Leggende dalla Cripta di Cthulhu
Racconti di Simone Ceccano e Luca Nisi liberamente ispirati all'universo del maestro H.P.LOVECRAFT
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Chiunque voglia contattare i Custodi della Cripta di Chtulhu può scrivere a PICKETTBLOG@YAHOO.IT

La porta dell'Inferno è stata varcata *loading* volte...


“Amsterdam la nostra Innsmouth” (Luca Nisi)
Quando il ventotto di novembre del 2004, proprio da questo blog, annunciavamo l’imminente pericolo delle scimmie bianche, probabilmente ci avevate ignorato, etichettandoci per dei burloni, visto che, oltre a portare un monito, vi salutavamo dalla città dei canali e delle case storte. Questo aggiornamento comincia proprio da Amsterdam. Quella piacevole vacanza ha ispirato l’intera redazione e questa citazione non è a caso. Prima di noi, la città scintillante dei diamanti e delle luci rosse ha ispirato grandi nomi. Ricordo Van Gogh che come me amava la zona del porto, la stessa che ritroveremo nel mio nuovo racconto: “Il gioco delle fanciulle”. Edmondo De Amicis, ci racconta Elisabetta Rosaspina in un articolo sul Corriere della Sera, adorava i canali, immaginando sotto di essi una foresta sommersa senza fronde e senza rami. Sui canali giacciono dal 1600 le case dei cartografi e degli artigiani, ed è proprio nella Old Amsterdam che Simone ha scorto tra i tetti degli antichi palazzi degli esseri bianchi e ciechi mentre passeggiava. Amsterdam ha dato quindi i natali al suo nuovo ed inquietante incubo: “Scimmie bianche”. Se è vero che questa Cripta racconta le leggende che la vita ha omesso, vi consiglio di non rimanere soli nei giorni di pioggia. Buona lettura.
SCIMMIE BIANCHE
Un racconto in tre parti di Simone Ceccano
“Le ho viste di nuovo Nick. Le ho viste sul serio, te lo giuro! Ce ne sono due sul tetto di casa tua. Per un attimo sono stato tentato di non entrare più e fuggire via da qui; ma non potevo non avvertirti…” Nick tentò di sorridere celando il suo evidente imbarazzo, mentre invitava l’amico rimasto pietrificato sulla soglia a togliersi la sahariana nera inzuppata completamente dalla pioggia ed entrare nel piccolo attico. “Nick, ti prego. Per amor del cielo, chiudi immediatamente quella dannata finestra!” Jason sudava freddo, le mani gli tremavano visibilmente e non era per il freddo. Nick lasciò quello che stava facendo sul tavolo del piccolo salottino. La grossa lampada di resina che assomigliava in modo grottesco ad un gigantesco millepiedi che si arrampicava fino al soffito proiettava una calda e rassicurante luce rossa sulle pareti bianche del piccolo appartamento, così in contrasto con l’Inferno del temporale al di fuori. “D’accordo, d’accordo, farò come dici, ma vedi di calmarti. Tu non stai bene Jason. Devi smetterla con questa storia, come la devi smettere di fare certe cose. Evidentemente sei stressato dal troppo lavoro e dal fatto che hai litigato di nuovo con Marla; troppe cose insieme, il tuo fragile equilibrio nervoso questa volta non ha retto. Entra e mettiti a scaldare vicino al camino e io poi chiuderò la stramaledetta finestra. Con tutta la pioggia che è entrata il tappeto sarà da buttare, altro che le tue visioni da esaurito…” Jason si era appoggiato allo stipite in cotto sopra il camino, cercando per un attimo di dare le spalle all’amico ansioso, al temporale, a Marla e a tutto il mondo là fuori, investito dalla furia dell’acquazzone. La legna scoppiettava in mille scintille, ma Jason continuava a tremare. Nemmeno le fiamme dell’Inferno sarebbero riuscite a scaldarlo. Non quella volta. “Non ho litigato con Marla Nick.” “Ah no? E allora spiegami quello che è successo. Mi hai telefonato in stato di shock appena mezz’ora fa. Hai biascicato almeno tre volte che Marla se n’era andata per sempre e mi hai pregato di vederci subito, qui, a casa mia. Penso almeno di meritare delle spiegazioni, o no?” Nick afferrò il bicchierino di whisky all’angolo del tavolo rettangolare e lasciò che il liquido caldo scendesse in un attimo, giù fino allo stomaco. “E penso anche di doverti dare una mano, siamo amici, a me puoi dire quello che è successo. Qual’è il problema? Hai un’altra e lei se ne è accorta? In questo caso tornerà, lo sai; come le altre volte...” Jason ebbe uno scatto violento tanto da sbattere i pugni contro lo stipite del camino. Un’incensiere di coccio andò in frantumi sulle rosse piastrelle del pavimento. Jason non si voltò comunque e l’amico si limitò ad assumere un espressione di sopportazione e a sbattere la mano ossuta sul tavolino in segno di disapprovazione. Dietro di lui la finestra continuava a vomitare pioggia e il tappeto era ormai un disastro. “Diavolo Nick. Con te è come parlare con il muro. E’ inutile persino guardarti in faccia, tanto con te è lo stesso. E chiudi quella maledetta finestra! Non ti ho ancora sentito farlo. Ti ho detto che Marla se ne è andata per sempre. Per sempre… L’hanno portata via Nick. Sono state loro.” L’amico scettico si accese noncurante una sigaretta con l’aria di chi ha già visto questa scena già troppe volte nell’arco degli ultimi mesi. “Non voglio stare a sentire queste sciocchezze Jazz. Se devi continuare così allora è meglio che te ne torni a casa…” “Diavolo Nick. Ma hai mai ascoltato in vita tua almeno una delle parole che ti ho detto?” Il giovane strinse i pugni contro il muro caldo sopra il caminetto e fissò in basso i cocci quasi in procinto di scoppiare in una crisi nervosa. “Marla se ne è andata Nick. Marla è morta. Morta, capisci!” A questo punto persino un cinico come Nick avrebbe iniziato a preoccuparsi. Nick si sarebbe comunque preoccupato a modo suo. “Ok Jazz. Ho capito tutto. E’ un problema di cocaina? Se è questo il problema lo sai che ti ho sempre aiutato. Ora ti volti lentamente, ti siedi con me e ci rilassiamo un po’. Sei arrivato al momento giusto…” Jason sembrò per un attimo ricomporsi; parlava con il tono che gli era stato usuale fino a non molto tempo prima. “Con te tutto finisce per essere un problema di coca. Mi fai quasi pena Nick. Anche se da una parte ti invidio. Tu che non credi a niente… Mi sembra anche inutile ricordarti di nuovo di chiudere quella dannata finestra. Lo farei io se osassi avvicinarmi… ” Jason si voltò. In ogni suo gesto ora traspariva tristezza, mista a disprezzo per l’amico sordo ai suoi appelli disperati. [continua...]
***
IL GIOCO DELLE FANCIULLE
Un racconto in quattro parti di Luca Nisi

