Leggende dalla Cripta di Cthulhu
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Questo blog non è una testata giornalistica e non ha alcun fine di lucro. Tutti i racconti qui pubblicati sono copyright dei rispettivi autori. Tutte le immagini qui pubblicate sono anch'esse copyright dei rispettivi autori e sono incluse al solo scopo di pubblicizzare e diffondere l'arte di chi ha contribuito a dare forma all'universo fantastico immaginato da HPL.
Chiunque voglia contattare i Custodi della Cripta di Chtulhu può scrivere a PICKETTBLOG@YAHOO.IT

La porta dell'Inferno è stata varcata *loading* volte...

“[…] Di queste potenze o entità immani si può immaginare una forma di sopravvivenza come residuo di un'età remota in cui... la coscienza si manifestava con aspetti e forme da lungo tempo ritrattesi davanti all'avanzante marea dell'uomo... Forme di cui solo la poesia e la leggenda hanno conservato memoria, battezzandole col nome di dei, mostri ed esseri mitici di ogni specie...”
Algernon Blackwood
Eccoci arrivati alla seconda settimana di vita di questo blog. Vi proponiamo la seconda parte de “L’antiquario” e de “Il Verme è nella mela”, più forse due brevi poesie, vergate in qualche notte di delirio dai sottoscritti, e probabilmente un racconto perduto, se mi riuscirà di completarlo in tempo. Continuate a visitarci e, se lo vorrete, vincete la fatica e cercate di leggere quello che abbiamo il piacere di proporvi. Al prossimo aggiornamento.
Buona Lettura

L’ANTIQUARIO

Nei due anni successivi la vita di Mattia cambiò totalmente. Lo scrupoloso studio dei segreti contenuti nell’aborrito Necronomicon gli schiuse porte che prima non avrebbe mai pensato potessero essere aperte. Grazie al dono inaspettato del suo occasionale benefattore, ora poteva comprendere il sottile confine tra realtà e follia contenuto nel Libro di Dzian, come pure le grottesche allusioni ad altri mondi e ad entità mostruose più antiche della Terra stessa, insite nell’erudito De Vermis Mysteriis di Ludwig Prinn; rilesse con un’ottica totalmente diversa le acute congetture su divinità anfibie giunte dalle profondità dello spazio, avanzate da Robert Temple ne Il mistero di Sirio, mentre i testi sacri di origine medievale, che tanto lo avevano appassionato nel passato, ora tornavano a lui con un significato capovolto e terrificante. Ormai passava la maggior parte del suo tempo chiuso nella biblioteca di famiglia che lo aveva visto diventare un uomo, quando non si trovava a dover partire frettolosamente per quelli che a parenti ed amici spacciava come “viaggi di studio”. Non aveva più tempo neppure per le solitarie passeggiate sotto la pioggia per il quartiere che tanto amava, e il colonnato di Santa Maria in Trastevere a volte sembrava ancora più malinconico del solito sotto gli improvvisi rovesci degli occasionali acquazzoni estivi, perché non c’erano più quegli occhi appassionati ed amorevoli ad accarezzarne le forme vetuste e familiari. Solo un paio di volte Mattia era stato tentato di tornare nel vicolo dell’antiquario, ma aveva sempre trovato la saracinesca della bottega abbassata. Aveva chiesto in giro dell’uomo misterioso, scomparso senza motivo nello stesso modo in cui aveva fatto la sua apparizione, ma la gente non aveva saputo dargli risposte soddisfacenti. La maggior parte di coloro che erano stati interpellati, non aveva mai fatto caso a quell’individuo singolare e al suo negozio, e chi lo aveva visto aveva condiviso con Mattia la stessa sensazione di brivido e ripugnanza che la fissità dei suoi occhi e l’ambiguità del suo sorriso statico potevano suscitare.
