Leggende dalla Cripta di Cthulhu

Racconti di Simone Ceccano e Luca Nisi liberamente ispirati all'universo del maestro H.P.LOVECRAFT

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sabato, 05 giugno 2004
Editoriale: LEGGENDE DALLA CRIPTA DI CTHULHU

“Non è morto ciò che in eterno può attendere, e col passar di strani eoni anche la morte può morire…” H. P. Lovecraft

Per tutti coloro che si sono dilettati nella narrativa horror - fantasy, HPL non può essere considerato che un maestro. Soprattutto, la sua straordinaria e dettagliata ambientazione è stata continua fonte d'ispirazione, e punto di partenza per creare un proprio universo di fiction, per centinaia e centinaia di aspiranti scrittori. Tutto ciò non fa eccezione ai presenti autori di questo blog, che si propone di raccogliere una parte del nostro materiale, affinché chi ne abbia tempo e voglia si diletti a leggerlo e magari lasciare un commento.

Buona Lettura

Postato da: Pickett alle 16:11 | link | commenti (6) |
editoriali, aggiornamento 01

domenica, 06 giugno 2004
Racconto: L'ANTIQUARIO - parte prima

L’ANTIQUARIO

 

Un racconto in tre parti scritto da Simone Ceccano

 

Roma poteva essere una città veramente suggestiva sotto la furia di un acquazzone estivo. Mattia lo sapeva fin troppo bene e amava passeggiare per i viottoli angusti di Trastevere, quando la pioggia inondava il selciato pavimentato di quelle splendide pietre nere dai contorni irregolari e smussati che ricoprono gran parte dei vicoli e delle piazze bagnate dalle lacrime cadute dal cielo, dove vecchie statue dai volti consunti e irriconoscibili osservano eterne e silenziose le immote colonne di una piccola chiesa china e deforme sotto il peso dei decrepiti palazzi che la circondano, schiacciata in una malinconica agonia a cui non è concessa nemmeno la catartica liberazione di un grido. Mattia sapeva fin troppo bene tutte queste cose e tante altre che aveva imparato a fare sue fin dall’infanzia, ai tempi in cui la sua inguaribile curiosità aveva emesso i primi vagiti. Mattia era un predestinato, o forse sarebbe meglio dire un grottesco scherzo del destino, solo che ancora non lo sapeva. Non avrebbe mai immaginato, quando sfogliava per la prima volta le ingiallite e odorose pagine di vecchi libri nell’antica biblioteca di famiglia, mentre a otto anni i suoi coetanei erano fuori a giocare, baciati sulla pelle ancora innocente dal lieve sole primaverile, che il suo amore per il sapere, quel sapere estraneo alla maggior parte delle persone e appena sussurrato dagli uomini che hanno la sventura di incontrarlo, avrebbe spezzato per sempre la breve clessidra che scandisce indifferente e impietosa il batter d’ali che è concesso agli uomini per amare, conoscere il dolore e morire. Mattia era ignaro di tutto questo, mentre passeggiava per le stradine anguste e i viottoli che aveva sempre amato. L’acqua scendeva dai suoi capelli fradici e ricopriva di un velo sottile e liquido il suo volto in estasi, mentre carezzava con lo sguardo la familiare e rassicurante bellezza di Santa Maria in Trastevere o mentre sedeva sulle grigie scalette di piazza Trilussa, mondate dalla sordida e infernale cacofonia di turisti e perditempo notturni, cercando di immaginare il Tevere di fronte a lui con gli stessi occhi con cui lo aveva visto suo padre tanti anni prima. Mattia sapeva tante cose, ma non gli sarebbe mai balenato nella mente neppure lontanamente che ne ignorava totalmente l’essenza, perché essa è stata attribuita loro dagli uomini, e gli uomini non sanno, o, se sanno, muoiono. A tante altre cose pensava, ma certamente non a queste, mentre tornava a casa sotto la sottile striscia di cielo ancora coperto dalle nubi e racchiuso nei vecchi tetti di quei palazzi che aveva divorato con gli occhi innumerevoli volte, ma che ogni volta era come fosse la prima. No, non fu neppure lontanamente ispirato da queste congetture quando decise di allungare il suo giro e svoltare a sinistra in quel vicolo angusto e tortuoso che aveva scorto fin dai tempi dell’infanzia ma che per qualche strano motivo non aveva mai percorso. Respirò a pieni polmoni l’aria vecchia e ammuffita delle case decrepite, odorose a causa dell’acquazzone. Quel profumo di antico e stantio lo