Leggende dalla Cripta di Cthulhu

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domenica, 05 ottobre 2008
Editoriale: LEGGENDE DALLA CRIPTA DI CTHULHU parte XLVIII

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Bentrovati cari lettori dopo una pausa estiva più lunga del previsto che si è protratta fino a queste prime giornate autunnali. Non temete, non vi abbiamo abbandonato, l’incapacità di sfuggire al destino che ci colpisce in quanto esseri umani ci ha solo allontanato per un poco da voi. Soltanto lo scorso giugno questo blog ha compiuto quattro anni, quattro anni meravigliosi di incubi e di voli con la fantasia che ci hanno fatto approdare verso lidi che prima non avremmo mai neppure immaginato, se non in sogno. E tutto questo lo dobbiamo a voi e soltanto a voi, tanti o pochi che siate stati, che siete o che sarete, senza di voi non avremmo avuto mai la spinta per andare avanti e continuare a sondare ciò che si nascondeva nella nostra mente, trasformarlo magicamente in parole e offrirlo ai vostri occhi come si offrono le ceneri al vento. Una volta ancora, l’ennesima e spero mai ultima, buona lettura.

 

Postato da: Pickett alle 15:11 | link | commenti (3) |
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Racconto: L'AMORE CHE DIVORA - decima e ultima parte

L’AMORE CHE DIVORA

 

Un racconto di Luca Nisi

 

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10.

 

In quella stessa notte, un turista di nazionalità inglese, in evidente stato di ebbrezza, raccontò a dei poliziotti di aver visto una giovane donna lanciarsi nel Tevere, in piena notte.  Sul luogo indicato dall’uomo, dove credeva di aver visto gettarsi la donna nel fiume, venne ritrovato un vecchio impermeabile privo di qualsiasi documento. Il corpo di Leo fu ritrovato la mattina seguente dai vicini di casa, che erano saliti per lamentarsi dell’acqua che aveva invaso tutti gli appartamenti. Le indagini della polizia si concentrarono totalmente sul rinomato Professor Simone Sicardo che, la sera del brutale omicidio, fu visto in compagnia di Leo.  Dopo ulteriori indagini, gli agenti scoprirono che, negli ultimi mesi, Leo aveva firmato diversi assegni intestati al Professore, per un totale di trecentomila euro. Inoltre, la sera stessa dell’omicidio, Sicardo aveva abbandonato in tutta fretta Roma. Arrestato a Napoli con l’accusa di omicidio, il Professor Sicardo racconterà di una storia assurda, a tratti addirittura fuori da ogni ragionamento logico, tanto che il suo avvocato chiese ai giudici titolari dell’inchiesta l’infermità mentale per il suo assistito. Quando Sicardo non riuscì a dimostrare con nessuna prova la sua bizzarra storia, tentò invano di rintracciare il capitano della Giulia. Erik Pikk negò qualsiasi contatto. Luca e Mafalda, raggiunti telefonicamente a Wellington dall’avvocato di Sicardo, negarono il loro coinvolgimento con la folle storia. Il noto professore, che aveva sognato di far parlare di sè nei circoli intellettuali, ora era solo il nome del presunto assassino di Leo. Sicardo, Rossi e Leo erano tutti vittime della stessa maledizione. Maledizione dai tratti vagamente umani. Una femmina aliena dal meraviglioso corpo squamato che, se avvistata dall’alto mentre nuotava nell’oceano, avrebbe colorato il mare di un meraviglioso verde smeraldo. Giulia ora ritornava a nuotare negli abissi marini, libera e viva, pronta finalmente a raggiungere i suoi simili, nascosti da eoni, in remoti avamposti in fondo al mare, dove neanche la prepotente luce dei raggi del nostro sole ha mai osato arrivare.