La figura di quell’uomo in un certo senso lo aveva ossessionato e il fatto che fosse sparito non faceva altro che aumentare l’alone di mistero che la suggestione di Mattia aveva creato attorno a lui. Una volta gli era parso di vedere il suo volto plastico osservarlo dai vetri opachi di un autobus; aveva seguito il mezzo con l’automobile fino al vicino capolinea, ma tra la gente che era scesa non c’era nessuna traccia del fantomatico antiquario e del suo bizzarro vestito a scacchi. In un’altra occasione gli era parso di vedere un uomo vestito in modo identico entrare nei bagni pubblici della stazione. Quella volta Mattia era quasi certo fosse lui. Vincendo l’inquietudine e il fastidio che provava nel dover incontrare di nuovo l’uomo sgradevole a cui doveva restituire l’oggetto che aveva cambiato la sua vita per sempre, si precipitò nelle latrine. Anche quella volta le sue attese furono frustrate. Dell’uomo non c’era alcuna traccia, anzi non c’era nessuno in quei bagni a parte la grassa e anziana signora delle pulizie. Era assurdo, ma Mattia pensò che la sua fervida immaginazione stesse giocandogli di nuovo dei brutti scherzi. Uscì dal quel luogo squallido e maleodorante, portandosi dietro gli improperi della vecchia signora a cui non aveva lasciato neppure un nichelino, ripromettendosi di non farsi suggestionare più in quel modo dal ricordo di quell’individuo scomparso.
Fu durante il suo ultimo viaggio al Cairo, per confrontare le prosaiche teorie di Alan Alford sulle piramidi di Giza con le conclusioni che aveva tratto nei suoi due anni di studio del Necronomicon, che gli parve di scorgere per l’ultima volta il familiare vestito a scacchi tra la folla dei turisti che facevano la fila dietro di lui, per entrare in quella che gli ignari egittologi credono ancora sia la tomba di Cheope. Fu un attimo, quasi un flash, ma gli parve che l’uomo dallo sguardo algido lo fissasse in fondo alla scala, confuso tra le altre persone. Ebbe un sussulto e repentinamente chiuse gli occhi in preda ad un capogiro. Quando li riaprì, dell’antiquario non c’era traccia, e rise dentro di sé, come era solito fare, pensando che lo stress dovuto alle lunghe ore di studio e il fatto che ormai si stava avvicinando alla tanto agognata meta che avrebbe premiato i suoi sforzi, dovevano aver fiaccato i suoi nervi più del dovuto. Sarebbe tornato a Roma e avrebbe compiuto l’ultimo atto che c’era da compiere, l’ultima pietra del mosaico che aveva costruito in due anni di immani fatiche e privazioni; poi si sarebbe preso un lungo periodo di riposo, tornando a coltivare anche gli altri interessi che amava e che aveva dovuto da tempo riporre nel cassetto. Mattia infatti era riuscito a penetrare il mistero che si cela dietro il nome dei sette Zonei e avrebbe evocato l’entità misteriosa e senza nome accennata nei testi che aveva imparato a conoscere, Colui che giace da millenni sepolto nella piramide rossa di Dashur, la fonte ultima delle risposte che cercava. Era deciso a correre i suoi rischi e ormai sapeva come pronunciare correttamente le parole appropriate al rituale. La prima notte d’agosto senza luna, avrebbe finalmente colto l’essenza ultima delle verità nascoste che fin da bambino aveva amato possedere, mentre gli altri suoi coetanei avevano scelto di abbandonarsi ad una vita ben più prosaica ed allettante, ma che per lui era assolutamente priva di stimoli. A volte sono le scelte che facciamo nei primi anni della nostra vita a condizionarne l’intero corso; Mattia avrebbe appreso questa lezione quando ormai era troppo tardi. [continua... ]
IL VERME E’ NELLA MELA
Un racconto in quattro parti di Luca Nisi

Il verme è nella mela, ho dormito e sognato o viaggiato di nuovo; ora sono sveglio, e posso raccontare l’altra faccia della medaglia. C’è una novità: sono guarito.
