Leggende dalla Cripta di Cthulhu

Racconti di Simone Ceccano e Luca Nisi liberamente ispirati all'universo del maestro H.P.LOVECRAFT

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lunedì, 06 luglio 2009
Racconto: IL CANTO DEL LEVIATANO - quarta parte

IL CANTO DEL LEVIATANO

Un racconto di Simone Ceccano

 

 

 

IV

 

“L'isola delle mangrovie”

 

Socotra sarebbe stato dunque il nome della prima tappa del mio viaggio verso la follia; una perla nelle acque dell’Oceano Indiano. Sembra che Marco Polo le avesse fatto visita molto prima di me, di ritorno dalle sue peregrinazioni in Oriente. Tornando in Europa via mare dall’Asia, l’isola era uno scalo quasi obbligato. Molti secoli prima vi erano giunte persino le poderose armate di Alessandro il Grande. Il condottiero macedone aveva ordinato di impadronirsi dell’isola per garantire ai suoi eserciti costanti approvvigionamenti della pianta medicinale aloe, di cui Socotra è piena. I Portoghesi prima, e gli Inglesi poi, che vi rimasero fino al ’67, non avrebbero lasciato nomi più illustri con cui commisurarmi. Inutile dire che questi due erano già abbastanza. E poi c’era quell’oscuro racconto di Sindbad, che ho già avuto modo di illustrare nelle precedenti pagine. Era con il leggendario marinaio, in ultimo, che mi sarei dovuto confrontare. Niente trionfali campagne militari verso terre sconosciute, sospese tra il mito e il sogno; niente affascinanti viaggi di ritorno dall’Oriente, lungo la Via della Seta. Era la sua discesa verso l’incubo che avrei dovuto ripercorrere, passo dopo passo, un gradino dietro l’altro. L’epilogo sarebbe stato differente. Non sarei tornato da Dejabar carico di tesori; avrei fatto ritorno con la mente violentata da mille orrori e con la rassegnata consapevolezza di dover fare ritorno in quel luogo maledetto per mettere per sempre la parola fine su ciò che è stato destato dall’Abisso dal mio defunto amico Marcelo Odissei. Dalle verdi colline della Virginia, i biglietti aerei di Marcelo mi avrebbero portato dapprima a San'a, un’affascinate città carica di storia e di arte, la splendida capitale nel deserto di uno Yemen prima riunificato dopo la caduta del comunismo, poi piombato di nuovo nella più nera guerra civile tra Nord e Sud, e ora infine riapertosi pian piano e con fatica al mondo esterno. Certo, specie nella parte meridionale, la guerriglia e le sparizioni dei turisti erano ancora all’ordine del giorno, ma non sarebbe stata quella la mia fonte di preoccupazione. Il governo yemenita aveva assicurato infatti piena collaborazione al professor Odissei, immaginando i vantaggi di una sua eventuale connivenza con l’illustre e famoso accademico americano. Le autorità di San’a consideravano l’isola di Saint Thomas, o Dejabar, come facente parte del loro territorio, anche se a tutt’oggi nessuno può esserne certo, come pure delle sue esatte coordinate geografiche, se si eccettua le esigue informazioni che ho dato sopra e la sua approssimativa vicinanza al 13° parallelo. Da San’a sarei partito nel giro di poche ore verso la verde Socotra, quella che dicevo essere la mia prima vera tappa, a bordo di un vecchio aereo militare. Sarebbe stato come tornare indietro di secoli in un lasso di tempo molto breve. Il capoluogo Hadibu e il suo aeroporto sono praticamente inesistenti. L’isola è deliziosa, con le sue piccole capanne, le sue alture e la  lussureggiante vegetazione, non ancora spazzata via dal monsone estivo; mancavano un paio di mesi e presto, all’arrivare dell’estate, sarebbe stata completamente abbandonata dai suoi abitanti per le calde spiagge dello Yemen del Sud, non toccate dalle piogge e dai venti. Una moltitudine sarebbe allora andata per mare, con i pescherecci e le sue piccole imbarcazioni; un rituale vecchio di secoli. In sostanza, io arrivavo dall’altro capo del globo e tutta quella gente si stava preparando per andarsene. Nonostante ciò, il destino volle che ad Hadibu io facessi uno dei più importanti incontri della mia vita: la persona senza la quale non sarei qui a scrivere, vivo. Aveva dei modi eleganti e un aspetto straniero, persino per quel posto, come testimoniava il suo accento francese. Veniva dal Marocco e diceva di aver lavorato in gioventù per un grande casinò di Casablanca. Parlava del passato con l’aria di chi avesse vissuto un secolo, eppure potrei giurare (ma non sono certo neppure di questo…) che non avesse più di quarant’anni, e sembrava portarli piuttosto bene. Aveva un grosso yacht che metteva a disposizione dei turisti che da qualche anno iniziavano a scegliere Socotra come meta. Con la stessa imbarcazione aveva portato il professor Odissei e il suo staff verso l’isola in cui tutte le nostre vite sarebbero state spezzate, 150 miglia ad Est  dello scoglio di Darsah. Marcelo lo aveva contattato via radio da Dejabar e lo aveva pagato per fare altrettanto con me; avremmo dovuto aspettare ancora qualche giorno, perché con i primi venti il mare si era ingrossato e le forti correnti non avrebbero reso la navigazione sicura. Mustapha, questo era il nome di quell’uomo, sarebbe stato prima il mio Caronte, nel  viaggio verso l’Inferno che Marcelo aveva preparato per me, e poi il mio salvatore, quando mi sarei lasciato alle spalle, seppur temporaneamente, il folle desiderio, carico d’orrore, di un uomo che aveva sognato di toccare con mano Dio. [continua…]

 

***

Postato da: Pickett alle 21:37 | link | commenti |
racconti, aggiornamento 50

venerdì, 17 luglio 2009
Poesia: CREPUSCOLO DELL'AMORE (2a parte)

CREPUSCOLO DELL’AMORE (2a parte)

 

Una poesia di Luca Nisi

 

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Sapete, mia dolce musa,come scende la notte a febbraio?

Cala dolcemente, nella semioscurità del crepuscolo della sera,

si estende muta, come un mantello, sul rosso e disperato tramonto.

 

 Mentre scende il buio un prete prepara i crocifissi.

Perché la notte di febbraio è veleno per gli uomini ed ambrosia per vampiri.

La sera sanguina vecchie ferite e spegne i fuochi delle battaglie.

 

Nella notte di febbraio si scrivono lettere mai spedite,

Si sognano labbra mai baciate,

Si muore d’amore nel silenzio delle stelle.

 

La notte di febbraio muore malinconicamente,

 Nelle gocce di rugiada del mattino,

L’alba spezza l’incanto e tu mio angelico amore svanisci, ancora una volta,

Senza voltarti, dietro quelle grigie lapidi ricoperte d’odio e d’ortiche.

  

***

Postato da: Pickett alle 14:12 | link | commenti (1) |
poesie, aggiornamento 50