faceva sentire giovane e gli faceva scordare i solitari e disperati anni della sua gioventù, sprecati cercando di conoscere quello che sarebbe venuto a lui da solo, in una tranquilla tarda mattinata d’estate; pioveva quel giorno a Roma. Mattia sorrise di fronte all’insegna consunta del vecchio antiquario; sorrise come aveva fatto una sola volta nella sua vita, di fronte ai dolci occhi neri di una ragazza dal nome dimenticato, l’unica a cui avesse deciso di aprire le porte in cui erano racchiusi i silenziosi segreti del suo cuore. Ma lei non aveva capito e se n’era andata e i vuoti e gelidi sorrisi delle parole scritte sui libri erano tornati a riempire gli istanti eterni e deserti della sua vita di studioso. Mattia non voleva pensare neppure a queste cose in quel momento. Ormai era passato tanto tempo e il cielo aveva pianto abbastanza quella mattina. Ora Mattia voleva sorridere, e sorrise di nuovo mentre un raggio di sole penetrato dalle nubi sfiorava per un attimo l’ultimo lembo del suo impermeabile mentre entrava nella vecchia bottega. L’ambiente era angusto e stracolmo di vecchi libri e oggetti di ogni tipo. Venerandi capitelli mozzati, lampade rugginose in stile liberty, statuette del ‘600 di ogni foggia e condizione, mobilia rosa dai tarli di squisita fattura settecentesca, vecchie stampe di natura paesaggistica dell’epoca risorgimentale, edizioni anteguerra dei volumi più assurdi e incongruenti che un bibliotecario folle possa mai mettere insieme… Mattia emise un lungo sospiro di soddisfazione, perché si sentiva quasi a casa. In fondo al piccolo negozio stava un vecchio bancone, simile alle tavolacce di legno dove tengono la cassa le fruttivendole del mercato di Campo dei Fiori. Seduto su una sediola di vimini stava l’antiquario, un uomo circa sulla cinquantina d’anni, vestito con un ridicolo completo a scacchi stile anni ’60. Il tipo se ne stava seduto lì in fondo, completamente in silenzio, con la sua faccia pallida e azzimata e i suoi freddi occhi celesti, che sembravano contemplare il nulla mentre trafiggevano la polverosa penombra con il loro sguardo apparentemente privo di emozioni umane. Mattia pensò fosse uno straniero. Non era certo cosa comune vedere in giro un tipo simile. Veramente in un primo momento lo aveva scambiato per un manichino, poi aveva riso dentro di se pensando alla pessima figura che aveva evitato appena in tempo. Comunque decise di non badare eccessivamente a lui: non era educato fissare troppo a lungo le persone. Questo deliberò mentre si avvicinava allo scaffale più grande, dove un vecchio cappotto da nazista stava appeso ad un chiodo conficcato nel legno decrepito, nel lato del mobile che non poggiava contro il muro. Era un piacere troppo sublime per lui, così sottile che il non appassionato non può neppure cercare di comprendere, sfilare quei vecchi libri dal loro posto e svelare con le proprie mani i segreti che contenevano. Era indeciso se acquistare un’edizione americana degli anni ’50 della biografia di Cortés scritta da W.H. Raup, o un edizione francese degli anni trenta di una raccolta di poesie baudleariane, quando si accorse di non poter più tollerare la fissità ossessiva dello sguardo dell’antiquario, i cui occhi sentiva puntati costantemente su di lui alle sue spalle, pur non potendo vederli. Si girò di scatto quasi d’istinto e quando trovò l’algida faccia di quell’uomo a pochi centimetri dal suo naso emise un grido fortissimo, urtando con violenza contro lo scaffale, da cui volò una montagna di libri che si sparsero sulle curiose piastrelle ondulate con cui era pavimentata la bottega. “Oh mio dio!” disse “Deve scusarmi per il disastro che le ho causato. Solo che non l’avevo sentita avvicinarsi…”. L’uomo non cambiò espressione. Sulla sua faccia era stampato un sorriso ambiguo e sottile che non accennava minimamente a mutare, il che, unito all’inespressività del resto del volto e alla fissità dello sguardo, contribuiva a lasciare di lui un immagine grottescamente sgradevole. “E’ lei che deve scusarmi signore, avrei dovuto dirle che mi ero avvicinato. E’ una mezz’ora buona che la osservo e ho capito quello che potrebbe interessarle. D’altronde lei non lo sa, ma io la conosco bene. Tutti nel quartiere la conoscono…”

