Leggende dalla Cripta di Cthulhu

Racconti di Simone Ceccano e Luca Nisi liberamente ispirati all'universo del maestro H.P.LOVECRAFT

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venerdì, 30 marzo 2007
Editoriale: LEGGENDE DALLA CRIPTA DI CTHULHU parte XXXVII

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I AM PROVIDENCE

 

Benvenuti al nostro trentasettesimo aggiornamento, sparuti e occasionali viandanti che di volta in volta venite a fare visita alle tenebre della nostra Cripta, nella quale ci nascondiamo dagli orrori e dalla prosaicità del mondo esterno, che cannibalizza e prosciuga le energie di molti dei sui figli, disprezzati o semplicemente ignorati in vita, salvo poi regalargli uno spicchio di gloria postuma, quando ormai le loro anime sono già disperse nell’Ade e non possono più sentirci. Il 15 marzo scorso decorrevano settanta anni dalla morte del nostro mentore e ispiratore, settanta anni da quando il cancro nel 1937 stroncò la fragile vita di Howard Philipps Lovecraft al Jane Brown Memorial Hospital di Providence. Molto, troppo, è stato scritto per cui noi potessimo aggiungere ora qualcosa di più alle migliaia di parole in difesa della vita di questo straordinario autore, che ebbe tanta fortuna postuma quanto sfortuna in vita. Un brano di Daniel Harms, letto qualche giorno fa durante una mia ricerca sul web, mi ha particolarmente colpito e  si bacia perfettamente con il mio discorso iniziale. “Per la maggior parte degli standard della nostra società, Lovecraft fu un fallimento. Spese la maggior parte della sua vita disoccupato, ebbe scarsi affetti amorosi, ebbe pochi amici a Providence e visse quasi tutta la sua vita affidato alle cure della madre e della zia. Sebbene riuscisse a diventare uno scrittore, finanziariamente fu un fallimento; spese la maggior parte di questo tempo troppo annoiato o depresso per scrivere, e convogliò così gran parte della sua energia nelle sue lettere o correggendo i lavori altrui per una miseria, invece di realizzare la propria fiction. Allo stesso tempo, si fece amici in tutto il Paese attraverso le sue lettere, ed ebbe sempre voglia di aiutare giovani scrittori che avessero bisogno del suo consiglio. Sebbene le sue storie possano essere poche in numero, questo viene più che compensato dalla loro qualità. In questo senso, Lovecraft fu un successo.” Un successo postumo certo, ma reso immortale dall’evidenza che, a distanza di decadi, ci sia ancora tutto questo interesse verso un autore che ha tracciato la strada per centinaia e migliaia di altri, professionisti, dilettanti o semplici amanti della fantasia, a cui H.P.L. ha spalancato l’ennesima e più importante porta sull’Altrove. E come la sua creatura di maggior successo, il dio che da il nome a questo nostro blog, anche per Lovecraft “col passar di strani eoni” la morte è stata sconfitta, perché siamo ancora qui a parlare di lui. In un certo senso il quindici marzo può essere considerato più un anniversario della sua rinascita piuttosto che della sua morte. Buon viaggio verso l’immortalità Howard Philipps…

Ora vi lascio alla prosecuzione dell’agghiacciante diario che mette a nudo le colpe di Ludwig Heimann e al nuovo racconto di Luca, Non pronunciare mai il suo nome,  in cui viene presentato un personaggio che in qualche modo è centrale nella nostra opera, essendo molti racconti collegati all’unico romanzo lungo che io e Luca abbiamo mai scritto, La morte ha gli occhi neri, racconto ancora inedito e che prima o poi vedrà la luce se mai finirò di correggerlo, nella speranza che l’asfissiante e crudele società che ha reso la vita di tanti uomini un fallimento, non lo trasformi in un’ennesima opera postuma.

