Leggende dalla Cripta di Cthulhu

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domenica, 18 gennaio 2009
Racconto: UNA NOTTE CON CTHULHU


UNA NOTTE CON CTHULHU

 

Un racconto di Luca Nisi

 

 

 

Francesco si stiracchiò sul divano lasciando che tutto il suo corpo si uniformasse con i cuscini in unico grande abbraccio, nonostante il suo piccolo Mauro stava guardando un documentario proprio nel televisore davanti a lui, si addormentò facilmente. Fuori l’abitazione nevicava appena e il bianco Natale era quasi alle porte, di tanto si sentiva qualche canto e risate di bambini che giocavano a costruire pupazzi di neve.  Mauro ha otto anni ed è un bambino taciturno, non ama la compagnia dei suoi coetanei, preferisce stare a casa a vedere la televisione, soprattutto documentari e film dell’orrore. Oggi vigilia di natale il canale dei documentari propone un suggestivo programma: “Una Notte con Cthulhu.” Il piccolo Mauro era pronto, seduto ai piedi del divano, un bel bicchiere di Coca Cola ed un foglio ed una penna in caso di necessità, tutto pronto nonostante il suo papà aveva cominciato a russare un pochino. Mauro non si scoraggiò alzò leggermente il volume della TV e lasciò che la voce impostata del commentatore lo introducesse nel magico mondo creato dal famoso scrittore americano Howard P. Lovecraft.

 

 

Immaginate una bellissima spiaggia di sabbia bianca. Una splendida giornata di sole senza nuvole nel cielo, guardate verso il mare e immedesimatevi come foste voi  la telecamera. La spiaggia è deserta e voi vi tuffate nell’acqua salata. Il mare è azzurro e trasparente, la temperatura è gradevole, intorno a voi solo madre natura, ora lasciate la sabbia e cominciate ad avventurarvi verso il mare aperto. Solcate le onde e infrangetevi tra gli spruzzi dell’oceano, cavalcate le scie lasciate dalle navi, ascoltate i canti delle balene lontane, nuotate, nuotate tanto, fino a notte fonda. Una volta in mare aperto quando il cielo si scurisce e la temperatura del mare è ghiacciata e dove nel cielo non vola neanche un uccello da diverse ore, allora è li che dovete fermarvi. Immobili nel mare ghiacciato assaporate il silenzio, ascoltate l’oceano respirare, dove nessun altro suono è udibile proprio lì con atavica attenzione riuscirete a sentire un leggerissimo gorgoglio……In realtà questo non è il richiamo Cthulhu è solo il respiro del grande Dio dormiente. Immaginate di poter affondare  la telecamera, d’inabissarvi nelle oscure profondità di raggiungere quote dove qualsiasi essere umano non potrebbe arrivare. Lasciate che l’occhio senza emozioni scovi nelle tenebre marine l’enorme massa molliccia del grande Cthulhu. Lo vedreste imprigionato nelle grande città di R’lyeh, guardandolo notereste che è grande come una montagna e la testa è ricoperta di tentacoli, che la sua bocca è gigantesca e che tra i tentacoli si spalancano occhi sbarrati che sembrano fissare qualcosa o qualcuno. L’occhio digitale noterebbe che il Grande Cthulhu sta dormendo, ed è questo il suo richiamo. Il Grande Antico dorme e sogna e quando sogna influenza le menti umane. Potente è micidiale il suo pensiero, talmente forte che trafigge le menti umane anche a migliaia di chilometri di distanza. Attenzione, sta muovendo uno dei tantissimi tentacoli,  cercate di sfuggirgli o vi inghiottirà, il Grande Cthulhu ama nutrirsi di umani, ma voi per fortuna siete soltanto un’immaginaria telecamera in fondo al mare…

 

Giorgio Amari, trentaquattro anni, dorme nel suo piccolo appartamento al quinto piano nella periferia di Milano. Un lavoro come assistente sociale nel carcere milanese di San Vittore, una vita tranquilla, single da qualche mese, ama il bricolage e passare il tempo a fissare i tramonti. Il Grande Cthulhu sogna, il suo pensiero corre veloce da un oceano all’altro, sfiora i continenti e penetra nelle città. Dall’Arabia all’Europa da Il Cairo a Milano in un soffio di vento. Cthulhu ordina. Giorgio si alza in piena notte, non si infila neanche le ciabatte si dirige diretto verso la finestra, la apre, non si accorge nemmeno della brezza gelida della notte e si getta di sotto. Cthulhu ordina, Giorgio esegue. Per sua fortuna un albero e un vecchia alfetta nera gli salvano la vita, un braccio rotto è  il suo tributo a Cthulhu.

