema di Velázquez. Cambiò completamente la penombra di Velázquez in una raggiante luminosità mediterranea e continuò a mutar posto alle figure, benché per lo più centrasse la propria attenzione su quelle dello stesso Velázquez e dell’Infanta Margarita. Personalmente ho avuto la fortuna di vedere entrambi i quadri. Quello di Velázquez a Madrid al Prado, mentre la tela di Picasso è esposto al museo Picasso di Barcellona. Notevole il genio nell’opera di Picasso che lascia intatta la stessa interpretazione visiva che si percepisce nell’opera originale. Affascinante ed inquietante al tempo stesso la figura del cane “appiattito” in basso sulla destra. Buona visione.

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