Illustrazione © Steve Stone 1999
Passavano veloci le auto, riflesse nei vetri specchiati del palazzo di fronte casa di Christine, mentre un bicchiere di vino bianco rallegrava l’umore della lentigginosa ragazza dai lunghissimi e lisci capelli rossi. “Baby, I love you. But if you wanna leave, take good care. I hope you make a lot of nice friends out there. But just remember there’s a lot of bad and beware.” Cantava Cat Stevens, nel salone freddamente illuminato dalla luce fioca di una candela a forma di rosa. Questa canzone le ricordava suo padre e la sua premura affinché la figlia avesse sempre tutto dalla vita. Sorrideva Christine, ricordando i teneri abbracci di suo padre e i commenti lontani della madre sul cenone di Natale. Invece quest’anno il Natale per lei sarebbe stato un giorno qualunque. Lontana dai suoi cari, il buon Dio li aveva chiamati a sè da diversi anni, mentre il suo ultimo fidanzato era scappato tra le braccia di un'altra. Non le importava, non era poi così male non dividere più il suo piccolo appartamento con un uomo che violava la sua intimità, lasciandole i calzini sporchi all’ingresso. Non avrebbe più dovuto svuotare i cumuli di sigarette spente, nel posacenere che suo padre le aveva portato come regalo da un viaggio in Africa. Nessuno conosce il proprio destino, tanto meno Christine; non sapeva che le parole che echeggiavano nella stanza erano un avvertimento al destino che a breve l’avrebbe abbracciata. “Ricorda, fuori ci sono tante cose cattive a cui stare attenti.” Ma mai avrebbe immaginato la fine del suo futuro con i piedi sulla terra. Christine posò il calice delicatamente su un piccolo tavolino di cristallo, spense lo stereo e s’infilò un paio di stivali neri. Il rumore della zip che saliva velocemente, lasciando che il cuoio abbracciasse per intero la sua caviglia, si mimetizzava nel trambusto del traffico serale della vigilia di Natale. Vola un gabbiano sopra la testa ignara della gente, come la falce della morte sceglie in un giorno di felicità la sua prossima vittima. I suoi escrementi cadranno beffardi come il freddo acciaio scivola sul collo del prescelto. Non c’è rabbia e non c’è amore nel destino, sì chiudono gli occhi e si riaprono lentamente per l’ultima volta. Sogni, speranze, desideri si spezzeranno in una notte non come tante, dove le strade sono vuote, dove le case sono illuminate, dove gli alberi sono adornati da luci e colori, dove il sorriso nasce sul volto innocente dei bambini, dove i nonni stringono le loro famiglie nell’abbraccio più tenero. In questo strepitoso idillio: una strada bagnata, una ruota sgonfia, una curva affrontata malamente, un guardrail divelto, una piccola Smart illumina con i fari il nero mare e il suo abisso dove Christine dolcemente andò a morire. Affondava lentamente, senza nessun ostacolo, la piccola macchina. Sì inabissava nel silenzio fino ad adagiarsi tranquillamente sul suolo marino. La giovane donna era svenuta dal fortissimo impatto. La testa aveva urtato violentemente il parabrezza, svenne, poi l’acqua gelida del mare le diede il resto in un attimo. Il suo corpo si sarebbe conservato perfettamente fino a quando una gru avrebbe alzato la Smart ricolma d’acqua e dentro avrebbero trovato il suo giovane corpo perfettamente intatto, lontano anche dagli affamati pesci che vivono nelle profondità marine. Era morta da poco Christine, mentre i suoi lunghi capelli rossi galleggiavano come mille serpenti nel piccolo involucro. Intanto nelle case degli umani, genitori si stringono in dolci effusioni, controllando i figli eccitati dai nuovi doni. Gli amanti si baciano sotto il vischio. Nello stesso istante gli occhi di un cadavere fissano spenti l’abisso. Ci sono creature costrette a vivere nell’oscurità, negli abissi. Acque profonde, buie e pericolose, nelle