 

Tiziana Pensiero, ventotto anni, sposata da quattro e madre di una bambina di due mesi. Dorme la sua piccola nella culla. Tiziana invece è ancora in piedi nonostante sia già notte inoltrata. Una  Winston Blu accesa gli pende dalle labbra, il fumo si spande per tutto il salone e si confonde con le parole digitate sul suo portatile. Suo marito è scappato via. Non c’è più. Allora il Grande Cthulhu ordina. Tiziana posa la sigaretta nel portacenere a forma di noce di cocco va in cucina e apre il gas, lasciando che il metano si infili in tutta la casa, passano i minuti e Tiziana è già svenuta il suo tributo è pronto, come l’offerta a metà dalla messa. Peccato che un vicino curioso abbia sfondato la porta del suo appartamento ed abbia tratto in salvo lei e la sua bambina. Cthulhu ama i sacrifici di infanti o di  donne pregne ma per questa volta la sua fame di sangue non sarà saziata.

 

Il piccolo Mauro si era nascosto dietro un cuscino, mentre osservava il documentario. In fondo, anche se un po’ solitario, Mauro era solo un bambino e quando dalla cucina sentì il suono della voce della mamma Martina, scappò dal salone, fuggì via dal richiamo di Cthulhu per raggiungere il seno materno ed una fetta di pandoro. Intanto il documentario andava avanti e Cthulhu continuava a sognare voglioso di nuovi sacrifici di carne per le sue fauci millenarie. Proprio in quell’istante Francesco si destò. Martina era in cucina con il seno ingrossato e la pancia ormai al settimo mese, Mauro mangiava la sua fetta di dolce natalizio. Francesco si alzò di scatto, buttò un occhiata verso il televisore e senza proferire parola si allontanò dal salone verso la cucina. Attraversò il corridoio con il passo silenzioso, come quello del miglior assassino, arrivò in cucina e si procurò un lungo coltello e si avvicinò lentamente verso moglie e figli. Erano di spalle quando lo sentirono arrivare e non fecero in tempo a dire nulla che Francesco aveva tagliato una grande fetta di pandoro e cominciò a divorarla.

 

Cthulhu. Recitava ancora una volta la voce nel televisore. Cthulhu ordina e l’uomo dalla mente debole viene influenzato senza via di scampo. Cthulhu ama divorare l’umanità, il suo culto è famigerato per l’uso di orrendi ritornelli dai vocaboli insensati. Ph’nglui mglw’nafh Cthulhu R’lyeh wgah’nagl fhtagn……Martina infastidita dalla voce lontana, sferrò il suo solito sguardo crucciato e inviò Francesco in salone a spegnere il televisore, l’uomo ancora con la bocca sporca di zucchero a velo si diresse verso la sala. Il televisore era lì ancora sintonizzato sul documentario. Cthulhu dimora nelle grande profondità marine. Francesco sorrise ascoltando le parole del documentario, poi afferrò il telecomando e spense il televisore. Lo gettò sul divano fece per muoversi quando d’un tratto il plasma riprese vita e di nuovo sullo schermo apparve il verde mare che custodisce da eoni terribili segreti. Francesco fece un passo verso di esso quando dallo schermo sbucò in salone un tentacolo gigante che lo afferrò trascinandolo dentro la TV, poi in fondo al mare e dopo interminabili istanti proprio nelle fauci del Grande Cthulhu, tanto che prima di essere divorato a Francesco parve di ascoltare un leggero gorgoglio……

 

***

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lunedì, 26 gennaio 2009
Racconto: IL CANTO DEL LEVIATANO - terza parte

IL CANTO DEL LEVIATANO

Un racconto di Simone Ceccano

 

 

 

III

 

“Il racconto perduto di Sindbad”

 