Il mio orecchio non piange sangue, la mia caviglia è tornata incredibilmente in perfetta forma. Finalmente li ho visti quelli che credevo i miei nemici. Sono un puro idealista e non mento dichiarando che l’esercito che padroneggia laggiù sono invece miei fratelli.
Si. Non sono pazzo. Ho visto chiaramente milioni di scheletri vivi dominare sulla città di marmo; ho visto sui loro scudi i sacri simboli romani; i hanno guarito, mi hanno rifocillato e ora mi tendono la mano. Si, mio Führer! La porta è aperta e, ora che posso camminare, sento fortissimo il loro richiamo. Forse sono un prescelto, forse sono stato mandato da Dio in persona… Si, sono eccitatissimo: Dio è tedesco!
Sono nella grande piazza, da uomo di carne. E' ampia e di forma ovale, identica alla mia prima onirica visita. Al centro il campo giochi dove vengono flagellate le anime nemiche. Non ci sono panchine, alberi, né nulla di simile. Quella che credevo sabbia in realtà è ghiaia rossa. Gli edifici ai lati sono bizzarri: non ci sono né porte e né finestre. Ho incrociato tantissimi legionari; sembrano accorgersi di me, ma mi lasciano osservare tutto senza nessun ostacolo.
Chiuso tra queste massicce pareti bianche, sto sviluppando una forza mentale impressionante. Ora so tutto, comunico con loro mentalmente. Non posso rivelare nulla, mi muovo con estrema velocità, conosco le strade rosse senza averle mai calpestate prima.
Anche i miei ricordi sono vivissimi. Non so, ma quando sono qui sotto, percepisco le cose in modo differente e ho molti passaggi del mio passato. Sembro anche non accusare mai fatica, anche se faccio grandissime camminate per poter vedere tutta la città. Niente statue, niente targhe: i confini sono soltanto roccia, non ci sono altre vie.
Sono un ufficiale del Terzo Reich e lo servo con onore; non posso mettermi in contatto con i miei superiori, così da solo prenderò una decisione: cercherò di convincere questo invincibile esercito ad unirsi a noi e vincere la guerra per dominare il mondo intero.
Ora li sento anche cantare mentre marciano:
et ventis adversis (anche con i venti contrari)
fidem servabo genusque (conserverò la fede e la stirpe)
donec ad mentam ( fino alla meta)
bis pereo (muoio due volte)
tramite recto (per la diritta via)
[continua…]
OCCHI NERI DISTANTI
Una poesia di Luca Nisi
Occhi neri distanti
Persi nella nebbia
Di un beffardo destino
Traduco il mio sgomento
In parole sofferte
Dove la voce è dura,
reale, suddita…
Preferivo
uno schiaffo,
la sincerità di un “no”
il lamento di passi lontani…
Invece
le regalo ancora sinceri sorrisi
mentre
il mio sguardo perduto
si confonde
nei ricordi di un amaro futuro
dove
anche la primavera
tarda ad arrivare
***
L’OSPITE VENUTO DALLO SPECCHIO
Un racconto di Simone Ceccano
Da quando ho varcato la maledetta soglia di quella vecchia villa diroccata, tutta la mia vita non mi è sembrata altro che un incubo distorto e nebuloso. Ora so che le mie percezioni non sono più quelle degli altri esseri umani, e presto la mia psiche violentata e distorta compirà l'ultimo passo verso l'oblio, per essere sostituita dall'entità antica e aliena che come un cancro tenta di impossessarsi delle misere spoglie di quello che una volta era il mio corpo. Silenzio. Non è un silenzio reale. La luce che penetra dai vetri polverosi della vecchia finestra mi acceca, mi fa male. Percezioni che non appartengono agli esseri umani presto sostituiranno gli input distorti e claudicanti che ancora mandano impulsi al mio cervello impazzito. Silenzio. Ma le mie orecchie odono una lontana litania biascicata in modo impuro in una lingua morta da milioni di anni, prima che le goffe e ignare orme dell'uomo calpestassero l'empio suolo di una Terra non sua. Il silenzio è rotto. Grido; tutto il mio corpo freme in violente convulsioni, ma la voce non è più la mia. Non sono altro che una marionetta nelle Sue mani; nient’altro che un verme che si contorce spasmodico tra le dita grassocce di un bambino crudele, che ha scavato una buca troppo profonda nella sabbia.Possa il padre Enki perdonarmi per ciò che ho fatto. Il libro è ancora lì, aperto sull'antica tavola di legno consunta dai tarli. Lo specchio è in frantumi, ma è troppo tardi. La soglia è varcata e ciò che dormiva camminerà per il mondo degli uomini arrecando morte e disperazione. Ancora silenzio. Il passaggio è quasi completo. Marduk torna per riprendersi il suo trono a Babilonia, l'incantesimo degli Antichi è spezzato. Sanguino. Il libro. Il libro è ancora lì, aperto, sull'antica tavola di legno consunta dai tarli. Devo fermare la litania, bruciare le pagine ingiallite che solo io posso leggere… Devo fermarlo, se posso.