 

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Postato da: Pickett alle 15:20 | link | commenti |
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mercoledì, 15 ottobre 2008
Racconto: IL CANTO DEL LEVIATANO - seconda parte

IL CANTO DEL LEVIATANO

 

Un racconto di Simone Ceccano

 

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II

 

“Un mistero giunto da Babilonia”

 

Marcelo Odissei, nonostante avesse solo quarantacinque anni, era docente di Archeologia e Antropologia Culturale all’Università di Yale, da circa un quindicennio. Sono stato suo collega ed assistente per molti anni prima di trasferirmi in altra sede e guadagnarmi una cattedra tutta mia. Nonostante la lontananza, io e Marcelo siamo sempre rimasti in contatto, anche se i rapporti tra me e lui si erano fatti negli ultimi tempi più sporadici. Se avessi saputo prima, lo avrei dissuaso dal partire verso quella che sarebbe stata la sua ultima meta. Ormai era parecchio che non collaboravo alle sue ricerche; chi avrebbe mai immaginato quanto il mio vecchio amico si fosse spinto oltre? Marcelo si era sempre interessato alla cosiddetta “archeologia eretica”. Lo affascinavano i misteri comunemente definiti come “inspiegabili” all’origine delle antiche civiltà; le spiegazioni degli storici e archeologi ufficiali non lo avevano mai convinto del tutto, nonostante la sua posizione di illustre accademico e il suo allineamento di facciata alle tesi ritenute “dogmatiche”. Le stravaganti e bizzarre teorie degli studiosi “new age”, d’altro canto, per una mente raffinata come la sua, non potevano che lasciare insoddisfatti molti interrogativi, troppi, a suo parere. Secondo Marcelo, sebbene i “new age” stessero probabilmente guardando nella direzione giusta, la mancanza di conferme e prove definitive a suffragio delle loro tesi era dovuta al fatto che la stragrande maggioranza di loro stava semplicemente cercando nel posto sbagliato. Perché perdere tutto quel tempo a scandagliare e scandagliare muti sassi e incomprensibili documenti che non avrebbero mai dato risposte, quando si poteva cercare una prova vivente di come fosse iniziata la civiltà? So che per il momento queste parole non hanno senso per il mio occasionale lettore. Presto ricomporrò tutti i tasselli e alla fine della mia testimonianza tutto sarà tremendamente chiaro. Un maledetto libro su tutti gli altri aveva impressionato la giovane mente speculativa del professor Odissei: Il mistero di Sirio di Robert Temple. Oh, la maggior parte di quell’opera non è altro che carta straccia “new age”, piena di stravaganze, inesattezze e mere supposizioni, ben degne di un volgare romanzo di fantascienza. Siamo alle solite. L’idea di partenza è quella giusta, ma anche l’autore de Il mistero di Sirio stava “scavando” nel posto sbagliato. Una cosa aveva però colpito Marcelo, una sola brillante intuizione di Temple: i Sumeri e gli antichi Babilonesi sostenevano che la loro civiltà fosse stata portata da degli esseri anfibi, semidivini, giunti nell’odierno Iraq dal mare. Lo storico greco Apollodoro, discepolo di Aristotele, raccontò secoli dopo questi miti avvalendosi della testimonianza del babilonese Berosso. Berosso descrive queste creature come degli esseri per metà demoniaci, giunti in Mesopotamia dal “Mare Eritreo”. Di uno di loro si conosce il nome, Oannes. L’importanza del termine “Oannes” sta tutta nelle chiare allusioni contenute in un documento perduto, ultima eredità lasciatami da Odissei, che allego al presente ciclostilato, nella speranza che possa fungere da prova definitiva per il mio occasionale lettore, affinché non mi ritenga soltanto un povero pazzoide visionario. Questi semi-demoni sono rappresentati in alcune statue e bassorilievi come esseri metà uomo e metà pesce. Temo che questo tipo di rappresentazione non sia altro che un goffo tentativo degli antichi popoli della Mesopotamia di celare il vero aspetto di quelle mostruosità parlanti giunte dal mare. Gli aggettivi con cui li definisce Apollodoro sono illuminanti; prima li chiama annedoti, poi definisce uno di loro musarus: il primo termine vuol dire “essere repellente”; il secondo “abominio”. Dico in anticipo queste cose per farvi rendere conto di cosa stiamo parlando. Penso che citare un passo di Temple sia per l’intanto più fruttuoso che continuare a perdermi in chiacchiere: “I Babilonesi descrivevano apertamente le creature civilizzatrici della Mesopotamia, che adoravano e a cui consacravano enormi statue, come esseri repellenti e abominevoli. Si tratta della prova più convincente dell’autenticità del racconto: gli esseri anfibi a cui i Babilonesi dovevano l’origine della loro civiltà erano orribili, disgustosi e ributtanti.” In seguito, con il passare dei secoli, “una tradizione inventata avrebbe accuratamente descritto gli eroi o gli dei civilizzatori come esseri splendidi e accattivanti.” Era in questa direzione che bisognava “scavare”; Marcelo lo aveva capito, e avrebbe perseguito il suo obiettivo a costo della sua vita e di quella di tutti coloro che, per sventura, si fossero trovati implicati in questa vicenda. [continua…]  

