Leggende dalla Cripta di Cthulhu

Racconti di Simone Ceccano e Luca Nisi liberamente ispirati all'universo del maestro H.P.LOVECRAFT

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mercoledì, 30 maggio 2007
Editoriale: LEGGENDE DALLA CRIPTA DI CTHULHU parte XXXIX

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 Illustrazione Copyright © Jason Juta

Benvenuti cari lettori a questo aggiornamento di fine maggio, anche se sono i primi di giugno e come consuetudine fuori piove, come spesso accade quando tocca a me scrivere un editoriale per voi. La pioggia accompagna la mia vita in molteplici sensi e ancora una volta accompagnerà le mie parole in quest’ennesima presentazione dei nostri scritti, chiamateli come volete. Ultimamente è diventato difficile scrivere, sentirsi ispirati, credere nell’esistenza di qualcosa in questa parte del mondo capace di avere un senso per te, capace di emozionarti almeno un pò. I sentimenti e l’ispirazione che riusciva a trasmettermi il quotidiano sembrano così lontani ora… Di fronte alle mostruosità di una società proiettata a velocità pazzesca verso un binario morto quale orrore ulteriore potrei trovare? Già, come scovare l’orrore in una cosa di per se già più marcia di un cadavere? Cosa può farmi – farci – paura più della stessa realtà impazzita che viviamo ogni giorno? Devo aprire delle porte, chiuderne altre, compiere un passo ulteriore e ritrovare in tutta questa oscurità la lanterna del demone che un tempo guidava il mio cammino. Vi lascio a Ludwig Heimann e alla sua folle confessione, alla genesi dell’orrore perpetrato da Leo ne L’appartamento sul Tevere, che ritroviamo in L’amore che divora, l'ottimo prequel scritto da Luca che vi svelerà i segreti che hanno portato un uomo ad uccidere per amore di un mostro; a pensarci bene anche questo sembra quotidianità. Vi lascio infine alla pioggia e alla speranza per entrambi di riuscire un giorno a scorgere, se non un raggio di sole, perlomeno l’epicentro del temporale.

 

Buona Lettura

Postato da: Pickett alle 14:03 | link | commenti (2) |
editoriali, aggiornamento 39

Racconto: L'AMORE CHE DIVORA - prima parte

L’AMORE CHE DIVORA

 

Un racconto di Luca Nisi

 

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1.

 

A Scott non importava che lo stereo della macchina invece di suonare della musica, trasmettesse una messa cantata. A Scott non faceva nessuna differenza ascoltare dei salmi in latino, fissava il mondo fuori dal finestrino incurante anche della direzione dell’automobile. Simone continuava a guidare verso il lungotevere. Scott era ancora intento a scrutare fuori mentre, dalle casse dello stereo, un mater deus riempiva tutto l’abitacolo. “Scott spostati!” - urlò Simone. Scott si voltò appena percepì il suo nome. Tirò fuori la lingua, indirizzò il muso verso il suo padrone, spostò le zampe dal finestrino e si accucciò sul sedile posteriore. “Bravo.” - esclamò Simone che aveva seguito la scena dallo specchietto retrovisore. Ancora un paio di chilometri e sarebbe arrivato all’appartamento del suo amico Leo. A Roma la serata era fresca. Il ponentino aveva spazzato tutte le nuvole e il temporale ormai era solo un ricordo. Le stelle brillavano nel cielo come non mai; se la luce artificiale fosse scomparsa sarebbero state le stelle ad illuminare la strada al vecchio maggiolino nero sul lungotevere. Trovare parcheggio, come al solito, non fu una cosa facile, ma ormai Simone sapeva che questa, probabilmente, sarebbe stata l’ultima volta che sarebbe andato a trovare Leo. Simone non ne voleva sapere più niente del suo amico. Come Pilato, a questo punto, se ne sarebbe lavato le mani; quindi, una volta preso l’ultimo assegno, avrebbe fatto i bagagli e avrebbe accettato quel posto di lavoro a Napoli. Un’uscita senza clamore, giusto il tempo di  saldare i debiti, lasciare Roma e sopratutto quel maledetto appartamento sul Tevere. Simone fece il giro dell’isolato un paio di volte, poi riuscì ad infilare l’auto di fabbricazione messicana proprio sotto il palazzo di Leo. Spense l’auto e lasciò la messa ancora per un po’. Prese coraggio, spense la radio, fece scendere Scott e con lui si avvicinò al citofono. Suonò per tre volte: era un segnale concordato con Leo. Quest’ultimo non avrebbe assolutamente risposto, si sarebbe solo preparato e, a breve, sarebbe apparso sul portone. Scott annusava i muri e bagnava le ruote delle macchine parcheggiate, mentre Simone si stringeva nel giacchetto di pelle nera fumando l’ennesima Marlboro. “Aveva ragione Luca, non dovevo cacciarmi in questa storia.” Simone rimuginava sulla situazione che gli era sfuggita di mano; troppo cari gli erano costati questi trecentomila euro. Ma ormai il dado era tratto e, senza farsi scrupoli, avrebbe preso l’ultimo assegno e sarebbe scappato via da Roma. Che strano, ammise fra sé e sè, tutto era cominciato un anno fa, proprio in una sera come questa… [continua…]

 

***

Postato da: Pickett alle 14:03 | link | commenti (2) |
racconti, aggiornamento 39

Poesia: UTOPIA

UTOPIA

 

Una poesia di Simone Ceccano

 

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 Illustrazione Copyright © Andrzej Kozyra

 

E’ utopia ricordarsi di essere vivo

Quando tutto intorno a te è ormai morto.