“Poi vidi salir dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, e sulle corna dieci diademi, e sulle sette teste nomi di bestemmia.”
[Apocalisse 13,1]
Non dovevo spingermi così in là. Conosco il Libro di Enoch e ho letto i frammenti di Berosso. Occhi freddi e alieni mi scrutano dal di dentro, povero ospite di un entità al di là della mia comprensione. Silenzio. La Bestia da tregua alla mia mente straziata. Devo lasciare due righe, nessuno mi crederà, ma forse qualcuno abbastanza pietoso brucierà il libro. Il libro è ancora lì, aperto, sull'antica tavola di legno consunta dai tarli. Ricordo le scale scricchiolanti che mi hanno portato in questa vecchia soffitta. L'alchimista Camogli visse in un epoca di oscurantismo e superstizione. Nè più nè meno che oggi. Ma sapeva. E io ho, povero pazzo, ho completato le sue ricerche. Sanguino. Il vetro scheggiato dello specchio entra nelle mie carni. Il materiale di cui è fatto brucia. No! Lui non lo permetterà… Ha bisogno del mio corpo per tornare a camminare tra i vivi. Sento che la litania sta salendo di nuovo. Le tempie mi scoppiano, gli occhi bruciano, la ferita infetta rischia di farmi perdere i sensi. No! O Dio, aiutami! Presto la mia coscienza lascerà il posto all’Altro. O Dio, perdonami! Ricordo gli scavi nella perduta città di Iside, nell'Alto Egitto. Non dovevo lasciarmi coinvolgere, ma ora è troppo tardi per recriminare. Ricordo l'empio rituale e lo specchio di fattura sconosciuta trovato tra le rovine di Lagash. Mi strappo di dosso le bizzarre vestimenta che sono servite per richiamare ciò che era già stato sepolto nella Grande Piramide e poi nuovamente imprigionato nel Vuoto dietro l'azzurro vetro levigato. Sanguino. Spingo la scheggia più profondamente nelle mie carni. I tessuti si dissolvono al contatto. Il materiale di cui era composto non è di questo pianeta, ne sono certo. Sta tentando di fermarmi, blocca la mia mano. Marduk chiama. Torna a riprendersi il suo trono a Babilonia. Io sono il suo strumento, l'ibrido involucro nato per servire gli Altri Dei. Ora comprendo il supremo orrore della consapevolezza. Che sia maledetto il Musarus Oannes e che Enki ci salvi dall'ira dei perduti Ogigi. O mio Dio! La mia mente inizia il cammino verso i sentieri brumosi della dimenticanza. L'Ospite venuto dallo specchio. Io l'ho chiamato, io solo che posso comprendere gli antichi testi tramandatici dai Sumeri. Sapevano. Anche Berosso sapeva e gli antichi hanno visto ciò che ho visto con questi occhi morenti. Camogli sapeva! Sapeva, pur vivendo seicento anni addietro! Gli Dei abbiano pietà dell'empietà di quest'era in cui l'antico sapere è stato barattato per l'insulso luccichio di balocchi sfavillanti e patetici sonagli per infanti. La luce ha cambiato colore, non fa più male. Posso vedere la realtà con sensi che non pensavo di avere. I miei occhi morti penetrano abissi inconcepibili per la mia misera mente devastata. Silenzio. Vedo un pianeta morto alla deriva nei gelidi spazi esterni e città e monoliti che non hanno nulla a che vedere con i