150 miglia ad Oriente viaggiò il marinaio, oltre l’isola ricoperta dalle mangrovie, a partire dalla gemella solitaria, che costantemente aspetta il sorgere del suo luminoso amore perduto ogni mattina…” E’ il frammento di un racconto perduto di Sindbad il Marinaio, mai inserito nelle edizioni occidentali de Le mille e una notte, di cui si ignorava totalmente l’esistenza fino a poco tempo fa. Fu il mio vecchio amico Marcelo Odissei a farmi entrare in possesso di questo curioso documento. Sembra ieri, ma sono passati parecchi mesi. Depositato come un pacco qualunque sulla scrivania del mio ufficio all’Università della Virginia, Charlottesville, l’incubo entrava nella mia vita in un banalissimo giorno di pioggia. Aprii il plico consegnatomi dalla mia assistente e mi trovai di fronte a un vecchio manoscritto in francese, una traduzione dall’arabo di questa novella di Sindbad totalmente sconosciuta. Il mittente era Marcelo. Raccontava di aver trovato il documento nel polveroso scantinato di un vecchio antiquario ebreo a Parigi e me lo inviava insieme ad una lettera d’accompagnamento e ad un paio di biglietti aerei che asseriva mi sarebbero stati utili a breve, se avessi accettato di raggiungerlo. Lo strano “dono” mi sorprese non poco: Odissei non era un bibliotecario o un appassionato filologo d’antiquariato. Da quando in qua il giovane scenziato era diventato un ricercatore di rarità letterarie? Pensate la mia emozione quando mi accorsi che le note e i passi sottolineati del racconto erano firmati dalla mano del bibliotecario e viaggiatore francese Antoine Galland, colui che per primo introdusse in Europa l’ormai celeberrimo ciclo di novelle arabe. E’ risaputo che i racconti della saga di Sindbad non dovevano far parte dell’opera originale in arabo. Fu Galland ad inserirli dopo la fortunata pubblicazione del primo volume nel 1704. Eppure, nonostante avesse infarcito Le mille e una notte di fonti estranee, Galland si rifiutò di dare in pasto al pubblico francese ed europeo questa che a prima vista sembra una favoletta come le altre. Per quale motivo? Quanto sapeva Galland sulle cose portate in seguito alla luce dal mio amico scomparso? La bizzarra storia contenuta nel manoscritto, una probabile travisazione araba di leggende di epoca ellenistica o ancora più antiche, a prima vista potrebbe sembrare piuttosto banale, sebbene, ora che ho toccato con mano l’orrore che si cela dietro di essa, suoni per me in modo tremendamente sinistro: Sindbad, in uno dei suoi innumerevoli viaggi, raggiunge un’isola in un punto imprecisato dell’Oceano Indiano, alla ricerca del favoleggiato palazzo di Dejabar, dove dimorava la tremenda strega “Oanna”, un essere metà donna e metà pesce che regnava sull’altrettanto misterioso popolo dei nommos (coincidenza singolare, perché nel libro di Temple è il nome che la sperduta tribù africana dei Dogon dà agli esseri anfibi giunti dallo spazio). Una volta giunto al cospetto della strega, Sindbad deve affrontare tre prove per avere la sua mano e conseguentemente l’immortalità. In una delle tre prove l’avventuriero dovrà affrontare la terribile minaccia dell’ “Esercito delle 400 scimmie”, evento che assume tutto un nuovo significato, tutt’altro che mitico, alla luce di quello che ho visto con i miei occhi su quell’isola maledetta. Una volta unitosi alla strega, Sindbad avrebbe potuto “respirare sott’acqua” e sarebbe dovuto “tornare nel mondo degli uomini per propagare il verbo di Allah.” Alla fine l’avventuriero rinuncia, per timore di “sacrificare la sua umanità”, e riesce a fuggire dall’isola con l’immenso tesoro della strega. Il finale è quello di una banale storia di avventura, ma vi sarete accorti come il resto del racconto abbia strane ed evidenti analogie con la testimonianza di Berosso e la storia del musarus Oannes, qui evidentemente storpiato di nome e riportato al femminile. Ma per Marcelo il passo più importante del manoscritto erano quelle poche righe che ho citato all’inizio del capoverso. Il professor Odissei aveva facilmente identificato Socotra, al largo delle coste dello Yemen, come “l’isola ricoperta dalle mangrovie”. La gemella solitaria si riferisce probabilmente al più piccolo dei due isolotti ad Ovest di Socotra, chiamati “I Fratelli”. Quello più grande, Samhah, è abitato da una piccola comunità di pescatori; l’altro, Darsah, “che aspetta il sorgere del suo amore perduto” è completamente disabitato ed è quello sito più ad Oriente, dove appunto sorge il sole. Tutto combaciava in maniera incredibile. Nell’allegato, Marcelo sosteneva di aver trovato l’ubicazione di quella che nel racconto è chiamata Dejabar, viaggiando 150 miglia ad Ovest di Darsah. Dejabar, o Saint Thomas, come lo chiamarono gli Inglesi, è un altro isolotto disabitato da decenni, non segnato su tutte le carte, nel bel mezzo dell’Oceano Indiano, che in passato aveva anche ospitato una guarnigione britannica. Ivi, dopo due anni di ricerche, il professor Odissei mi aveva assicurato di aver fatto scoperte archeologiche così sensazionali da non potersi permettere di dire una parola di più. Aveva bisogno del suo vecchio assistente per completare alcuni dettagli della ricerca, ecco il motivo dei biglietti aerei. La cosa mi lusingava non poco, debbo ammetterlo; non me lo feci dire due volte e partii alla volta di Socotra nel giro di un paio giorni. La scarsezza degli elementi allora in mio possesso potrebbe far giudicare la mia scelta perlomeno come avventata o persino insensata. A dispetto di tutto, ancora oggi posso affermare come fosse un onore per qualsivoglia accademico lavorare al fianco di un illustre professore come Marcelo Odissei. Il problema, come vedrete proseguendo in questa mia testimonianza, era che Marcelo era diventato completamente pazzo. E la sua pazzia lo avrebbe portato ad una morte orribile. [continua…]

 

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Postato da: Pickett alle 22:40 | link | commenti |
racconti, aggiornamento 49