Leggende dalla Cripta di Cthulhu

Racconti di Simone Ceccano e Luca Nisi liberamente ispirati all'universo del maestro H.P.LOVECRAFT

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venerdì, 17 settembre 2004
Editoriale: LEGGENDE DALLA CRIPTA DI CTHULHU parte VI

 

Siamo solo all’inizio di questo nostro lungo viaggio. Un cammino cominciato da soli quattro mesi, durante i quali abbiamo cercato di diffondere la nostra cultura verso l’ignoto, ammesso che tale diffusione sia realmente possibile. Questo blog si prende sulle spalle l’incarico di rendere noti blasfemi e innominabili squarci di orrore nella vita quotidiana, seguendo le orme del nostro maestro, Lovecraft. In questo aggiornamento vivremo l’orrore dell’uomo e la vendetta della natura nel nuovo angosciante racconto di Simone, Il Sacerdote; poi, dopo aver attraversato l’altra sponda del fiume, scopriremo le angosce e il destino di un uomo disperso in un deserto di sassi nella seconda parte de La Maschera Bianca. Credetemi, esiste la tentazione di aprire un passaggio verso chiese abbandonate, vicoli acciottolati e sentieri bui che finiscono in cimiteri solitari, dove anche le lacrime sono nere e minacciose. Accendete una candela, lasciatevi cullare dalle parole, sorseggiate un buon whisky e socchiudete appena la finestra della vostra stanza, per dimenticare fuori il cielo uggioso di settembre…

 

Buona Lettura

 

“Io penso, Sebastian, quindi sono.” (Pris in Blade Runner)

Postato da: Pickett alle 11:24 | link | commenti (7) |
editoriali, aggiornamento 06

Racconto: LA MASCHERA BIANCA - parte seconda

LA MASCHERA BIANCA

 

Un racconto in tre parti di Luca Nisi

 

 

Ho riacceso da poco il mio Olimpus DM 2000. Le batterie reggono; dalla mia ultima registrazione sono passate all’incirca due ore. Ho camminato in lungo e largo e questo dannato deserto di sassi sembra infinito tanto quanto l’orizzonte. Da ragazzo ho fatto diversi corsi di sopravvivenza ed in questi casi l’unico liquido che posso ingerire è la mia pipì: è stato disgustoso ma questo mi permette di poter parlare ancora.

Ero alla maschera, maledetta, grande quanto una mano aperta, le labbra erano sottili e chiuse, il suo sguardo era talmente inquietante che mi affascinava. Gli occhi erano strani ma decisamente non ricordavano una figura umana: uno era in rilievo, mentre l’altro era solamente accennato. La maschera terminava con una specie di corna, ma, essendo in quel punto rovinata dal tempo, si poteva supporre che l’artista (che la sua anima sia condannata per l’eternità) che l’aveva realizzata, intendesse fare o delle corna diaboliche, oppure un copricapo con delle corna animali come punto focale. Ricordo la voce di Simon che veniva a cercarmi, ma soprattutto la sua eccitazione quando gli mostrai la maschera. Come me era perplesso sul materiale e soprattutto cominciò ad affondare nella storia per dare un nome al volto sulla maschera. Citò milioni di nomi, facendo più di duemila supposizioni; arrivò ad affermare che avrebbe dovuto chiamare il professor Sitchin! Io preferii tornarmene in tenda per riposare… Lo salutai, ma lui neanche si voltò talmente preso dal nuovo giocattolo.

La mattina seguente mi alzai con la dovuta calma; neanche il rumore degli scavi mi aveva destato. Ricordo che dormii molto profondamente e credo che in quella occasione riuscii a fare una delle mie ultime ore di sonno tranquille, senza che nessuno al mio risveglio fosse stato trovato cadavere.

Pulito, abbandonai l’amico Simon e ritornai a Parigi. Lì avrei preso un aereo per Roma, così avrei rivisto i miei genitori. Il viaggio verso l’aeroporto fu tranquillo, nessuna nuvola nera in cielo presagiva tutta l’ira funesta che a breve si sarebbe scagliata sulla mia esistenza. Ignaro, avevo abbandonato il ricordo della maschera. Ero sull’aereo e il volo era cominciato da un ventina di minuti. Inclinai lo schienale e cominciai a leggere “Requiem” di Friedman, mentre ogni tanto sorseggiavo un aranciata. Lessi circa una quarantina di pagine, poi, come fanno tutti quando ti si stanca la vista, poggiai il libro sul sedile accanto che era vuoto; con l’indice e il pollice della mano destra “aggiustai” gli occhi in un cenno che si ripete dall’eternità dell’uomo.