canoni architettonici a cui siamo abituati. Ora so che gli Dei sono morti e nulla può salvarmi. Marduk torna per riprendersi il suo trono a Babilonia. Che gli Angeli del Cielo abbiano mercé di questo povero pazzo mortale. Mi alzo, ma dovrei essere morto. Ora so che nessuno troverà il mio corpo. Guardo impietoso la sagoma prosciugata di quello che è stato il mio complice. Il suo corpo tenuto in vita artificialmente non poteva accogliere l'empio Ospite. Eppure lui sapeva! Camogli sapeva. Vivo dopo seicento anni grazie alle oscure pratiche alchemiche rubate ai segreti degli Egizi. Viveva nascosto in questa vecchia casa e sapeva. Il mio maestro, il mio carnefice. Ricordo i suoi occhi freddi e senza vita guardarmi mentre pronunciava le empie salmodie. Ho memoria del tremito che scosse la casa e della luce dai colori incredibili che accese la fredda superficie azzurra dello specchio. Poi rammento un lampo improvviso e un globo della stessa luminosità malata e inconcepibile avviluppare l'involucro avizzito che dava forma alla volontà malata del mio malvagio compagno. Prosciugati i patetici resti del cadavere, la massa globulare entra dentro di me. Sono caduto in terra, in preda ad orrende fitte che laceravano il mio cranio fin nei tessuti più interni. Poi ricordo l'empia litania salire dal profondo e martellare le mie tempie livide fino a farmi impazzire. Ora la cantilena si affievolisce. Le forze mi abbandonano. Getterò il libro nel caminetto acceso con gli ultimi impulsi dei miei neuroni esausti. Sanguino. Le gambe vacillano, forse non tutto è perduto. No. Che sciocco che sono! Non mi permetterà neppure di bruciare il libro. O mio Dio, se esisti perdonami! Il libro è ancora lì, aperto, sull'antica tavola di legno consunta dai tarli. Impulsi alieni guidano le mie ginocchia tremanti. Mi condurrà giù per le scale e poi fuori nel mondo esterno e ignaro dell'orrore che lo attende. La litania si affievolisce, la ferita brucia e consuma le mie ultime energie disperate. Forse non ce la farà, e prego per l'ultima volta di morire prima di varcare il portone che mi porterà fuori di qui. Sanguino. Ora devo andare, la mia mente non può resistere un istante di più all'inesorabile comando di chi ci ha creati per servirlo. Chiunque trovi queste povere farneticazioni di un pazzo bruci il libro. Il libro. Il libro è ancora lì, aperto, sull'antica tavola di legno consunta dai tarli. Ancora silenzio. Forse si è aperta l'ultima soglia, quella che nemmeno Lui può impedire che sia varcata... La luce dalla finestra ha cambiato di nuovo colore... No. Ora scompare... Grida nell'oscurità, come mille voci insieme che scardinano i miei timpani, uccidono i frammenti restanti del mio Io sconvolto. Silenzio. Gli Altri Dei gli impediranno di tornare. Grida nell’oscurità. Le forze mi abbandonano... Hanno vinto. Ho vinto. Ma a quale prezzo? Non esiste più la luce...
“Io sono l'alter ego di mio padre, il bocciolo di mia madre. Detesto viaggiare nell'oscurità poiché non vedo e cado a testa in giù…”
[Testi delle Piramidi - Formula 2]

***