 

Buona Lettura

Postato da: Pickett alle 16:38 | link | commenti (2) |
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sabato, 31 marzo 2007
Racconto: IL DIARIO DI LUDWIG HEIMANN - seconda parte

IL DIARIO DI LUDWIG HEIMANN

 

Un racconto di Simone Ceccano

 

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[ File VII – 0 – β: IL PROGETTO FAFNIR ]

 

Qualcosa destò l’impassibile maschera di Ludwig Heimann dalle sue memorie. Un rombo proveniente dall’esterno fece tremare le finestre dell’ufficio e cadere molte delle suppellettili. Non molte a dire il vero, la partenza e l’abbandono di Berlino erano state programmate da qualche settimana, molti degli effetti personali del colonnello erano stati portati via già da tempo, insieme ai documenti top-secret in suo possesso. Due navi si alzarono in quel preciso istante dallo spazioporto di Berlino, penetrando le grigie nuvole che tenevano prigioniera la città. I militari e le autorità andavano via, si lasciavano l’Inferno alle spalle. I vetri tremarono di nuovo, poi Heimann vide le due grandi sagome allontanarsi verso il cielo, oltre le nuvole, verso le stelle lontane. Aggiustò il monocolo digitale che correggeva la leggera miopia del suo occhio sinistro e appoggiò la fronte al vetro gelato della finestra, scrutando la strada sotto di lui… Era da parecchio che il vecchio ufficiale non vedeva tanti soldati tutti assieme. L’edificio era ormai protetto da una nutrita schiera di uomini armati fino ai denti che avevano creato un trinceramento provvisorio per difenderne l’accesso. La stessa Tiergartenstrasse era bloccata da alcune autoblindo e da un vecchio panzer risalente alla Terza Guerra Mondiale. Era tutto inutile, il colonnello sapeva fin troppo bene come sarebbe andata a finire. L’infezione era infine giunta in città, si combatteva una guerra persa in partenza, era già accaduto in altri luoghi, Heimann aveva già visto gli effetti della sua creatura. “Computer, collegami alla telecamera perimetrale 353 B del Muro.” Lo schermo blu del computer che fino a quel momento aveva registrato silenziosamente le memorie del vecchio ufficiale mostrò in un attimo quello che stava succedendo all’esterno. Quanti erano ora? Migliaia, decine di migliaia? Impossibile contarli… Si, Ludwig Heimann aveva già visto quali erano i risultati di una sapienza che scelleratamente era caduta nelle sue mani ma ora se la trovava faccia a faccia, lo schermo del computer non serviva affatto da protezione e trovarsela davanti e così vicina equivaleva per lui a ricevere un pugno in faccia. Volti pallidi, affamati, deformi. Premevano contro i varchi di filo spinato lungo il muro che teneva in gabbia Berlino, in cerca di cibo. In cerca di carne umana. Molti soldati erano fuggiti o erano arretrati verso il centro della città. Il Varco 13, 17 e 8B non erano più presidiati. Al varco 16 erano saltate le telecamere ma presumibilmente la situazione era analoga. Indossavano vecchie divise lacere della Wermacht o dell’esercito della Repubblica Sovietica Siberiana,  oppure gli squallidi e tristi stracci degli internati dei campi di concentramento, dove milioni di persone da più di cinquant’anni erano state sterminate in nome della purezza della razza ariana o destinate ad esperimenti come quello che tormentava il colonnello Heimann attraverso unoo schermo a cristalli liquidi, scatenandogli ricordi che non avrebbe mai potuto seppellire, come quei morti che premevano attorno ai varchi senza guardiani. Si, perché quella moltitudine sterminata era composta da gente che non ricordava più che un giorno era stata viva. “Andatura dinoccolata, quasi scimmiesca. Difficoltà a coordinare i movimenti, evidenti handicap fisici e psichici. Carnagione innaturalmente pallida, apparente insensibilità al dolore, occhi vitrei, totale incapacità di emettere suoni articolati. Tutte le funzioni vitali, compreso il respiro, sono perfettamente simulate da residui impulsi nervosi, ma il soggetto, nonostante si muova e sia guidato da un illogico ed insaziabile istinto di cannibalismo, non è tecnicamente da considerarsi vivo. Esperimento riuscito.” I ricordi tornavano a Dachau, tanti anni addietro, ma non sarebbero morti con lui.