“Ah si?!” rispose Mattia che non riusciva a togliersi la sensazione di fastidio che quell’uomo gli suscitava. “Strano, io non l’ho mai vista e non avevo neanche mai notato il suo negozio. E’ tanto che è aperto? A giudicare dall’insegna sembrerebbe di si…” L’uomo emise uno strano gorgoglio che forse voleva assomigliare ad una risata soffusa. “Oh, signor Mattia, potrei dirle che sono aperto da sempre, ma in realtà lei non capirebbe. E questo perché ho la netta sensazione che, seppur avendolo intuito, lei sia veramente all’oscuro di ciò che si cela dietro al concetto di ‘sempre’…” Mattia trasalì di nuovo, incapace di nascondere le sue emozioni di fronte a quello strano individuo che parlava a pochi centimetri dalla sua faccia senza emettere un respiro.

“Come sa il mio nome? Dice di conoscermi? Beh, io non so chi sia, e non mi pare il modo più appropriato di rivolgersi ad una persona. Mi stia lontano, lei è pazzo o cosa?”

L’uomo fece due passi indietro senza battere ciglio. Mattia notò che sotto ad un braccio portava un vecchio tomo voluminoso, certamente un libro antico.

“No, no, non sono pazzo, si tranquillizzi pure! Mi scusi per i miei modi bizzarri. Non sono di qui e stare rinchiuso tutto il giorno in questa vecchia bottega certo non mi aiuta nei rapporti interpersonali. Cosa vuole, si potrebbe realmente impazzire tutto il giorno chiuso insieme a questi vecchi libri, lei dovrebbe saperlo…” Il viso dell’antiquario non si spostò neppure di una ruga, ma Mattia credette in quel momento di scorgere nei suoi occhi una sorta di luce beffarda. Le insinuazioni dell’uomo iniziavano inoltre ad infastidirlo, ma la curiosità per il vecchio libro che il padrone del negozio teneva sotto il braccio vinse sulla sua ripugnanza.

“Ha detto che ha qualcosa che può interessarmi? Bene, mi faccia vedere e lasci che sia io a giudicare.” L’antiquario porse l’antico volume nelle mani di Mattia, che ne carezzò in modo quasi lascivo la copertina in pelle, ormai consunta e incartapecorita. Il titolo, un tempo scritto in lettere d’oro, era ormai semicancellato e incomprensibile, ma l’apertura della prima pagina rivelò che si trattava di un’edizione latina del famigerato Necronomicon, nella versione redatta dall’arabo pazzo Abdul Alhazred, la cui leggenda narra che fu divorato in pieno giorno da un demone invisibile. Mattia non poteva credere ai propri occhi. Erano anni che aveva cercato di avere una copia di quell’infame libro, ma i suoi sforzi si erano rivelati vani e vane tutte le sue ricerche. Aveva trovato vecchi frammenti in biblioteche dimenticate di antichi monasteri, citazioni blasfeme e incomplete sulle opere di maghi e stregoni superstiti agli immani roghi dell’Inquisizione, allusioni appena sussurrate nei codici degli amanuensi del Basso Medioevo, analogie troppo spaventose per essere vere, in alcuni passi dell’Apocalisse di San Giovanni; ma troppi tasselli mancavano per completare il cerchio, e la frustrazione dei suoi sforzi lo avevano convinto ad accantonare la sua ricerca ormai da tempo. Quale prezzo si può dare alla verità? Si dice che tutti coloro che avessero letto quel libro fossero impazziti o morti in circostanze misteriose. Favole per bambini, pensò Mattia, espedienti per scoraggiare gli studiosi privi dell’onestà intellettuale necessaria a distinguere la verità dalle volgari mistificazioni create dalla superstizione. Ora Mattia aveva in mano la chiave per comprendere, il pugnale per squarciare l’ennesimo velo del tempio della conoscenza. Le mani gli tremavano mentre reggeva quel reperto inestimabile che aveva svelato i suoi segreti ad intere generazioni di privilegiati che avevano potuto sondare le rivelazioni che gli Antichi avevano tramandato al genere umano.