E’ utopia ricordarsi di amare

Quando l’amore si è sempre scordato di te.

E’ utopia ricordare anche il tuo nome

Se il mio è stato cancellato dal libro dei ricordi,

Depennato dal registro della vita,

Spazzato da venti d’indifferenza,

Eroso dall’invidia, dalle colpe mie e altrui,

Sepolto dalla sabbia che mi annebbia la mente.

E’ utopia, utopia!

Nient’altro che utopia…

Parola il cui significato non rammento

E per questo ancor più mi fa paura.

 

***

Postato da: Pickett alle 14:04 | link | commenti |
poesie, aggiornamento 39

Racconto: IL DIARIO DI LUDWIG HEIMANN - quarta parte

IL DIARIO DI LUDWIG HEIMANN

 

Un racconto di Simone Ceccano

 

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[ File VII – 0 – β: IL PROGETTO FAFNIR ]

 

“Non facemmo congetture su questa incredibile parentela, ci interessava un fine ben più pratico, questi erano gli ordini. Le nostre cavie iniziali erano selezionati giovani di purissima razza ariana, volontari dall’esercito o atleti di fama che già avevano coperto di gloria il Reich, insieme al fior fiore delle fanciulle di tutta la Germania, le donne che avrebbero garantito un futuro al nostro impero millenario. Iniziammo ad iniettare nei corpi di quei disgraziati e di quelle disgraziate degli ormoni che avevamo ricavato dalle creature trovate nell’areonave. Bisognava creare il superuomo perfetto, il tedesco e la tedesca che avrebbero vissuto 20.000 anni, invicibili di fronte ai propri nemici che sarebbero invecchiati e morti. L’esperimento fu fatto anche su tre cloni del Fuhrer. Due sono stati distrutti, ero presente, del terzo non conosco di per certo la sorte, Dio voglia che abbia subito quella degli altri due. Uccidemmo circa duecento persone prima di ammettere tra di noi che l’esperimento era risultato in un fallimento. Un fallimento che avrebbe significato la morte per noi, se esso non avesse avuto degli sviluppi imprevisti, che ci salvarono la vita condannando l’umanità. Non avremmo creato l’uomo e la donna perfetta. Le cavie morivano, i geni di quelle mostruosità generavano delle reazioni impreviste nel metabolismo umano che portavano ad un rapido e doloroso decesso. Ma dopo 48 ore i morti resuscitavano, animati da perversa vita. Privi di intelligenza, dominati solo dagli istinti, quelle creature che non avevano più che una parvenza di umanità erano animati dalla sola volontà di cibarsi di carne umana viva. Ogni soggetto morso dai mostri rimaneva contagiato e subiva la stessa sorte del suo assassino: condannato forse per millenni a quell’orribile non vita. Ho sempre pensato che il fatto che quelle creature fossero già morte abbia portato al fallimento del primitivo esperimento. I geni corrotti di quelle mummie erano state la causa del mostro che avevo contribuito a creare. Eppure, come dissi, questo crimine ci salvò. In luogo dell’uomo perfetto avevamo creato l’arma che ci avrebbe permesso di abbattere per sempre i nostri nemici. Distruggemmo con l’acido tutte le salme rianimate e abbandonammo il laboratorio del Reichstag poco tempo dopo. In quanto uomo fidato di Himmler e per la mia promettente carriera scientifica assunsi la direzione del progetto, nonostante la mia giovane età. Ci trasferimmo a Dachau, dove c’era uno dei nostri maggiori campi di concentramento, per lo sterminio dei dissidenti, dei prigionieri russi ribelli e soprattutto dei giudei, anche se nel 1956 non ne erano rimasti più molti. Diedi al progetto il nome di FAFNIR, il drago ucciso da Sigfrido. Facevamo esperimenti sui prigionieri ebrei, volevamo sintetizzare un gas che fosse letale e propagasse il contagio in maniera rapida. Non avrebbe distrutto le città come le armi nucleari, avrebbe fatto piazza pulita dei vivi e poi ce ne saremmo impadroniti. Almeno così pensavamo. Non ci rendevamo conto di quello che avevamo in mano. I duecento morti che avevamo sulla coscienza dal precedente laboratorio passarono presto nel dimenticatoio. Solo a Dachau abbiamo massacrato migliaia di prigionieri per i nostri esperimenti. Li sterminavamo col gas, poi tornavano in vita, poi li ammazzavamo di nuovo, definitivamente. L’unica cosa che li uccideva era un colpo alla testa, che distruggeva i centri nervosi parzialmente rianimati dai geni alieni.”  [continua…]

 

***

Postato da: Pickett alle 14:04 | link | commenti |
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Poesia: I SETTE SOLI DI GORTH

I SETTE SOLI DI GORTH

 

Una poesia di Luca Nisi

 

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Segui le raccapriccianti urla del vento,

Fino all’oscuro sentiero degli dei, nascosto nell’innominabile foresta di pietre.

Cammina lento come la neve che cade,

 fino all’altare del Tempio del Guardiano.

Specchiati nel terribile vetro di Leng ed osserva i ciclopici confini del tempo.

Scruta nell’immenso orizzonte i sette occhi rossi e mostruosi di Gorth.

Li vedrai immobili ed orribili, come una supplica scritta col tuo sangue.

 

(Trattasi probabilmente di un lamento funebre tramandato oralmente da tempo immemorabile. Si presume sia originario della zona di Dashour in Egitto)

 

 ***

Postato da: Pickett alle 14:04 | link | commenti |
poesie, aggiornamento 39