 

“Computer, proseguire la registrazione interrotta. File VII – 0 – β : IL PROGETTO FAFNIR.”

 

“Non passò molto tempo dal nostro quarto volo spaziale sulla Luna, agli inizi degli anni ’50, che parte della tecnologia che aveva reso possibile il miracolo della nostra vittoria dotò il nemico di armi per poterci rispondere. Traditori del Reich e volgari mercanti degni di Giuda condannarono l’umanità a morte, rendendo necessario quello che stiamo vedendo oggi. Dio ha voluto che non riuscissero a rendere partecipe il nemico di tutto quello che sapevamo noi, in fondo la nave ritrovata sotto l’isola di Rodi era ancora in nostro possesso. Infatti, nonostante tutt’ora i Ribelli Americani posseggano i mezzi necessari per poter sopravvivere e sfuggirci in qualche remoto angolo del Sistema Solare, la loro sopravvivenza è destinata ad avere i giorni contati, in virtù della nostra schiacciante superiorità tecnologica. Eppure gli avviliti Alleati che sembravano prossimi alla capitolazione ebbero le armi nucleari e il segreto per compiere i voli nello spazio come quel popolo sconosciuto aveva fatto millenni prima di Cristo. Il tempo necessario ad abbattere i sovietici si era rivelato fatale. A poco meno di dieci anni dalla distruzione dell’Inghilterra, gli Americani rispondevano bombardando l’unico nemico che non fosse in grado di ripagarli con la stessa moneta. L’olocausto nucleare delle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki si andò ad aggiungere agli orrori di Londra, Glasgow, Kiev, Mosca. Il nostro bombardamento di risposta alle città più importanti della costa orientale degli Stati Uniti non portò altro che alla distruzione di Amsterdam, Parigi, Bordeaux e Bilbao. La nostra rappresaglia su Delhi per assestare il colpo di grazia agli Inglesi provocò milioni di morti e la cacciata definitiva dei Britannici da parte dell’oppressa moltitudine che popolava il subcontinente indiano, sdegnata dall’orrore e dal sangue ricaduto su di loro per colpa dei propri stessi oppressori, seguita a breve dall’instaurazione della Repubblica Fascista dell’India. La situazione era tornata di nuovo in stallo, entrambe le parti non avrebbero distrutto l’altra, consapevoli che nessuno avrebbe gustato i frutti della vittoria tra le ceneri di un inferno post-nucleare. Poi il Destino crudele volle che gli studi continuati dalla nostra equipe di scienziati sulla navicella aliena portassero alla scoperta dell’orribile virus a cui avrei dato il nome di Fafnir, il drago ucciso da Sigfrido, la colpa di cui mi sono macchiato e che ha portato alla cacciata degli esseri umani dalla Terra. [continua…]

 

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Cthulhu consiglia un quadro: SATURNO CHE DIVORA UNO DEI SUOI FIGLI

