Leggende dalla Cripta di Cthulhu
Racconti di Simone Ceccano e Luca Nisi liberamente ispirati all'universo del maestro H.P.LOVECRAFT
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Chiunque voglia contattare i Custodi della Cripta di Chtulhu può scrivere a PICKETTBLOG@YAHOO.IT

La porta dell'Inferno è stata varcata *loading* volte...


Eccoci di nuovo qua dopo un’assenza più o meno lunga cari lettori. Molte cose bollono in pentola e siamo rimasti tutto questo tempo nascosti negli anfratti più reconditi della nostra cripta, un po’ per sfuggire alla maledetta luce del sole che in questo luglio infernale sembra voglia punire la razza umana per i suoi iniqui peccati; un po’ per meditare e raccogliere le idee e prepararci all’anno venturo, in cui cercheremo di offrirvi nuovi e vecchi incubi (come Il canto del Leviatano) che tenevamo chiusi in cassetti polverosi in attesa di riportarli alla luce per turbare i vostri sogni dopo la consueta pausa estiva. Luca mi faceva notare di recente un commento di Asimov al racconto La cosa (1940) di Theodore Sturgeon : “Il guaio dei racconti dell’orrore è che in maggioranza non fanno inorridire per niente. Ad esempio, quelli di Lovecraft non mi hanno mai fatto inorridire, perché lui insisteva tanto sull’atmosfera e impiegava tanto tempo a dirti che era orribile, che alla fine ti annoiavi e basta.” Con tutto il rispetto che ho per Asimov al pari del maestro di Providence non posso essere d’accordo. E’ proprio l’atmosfera dei racconti di HPL che mi ha sempre lasciato un senso di orrore e di inquietudine oserei dire a livello cosmico, al di là delle descrizioni. Basti pensare a L’orrore di Dunwich : non è la scoperta delle vere fattezze dei due gemelli Whateley che suscita la sensazione di orrore, è tutto il resto della storia e in particolare, come dicevo, l’atmosfera che cattura il lettore trascinandolo in un vortice di mistero e di follia. Sarebbe un vero e proprio traguardo riuscire a ricreare un mood nei nostri racconti che si avvicini anche lontanamente a quello di Lovecraft. Ci stiamo provando pian piano, anno dopo anno, e se non abbiamo mollato un grazie deve essere tributato proprio a voi lettori, vecchi e nuovi, e a tutti coloro che hanno creduto in due personaggi non proprio sui generis che ormai più di quattro anni fa si incontrarono in un pub e iniziarono a scrivere insieme per diletto.
Buona Lettura
IL CANTO DEL LEVIATANO
Un racconto di Simone Ceccano

"Sulle orme di Icaro"
Dietro l’apparente facciata di accademico tutto di un pezzo, per chi come me lo conosceva in maniera più intima, il professor Marcelo Odissei poteva a ragione essere considerato un uomo stravagante, fuori dal comune, e forse anche un po’ matto. Lo dico nonostante la forte amicizia che ci legava da più di vent’anni e la grande stima che avevo del suo lavoro; stima che, purtroppo, risulta oggi inevitabilmente macchiata da una patina d’indescrivibile orrore, a causa degli avvenimenti che hanno portato al decesso del giovane professor Odissei, motivo per cui ho iniziato questo mio resoconto parlando al passato dell’amico ormai scomparso. Da sempre l’uomo vuole toccare il cielo con le proprie mani. Le conseguenze della smania umana di elevarsi dalla propria misera condizione e apprendere i segreti del cosmo sono note un po’ a tutti: dai tizzoni ardenti delle ali di Icaro, reo di essersi accostato troppo vicino al Sole, ai recenti disastri delle missioni spaziali con lo shuttle… gli esempi di ciò che accade quando l’uomo vuole superare i confini impostigli dagli dèi potrebbero moltiplicarsi. Eppure l’umanità ha più volte infranto i vincoli entro cui
***
L’AMORE CHE DIVORA
Un racconto di Luca Nisi