L’antiquario guardava con soddisfazione all’eccitazione di Mattia, o almeno egli credette fosse così, perché la sua espressione era rimasta sempre la stessa. “Sapevo che sarebbe stato soddisfatto signor Mattia. Questo è quello che cercava, non è vero? E’ per questo che la stavo aspettando. E’ tanto tempo che ho tenuto questa cosa per lei. Sapevo che prima o poi sarebbe venuto.”

“Lei sapeva? Cosa? Io non so chi sia lei, né perché mi conosca. Quanto vuole per questo libro? Che prezzo si può mai dare ad un oggetto del genere?”

“Cinquanta centesimi” rispose l’inquietante antiquario, gorgogliando in modo sinistro come la volta precedente. “Cinquanta centesimi e la promessa che mi restituirà il libro quando avrà completato le sue ricerche. Che prezzo si può dare alla verità, se l’è mai chiesto?” Mattia trasalì di nuovo mentre l’uomo dal vestito a scacchi e dal sorriso sintetico continuava a parlargli.

“Una moneta, una sola moneta e la soddisfazione di avere forse aiutato un giovane uomo a trovare la strada che aveva sempre cercato. Non voglio altro; mi sembra un’offerta onesta, non trova?” Mattia non se lo fece dire due volte. Quel posto e il suo eccentrico padrone iniziavano a dargli i brividi, inoltre fremeva al pensiero delle oscure meraviglie che sarebbero scaturite da un’avida lettura dell’innominabile libro. Porse una moneta da cinquanta centesimi nelle mani dell’anziano signore, lo ringraziò frettolosamente, promettendo di restituirgli l’opera una volta terminati i suoi studi e fuggì a casa di gran carriera. Il sole splendeva ormai alto sui viottoli angusti ancora inumiditi dalla pioggia mattutina, ma le ombre delle vecchie case sembravano quasi avvolgere in un morboso abbraccio il giovane studioso e il terribile fardello che aveva scelto di portare con sé. [continua...]

 

***

 

Cthulhu Idol © Dan Moran 1996



Postato da: Pickett alle 18:47 | link | commenti (4) |
racconti, aggiornamento 01

lunedì, 07 giugno 2004
Poesia: ODORE DI ZOLFO

ODORE DI ZOLFO

 

Una poesia di Luca Nisi

 

Stringo forte la lama nella mia mano

Il sangue scorre impetuoso sul mio corpo

Ti eccito?

Mi eccito!

Non scappare, anche tu vedrai la morte

Sarà tua sorella

Ed io tuo fratello

Sdraiati sulle lancette del tempo

Giustizieremo il mondo

Rendendolo impotente

Soggiogandolo al male

Ti eccito?

Mi eccito!

Non scappare è inutile

Sento già odore di zolfo.

 

Illustrazione Copyright © Dorian Cleavenger

 

***

Postato da: Pickett alle 14:18 | link | commenti (5) |
poesie, aggiornamento 01

Poesia: L'OMBRA

L'OMBRA

 

Una poesia di Simone Ceccano

 

Sono un’ombra.

Ciò che ero è una statua di sale

in un deserto rosso che non conosco,

le sue carni divorate dagli scorpioni,

la sua anima imprigionata in un incubo.

 

***

 

Postato da: Pickett alle 14:39 | link | commenti (2) |
poesie, aggiornamento 01

Racconto: IL VERME E' NELLA MELA - parte prima

IL VERME E’ NELLA MELA

 

Un racconto in quattro parti di Luca Nisi

 

Credo che oggi sia il 15 settembre del 1940. Io, Mathias Klenze, capitano della Flak, affido il resoconto del mio triste epilogo su questo foglio di carta; lo faccio nell’interesse della grande Germania e per il mio amato Führer. Morirò come mio padre, il tenente Klenze, scomparso nelle profondità marine dell’oceano Atlantico a bordo del sottomarino dell’ Imperial Marina Germanica U-29, servendo la patria. Purtroppo sarà un colpo della mia Luger, a liberarmi da questo incubo, questa stessa pistola che in più di un’occasione mi ha servito con tedesca precisione.

La mia morte è imminente ma dovuta, sono prigioniero in una tomba, sono ferito all’orecchio destro e ho una caviglia rotta che mi permette di muovermi appena; ma questo è il male minore.