 

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Postato da: Pickett alle 12:03 | link | commenti |
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giovedì, 23 ottobre 2008
Articolo: LEIGH BRACKETT - IL VELO DI ASTELLAR

LEIGH BRACKETT – IL VELO DI ASTELLAR

  

Un articolo di Luca Nisi

 

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Poco più di un anno fa, ho cominciato a leggere “Le grandi storie della fantascienza”, ovvero diversi volumi di grandi storie della fantascienza, che includono racconti di scrittori che ne hanno fatto la storia. Per citarne solo alcuni: Asimov, Brown, Sturgeon, Van Vogt e Cleve Cartmill. Tutti autori di prima generazione e tutti maschi, quasi a delineare che la scrittura devota alla fantascienza sia ad esclusivo appannaggio degli uomini. Ma non è del tutto vero. Così, quando nel volume numero 6 ho incontrato Leigh Brackett, ho dato finalmente un volto ad una grandissima autrice, famosa soprattutto per il ciclo di John Stark, una saga che si estende in un arco produttivo che va dal 1949 al 1976. Inoltre, la signora Leigh Brackett è madre, (insieme a George Lucas e Lawrence Kasdan), della sceneggiatura de L’Impero colpisce ancora, secondo episodio in ordine di produzione (e quinto in ordine cronologico) della fortunata saga fantascientifica di Guerre Stellari.  La sua vita è legata alla fantascienza e al fantasy, passando per i romanzi e la sceneggiatura di diversi film. Inoltre, l’autrice sposò Edmond Hamilton, autore della famosissima serie Capitan Futuro.  Tornando al volume numero 6 de “Le grandi storie della fantascienza”, di Leigh Brackett, ho letto il racconto breve “Il velo di Astellar” ed è proprio di questo che Vi voglio parlare. Pubblicato nella primavera del 1944 sulla rivista Thrilling Wonder Stories (di cui potete ammirare sopra la copertina originale dell’epoca), questo racconto mi ha catturato fin dalle prime righe. Non intendo narrarvi tutta la trama del racconto perché spero che in Voi nasca la curiosità di andarlo a leggere. Comunque, per cominciare, questo piccolo capolavoro si basa sulle vicende di un unico straordinario personaggio il cui nome è Jay Goat che, per stessa ammissione di Edmond Hamilton, è stato ispirato dal leggendario Humphrey Bogart. La nostra storia ha inizio nel locale di Madam Kan, posto sul Canale Inferiore della città di Jekkara su Marte e si conclude lungo la cintura d’asteroidi che rende noto al visitatore l’avvicinarsi del grande pianeta Giove. Narra del viaggio della nave spaziale La Regina di Giove” partita da Venere e diretta alle colonie di Giove. Non fatevi ingannare dalla geografia spaziale, questa è una storia d’amore e sul prezzo dell’amore, ma anche una vicenda dai temi così attuali che lascia basiti,  se si pensa che è datata 1944.  Un protagonista morente, su uno sfondo culturale in piena decadenza, ritratto in un’ ambientazione oscura ed agghiacciante così com’è lo spazio profondo. Una frase in particolare può riassumere la bellezza ed il mistero del racconto: “Ci chiamano vampiri, parassiti, mostri sibaritici che vivevano soltanto per le sensazioni e il piacere. E ci scagliarono nel buio. Be', forse avevano ragione. Non so. Ma non abbiamo mai fatto del male, noi, o spaventato nessuno, e quando penso a ciò che essi hanno fatto alla loro stessa gente, col sangue, la paura e l’odio, sono terrorizzata.”.  Questo racconto di Leigh Brackett è un altro splendido esempio di come scrivere fantascienza sia, forse, una delle prove più difficili in cui uno scrittore possa cimentarsi.

 

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Postato da: Pickett alle 11:15 | link | commenti (1) |
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