SATURNO CHE DIVORA UNO DEI SUOI FIGLI

Un quadro consigliato da Luca Nisi

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Siamo ancora in Spagna, questa volta a Madrid, al Prado, lo storico museo che in questi giorni ha terminato i suoi lavori di ingrandimento. Nonostante non ami in particolare la pittura spagnola, sono deciso dopo Picasso ad esaltare l’opera di un altro grande pittore iberico. Francisco José De Goya y Lucientes, per tutti solamente Goya. Vi presento di Goya, la rappresentazione di un tema mitologico: Saturno che divora uno dei suoi figli. Questo dipinto fa parte della famosa serie di “pitture nere” della Quinta del Sordo, così chiamate per la predominanza di timbri tenebrosi. Appartiene all'attività più tarda di Goya e venne eseguita, con altri tredici, per la decorazione della Quinta del Sordo, la sua abitazione privata nella campagna, sulle sponde del Manzanarre. L'artista, settantaquattrenne, è ormai quasi completamente sordo, solo, sfiduciato dalla piega che hanno preso le vicende politiche europee e spagnole in particolare, ed è preda dell'angoscia di cui è testimonianza gran parte della produzione della sua vecchiaia. Goya, in questa terribile figurazione, fa riferimento ad un tema che iniziò ad essere trattato nell'arte occidentale a partire dal medioevo, ovvero Saturno che divora un figlio, e lo dipinge con inedita crudezza. Quest'opera, assieme alla raffigurazione di Giuditta e Oloferne, dipinta nello stesso luogo, ha probabilmente un significato politico. Giuditta e Oloferne esalta, infatti, il tirannicidio, mentre Saturno che divora uno dei suoi figli sembra simboleggiare il tiranno che divora i suoi sudditi, un'allusione di Goya a Ferdinando VII. L'atmosfera allucinata e la potenza fantastica della scena si manifestano nel concentrare la rappresentazione su pochi elementi, mediante un uso altamente suggestivo della luce, che fa emergere dal fondo scuro la figura mostruosa, trattata con toni ocra e grigiastri, sui quali spicca, nota raccapricciante, il rosso del sangue del corpo dilaniato del figlio. Singolare come questo quadro abbia influenzato l’opera letteraria del sottoscritto, lasciando, in pochi minuti d’osservazione, un’indelebile spiegazione alternativa al riferimento classico che si vuole dare a questa pittura.

 

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Racconto: NON PRONUNCIARE MAI IL SUO NOME

NON PRONUNCIARE MAI IL SUO NOME

 

Un racconto di Luca Nisi

 

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Foto Copyright © Luca Nisi

 

“Il mio nome è Rick Gently e badate bene: conviene più leggerlo che pronunciarlo. Purtroppo, può causare molti guai.”