quali si può affondare e sparire. Un mondo inferiore. Da quei mondi arrivava Ishtara, una bellissima donna delle profondità marine. I suoi occhi erano simili a quelli di uno squalo, ma il suo corpo seminudo ricordava proprio una femmina umana. Dei lunghi capelli neri erano legati in una grandissima treccia. Un piccolo seno era coperto da un qualcosa simile a pelle, la vita fino alle gambe erano nude; nuotava nelle profondità, dove nessun essere umano potrebbe sopravvivere. Vide l’auto adagiata sul terreno marino. Sì avvicinò, incuriosita da quell’oggetto a lei così estraneo. Poi vide la giovane donna dentro di esso. Come la vide Ishtara se né innamorò. Estrasse con il pensiero il corpo dall’auto portandolo a lei. Passò la sua mano palmata sulla fronte di Christine, curando il profondo taglio causato dall’impatto con il parabrezza. La guardava con quegli occhi cattivi, poi cominciò ad annusarla. Passò le sue labbra sul suo collo mentre la stringeva in un abbraccio; dopo, nelle profondità, cominciò a nuotare con lei verso l’aria, fino al mondo di Christine. La trascinò a riva. L’adagiò sulla sabbia bianca e si distese sopra di lei. Di nuovo l’abbracciò per diversi minuti fino ad asciugarla completamente. Era finalmente asciutta e il mattino del giorno di Natale sorgeva dall’immensità del mare. Fu in quel momento che quella creatura baciò Christine: un gesto appassionato, degno del miglior amante. Alla fine di quel sogno d’amore, Christine aprì di nuovo gli occhi e la vita tornò in lei come il sole che sorgeva dagli abissi. Sobbalzò, non capiva, era impaurita, guardava terrorizzata quella donna seminuda dagli occhi alieni che l’aveva abbracciata fino a pochi istanti prima. “Dove sono? Tu chi sei?” biascicò infreddolita l’umana. La donna degli abissi sorrise e rimase in silenzio. Chiuse le ginocchia come imbarazzata dalla sua nudità. Le porse la mano. Christine semi terrorizzata stava per accettarla, quando delle grida la fecero voltare. Qualcuno urlava disperato il suo nome. Quando si girò di nuovo verso la donna sconosciuta era scomparsa. Una piccola folla emerse da dietro un cespuglio. Una miriade di abbracci e pianti investirono Christine; era stata creduta morta, i suoi amici l’avevano cercata ovunque. Poi l’avviso di un pescatore della zona che aveva avvertito le forze dell’ordine del guardrail distrutto e dell’auto riesumata dall’Oceano. L’avevano data per dispersa. Invece la ragazza dalle mille lentiggini rosse era lì di fronte a loro. Christine raccontò di non ricordare nulla dell’incidente, di essersi svegliata da poco, di aver sognato una giovane donna dai lunghi capelli neri e di essere tornata cosciente proprio con l’udire le grida dei suoi amici. Nulla sembrava affiorare nella memoria della donna, solamente uno strano sapore di sale in bocca e l’immagine di una donna dagli occhi cattivi che stranamente le tendeva imbarazzata la mano. [continua...]
***
CRISTALLI DI MEMORIA
Una poesia di Simone Ceccano

Illustrazione Copyright © Giacomo Carmagnola
Cristalli di memoria,
sparsi su di un pavimento di nulla.
I piedi sanguinano
Mentre calpesto frammenti di me stesso
Cercando di scorgere in un riflesso
Se sono mai stato altro
Che un ricordo andato in frantumi.
***
APPLAUSI ALL’INFERNO
Una poesia di Luca Nisi

(Amore)
Sogno un ultimo sguardo ai suoi occhi,
come fragile conclusione,
sulle note di una splendida illusione.
(Croce)
Sorride appena la luna,
mentre il lago custodisce la morte,
in un addio senza parole.
(Domani)
Conosco il rumore dei passi nella neve.
Non c’è rimorso nella notte,
dopo un istante non c’è dolore.
(Ieri)
L’inverno tratterrà il suo corpo,
Sepolto nell’oscurità immortale,
In una tomba di ghiaccio.
(Pensieri)
Nella mia mente riposano
segreti senza nome.
Audaci,
Come le anime accolte
d’applausi all‘inferno.
***