9.
Simone e Leo uscirono dal locale quattro minuti dopo la mezzanotte. Sicardo si accese subito una Marlboro aspirando avidamente il tabacco. Si avviarono in silenzio verso l’appartamento sul Tevere. Superato un turista ubriaco che camminava zigzagando sul marciapiede, raggiunsero il vecchio maggiolino nero di Simone. Era, davvero la fine, del loro incontro. Leo, di scatto, infilò la mano destra nella tasca interna del suo impermeabile e rimase immobile davanti Simone per diversi secondi. Sembrava un’eternità. Scott cominciò a ringhiare e, solo allora, Leo estrasse la mano e porse l’ultimo assegno a Simone. Il professor Sicardo afferrò il denaro e, senza controllarlo, lo mise in tasca. Strinse la mano a Leo e si infilò nella macchina di fabbricazione messicana. Simone fece tutto rapidamente e, soltanto dopo pochi minuti, il vecchio maggiolino scomparve dall’orizzonte di Leo. L’uomo, dal volto pallido e dalle movenze robotiche, non emise un suono. Nell’istante in cui avevano incontrato quel turista ubriaco, il suo unico pensiero si era diretto verso l’esigenza: cibo. Quando Simone aveva citofonato, diverse ore prima, Leo stava contemplando Giulia. Era seduto sul divano e non poteva non ricordare di aver visto Giulia roteare gli occhi. Adocchiò la sua automobile parcheggiata al di là della strada, la raggiunse e, mentre infilava la chiave nella serratura, con un gesto istintivo pose lo sguardo sul suo appartamento. Un colpo al cuore. Un brivido di terrore paralizzò Leo. La macchina senza sentimenti sudò freddo. La luce fissa dell’acquario era spenta. Quel faro di luce blu, che contraddistingueva la sua casa, era incredibilmente spento. “Impossibile!” - urlò disgustato Leo. Era assurdo che l’elettricità fosse andata via perché nel palazzo c’erano diverse luci accese. Anche se fosse stato così, aveva montato un generatore indipendente per qualsiasi evenienza. Leo calcolava sempre tutto. Strappò le chiavi dalla serratura della macchina e come un gatto attraversò velocemente la strada, sfiorando le auto in corsa che sfrecciavano nella notte romana. Così, tra i rumori dei clacson, apriva il portone del suo palazzo e schizzava sulle scale che lo avrebbero portato all’ultimo piano. Dopo i primi tre piani, Leo fece una scoperta e si contorse dai dolori di stomaco. La paura stava inondando di fitte il suo corpo. Acqua, litri d’acqua scorrevano per le scale. Leo immaginò che, per qualche oscura ragione, l’acquario avesse ceduto e Giulia agonizzasse sul pavimento del suo appartamento. “Devo salvarla!” - riuscì a sbiascicare Leo, cercando disperatamente di raggiungere l’ultimo piano. Fece l’ultima rampa con la testa che gli scoppiava dal dolore. La porta blindata davanti a lui aveva retto alla scarica d’acqua, infilò la chiave nelle serratura ed entrò. La luce era spenta e il ronzio dell’acquario era scomparso sostituito dallo scorrere dell’acqua. Leo si tolse il lungo l’impermeabile poggiandolo sulla maniglia della porta. “Giulia dove sei? Amore mio dove sei?”. Leo cercava di scrutare nell’oscurità della sala principale. Poi, ad un tratto, in un angolo riconobbe i grandi occhi di Giulia che lo stavano osservando. Non poteva sbagliarsi Leo, lei era in piedi proprio ad un metro da lui. Lei, ora, era illuminata appena dalla fioca luce della luna, era bellissima. Il suo corpo risplendeva come adornato di pietre preziose, Leo era di nuovo stregato. Giulia nè si mosse nè proferì alcun suono. Alzò soltanto le braccia, invitando Leo a raggiungerla. Leo, completamente in trance, si limitò ad avanzare verso di lei. Il sogno di Leo si stava avverando e, in pochi secondi, il suo viso fu accolto dolcemente tra le mani palmate di lei. Leo sorrise, chiuse gli occhi e si lasciò cullare dalle mani di lei. Era un miracolo, Leo era estasiato. Riaprì gli occhi e vide che il suo viso era a pochi centimetri dal volto di lei. Li chiuse di nuovo e indirizzò le sue labbra verso quelle di Giulia. Giulia continuava a tenere i suoi enormi occhi spalancati, girò leggermente il capo e azzannò con ferocia la testa di Leo facendola esplodere. Sputò subito le ossa del cranio e divorò avidamente il cervello. Con quei denti affilatissimi aveva decapitato, in un solo morso, l’uomo che aveva arditamente immaginato di poterla amare. Dopo un po’, lasciò cadere il corpo senza vita di Leo a terra. Giulia si inginocchiò accanto a quel cadavere senza più vita e, con la mano destra, prima gli ruppe la camicia e poi, raggiunto il petto nudo, gli strappò il cuore inghiottendolo in un sol boccone. Il sangue di Leo si mischiava con l’acqua. Giulia lasciò il cadavere del suo tutore nel mezzo della sala. Prima di muoversi, si pulì la bocca da un rivolo di sangue che le stava colando verso il seno. Adesso la donna venuta dal mare ghiacciato era forte al punto giusto. Riusciva a camminare, una sensazione negatagli da troppi secoli. Giulia raggiunse la porta e notò l’impermeabile di Leo. Ci si avvolse dentro e, silenziosamente, lasciò per sempre l’appartamento sul Tevere. [continua…]
***
APOSTASIA DELL’AMORE
Una poesia di Luca Nisi

Quello era stato il suo sogno fin dall’infanzia?
Un amore denso e impenetrabile,
un inferno di fiamme luminose.
Cresceva e si espandeva quasi fosse vivo,
un oceano di luce oltre lo spazio,
fin sull'orlo della galassia.
All'improvviso il silenzio.
La monotonia divenne tormento,
i pensieri divennero inutili,
la gioia del sentimento fu un mare d'assenza di luce.
Un'apostasia dell'amore.
Sospirò e guardò il cielo :
"Ah, la follia dei bambini, l’inutilità delle stelle".
***