Con questa presentazione ho conosciuto Rick Gently: maschio sulla quarantina, altezza media, con capelli corti color castano decisamente spettinati, barba lunga  di almeno tre giorni e sigaretta perennemente accesa. Quando l’ho incontrato, per la prima ed unica volta a Parigi, eravamo nel ristorante di un amico comune. Gently  indossava una stravagante camicia rossa con macchine gialle disegnate sopra e, con la stessa soddisfazione, sfoggiava un sorriso a labbra appena socchiuse. Henry Woodpecker, cuoco al “Fuori secondi” un locale molto accogliente del centro di Parigi, me lo fece incontrare  ad un pranzo in piena estate. Eravamo a metà degli anni settanta. Henry, impareggiabile uomo di cucina ma – soprattutto –  attento selezionatore di clienti, ci riunì per un pranzo di affari. Henry sapeva molto bene del libro che stavo scrivendo e mi suggerì di incontrare Rick Gently, il quale sarebbe stato utile per il mio lavoro. In quel periodo ero giovane, lavoravo per collane indipendenti, e quindi accettavo di buon grado anche lavori particolari. Infatti avrei dovuto scrivere un libro che raccontasse storie di uomini e locali in giro per il mondo. L’unico problema era che non avrei mai lasciato Parigi. All’epoca avevo raccolto davvero poche informazioni e quasi tutte molto scarse dal punto di vista narrativo. Sebbene avessi intervistato alcuni turisti e stranieri residenti nel mio paese, nulla fu importante come quelle tre ore passate ad ascoltare quell’americano. Dovetti sborsare qualche quattrino ad Henry ed offrire il pranzo a Gently, ma ne valse la pena. Il “Fuori i secondi” è un ristorantino davvero accogliente: c’è una deliziosa sala interna e sulle pareti color cielo erano  appese fotografie dei maggiori monumenti di tutto il mondo. Sembra proprio adatto ad accogliere i viaggiatori. Fuori il locale, sotto le tende ci sono diversi tavolini e le cameriere che ci lavorano sono sempre gentili. Il ristorante si affaccia su una piccola piazza, a pochi isolati dal centro, nella parte più rinascimentale di Parigi. Non passano le auto in quel punto e questa è la forza del locale. Dalle sue parti passano a piedi tutti i turisti diretti ai musei e a Notredame. Henry è un tipo poco loquace da lucido, ma quando il vino delle sue cantine gli scorre nelle vene, diventa un amabile commensale. Americano di New York, racconta di essere in Francia per caso. Dalla sua meticolosità si denota il suo passato nell’esercito, ma la sua presenza in Europa è un mistero. Mi parlò di quando, per caso, nel suo locale riconobbe seduto ad un tavolino all’esterno il suo amico di vecchia data: Rick Gently. Mi raccontò che il suo primo istinto, quando lo vide, fu quello di cacciargli velocemente un coltello in gola, ma, alla fine, quando si ritrovarono faccia a faccia, l’unica cosa che finì in gola fu del whisky e per tutta la notte. Non indagai mai con Henry sulla sua osservazione. Le prime parole che registrai furono le mie. “Rick Gently americano, nato a Chicago, giornalista sportivo. Vive attualmente a Cuba, si ferma a Parigi per qualche giorno per poi raggiungere l’Italia e Roma.” Era rassicurante il suo sorriso con quella stravagante camicia. Parlava diverse lingue, ma notai che fra loro conversavano solo in americano. Comunque, mi concesse l’intervista in francese; diceva di averlo imparato a Casablanca, così cominciai da lì. “Allora, Mr Gently, cosa consiglia a chi viaggia verso l’anticamera della savana: Casablanca?” Gently, che consultava la lista dei vini, non distolse lo sguardo ma rispose subito. “Che tempi! Intanto bisogna aver visto il film, lei l’ha visto?” mi chiese. Annuii. “Bravo”. Rispose e continuò. “Quei locali fumosi, pieni di disperati giocatori alla ricerca del colpo di fortuna. È il classico porto di mare, perfetto per un viaggiatore solitario e squattrinato come lo ero io. La prima tappa è il Blue Parrot!” “Come nel film!” Esclamai. “Esatto…” rispose Gently, mentre mostrava con un dito il nome del vino che desiderava ad una giovanissima cameriera dagli occhi azzurri. “Un rosso naturalmente!” commentò l’uomo sorridendo alla ragazza e chiudendo la lista dei vini. Poi riprese a parlare del Blue Parrot. “È un Hotel nella zona del porto, dove il mio amico Mustapha, il portiere del locale, vi può, sotto generosa mancia, scarrozzare su una renault nera, credo degli anni quaranta.” Fece una pausa per enfatizzare. “Sa, lui parla la nostra lingua grazie ad un vostro connazionale che gli aveva regalato una Bibbia. Ma questo tizio non era proprio un santo. Comunque, da Mustapha vi fate portare al Café Marrakesh nella zona delle prostitute, tutte brave persone, dove si beve un assenzio eccezionale. Dentro quel locale, potete assaporare tutta la magia di quella città, non esiste altro luogo se si và in cerca di un’avventura.” Non era male come inizio, pensai. Intanto, Gently assaggiava il vino e si accendeva l’ennesima Benson Blu. “Mr Gently, ha visitato altri luoghi in Africa?” Gently giocherellava con il pacchetto di sigarette, aveva lo sguardo verso la gente, ma rispose quasi immediatamente. “Diciamo in Egitto, ad Il Cairo. Città decisamente diversa da Casablanca, c’è molta storia lì.” Questa volta sorrisi io. [continua…]

 

***

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Poesia: GIARDINO DI ORTICHE

GIARDINO DI ORTICHE

 

Una poesia di Simone Ceccano

 

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L’amore di una donna può trasformare un frutteto

In un iniquo Giardino di Ortiche.

Il dolce volo del gabbiano al tramonto,

Nel fastidioso ronzare di una mosca morente.

Sta a te schiacciare l’insetto

O seguirlo nella sua danza d’oblio,

Tu che vestisti il manto del leone,

E ora latri come un cane alla catena.

L’amore di una donna ha radici

Che spezzano le lapidi.

E fa fiorire l’ortica sui cimiteri.

 

***

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poesie, aggiornamento 37