Rivolsi il mio sguardo verso il finestrino e cominciai a fantasticare con le nuvole: immaginavo il suono solitario del vento tra di esse. Poi, come quando ero bambino, cominciai a cercare delle somiglianze con le nubi: quella sembra una mucca, quella accanto un pollo arrosto, quella la maschera di ieri… Quasi sudai freddo. Era lì: una nuvola perfettamente identica a quel viso bianco, nascosto da millenni nella terra madre!

Fui distratto da un hostess: “Mi scusi signore, le è caduta questa!” Nel cielo la maschera era scomparsa o sorpassata per il mio campo visivo, ma la biondina che prima mi aveva dato un aranciata sorridendomi, ora aveva lasciato accanto al mio libro una maschera bianca, sbucata dal nulla e tornata incomprensibilmente nelle mie mani.

Avrei voluto lasciarla lì, su un sedile vuoto, ma se qualcuno aveva fatto in modo che io la ricevessi di nuovo, forse tutto ciò aveva un senso. Così decisi di prenderla con me e, fino a pochi giorni fa , ero ancora io il suo devoto custode, fino a quando non fui risucchiato in questo deserto. Probabilmente la maschera è rimasta in quel parcheggio dove sono scomparso. Se qualcuno la trovasse gli consiglio vivamente di non toccarla.

C’è un odore aspro nell’aria, respiro molto più velocemente. Lascio queste parole incise su questo nastro magnetico, come monito a chi in futuro si possa trovare di fronte una maschera bianca, che si impossessa dei tuoi sogni e ti permette di uccidere per conto del male. Sono diventato uno strumento nelle mani di un demonio di cui non posso pronunciare il nome; non posso e non devo, potrei svegliarlo. Il suo alito gelido si impossessa di me nel sonno e mi porta a condurre in rem atroci delitti, diretti verso chi in passato mi suscitava solo astio. L’essere si nutre del mio odio, ama provocarmi, lascia che io goda delle sofferenze altrui. Chiedo pietà, perché in parte io ho sorriso delle persone che ora non ci sono più nel momento della loro tragica e brutale morte; ho goduto del fatto che l’essere mi avesse permesso di vendicarmi…

Potete pure giudicarmi un mostro, non mi interessa. Avrei dovuto informare Simon che avevo la maschera, ma non lo feci mai. Neanche quando mi disse che quella maschera non poteva trovarsi lì, dove io la trovai. Commentava all’infinito che era tutto sbagliato.

Ammetto che fui soggiogato dalle tenebre: ricordo vivamente tutti gli otto delitti, soprattutto il primo. Ero nella casa della mia infanzia; mentre mi inchinavo davanti agli Inferi, i miei genitori riposavano ignari qualche stanza più in là. Avevo riposto la maschera vicino alla mia collezione di fossili, raccolta da bambino. Ero perplesso sull’oggetto, ma allo stesso tempo divenni suo schiavo. Il sonno arrivò veloce come non era stato mai. Il primo stadio mi portava ad assistere ad un torto subito, vivendolo da vari punti vista: il mio, quello della mia prossima vittima e dagli occhi estranei di passanti o conoscenti che assistevano casualmente l’accaduto. Riassaporavo tutto. Lì il mio odio cresceva in maniera smisurata. Sentivo, percepivo le mie vene gonfiarsi di sangue, ribollire lo stomaco, i pugni stretti quasi a conficcare le unghie nelle carni… Una sensazione immortale. La fase successiva mi presentava l’attuale stato del mio astio. Poi assistevo eccitato alla sua fine: l’essere si mostrava in tutto il suo splendore. Un essere gigante con due ali di pipistrello sulle spalle, una coda immensa e gli occhi, si, gli occhi erano quelli di un cieco: lui vedeva e godeva con i miei. Dalla bocca milioni di tentacoli, poi degli artigli lunghi come le gambe di un uomo. Uccideva infilando i suoi tentacoli nella bocca delle vittime e succhiandogli via tutta la vita, poi li lasciava cadere inermi a terra, agonizzanti di paura. Li sentivo tremare, lasciandogli per pochi secondi un barlume di coscienza tanto quanto basta per mostragli il volto del loro assassino: il mio. [continua...]

 

***

Postato da: Pickett alle 14:44 | link | commenti |
racconti, aggiornamento 06

Poesia: LABIRINTI DI FOLLIA

LABIRINTI DI FOLLIA

 

Una poesia di Simone Ceccano

 

Labirinti di follia.

Il mio cervello,

stritolato tra pareti di nulla,

grida in un deserto di emozioni.

Voci lontane.

Ricordi da un vacuo cadavere.

Agonia.

Solitudine.

Sonno.