Come sono capitato in questa tomba? E’ stato solo il fato. Due giorni fa, io ed altri cinque soldati eravamo alla ricerca di piloti americani che la nostra contraerea aveva abbattuto, ma invece di catturare quegli sporchi yankees, siamo incappati in un imboscata di partigiani francesi, e, nel tentativo disperato di fuga, mi sono diviso dai miei commilitoni e ho corso attraverso un bosco oscuro. Era una notte senza luna; probabilmente sono inciampato e sono ruzzolato in questa fossa dimenticata o nascosta da secoli.

Devo essere precipitato per almeno cinque metri; la fitta vegetazione ha attutito il mio volo. Come ho già scritto, ho riportato lievi ma decisive ferite, cercare di arrampicarmi è impossibile, non ho cibo, soltanto un piccola borraccia, la mia pistola, sigarette e una scatola di cerini. Urlare aiuto è inutile: nessuno mi può udire. All’inizio, la mia razionalità tedesca non voleva arrendersi, ma dopo aver assistito al contenuto macabro di questo orribile sepolcro, chiunque dotato di un arma si ucciderebbe.

Qualunque divisa trovi il mio scheletro, vi prego di darmi una sepoltura: sono cristiano, spero che queste righe arrivino a mia moglie e a mio figlio; nelle ore che precedono il mio suicidio, ho pregato Dio che vi possa proteggere. Non muoio da eroe (lascio sentenza ai posteri), ma fino all’ultimo vi ho pensato ed emanerò l’ultimo respiro stringendo nella mano destra la pistola, nella sinistra la vostra foto e sul petto il crocifisso, sperando che esista un paradiso dove riabbraccerò mio padre e i miei fratelli tedeschi.

Non ho cercato aiuto perché assolutamente non voglio condividere con nessuno tutto questo orrore e questa desolazione. Infatti, in queste carte non troverete nessun tipo di riferimento sulla mia posizione, sperando che gli esseri che vivono nelle profondità della tomba, in quella città abominevole, restituiscano il mio corpo alla mia terra, visto che ormai la mia mente è quasi del tutto in loro possesso. Per questo devo trovare la forza di finire questa lettera e separarmi dalla vita.

Sento su di me la forza del sonno. E’ così che vengono a prendermi, o semplicemente lasciano che io attraversi la piccola porta nera posta di fronte a me. Da quando sono qua sotto non mi sono mosso di un metro, eppure ho visitato una città immensa, tutta fatta di marmo bianco. Non ci sono strade asfaltate, solo sabbia rossa. Non c’è luce, solo fiaccole sparse che illuminano di rosso gli orribili vicoli. E’ un urbe anomala, è fatta a raggiera, e, per descriverla in modo geometrico, vi chiedo di pensare al centro della già alemanna Amsterdam: tutti questi raggi confluiscono in una piazza centrale grandissima; nel suo centro c’è una specie di altare pagano, dove ho visto esseri, che purtroppo credo siano umani, contorcersi in un rogo. Se già tutto questo sembra irreale, vi scongiuro di credere che, sia io, che le vittime perseguitate, non eravamo di carne, ma indifesi fantasmi. Ho il terrore di aver assistito alla peggiore delle flagellazioni, quella dell’anima umana.

Per quello che ho visto voglio morire. Avrei voluto finire la mia teutonica esistenza nella mia amata Berlino; ho sempre sognato sulla mia bara la grande bandiera con la svastica e tutti gli onori di un figlio della Germania. Invece devo farmi forza, sconfiggere la paura, per morire nell’antro dell’Inferno.

Sono quasi alle ultime sigarette, me ne rimangono soltanto sei. Ora che filtra un raggio di luce, posso descrivere con precisione la piccola porta che è dinanzi a me. Ci sono due grandi bare: non portano scritte visibili, in mezzo ad esse una piccola ma mostruosa entrata; su di essa, anche in questo momento che la osservo, riesco chiaramente a distinguere nel suo centro un teschio e negli occhi due pietre di colore rosso, come la sabbia della città senza nome. Non ne sono certo, ma credo che sulla testa ci sia disegnata la mappa della terra; il naso, ovvero l’incavo, mostra al suo interno (penso) delle lame sporgenti. Non c’è la parte inferiore dei denti. Al suo posto, un anello gigante; sopra di esso, due canini lunghissimi, sui quali (giuro!) ho visto colare delle gocce, tanto da formare una piccola pozza, troppo densa per sembrare acqua. Sembra come se si nutrisse del mio fiero e tedesco sangue. [continua...]

 

***

 

Postato da: Pickett alle 15:11 | link | commenti |
racconti, aggiornamento 01