 

 

***

Postato da: Pickett alle 15:05 | link | commenti (3) |
poesie, aggiornamento 06

Racconto: IL SACERDOTE - parte prima

IL SACERDOTE

 

Un racconto in tre parti di Simone Ceccano

 

 

Era una splendida giornata primaverile per passeggiare sotto il tenue sole oscurato dalle nubi, riparati dalle scure fronde dei ciclopici pini di Villa Pamphili. Ah, che sublime delizia la primavera romana, che orgiastico piacere respirare gli odori nascosti degli alberi ed ignorare, come in un sogno, la città rumorosa, distante appena oltre quella collina dai cespugli morti, con i suoi inferni ribollenti d’asfalto e le lamiere incandescenti delle auto, danzanti in un’infernale litania di distruzione, ogni giorno, ogni istante, senza un’apparente motivo degno di nota per gli dèi ignari e lontani. Era facile prendere quella galleria angusta che perforava gli alberi come il pugnale affilato di un assassino ed illudersi che il tempo per un attimo si fosse fermato, destando ere immote e lontane dal sonno eterno, imposto loro dalla prosaica vita di quell’essere inutile e immondo che è l’uomo, il cancro che da eoni infetta la terra senza un perché. Flavia amava passeggiare in quell’incanto così fragile e respirare a pieni polmoni la resina pungente di quegli alberi che amava come fratelli, e che mille volte aveva sentito sussurrarle dolci parole d’amore nel silenzio della sera, oppure tristi racconti di solitudine e disperazione che la ragazza comprendeva a pieno come se fossero sgorgati dal suo cuore giovane e sanguinante, quando si trovava ormai sola, e la villa affollata si era trasformata nell’indifferente deserto di emozioni che cullava la sua anima eternamente sospesa tra la realtà e il sogno. Ancora un'altra decina di metri, poi sarebbe tornata a casa dagli apprensivi genitori e dal pranzo tanto detestato che l’aspettava come una condanna quotidiana; genitori con cui non aveva più parlato da anni, da quell’infausto giorno nella fresca radura cosparsa d’aghi di pino, sotto i profumati petali gialli di un alberello anziano e fiorito, quando la sua fanciullezza le era stata rubata da un ladro senza nome, vigliacco stregone notturno che aveva profanato la sua innocenza, fuggendo poi via, nelle ombre che avevano partorito l’aborto della sua vita. Ancora oltre quella collinetta, ancora un altro passo, avrebbe seguito il sentiero in cui mesi prima aveva inseguito una serpe sfuggente, anelante l’oscurità del sottobosco contro la minaccia di quegli uomini maledetti, che in abiti volgari e discinti amavano sudare e ansimare sotto le fronde degli alberi venerandi, in una corsa senza interruzioni, che per il nobile e antico rettile non aveva senso, né funzione, né dignità alcuna. “Sciocca umanità. Sciocca e inutile umanità, prostrati di fronte ai segreti degli Antichi. Prostrati e muori. Sciocca umanità, che tu sia dannata dal padre Dagon e che tu possa sprofondare di nuovo nei neri abissi senza fondo che ti hanno generata. Sciocca umanità, progenie malvagia che discende dai vermi della terra. Torna nel ventre di essa e metti radici come i venerandi padri che tu hai offeso. Che Shub-Nigurrath possa ancora allattarti col suo veleno, fino a quando non sceglierai la distruzione all’eterno perpetuarsi di un’esistenza senza nome, né scopo, né senso, né dignità alcuna. Sciocca umanità. Che il padre Dagon ti perdoni e si cibi delle tue carni per l’eternità.” Cos’era quella voce, quella litania che emergeva come un sibilo dal profondo delle scure fronde del sottobosco? Quali parole più suadenti e maledette di quelle, sussurrate come solo può fare l’amante colpevole di fronte alla sua vittima, allentata la stretta delle mani dal candido collo ormai striato di rosso, appena svanita la passione omicida? Flavia si accucciò al lato del sentiero. C’era qualcuno nelle vicinanze. Istintivamente tremò, come non aveva mai tremato in vita sua quando si trovava in compagnia dei suoi amici alberi, tranne il giorno maledetto dal quale non aveva più parlato con anima viva. [continua...]

 

***

Postato da: Pickett alle 15:21 | link | commenti (2) |
racconti, aggiornamento 06

Poesia: OVER YOU

OVER YOU

 

Una poesia di Luca Nisi

 

 

Di certo non farò senatore un cavallo

Mai brucerò la mia città

Non conquisterò terre

Non combatterò i barbari

Non sarò una religione

Ma sarò la vostra punizione

 

Veglierò spavaldo

Sul tuo seno

Setaccerò viscidamente

Le tue cosce

Usurperò violentemente

Il tuo cuore

 

Sono così veloce

Che dal voi al tu

Sarò over you

 

Corri

Scappa

Fuggi

Ovunque andrai

Sarai bellissima

Ma mia

 

***

Postato da: Pickett alle 15:42 | link | commenti (4) |
poesie, aggiornamento 06